Piuma Brush, lo spazzolino di design esposto al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano

Piuma è il nuovo spazzolino che unisce la necessità dell’igiene orale alla praticità e al design; è l’evoluzione del mondo dell’estetica in fatto di spazzolini tanto da aggiudicarsi una serie di riconoscimenti internazionali. Il più importante è la menzione d’onore alla XXVI edizione del Compasso d’Oro, la competizione più ambita per chi opera nel mondo del design (esiste dal 1954). Piuma Brush ha anche ottenuto il premio al Product Design Red Dot Award 2019 per forza dell’innovazione, della funzionalità, qualità formale, longevità ed ergonomia
Considerato alla stregua di un accessorio d’arredo, lo spazzolino Piuma è esposto al Museo della Scienza e della tecnologia di Milano, parte della selezione di Adi (Associazione Disegno Industriale).

Un prodotto d’uso quotidiano che risponde anche al bisogno di bellezza estetica; il coprisetole lo protegge durante il trasporto e ad ogni fine uso, permette inoltre lo scolo dell’acqua così da garantirne l’asciugatura ed evitare residui sporchi. E’ composto da materiale innovativo, il GRAVI-TECH by Polyone, un tecnopolimero che integra al suo interno particelle minerali in grado di rendere la base dello spazzolino più stabile, sicura e durevole. Sono materiali completamente riciclabili e le setole sono in Tynex, la migliore qualità disponibile sul mercato; vengono trattate più volte per ottenere punte stondate senza provocare danni collaterali.



Il lato posteriore delle setole possiede delle micro palline concepite per effettuare un massaggio delicato alla lingua, pulendola e regalando un alito più fresco. La base, oltre ad essere solida e stabile, presenta un mini calendario, un sistema unico al mondo brevettato per impostare la durata predefinita delle setole e ricordarci quando è il momento di sostituirle. 

L’azienda, che ha come obiettivo quello di creare un ecosistema dove igiene orale e design si fondono, ha proposto un dentifricio anticarie da 75 ml in confezione dotata di tecnologia airless, dove una pompetta spinge il contenuto verso l’esterno bloccando l’entrata di aria che tendenzialmente andrebbe a seccare il prodotto e riduce gli sprechi. 

Piuma Brush è disponibile sul sito Piuma Care

Marai de Marai Extra Dry, l’eccellenza della spumantistica italiana

Da Guia, località nel cuore del Valdobbiadene DOGC, il marchio della famiglia Biasiotto specializzato in bollicine italiane d’alta gamma propone Marai de Marai Extra Dry

Marai de Marai è un vino storico dell’Azienda, sempre piacevolmente attuale. Nato circa 25 anni fa da un’antica ricetta di famiglia, esattamente da mano del nonno Giò, prodotto da un sapiente “dosaggio” di uve autoctone delle colline trevigiane, racchiude in sé tutto l’attaccamento al territorio ed alle sue tradizioni, valorizzate da quella ricerca costante e dalla continua cura per il dettaglio che rendono così pregiate le etichette Foss Marai. 

Marai de Marai rientra appunto in una categoria di spumanti di particolare pregio chiamato “club dei saggi“: bottiglie che raccontano una storia fatta di amore, passione e radici antiche. 

Nella versione Extra Dry, fruttato, leggero, di facile bevuta, elegante e versatile, Marai de Marai servito alla giusta temperatura è perfetto per l’aperitivo ma adatto ad ogni momento della giornata. Gusto delicato, fresco e vivace, Marai de Marai è ancora più accattivante grazie al design unico e raffinato della bottiglia millerighe Foss Marai, un’etichetta nera su cui spiccano dettagli gold, simbolo di esclusività e ricercatezza. 

Il colore è giallo paglierino luminoso, dal perlage fine e persistente, al naso esprime profumi fruttati e la chiusura è fresca e pulita. Ricordiamo che l’azienda vinicola è uno dei nostri fiori all’occhiello, è l’eccellenza italiana nella produzione di spumantistica, particolarità la fase di fermentazione, che avviene a temperatura controllata e con lieviti autoctoni e indigeni (ne abbiamo parlato in un articolo precedente qui) e una fase di presa di spuma della durata di 25-30 giorni secondo il metodo Martinotti (o Charmat). 

“Esoscheletro distopico”, il romanzo di genere di Giuseppe Foderaro

Assistiamo in questo libro a due evoluzioni: quella della storia dell’uomo e quella del protagonista, Giulio Ferraro, ricercatore universitario con il sogno di diventare archeologo. 

Esoscheletro distopico” è un libro diagramma di flusso, inizia in una piccola aula universitaria e si espande in infinite informazioni che si immettono con collegamenti, a cui si aggiugono blocchi e ragionamenti. Qui il lettore curioso ha da divertirsi, perchè la storia del libro non è solo la storia di un giovane sognatore, ma la storia dell’umanità intera. 

Giuseppe Foderaroautore di “Esoscheletro distopico”, ha dato vita alla sua grande passione, quella per la scienza; attraverso i dialoghi dei protagonisti (che sappiamo come essere vestiti; conosciamo i loro feticismi, come la visione dello sciogliersi di trecce di una fanciulla; le loro abitudini, la lista della spesa sempre dimenticata alla calamita del frigo) assistiamo al quesito più antico del mondo: da dove veniamo? 
In un romanzo che porta in sé saggistica, avventura e giornalismo d’inchiesta, Giuseppe Foderaro ci regala una serie di informazioni che parlano di noi, dei nostri antenati, di paleontropologia. 

“Siamo figli di una ibridazione tra Sapiens e ominidi usciti dalla loro terra africana; l’Asia è probabilmente la culla dell’umanità; siamo un popolo evoluto dal punto di vista biologico ed involuto culturalmente; la nostra laringe nei primi due anni di vita è posizionata in alto per permettere ai neonati di poppare senza strozzarsi, come succede per i mammiferi che possono mangiare e respirare allo stesso tempo” sono solo alcune delle ricerche scientifiche che l’autore riporta e che ci invogliano a cercare e cercare, Google alla mano, come dei veri e propri archeologi in tutta comodità sul divano di casa. 

“Esoscheletro distopico” ci presenta la risposta all’antica domanda, si arricchisce di colorate similitudini, di descrizioni tecniche e cristalline, di personaggi su cui fare il tifo, come il protagonista, il giovane Giulio che ci accompagna, mano nella mano, in questo lungo viaggio all’indietro, lungo duecentomila anni. 

Giuseppe dove hai fatto ricerca per la stesura del romanzo?

Ho consumato tutti i testi della Facoltà di Archeologia e culture del Mondo Antico dell’Alma Mater di Bologna, e altri testi della Sapienza di Roma, oltre che le riviste scientifiche come Nature e Science.

Quanto c’è di vero e quanto di inventato nel romanzo? 

È tutto vero. Sull’esito delle ricerche finali ho mixato un’insieme di teorie, visto che la storia dell’evoluzione è ancora tutta in divenire. Ho finito di scrivere il romanzo alla fine del 2017 e consegnato il manoscritto a Mursia, la casa editrice, a maggio 2018, fino ad allora si pensava che i Sapiens si fossero sviluppati soltanto nel Corno d’Africa 150mila anni fa e avessero lasciato l’Africa per l’Eurasia 60mila anni fa. Soltanto dopo le nuove ricerche hanno stabilito che i Sapiens si siano sviluppati in Africa molto prima (315/320mila anni fa), e non solo nel Corno d’Africa (Africa orientale), bensì un po’ in tutto il continente e che abbiano lasciato l’Africa 200mila anni fa.

In particolare, i Sapiens da cui deriviamo noi, quelli più evoluti, hanno lasciato l’Africa 135mila anni fa, a seguito della Glaciazione Wurm (nel Pleistocene). Ma le teorie raccontate nel mio romanzo sono quelle in voga nel 2017.

“Esoscheletro distopico”, il romanzo di genere di Giuseppe Foderaro edito da Mursia 

Da dove arriva questa passione per la paleontropologia? 

Deriva dalla domanda che un po’ tutti ci poniamo: come siamo arrivati fin qui? Ed è vero che ci siamo evoluti, visto lo scenario mondiale in cui ci troviamo calati, nostro malgrado?
La mia risposta è che ci siamo evoluti più a livello biologico che culturale.

L’antropocentrismo, il narcisismo dell’uomo, è tale che gli esseri viventi vengono ancora classificati secondo una scala che vede l’uomo occupare le posizioni più elevate, ma è una forzatura. Noi ci sopravvalutiamo. L’uomo non è più evoluto di una carota o di un batterio; tutti gli organismi viventi sono la manifestazione di un processo evolutivo cominciato circa 4miliardi di anni fa, con la nascita della Terra.

Perché non ci siamo evoluti culturalmente?

Perché la nostra ambizione ci porta a modificare gli ecosistemi a discapito di tutto il resto. Non sappiamo vivere in simbiosi con la natura (cosa che invece facevano i Neanderthal).

Anziché La Sapienza, che ci fa chiamare Homo Sapiens, noi abbiamo un’altra peculiarità che è la narratività, ovvero la capacità di strutturare le storie. E questa cosa ci ha sempre salvati.
Nel ‘67 un etnologo tedesco (Kurt Ranke) ha coniato il termine Homo Narrans, proprio perché è attraverso le storie che noi impariamo il mondo; se non trasmetti ad altri le tue conoscenze sei morto. E l’essere umano ovunque vada lascia un segno.
Per tutto il resto, il nostro desiderio di incrementare la demografia e l’economia in maniera selvaggia e incontrollata sta distruggendo il mondo, i suoi ecosistemi, il clima, ecc.

Cosa c’è di te nei personaggi che hai descritto?

L’amore per la scienza.
La scienza a volte può rivelarsi quasi poetica, quando ti fa ben sperare in un futuro migliore. 
Perché le risposte le troviamo lì, ed è nel sogno di volerle cercare quelle risposte che immagino un mondo diverso domani

Poetica come le storie delle Sacre Scritture?

Io sono credente, ma per un mio retaggio culturale/familiare. Per un imprinting più che per una convinzione. Credo che le sacre scritture siano più che altro i testi scientifici, quelli seri e comprovati.
Dobbiamo continuare a meravigliarci e a viaggiare ed esplorare senza aspettare un deus ex machina che ci risolva i problemi.

Quindi il paragone che fai nel romanzo tra sacre scritture e scienza non è un tuo pensiero, lo affibbi al personaggio



Sì, io cerco sempre di astrarmi quanto possibile da ciò che scrivo, anche se poi ciò avviene solo in parte, per forza di cose. Ma i miei personaggi pensano e agiscono in maniera autonoma.
Io nonostante tutto credo ancora nell’essenza del genere umano (e molto meno nei suoi comportamenti).

L’uomo tutt’oggi pensa poco e male. E questa è una rovina. Molti credono che i nostri cervelli si siano evoluti per aumentare il cosiddetto ragionamento astratto (pianificare le cose, organizzare concetti, produrre nuove informazioni). In realtà la natura ha fatto crescere i nostri cervelli non per pensare (e questo spiega l’arcano!), bensì per far fronte a maggiori capacità socialiper farci vivere in gruppi sempre più grandi.
E vivere in gruppi sempre più grandi è una vera impresa (competizioni e lotte necessitano di forti abilità sociali); quindi siamo più strateghi, al massimo, che pensatori.
È tutta una questione di sopravvivenza, e di prevalenza in un gruppo sociale.

  • “Esoscheletro distopico” : 250 pagine
  • Editore : Ugo Mursia Editore (27 agosto 2020)
  • In libreria, qui su Amazon

“Ri-scatti”, prostitute raccontano la loro vita di strada


RI-SCATTI: PER LE STRADE MERCENARIE DEL SESSO – LA MOSTRA FOTOGRAFICA AL PAC DI MILANO


Se ne parla ma mai abbastanza e soprattutto ci sono ancora moltissime zone d’ombra perchè paura e delinquenza cercano di occultare: è la prostituzione di strada, rappresentata al Pac di Milano con la mostra “ RI-SCATTI”. 
All’Associazione Lule Onlus che opera da più di vent’anni in aiuto alle vittime della tratta di esseri umani a scopo sessuale, verrà devoluto il ricavato della vendita di foto, in esposizione fino al 25 ottobre 2020; “Ri-scatti: per le strade mercenarie del sesso”, vuole far luce su una realtà disperata e indicibile presente nell’area metropolitana di Milano, dove ragazze straniere sono schiave obbligate a vendere il proprio corpo per potersi guadagnare da vivere. 



Sette tra queste donne, tre rumene, due nigeriane e due transgender peruviane, si sono prestate ad un workshop di fotografia notturno tenuto in un camper, per poter dar vita ad un racconto di immagini che è quotidianità, disperazione, orrore, solitudine e rassegnazione. Sono scene di vita quotidiana, la strada poco illuminata che è il luogo di lavoro, la piazzola che si paga 4000 euro, spese aggiunte al viaggio e al traghettatore (2000 euro + 400); oltre a quelle per vitto e alloggio (circa 1000 da dare allo sfruttatore), e 40 euro al giorno per il passaggio di andata e ritorno da casa alla piazzola, scortate come fossero assassini, controllate a vista da mane a sera. Un debito enorme da cui non ci si separa più, delle manette per la vita, infilate molto spesso dagli stessi fidanzati, uomini che le raggirano con false speranze, con la promessa di elevare il loro stile di vita e di risolvere i problemi economici che hanno al loro paese, luogo dove probabilmente hanno lasciato figli e famiglia. 

Hanno dai 19 ai 50 anni, vivono nell’hinterland milanese con mezzi da robivecchi, i bagni colmi di prodotti di bellezza acquistati al discount, saponi e shampi per levar via la memoria di dosso; nelle stanze i peluche della loro infanzia, unico legame con un mondo genuino e pulito che non hanno più, forse quei pupazzi di pelo sono il vero simbolo di speranza che hanno, più della Sacra Bibbia che tengono dentro al comodino

La cucina è un momento sacro, possono fare davvero quello che a loro piace e cioè cucinare le ricette della loro terra; dalle foto riconosciamo chi viene dall’Africa e chi dall’Est a seconda degli ingredienti che usano, chi carne e chi zenzero, chi aromi e chi spezie; ma in tutte rimane la rabbia verso l’uomo, questo essere ambiguo un po’ carne e un po’ bestia, e la loro rivalsa la vediamo rappresentata in una banana tagliata a pezzetti, chiaro simbolo di evirazione. 



Anche i polli squartati e lasciati alla camera a “gambe aperte” raccontano il loro dolore, carne da macello pronta ad essere usata, picchiata, abusata e buttata via; sono donne lacerate e traumatizzate quelle che si raccontano, hanno il coraggio di andare avanti perchè dall’altra parte del mondo hanno lasciato un pezzo di cuore, i loro figli, è solo questo che le aiuta a sperare che un giorno ce la faranno e torneranno da loro ad amare la vita e riconciliarsi con loro stesse.



I numeri che escono da questo progetto sono impressionanti e vale la pena citarli: sono 9 milioni i clienti in Italia, 1 su 3 chiede prostitute di strada; l’80% di loro chiede di non usare il preservativo e il 43% tra questi ottiene risposta affermativa. Il 12% delle prostitute è sieropositiva; il costo medio di una prestazione sessuale per nigeriane è di 15/20 euro e di 30 euro per le donne dell’Est; i clienti italiani sono il 35%, preceduti dagli spagnoli 39%, seguiti da svizzeri 19%, austriaci 15%, olandesi 14%, svedesi 13%. 

Il reclutamento di queste donne avviene nel loro paese, adescate da un medio lungo corteggiamento, lo sfruttatore si finge fidanzato intento ad aiutarle e preoccupato per il futuro di entrambe; iniziano così una serie di richieste che prevedono lo sfruttamento e la vendita del corpo dietro regole ferree e codici consuetudinari che portano la donna ad uno stato totale di sottomissione. Nell’organizzazione del racket ROM questi uomini reinvestono i proventi delle attività illecite nella droga e nel traffico di armi. 

Inutile dire quanto sia importante far luce su questo argomento, ancora circondato da macchie scure; ricordiamo che lo sfruttamento della prostituzione è un reato disciplinato dalla legge n. 75 del 1958 e che il sistema italiano in aiuto alle vittime di tratta è considerato come un esempio da seguire a livello internazionale; ma i numeri non tendono a diminuire. 

La mostra del PAC, curata dal conservatore Diego Sileo, ha un risvolto charity e ha messo un seme a sostegno delle vittime di strada, su un terreno che speriamo, un giorno, possa far nascere solo cose belle.

Artigianalità e sostegno, i brand da non perdere

C.a.p.a.f.
Tra i primi in Italia a creare borse in rafia e vimini quando ancora il design non li aveva eletti protagonisti con la sedia dei ’70, l’azienda C.a.p.a.f. utilizzava materiali naturali per creare delle elegantissime borsette fatte a mano già dal ’46.
Oggi quei modelli sono diventati delle icone del marchio, che da allora ha implementato la sua collezione per forme e abbinamenti materici differenti. Midollino, rafia, vimini, cotone ritorto, juta, lana e pelle al servizio delle mani esperte di Giuliano Bonechi, che con sua moglie segue le orme del padre fondatore di C.a.p.a.f., già allora creatore di secchielli ultra moderni, cestini con manici rigidi e clutch dalle preziose chiusure a gioielli, un innovatore avanti con i tempi.

C.a.p.a.f.

Fabio Rusconi
Dalla città dei grandi artigiani, Firenze, arriva anche il brand Fabio Rusconi, il connubio equilibrato tra gusto, qualità e tendenza.
Le scarpe di Fabio Rusconi fanno del suo punto forte l’eccellenza dei materiali, che conferiscono alla scarpa una calzata comoda e duratura nel tempo. Sono accessori per donne femminili e alternative, che sposano l’originalità al classicismo, la storia alla modernità.
Must have della stagione Primavera Estate 2021 la stringata in pelle morbida con tacco basso e punta quadrata, un po’ collegiale un po’ Mary Poppins.

Fabio Rusconi

Maison Flaneur

Indossarla è come abbracciare la propria nonna, mentre è intenta a fare la maglia; Maison Flaneur ha il sapore della memoria, della tradizione e delle cose fatte bene, è l’azienda veneta diretta da Valeria Cremonese.
Non c’è capo che non porti con se’ l’orgoglio dei processi di cento anni fa, quello dei filati su telai manuali e del metodo senza cuciture, chiamato oggi seamless.
Quando il maglione è una seconda pelle.

Maison Flaneur

Roberto Collina
Se esiste il re delle fibre nobili, quello è Roberto Collina, brand che già nei ’50 si distinse per la specializzazione nella produzione di maglieria di qualità, oltre che per lo spiccato senso imprenditoriale. Made in Italy ma venduto in tutto il mondo, Roberto Collina regala capi unici in mohair, cashmere, angora, alpaca, cammello, lana merinos super lingh, seta, ice-cotton. Insomma ce n’è per tutti i gusti e tutte le tasche.

Roberto Collina

Gilberto Calzolari 
Gilberto Calzolari è sempre in prima linea quando si tratta di eco-sostenibilità, ecco perchè ogni collezione rispetta l’ambiente senza tralasciare la poeticità che la contraddistingue. Così la sua persona, così i suoi abiti, Gilberto Calzolari è idea e valore, è moda e green, è rispetto e anticonvenzionalità.

Gilberto Calzolari

Made For A Woman
Moltissimi paesi nel mondo vivono ancora situazioni di grave disagio economico, sociale e politico; tra questi purtroppo c’è anche il Madagascar, dove però non mancano le donne combattive che da lì hanno preso sangue e cuore, e che hanno voglia di lottare e aiutare e far sapere al mondo di quanto bisogno c’è nel far luce a questo disagio.
Made For A Woman di Eileen Akbaraly è il brand portavoce di un piccolo gruppo di donne che vivono un presente vulnerabile, ma che con l’aiuto di chi utilizza la moda può sperare in un futuro migliore. Sono lavoratrici che producono a mano delle bellissime borse in rafia (e cappelli) con pigmenti naturali, sono donne che attraverso il lavoro sentono di essere utili acquistando autostima e quel sorriso che cambia la giornata. La fondatrice del brand è attiva nel paese con programmi educativi e di empowerment. E’ davvero il caso di dire che le donne hanno una marcia in più.

Made For A Woman di Eileen Akbaraly

Ratched, la serie tv più ambigua di Netflix

Siamo in una California impacchettata degli anni ’40, con i divanetti dei bar color verde menta, le donne dalle acconciature morbide e ondulate che le fanno sembrare delle docili mogliettine, gli abiti casti con i fiorellini e gli eleganti cappelli bon ton. Persino l’ospedale psichiatrico dove si svolge tutta la storia ha qualcosa di perfidamente perfetto, troppo per essere una gabbia di matti: nessuno strilla o corre per i corridoi, le siringhe non vengono lanciate a fiondate come si vede negli altri film del genere, le infermiere sorridono e dispensano favori…di ogni genere. Ratched, la serie di Netflix in onda dal 18 settembre cattura subito l’attenzione per questa sua ambiguità, che si sposa perfettamente alla protagonista Mildred Ratched, l’infermiera che si ispira allo stesso personaggio di Qualcuno volò sul nido del cuculo.



Tanto dolci sono i suoi occhi, sempre bagnati e velati da una misteriosa nota nostalgica, mesta tristezza, che si fatica a crederla parte dei cattivi, eppure l’infermiera dimostrerà, puntata per puntata (sono otto totali) di essere protetta da una barriera molto alta che la separa da ogni sentimentalismo o compassione, da ogni essere umano fuorché uno, suo fratello Edmund Tolleson, internato nella clinica perchè colpevole di una strage omicida di quattro preti.

Sarà Mildred a pianificare la salvezza del fratellino, stretta nei suoi abiti pastello sartoriali, nei guanti ton sur ton e in quei fili di perle che ci si chiede come un’infermiera possa cambiarsi d’abito così spesso come fosse un’illusionista. Poco credibile ma la costumista meriterebbe un Oscar!



I colori della fotografia sono accessi e talvolta fluorescenti, si accendono come la pazzia nella mente dei malati, talvolta fastidiosi come un neon accecante, come quello che illumina le esecuzioni macabre del dottor Hanover, il direttore della Clinica di Salute Mentale di Lucia. Sono pratiche sperimentali contro la follia, sono la lobotomia transorbitale e l’idroterapia, che consiste nel trasferimento del corpo del paziente da una vasca piena d’acqua a 48° a un’altra ghiacciata, un’ustione dentro un’altra ustione, metodi che in alcuni casi affascinano la sadica infermiera e in taluni la ripugnano, lasciandoci così il dubbio sulla sua vera personalità.



Agghindata come una moderna Crudelia De Mon, la ricchissima ereditiera Lenore Osgood interpretata da Sharon Stone è una donna in cerca di vendetta, la pelle bianca come il suo caschetto, una scimmietta come sua più alleata compagna e un figlio privo degli arti che è legato da un filo rosso al dottore sperimentatore. Personaggio estremamente affascinante, peccato gli si abbia dato poco sfogo e nessun approfondimento psicologico.



Difficile invece strapparsi di dosso i panni di Miranda in “Sex and the city“, Cynthia Nixon con la sua Gwendolyn Briggs inscena l’assistente del candidato Governatore della California, una donna emancipata e avanti con i tempi, lesbica e senza paura di nasconderlo corteggerà la silenziosa Mildred. Noi ce la immaginiamo ancora avvocato e con bimbi ai tempi della poppata, impacciata nella sua ex storia con l’occhialuto piccoletto, qui invece è decisamente più intraprendente.

La fine della prima serie è palesemente l’inizio di una seconda; e allora vi lascio allo stridio dei violini alla sigla iniziale, godetevi il rumore.

La dipendenza da Paola Bonacina

PAOLA BONACINA – COLLEZIONE SPRING SUMMER 2021

Se esistesse un vocabolario della moda dedicato alle bag, alla parola femminilità ci sarebbe Paola Bonacina, brand di borse dalla produzione Made in Italy.

Ad ogni collezione rinnova quel tocco vezzoso e insieme elegante che è il suo tratto distintivo; le linee per questa stagione, la Primavera Estate 2021, sono essenziali ma arricchite da tessuti preziosi: abbiamo la seta cangiante, declinata in verde menta, pink, giallo, black e verde smeraldo. La fibbia è circolare e ricca di strass, una perfetta forma media adatta per una serata speciale o per regalare un tocco glamour al più semplice dei look.

Il successo della chiusura ad orologio con combinazione delle precedenti collezioni, torna anche quest’anno, sulle forme classiche e sempre moderne, con tracolle a catena gold.

I pellami sono il punto di forza del brand Paola Bonacina, che inserisce la novità della biscia d’acqua nella linea Black and White, dove la clutch fa da padrona. Forza e carattere per questo bianco e nero evergreen, seducente e grintosa e adatta a tutte le ore del giorno.



Ma la bellezza non finisce qui, dentro, come un goloso dolce che da’ soddisfazioni nel cuore del cioccolato, le borse Paola Bonacina sono completamente foderate e presentano l’etichetta gold del marchio. Ogni dettaglio è pensato ed è rifinito sartorialmente, nulla è lasciato al caso, tutti gli accessori diventano importanti e unici.

Una volta indossata una bag Paola Bonacina si avrà la sensazione di aver trovato finalmente un capo must have, come succede per una bella camicia, quella giacca che vi calza a pennello o per quel vostro jeans preferito. E non vorrete più farne a meno!



FOREO UFO2, LA SPA A CASA TUA

Si fa strada sempre più l’esigenza di ritagliarsi del tempo nella beauty routine; curare il proprio corpo diventa un rito quotidiano che ha a che fare con il benessere e non solo con la bellezza. A questa esigenza risponde FOREO con un apparecchio rivoluzionario, UFO2, rivoluzionario perchè tiene in considerazione la richiesta ma anche il problema del tempo, e offre a questo proposito l’innovazione di un trattamento da spa in 90 secondi. Ebbene, 90 secondi, una formula di “Power Beauty” che lo smart device UFO2 regala per la gioia di tutte le donne che hanno poco tempo a disposizione ma esigono massimi risultati.

L’ultima innovazione svedese si presenta come un piccolo disco di design, pezzo anche piacevole da mostrare come accessorio nel nostro bagno, che dona, attraverso una tecnologia di altissimi livelli, una lucentezza immediata alla nostra pelle, già al primo trattamento.


Tramite la tecnologia Hyper-Infusion, termoterapia e crioterapia, la luce Led a spettro completo formato da 8 colori diversi, e le pulsazioni T-Sonic TM, UFO2 potenza esponenzialmente l’efficacia di una maschera viso, portando il calore, gli effetti e le termodinamiche di una skincare da centro benessere. Sembrava impossibile e invece FOREO ha fatto centro un’altra volta, dopo la creazione del primo dispositivo di successo UFO.



UFO2 si collega all’App che vi seguirà passo passo dandovi consigli di utilizzo; le maschere apposite riportano sulla confezione la scritta Power Activated Mask, e si diversificano per esigenze di pelle e di giornata (night and day).

Con movimenti circolari che attraversano tutto il viso, UFO2 inizierà a scaldarsi grazie all’effetto termoterapico, le pulsazioni T-Sonic aiuteranno il prodotto all’assorbimento in profondità regalandovi un leggero massaggio facciale.
Per le più esigenti FOREO ha lanciato una linea di ingredienti luxury e nutrienti, la Farm To Face Collection e la Caviar Fusion, l’unione del caviale all’oro 24 carati per un effetto antiaging.

A sottolineare il successo di UFO2, Victoria Beckam che in passerella decide di preparare la pelle delle modelle in backstage con il dispositivo FOREO, nella Fashion Week di Londra e New York; così come la guru del make up Huda Kattan con i suoi 47 milioni di follower.

La spa a portata di mano oggi non è più utopia, FOREO UFO2 è ergonomico e sta in un palmo, permettendo così con facilità l’applicazione delle maschere; prima di un evento speciale o dopo la pulizia al viso quotidiana, una maschera per la notte sarà una piccola coccola a cui non vorrete più rinunciare; la pelle risulterà più morbida e subito più sana dopo soli 90 secondi!

Lamazuna, il brand di cosmesi eco-solidale

Si può cambiare il mondo? Lamazuna dice di sì, e si impegna con piccoli grandi passi come quelli fatti da chi inizia a dar voce a quello che è grido di sofferenza della natura, che giorno dopo giorno ci sta chiedendo “aiuto”.


Lamazuna è il brand che vuole educare le persone a rispettare l’ambiente, gli animali, la società di produzione cosmetica che quotidianamente lotta contro lo spreco e lo sfruttamento animale e che offre prodotti vegani dalla lista “green”.



Deodorante, dentifricio, burro corpo, shampoo e balsamo solidi, Lamazuna utilizza ingredienti naturali al 100% ed è leader della cosmetica solida in Francia.
Il marchio nasce da un’idea di Laëtitia Van de Walle, nel 2010, speranzosa di portare un esempio nobile e coltivare un piccolo seme che avrebbe dato grandi frutti. Riesce certamente nell’intento dato che ad oggi la società conta ben 50 dipendenti impegnati nella lotta etica a favore dell’ambiente; da Parigi la sede si è spostata a Marchese, nel Drome, dove lavora in un edificio eco-sostenibile. Da quello che fu il prodotto numero uno di Lamazuna, e cioè delle salviette in microfibra molto soffici per rimuovere il trucco al posto dei dischetti di cotone, oggi vanta una vasta gamma di cosmetici zero waste tra cui deodoranti e dentifrici solidi, balsamo solido organico certificato dall’etichetta COSMOS Organic, burri corpo solidi che si sciolgono al contatto con il calore, non testati su animali e certificati Cruelty Free e Vegan da PETA.



Aiutare la natura significa aiutare noi stessi a vivere in un mondo migliore, un mondo che non soffre e una natura che non si ribella, e se possiamo iniziare dalla nostra quotidianità, ciascuno di noi, ciascuna piccola goccia può diventare un oceano. Lamazuna ci invita a fare questo piccolo grande passo attraverso l’acquisto di prodotti specializzati nella soluzione zero spreco.
Sono green, sono belli, sono naturali e profumatissimi, e soprattutto sono un grande segno di generosità che voi fate anzitutto a voi stessi.



Love Lamazuna.



BVLLBAG, palle da basket a tracolla

Il primo mouse a portata di mano della storia lo si deve a Steve Jobs e alla sua Mela, quando la società inizio’ a pensare ad un oggetto di basso costo, di misure contenute, realizzando un prototipo fatto con la pallina di plastica che troviamo nei deodoranti “roll on”; l’ispirazione viene sempre osservando oggetti di uso quotidiano. Un esempio più concettuale lo abbiamo attraverso le sculture del dadaista Marcel Duchamp, con “Ruota di bicicletta”, un’opera d’arte creata da uno sgabello e una ruota, oggetti qualsiasi che vengono firmati e poi esposti al pubblico. Qualcosa di similare avviene anche nella moda, e l’oggetto in questione è una palla da basket, quelle che vediamo rimbalzare sui campi tra le gambe di omoni dalle gambe chilometriche. Che cosa può diventare una palla? Una borsa! Più che dadaista, una trasformazione utile e originale, perchè l’unico brand a realizzarlo è BALLBAG!

Come nasce l’idea di BALLBAG? 

Da un viaggio a Los Angeles, mi innamorai dei colori pink e arancione delle palle da basket e feci due buchi a cui attaccai una tracolla; la voglia di personalizzare accessori e indossare sempre dei pezzi unici ha fatto il resto: tutti per strada mi fermavano per chiedermi dove avessi comprato quella borsa, così mi sono detta “perchè non creare un’intera collezione”!? 

Quanti modelli ci sono di BALLBAG e dove acquistarli?

Sul sito www.bvllbag.com si trovano 27 modelli differenti, per colore, dimensione, stile. Ci sono le classiche palle da basket col baffo di una nota marca, ci sono quelle da football, quelle dei Lakers e di Jordan, ma anche marsupi unisex. Ciascuna è impreziosita dai dettagli in metallo gold, cerniera, fodera interna, manici e tracolla. 
Le dimensioni invece sono tre: MINI, da 15 cm di diametro per il nècessaire della donna; la SMALL di 25 cm di diametro che può contenere un cellulare, chiavi di casa, portadocumenti; la BIG di 35 cm che regala spazio anche ad una trousse rifornita. 

Le borse BALLBAG si trovano anche su depop (https://www.depop.com/bvllbag/ ) e su asos marketplace (https://marketplace.asos.com/boutique/baller-bag ), dove hanno riscontrato un vero successo di vendite sia in Italia che in tutta Europa, America Latina e Nuova Zelanda. 

Le BALLBAG sono customizzabili? 


I modelli sono tanti ma se non si trova la borsa giusta è possibile richiederla su ordinazione, come abbiamo fatto in precedenza con i modelli fatti con palloni da volley o quelli da basket dedicati alla propria squadra del cuore, come la borsa “Lakers”.

Le ballbag sono destinate alle donne che amano distinguersi, che non seguono solo mode e tendenze, ma che scelgono anche in base ai propri gusti non stereotipati.

A quale personaggio ti piacerebbe veder portare una BALLBAG? 


Winnie Harlow e la sua vitiligine, alla cantante spagnola Rosalia, a Nikita Dragun, alla make up artist transgender, alla nostra italiana Elodie, alla loro diversità.

“Spy no tsuma” (Moglie di una spia), Festival di Venezia 2020


“Spy no tsuma” (Moglie di una spia), Festival di Venezia 2020

Un commerciante giapponese di stoffe preziose vive all’occidentale, beve whisky occidentale, gira filmini amatoriali come un occidentale. Lui è Yusaku Fukuhara (Issey Takahashi) ed è sposato con Satoko (Yu Aoi), moglie devota, bimbetta cresciuta che vive un rapporto di dipendenza e adorazione nei confronti del marito. Il ritratto è quello di una famiglia borghese, lui con la passione del cinema, nel tempo libero si diverte a girare pelliccole timidamente hitchcokiane, dei noir tutto spie e casseforti; lei docile e mansueta e un amico d’infanzia segretamente innamorato di lei, sullo sfondo di una Kobe alla soglia della seconda guerra mondiale. 


Melo’ fino a metà film e con la recitazione forzata e strascicata della timida giapponesina, “Spy no tsuma” si accende nella seconda metà quando Yusaku, tornato da un viaggio in Manciuria, scopre dei documenti che provano le atrocità commesse dal governo giapponese e decide di rivelarle al mondo intero, senza aiuto alcuno, come un vero supereroe: crimini inaccettabili, prove di un Giappone nazionalista e violento. 



Il segreto che porta con sé desta sospetti nella moglie, venuta a sapere che Yusaku è tornato dal viaggio con una donna. Agli occhi di Satoko, la vera protagonista, il punto di vista scelto dal regista Kiyoshi Kurosawa, sembrerebbe un adulterio, ma il vero tradimento è quello del Giappone, della propria terra che diventa sempre più intollerante nei confronti di inglesi e americani, macchiata di sangue e vergogna. 


Spinta più dall’amore incondizionato (e immaturo forse) verso il marito, Satoko, una volta scoperta la verità, decide di fuggire e aiutarlo nella missione, adrenalinica per spirito di avventura più che per orgoglio ed etica e senso di giustizia

Si salva il finale che ha diverse chiavi di lettura (io ne ho una ma confrontandomi con i colleghi al Festival pare ce ne siano di differenti) e la fotografia impacchettata anni ’40 con i costumi pronti al confezionamento. No alla recitazione alla “Ace ventura” di Yu Aoi, a meno che sia voluta a tavolino per denigrare un certo genere femminile, lo stereotipo della moglie bellina e scema. Ma spero non sia questo il caso, che a migliorare nella recitazione c’è sempre tempo. 

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