THE 50 BEST BARS 2026: MILANO, IL MONDO AL BANCO

Per qualche giorno Milano ha smesso di essere soltanto Milano. Ha continuato a correre, naturalmente, a cambiare tavolino, appuntamento, quartiere, indirizzo. Ma dietro le sue porte, lungo i banconi, nei giardini degli hotel e negli spazi più informali della città, si è consumato un piccolo spostamento geografico: Hong Kong ha incontrato Atene, Bangkok New York, Shanghai Milano, il Costa Rica si è seduto accanto alla cucina italiana e il Messico ha trovato casa in più di un bancone.

Non era ancora il momento della classifica. Era qualcosa di più interessante: l’attesa.

The 50 Best Bars, arrivato per la prima volta in Italia per la sua diciottesima edizione, ha trasformato Milano in una città temporaneamente abitata dalla bar industry internazionale. La cerimonia del 7 ottobre, al Palazzo del Ghiaccio, sarebbe arrivata soltanto alla fine. Prima c’era tutto il resto: guest shift, takeover, workshop, masterclass, incontri, conversazioni che continuavano ben oltre l’orario previsto. Una sorta di grande anteprima collettiva, dove il risultato finale sembrava quasi un dettaglio rispetto alla quantità di storie che passavano da un bancone all’altro.

Eppure, alla fine, il nome più atteso è rimasto lo stesso.

Bar Leone, Hong Kong, è ancora il miglior bar del mondo.

Lorenzo Antinori e il suo team hanno mantenuto il primo posto conquistato nel 2025, confermando una traiettoria che ha qualcosa di particolarmente interessante proprio perché nasce da un’idea apparentemente semplice: “cocktail popolari”, cocktail per la gente. Grandi classici, convivialità, memoria italiana e quella sensazione rara di essere entrati in un posto dove qualcuno era già contento di vederti. Una filosofia che rifiuta la complessità come fine a sé stessa e sceglie, piuttosto, di lavorare sulla qualità dell’esecuzione, sulla leggibilità del drink e sull’esperienza complessiva.

Da Bar Leone ci sono il calcio, i riferimenti italiani, la focaccia alla mortadella, le olive affumicate, i Martini. Ma soprattutto c’è una leggerezza progettata con estrema precisione. È probabilmente questo il paradosso più bello del vincitore: per arrivare al vertice non ha avuto bisogno di rendere il bar più difficile da comprendere, ma di renderlo più facile da amare. E Milano, davanti a questo risultato, ha avuto una ragione in più per festeggiare.

MOEBIUS, LA GRANDE RISPOSTA MILANESE

Al secondo posto c’è infatti Moebius Milano, che dal settimo posto del 2025 sale direttamente sul podio mondiale e conquista anche il titolo di Best Bar in Europe.

È una crescita che racconta bene quanto sia cambiato il modo di intendere il cocktail bar. Moebius non è soltanto un banco: è un organismo più complesso, dove mixology, cucina, design, musica e ospitalità convivono dentro quello che un tempo era un magazzino tessile. Il grande spazio industriale, l’albero di ulivo andaluso che attraversa i due livelli, la musica dal vivo, il ristorante Sperimentale e il lavoro del bar manager Giovanni Allario costruiscono un’esperienza che non ha bisogno di scegliere tra cocktail e gastronomia. Li mette in relazione.

Il Pesto Martini, ormai una firma, è quasi una dichiarazione d’intenti: vodka, vermouth, pesto di basilico, balsamico. Una provocazione soltanto in apparenza. In realtà è un modo molto milanese di lavorare: prendere qualcosa di riconoscibile, spostarlo appena e vedere cosa succede.

Il risultato è il miglior bar d’Europa e il secondo del mondo.

Non male per una città che fino a pochi anni fa guardava alla grande scena internazionale con una certa distanza.

I BAR CHE RESTANO

Poi ci sono quei luoghi che, al di là del numero, hanno una capacità particolare di rimanere nella memoria.

Il Connaught Bar a Londra, ottavo, appartiene a questa categoria. La sua forza è quasi ostinata: continuare a essere sé stesso. Il Martini trolley, la sala Art Déco, la precisione di Agostino Perrone e Giorgio Bargiani, un servizio che non ha bisogno di alzare la voce. In un’epoca che spesso premia il nuovo, il Connaught dimostra che anche la continuità può essere una forma di innovazione.

E poi c’è Sips, a Barcellona, sedicesimo. Simone Caporale e Marc Álvarez hanno costruito un bar in cui la tecnica non è mai soltanto tecnica. Il banco centrale elimina la distanza tra chi prepara e chi beve; Esencia, il piccolo bar dentro il bar, porta il concetto ancora più avanti. È un luogo in cui il cocktail può assumere la complessità di un piatto, senza perdere la sua natura conviviale.

Subito dopo, al diciassettesimo posto, Paradiso. Dieci anni di vita e ancora la capacità di stupire. La porta nascosta dentro il negozio di pastrami, l’ambiente curvo, la teatralità, i cocktail che continuano a giocare con la percezione. Quest’anno arriva anche il Rémy Martin Legend of the List Award: un riconoscimento che sembra particolarmente appropriato per un indirizzo che ha già conosciuto il vertice mondiale e che continua a reinventarsi senza perdere il proprio carattere.

Ad Atene, invece, The Bar in Front of the Bar arriva al diciannovesimo posto e conquista il Nikka Highest Climber Award dopo essere salito di ben 28 posizioni. È uno dei movimenti più interessanti dell’intera classifica. Nato quasi per caso come estensione temporanea di un bar chiuso per lavori, oggi vive su due livelli: dentro, un cocktail bar più strutturato; fuori, un banco sulla strada dove il bere torna a essere spontaneo, quotidiano, quasi urbano.

È forse uno dei segnali più chiari della classifica di quest’anno: la qualità non coincide necessariamente con la distanza dal mondo reale.

A Bangkok, il BKK Social Club, trentesimo, continua a lavorare su quella contaminazione fra Buenos Aires e Thailandia che ne ha definito l’identità. A Città del Messico, Tlecān, quarantasettesimo, porta invece il mondo dell’agave dentro un ambiente intimo e fisico, dove mezcal, bacanora, pox e raicilla diventano strumenti per raccontare una cultura prima ancora che ingredienti per un cocktail.

Sono bar molto diversi fra loro. Ed è proprio questo il punto.

La classifica non sembra cercare più un unico modello di perfezione.

E L’ITALIA?

Per l’Italia il risultato è importante, anche se forse non nel modo più ovvio.

Oltre a Moebius al secondo posto, Locale Firenze entra al numero 33, confermando la capacità italiana di costruire un cocktail bar contemporaneo senza cancellare il luogo in cui si trova. Locale nasce dentro un palazzo rinascimentale, tra affreschi, pietra, scale e stanze che appartengono a una storia molto più antica del cocktail stesso. Il lavoro di Fabio Fanni riesce a portare tecniche contemporanee e attenzione allo spreco dentro un contesto che non ha bisogno di essere trasformato per sembrare internazionale.

E poi ci sono gli altri quattro indirizzi italiani nella fascia 51-100: Freni e Frizioni a Roma al n.62, Gucci Giardino a Firenze al n.91, Drink Kong a Roma al n.92 e 1930 a Milano al n.94. Sei bar italiani nella classifica estesa. Una presenza che, letta insieme al secondo posto di Moebius e al riconoscimento europeo, dice qualcosa di preciso: il nostro modo di intendere l’ospitalità continua ad avere un peso internazionale, ma sta imparando a parlare una lingua sempre più contemporanea.

PRIMA DELLA CERIMONIA, LA CITTÀ ERA GIÀ IN FESTA

Il vero racconto di questa edizione, però, è cominciato prima del Palazzo del Ghiaccio.

Milano ha vissuto una settimana in cui il guest shift è diventato quasi una forma di diplomazia. Si entrava in un bar e ci si ritrovava davanti a un pezzo di Bangkok, Shanghai, Singapore, Guangzhou, New York o Cartagena.

Al Camparino in Galleria, luogo che più di altri rappresenta la memoria dell’aperitivo milanese, il programma ha scelto di guardare a Oriente e Occidente. La sera del 5 ottobre, A Night East ha riunito Palm Muttarattana di Dry Wave da Bangkok, Joash Conceicao di Offtrack da Singapore e Dre Yang di Pony Up da Shanghai. Il giorno successivo, A Night West ha spostato il baricentro verso le Americhe con James Grant di Library Bar, Nicolas Torres di True Laurel, Oscar Valle di Tonana e Will Patton di Press Club.

Tre bartender, tre città, tre modi diversi di stare dietro a un bancone. Non una semplice successione di guest, ma una piccola fotografia della direzione internazionale del bere contemporaneo.

E in Sala Gaspare il discorso si è fatto ancora più professionale, con gli appuntamenti dedicati a chi il bar lo vive dall’altra parte del banco: conoscenza, tecnica, ricerca, confronto.

A LOM Dopolavoro, invece, Line Athens ha costruito una vera residenza dal 5 al 7 ottobre insieme a Three Cents e Coqtail. Highball, fermentazioni, conservazione degli ingredienti, riduzione degli sprechi. E poi workshop, podcast e, il 7 ottobre, l’incontro che ha riunito Line Athens, Sip & Guzzle di New York e Hope & Sesame di Guangzhou prima della cerimonia.

È difficile immaginare un modo più efficace per raccontare la contemporaneità del bar: tre continenti, tre filosofie, un unico banco.

IL MANDARIN E L’OSPITALITÀ COME LINGUAGGIO

Al Mandarin Oriental, lunedì 5 ottobre, la serata Welcome to the Garden ha scelto invece una strada più intima.

Il nuovo numero di Coqtail, dedicato ai bar d’hotel, è stato presentato al Mandarin Garden in un contesto in cui il cocktail non era separato dall’ospitalità, ma ne rappresentava quasi la naturale estensione.

Guglielmo Miriello, direttore del Mandarin Garden, e Gaetano Ascone hanno lavorato dietro al banco; Miriello ha riproposto il suo French 75, un classico che accompagna il suo percorso da oltre vent’anni. In abbinamento, la cucina di Antonio Guida e una selezione musicale affidata a DJ Rocco.

Una serata elegante, certo, ma soprattutto costruita attorno a una parola che nella settimana dei 50 Best è tornata continuamente: accoglienza.

Perché un grande bar può essere tecnicamente impeccabile. Ma se non sa cosa fare del tempo di chi entra, resta soltanto un bel banco.

IL GIORNO PRIMA

Il 6 ottobre Milano era ormai diventata una grande mappa impossibile da seguire interamente.

Al Four Seasons Hotel Milano, nel pomeriggio, il viaggio si è fatto ancora più esplicito. Dalle 14 alle 17, otto bar Four Seasons provenienti da altrettante città del mondo sono confluiti in via Gesù per un pomeriggio che sembrava quasi una piccola carta geografica servita al bancone.

Da Argo di Hong Kong è arrivato Jonathan Gabbay; da Avra di Atene, Nikos Tachmazis; da Virtù di Tokyo, Keith Motsi; da BKK Social Club di Bangkok, Philip Bischoff; da Fifty Mils di Città del Messico, Martina Vergari; da Bandista di Houston, Johnathan Jones; da Saikindō di Abu Dhabi, Marco Corallo. A rappresentare Milano, naturalmente, Alejandro Pellejero di Stilla, il bar di casa.

Otto Four Seasons, otto provenienze, otto modi diversi di interpretare l’ospitalità alberghiera contemporanea. Non un semplice guest shift, dunque, ma un pomeriggio costruito sul confronto: cocktail, tecniche, accenti e sensibilità che arrivavano da Hong Kong, Atene, Tokyo, Bangkok, Città del Messico, Houston e Abu Dhabi e si ritrovavano, per qualche ora, nello stesso indirizzo milanese.

Ed è forse questo il modo più efficace di leggere la settimana dei 50 Best: non come una parata di nomi, ma come una città che per qualche giorno ha permesso a mondi lontanissimi di lavorare allo stesso bancone.

A Casa Tobago, quella sera, è arrivata San José. Noche en Barrio Escalante ha riunito Otro Bar e Isolina: cocktail, cucina costaricana e vinili. Un piccolo viaggio nel quartiere di Barrio Escalante attraverso due anime diverse della stessa ospitalità. Otro Bar al bancone, Isolina in cucina, con i founder Lissa Barquero, Fernando e Manuel Crespo e lo chef José Cordero a portare a Milano un pezzo di Costa Rica. È stata una di quelle serate in cui non serviva costruire un percorso obbligato. Si poteva bere, mangiare, ascoltare musica, spostarsi. E forse era proprio questo il senso.

Anche Yapa, già da tempo impegnato a costruire un dialogo personale fra cucina e miscelazione, ha fatto parte della geografia di questi giorni. Così come MAG, Iter, Rita, Bob e Bob The Other Side, Dry e una quantità di altri indirizzi che hanno trasformato Milano in un sistema diffuso di incontri.

La città non ha semplicemente ospitato i 50 Best.

Li ha fatti entrare nelle proprie strade.

POI, IL PALAZZO DEL GHIACCIO

E infine è arrivato il 7 ottobre.

Al Palazzo del Ghiaccio, davanti a una comunità internazionale di bartender, bar owner, giornalisti e professionisti, la classifica ha rimesso ordine a quello che per giorni era stato un movimento apparentemente caotico.

Bar Leone primo.

Moebius secondo.

Alquímico terzo.

Bar Us quarto.

Line quinto.

Ma dietro i numeri si leggono altre storie.

Alquímico, terzo, riceve il Michter’s Art of Hospitality Award. Line, quinto, conquista il Ketel One Sustainable Bar Award. Bar Mauro, decimo, è la Highest New Entry. Schmuck, undicesimo, vince il Three Cents Best New Opening Award. Panda & Sons riceve il Siete Misterios Best Cocktail Menu Award. Saikindō, ad Abu Dhabi, viene premiato per il design. Three Horses di Melbourne è il One to Watch.

E poi Shingo Gokan, che riceve il Roku Industry Icon Award.

Un premio che sembra quasi chiudere il cerchio di questa edizione: un bartender che ha attraversato Shanghai, Tokyo e New York, costruendo luoghi diversi ma sempre riconoscibili, in una classifica che quest’anno ha parlato soprattutto di connessioni.

IL BAR NON È PIÙ SOLTANTO UN BAR

Forse è questo il dato più interessante lasciato da Milano.

I 50 Best continuano naturalmente a essere una classifica. I numeri contano, i salti di posizione fanno notizia, i premi alimentano reputazioni e itinerari.

Ma per una settimana la cosa più evidente è stata un’altra.

Il bar contemporaneo non è più soltanto il luogo dove si beve un cocktail.

È cucina, musica, design, cultura, memoria, tecnica, ricerca. È un modo di raccontare una città e, sempre più spesso, di farne incontrare due. È il punto in cui un bartender di Shanghai può parlare con uno di Milano, un team di San José può portare il proprio ascolto a Casa Tobago, Atene può installarsi per tre giorni a LOM e Hong Kong può arrivare sul tetto del mondo con un’idea nata, quasi paradossalmente, dalla nostalgia per un bar di quartiere romano.

Bar Leone resta primo perché forse ha capito qualcosa prima degli altri: che la complessità non è necessariamente ciò che rende memorabile un’esperienza.

A volte basta un buon drink.

Un posto in cui tornare.

Qualcuno che sappia accoglierti.

E una città disposta, per qualche giorno, ad aprire tutti i suoi banconi al mondo.