Jack Vettriano, verità clandestine

Al Museo della Permanente di Milano, l’ultimo giorno di una mostra che racconta tutta la verità, nient’altro che la verità sul desiderio.

Jack Vettriano ha fatto un lavoro complesso con le sue opere: ci ha smascherato.
Entriamo in Galleria al Museo della Permanente (una sala troppo spoglia, una mostra troppo povera per descrivere il pathos di questo pittore, un allestimento davvero scarno) e veniamo smascherati, nudi come nei quadri di Vettriano, esposti come amanti sorpresi all’alba quando la luce del giorno rivela ciò che l’oscurità della notte aveva protetto.

È nelle coppie che passeggiano in questa sala che leggo alcune verità. Sono le stesse coppie che Vettriano ha dipinto sulla tela, ma cosa pensano davvero? Cosa prova quel visitatore, vedendo i tratti di un corpo così svelato, così sensuale, così vibrante di desiderio? Vuole essere l’amante dipinto che la sta toccando, è lui stesso il protagonista di una storia clandestina? E quella accanto a lui, che lo segue silenziosamente in queste sale, scrutandolo passivamente, è consapevole della sua colpevolezza o sta recitando per paura della verità?

Vettriano obbliga alla confessione. E la sua confessione è universale come il peccato originale, specifica come quella notte parigina in cui avete tradito o sognato di tradire, in cui avete voluto possedere con la stessa ferocia che la rispettabilità ci/vi impone di soffocare.



Mi chiedo se è nostalgia quella che sente l’anziano signore accanto a me, fotografando con ansia tutte le opere più erotiche: rimpiange gli anni in cui la giovinezza gli ha regalato occasioni che non ha colto? Oppure sta documentando ciò che non ha mai osato vivere, costruendo un archivio privato di vite parallele, quelle che Borges avrebbe chiamato “il giardino dei sentieri che si biforcano” – scelte non fatte, corpi non toccati, letti non disfatti?

La verità, credo, è che tutti siamo qui spinti dall’immedesimazione. Tutti siamo stati amanti – e tutti vivono la fantasia d’esserlo, anche solo per un istante – ciascuno desideroso di vivere quei momenti, con la stessa intensità con cui Vettriano dipinge le sue storie. Autobiografiche certo, perché se urlano con tanto ardore da un pezzo di tela, non possono che essere vere.

Ma c’è una differenza abissale tra chi lo è stato davvero e chi si limita a sognarlo. Chi è stato amante non conosce il senso di colpa conosce l’estasi, la ferocia del vivere pienamente, quella che D’Annunzio chiamava “fare della propria vita un’opera d’arte“. Chi invece vorrebbe esserlo ma non osa, vive paralizzato dall’idea del senso di colpa che avrebbe, dal giudizio che teme, dalla morale che lo imprigiona. E allora dice, mentendo a se stesso: “Certe cose succedono solo nei film, solo nei quadri, solo nelle storie degli altri”.
Vettriano apre dunque le pagine dei suoi diari, storie di amanti che non chiedono perdono. Vivono. Senza scuse. Senza “se”, senza “ma”.

La verità è che non possiamo sfuggire alla nostra vera natura, che ci inseguirà come un diavolo per il resto dei nostri giorni, fino a quando non cederemo alla carne.
Gli amanti di Vettriano, in camere d’hotel dall’infima reputazione, le donne che schioccano i reggicalze, gli uomini in fedora e doppio petto – sono l’eterno presente del desiderio, quello che Freud chiamava “Es” e che i comuni mortali chiamiamo “debolezza”, mentre per gli erotomani è e rimane l’unico vero sostanziale nutrimento.


Il pittore seduttore

Nei ritratti fotografici di Francesco Guidicini, tutto questo è palese. Vettriano ci seduce, dal modo in cui inclina la sigaretta accesa, o come guarda dritto in camera; ci confessa che tutti quegli uomini tesi nell’attesa, sono la somma delle sue avventure. Non come esercizio narcisistico, ma come testimonianza. Ecco chi sono stato, Ecco cos’ho fatto. Ecco la fame che mi ha divorato e che ho divorato a mia volta.

“Ciò che dipingo è ciò che mi muove.
Non potrei mai fare altro perchè semplicemente non posso.”
Jack Vettriano

C’è qualcosa di oscenamente coraggioso in questo, una mancanza di scuse che il mondo dell’arte contemporanea – tutto concettualismo cerebrale e distacco – non gli ha mai perdonato. Lo chiamano “popolare” nel senso meno nobile del termine. Ma è proprio questo che li terrorizza: che Vettriano non chiede permesso, non si scusa, non è come loro, fatti solo di false pruderie, costretti, per essere accettati, alla pudicizia fittizia, recitando sobrietà, ligi al dovere e alla morale comune (che poi dove cazzo sta scritto il Codice Morale?!).

Anche delle donne di Vettriano ne comprendiamo le emozioni: si preparano all’attimo rubato alla loro rispettata routine truccandosi le labbra di un rosso carminio, attendono ansiose alla finestra con la mente piena di sogni (hanno già recitato la scena che andranno a vivere, infinite volte prima di concedersi), ricompongono quella perfetta mise nascondendo le stropicciature, mentre il padre di famiglia volta loro le spalle, toccato dal senso di colpa quando la prolattina lo ha abbandonato.

Oggi è l’ultimo giorno di mostra. Domani i colpevoli torneranno alle loro vite recitate, l’uomo anziano cancellerà le foto per paura che qualcuno le trovi, il ragazzo imbarazzato si convincerà che quelle fantasie non gli appartengono, ma Vettriano resterà. Nelle fantasie che non confesserete mai, in quella parte di noi chiamata “vizio” che cercate di estirpare e che dovreste abbracciare.



(foto Pinterest)

Ristorante Villa Naj: una squadra vincente

Nel cuore dell’Oltrepò Pavese, Dario Fisichella firma una cucina che è manifesto di identità: moderna nella forma, profondamente siciliana nel gusto

La stella Michelin che illumina Villa Naj non è un caso, ma il riconoscimento di un percorso coerente dove le radici siciliane nutrono un presente autoriale e riconoscibile. Sapori decisi, potenti, che trovano equilibrio in delicate note erbose e balsamiche, tipiche del Mediterraneo, che ingentiliscono ogni piatto lasciando un ricordo indelebile.

Cenare a Villa Naj significa anche godere dello spettacolo della cucina attraverso le ampie vetrate che si affacciano in sala. Osservare Dario Fisichella e la sua brigata al lavoro è un piacere per gli occhi: gesti precisi, chirurgici, che testimoniano anni di disciplina e una visione chiara del proprio linguaggio culinario.



Il viaggio

Si apre con una tripletta cromatica che è dichiarazione d’intenti: buñuelos con varietà di funghi, spuma di pecorino milanese e crumble di tartufo nero; rosso con tartare di lampone e variazione di rapa rossa; verde con caponata di zucca e verza. Colore, geometria, territorio.
Seguono la mozzarella in carrozza con acciuga al naturale, e il cannolo di pasta brick ripieno di luganega con salsa bernese, erba cipollina e nocciola.
Il paninetto al sifone con tartare di manzo, maionese di ostrica e caviale Beluga eleva ulteriormente il registro, mentre i bottoni di pasta con crema di patate in doppia consistenza, crumble di tartufo nero, chips di patata e gel di limone ed erba cipollina mostrano la maestria tecnica nella gestione delle consistenze.

Il re della serata

Ma è il risotto che merita un capitolo a sé. Riso Isos mantecato con cremoso di topinambur, burro acido e parmigiano, impreziosito da riduzione di melograno alla base, polvere di limone nero e timo limone: un piatto che, da solo, meriterebbe la stella. Tecnica impeccabile, equilibrio perfetto tra acidità e grassezza, profondità aromatica che lascia senza fiato. È qui che si comprende appieno la maturità dello chef.

Gli spaghetti risottati con estrazione di fichi d’india, alla base anguilla cotta a bassa temperatura, parte superiore con polvere di fichi d’india disidratati e pane atturrato (che in dialetto siciliano significa abbrustolito) e finocchietto, sono il piatto sapido e deciso, dove il simbolo della sua terra fa capolino.

Il rombo a bassa temperatura su cipolla Borettana e verdure autunnali, completato da salsa di olio alla brace e zafferano, conferma la padronanza delle cotture. Il piccione in carcassa – petto cotto con le ossa per maggiore sapore, cosciotto prima a bassa temperatura poi rosolato – accompagnato da cremoso di castagna alla brace e cavolo nero (in chips e cremoso), è l’apice della serata: potenza e delicatezza in un solo piatto.

Si chiude con eleganza: pre-dessert dacquoise alla mandorla, crumble di grano arso, spuma di yogurt e sorbetto all’uva fragola.
Agrumi al naturale, gel di agrumi, cremoso di liquirizia, dischi di frolla, liquore siciliano, alla base gelato allo zafferano e granita di pompelmo. Un rinfrescante intermezzo prima della piccola pasticceria finale.

Saluto dolcissimo con il bacio di dama, tartelletta con crema pasticcera al limoncello, l’immancabile cannolo siciliano e un cioccolatino marezzato ripieno di farcia al cappuccino, dalle sembianze di una bellissima conchiglia di mare. Dolcezze che infondono calore e che ammaliano per farvi tornare.

Luca: il sommelier che racconta storie

Se Dario Fisichella governa i fornelli, Luca Giuliano Salvigni regna in sala con la sua capacità di trasformare l’abbinamento enologico in narrazione avvincente. Ogni vino porta con sé la storia del produttore, l’aneddoto che rende viva la bottiglia.

Dal Galanta di Gianluca Ruiz de Cárdenas – il milanese di origini ispaniche che negli anni ’70 fondò il Club dei Bourguignon e sognava di creare “il Dom Pérignon dell’Oltrepò” – al Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico di Montecarotto, passando per l’iconico Buttafuoco Storico di Vigna Rogolino. Ogni calice è un viaggio: dalla Malvasia di Candia aromatica di Monte delle Vigne (omaggio a Maria Callas), all’Albana “Albarara” di Tenuta Santa Lucia, fino allo Chardonnay di Tomoko Kuriyama in Borgogna.

Luca non si limita a servire vini: li fa vivere attraverso storie di produttori eccentrici, intuizioni controcorrente, passioni che diventano etichette. È questo che trasforma una cena in esperienza memorabile.

In sala, Valerio orchestra il servizio con quella gentilezza discreta che è marchio dei grandi ristoranti: presente senza essere invadente, attento senza essere oppressivo. Il tipo di professionalità che non si impara, ma si coltiva.

Villa Naj ha trovato in Dario Fisichella la sua voce, che esprime con chiarezza e carattere decisi, che si ritrovano in ogni piatto. In un’epoca di contaminazioni spesso forzate, questa coerenza è un valore raro.

Ristorante: Villa Naj – 1 Stella Michelin
Chef: Dario Fisichella
Indirizzo: Via Riccagioia, 48
27050 Torrazza Coste (PV)

Al GHV Hotel & Spa di Vicenza nasce la Wine Room by Luca Tegon

Wine Room by Luca Tegon apre al GHV Hotel & Spa di Vicenza

Un indirizzo contemporaneo per l’alta ristorazione veneta – business hospitality ed eccellenza enogastronomica

Vicenza ha un nuovo indirizzo gastronomico: si chiama Wine Room by Luca Tegon ed è il ristorante fine dining appena inaugurato all’interno del GHV Hotel & Spa di Creazzo. Una nuova apertura che punta a valorizzare il territorio con una cucina italiana contemporanea firmata dallo chef Luca Tegon, talento veneto con esperienza in alcune delle più importanti cucine europee.

GHV HOTEL & SPA: business hospitality

Situato in una posizione tranquilla, ai piedi delle colline che abbracciano la città palladiana e a pochi passi dal Golf Club Vicenza, il GHV Hotel & Spa è una realtà quattro stelle superior che ha saputo costruire un’identità distintiva nel panorama dell’hospitality veneta. L’hotel si posiziona strategicamente nel segmento business – con i suoi 1.500 metri quadrati di spazi congressuali e sale meeting modulari per un massimo di 400 partecipanti – pur mantenendo un’anima profondamente orientata al comfort e all’eleganza contemporanea.

Le 80 camere e suite incarnano perfettamente questa doppia vocazione: spazi pensati per chi viaggia per lavoro ma desidera ritrovare, al termine di una giornata intensa, il rigore estetico e la cura dei dettagli propri di un indirizzo leisure di alto livello. Ne è esempio la Ambassador Suite che ho avuto modo di sperimentare durante il mio soggiorno: un ambiente articolato su due livelli, dove l’area living al piano inferiore – spaziosa e luminosa, con arredi dal design essenziale – si apre su un soppalco che conduce a un generoso terrazzo privato affacciato sul verde dei colli berici. La camera da letto padronale ha un bagno molto ampio con vasca idromassaggio e guardaroba adiacente. È proprio in questa capacità di coniugare funzionalità business e attenzione al benessere che il GHV dimostra una maturità progettuale rara: un hotel efficiente per chi lavora, ma che non rinuncia all’eleganza e al comfort.

WINE ROOM BY LUCA TEGON: alta cucina territoriale e moderna

In questo contesto nasce la Wine Room by Luca Tegon, un ristorante dal design essenziale e contemporaneo che accoglie gli ospiti in un ambiente intimo e curato.

Alla guida della cucina c’è Luca Tegon, chef trentenne originario di Nervesa della Battaglia, con un percorso professionale costruito in alcune tra le cucine più importanti d’Europa: dal Mirazur (3 stelle Michelin) a Mentone al Flocons de Sel (3 stelle Michelin) a Megève, dalla Vague d’Or (3 stelle Michelin) a Saint-Tropez alla Stüa de Michil ( 1 stella Michelin) a Corvara, passando per Il Marchesino di Gualtiero Marchesi a Milano. Una formazione internazionale che ha affinato una sensibilità gastronomica rigorosa e al tempo stesso spontanea, profondamente legata alla materia prima.

«Mi piace partire dal prodotto, non dalla tecnica», racconta Tegon. «Ogni ingrediente ha una voce, e il nostro compito è ascoltarla e accompagnarla, non coprirla».

Il menù degustazione della Wine Room interpreta la cucina italiana con uno sguardo contemporaneo e un forte legame con la provincia di Vicenza. I sapori sono nitidi e riconoscibili.

Ad aprire il menu, la tartare di gambero rosso con carciofo croccante, gelatina al Cynar e vinaigrette al limone e miele gioca su contrasti calibrati: la dolcezza marina del crostaceo trova contrappunto nella nota amaricante del Cynar – un omaggio al patrimonio liquoristico veneto – mentre il carciofo croccante dona texture e la vinaigrette agrodolce risolve il piatto con elegante freschezza.

Il foie gras con broccolo fiolaro, tartufo nero, purea di topinambur e salsa al vino rosso è una dichiarazione d’intenti territoriale: il broccolo fiolaro, presidio Slow Food vicentino, si sposa con la sontuosità del fegato d’oca, mentre il tartufo nero apporta complessità aromatica e la purea di topinambur – dolce e vellutata – funge da ponte tra le diverse anime del piatto.

La cifra stilistica di Tegon si rivela nei ravioli ripieni di sarda di lago con cavolfiore, uova di aringa, consommé delle sue lische e buccia di patata arrostita (l’approccio “zero waste” della cucina), sintesi poetica tra memoria contadina veneta e tecnica contemporanea. È una cucina che parla di terra, di mani che lavorano, di gesti tramandati, ma lo fa con una pulizia esecutiva e una precisione di equilibri che appartengono al linguaggio contemporaneo dell’alta ristorazione.

A seguire il filetto di capriolo con cappuccio fondente, mostarda di pere e frutti rossi con una glassa lucida da specchiarsi, e a chiusura il pre-dessert con kiwi, cocco, gel di limone e pepe lungo che prepara il palato alla dolcezza finale con freschezza tropicale e un tocco speziato inaspettato. Il fondente al cioccolato con gelato stracciatella e coulisse al melograno chiude il percorso con intensità, freschezza lattica della stracciatella e l’acidità fruttata del melograno.

La nascita della Wine Room si inserisce nella visione del direttore del GHV Hotel & Spa, Riccardo Bacchi Reggiani, che considera il ristorante un tassello fondamentale nel percorso di evoluzione dell’hotel. «Wine Room è un progetto che vuole parlare al territorio», afferma. «Un luogo dove chi vive qui può scoprire una cucina attuale e identitaria, e chi arriva da fuori può trovare un racconto autentico di Vicenza attraverso il gusto».

GHV SPA: benessere contemporaneo

A completare l’esperienza del soggiorno, la GHV Spa si configura come un vero santuario di benessere su oltre 300 metri quadrati, dove antiche saggezze orientali si fondono con le più moderne tecnologie wellness. L’eleganza degli spazi – rinnovati di recente con un’attenzione particolare alla luce naturale e ai materiali naturali – crea un perfetto equilibrio tra relax ed esclusività.

Il percorso spa si articola attraverso un’oasi delle saune (finlandese, biosauna), un bagno turco avvolgente, una vasca idromassaggio riscaldata a 36°C con getti d’aria a scopo decontratturante e stimolante per la circolazione, docce emozionali multisensoriali con cromoterapia e aromaterapia, una suggestiva cascata di ghiaccio e doccia scozzese per il contrasto termico che favorisce il rilassamento muscolare profondo. A disposizione anche una sala relax con tisaneria, dove reintegrare liquidi con tisane ed acque emozionali stagionali.

Il Centro Beauty propone un’ampia gamma di trattamenti viso e corpo: dall’Antico Rito Cimbro con spazzolatura e fango che riattiva la circolazione, al massaggio ayurvedico che consiglio per una profonda rigenerazione psicofisica. Questa antica pratica indiana – parte integrante della medicina ayurvedica millenaria – viene eseguita da terapiste esperte che applicano tecniche manipolative attraverso l’uso di oli caldi medicati, lavorando sui punti marma (i punti energetici del corpo) per riequilibrare i dosha e favorire la circolazione dei flussi vitali. Dissolve tensioni profonde, stimola il sistema linfatico e riporta armonia tra corpo e mente secondo i principi della tradizione vedica.

Nel periodo estivo, la piscina esterna circondata dal verde del giardino diventa il fulcro dell’esperienza wellness, offrendo un’oasi di pace immersa nella quiete dei colli vicentini.


INFO Wine Room by Luca Tegon
GHV Hotel & Spa
Via Carpaneda, 5 – 36051 Creazzo (VI)
Tel. +39 0444 149 7001
www.ghvhotel.com

(foto concesse da Ufficio Stampa AB Comunicazione ph. @ Valentina Galimberti )

“La Bella addormentata nel bosco” al Teatro alla Scala

Teatro alla Scala, danno il balletto “La Bella addormentata nel bosco” con la coreografia di Rudolf Nureyev.
A spettacolo iniziato, dopo l’effetto wow della scenografia di Ezio Frigerio, ricordo che il teatro è un’esperienza sana, e che dovremmo recuperarlo, il valore della lentezza… perchè so che mi aspettano tre ore di incanto.

Proprio qui, nel lontano 1966 accanto a Carla Fracci, debuttò il grande Nureyev nel ruolo del principe Désiré che, dopo cento anni, risveglia la principessa Aurora della fiaba di Perrault, la stessa rimasta nella memoria di molti di noi, grazie all’adattamento animato della Walt Disney.

In origine, Čajkovskij e Petipa, e i due mostri sacri della danza, portarono il balletto nell’Olimpo dei balletti, riconosciuto come irripetibile per eccellenza, ed indimenticabile. Oggi, l’equilibrio dei costumi di Franca Squarciapino immersi nel castello che evoca gli sfarzi barocchi francesi, tra i boschi incantati e misteriosi, mi fa luccicare gli occhi; la grazia delle étoiles, con le gonne di tulle che vibrano a ogni movimento, come cigni che si scrollano di dosso l’acqua dalle piume vaporose, e quei passettini sincopati, rapidi, velocissimi come il volo di un colibrì, mi ricordano che la bellezza è sempre dinnanzi a noi, nella natura che imitiamo inconsapevolmente.

Quando le fate tornano per celebrare il risveglio, nel terzo atto, le danseurs sembrano venire dal mare; le gonne olografiche che cambiano colore a ogni movimento della luce, portano con sé riflessi di conchiglie e di schiume, delle profondità marine, portano i toni della coda di una sirena.

Il pas de deux del Gatto con gli Stivali e della Gattina Bianca, (che ha divertito tutto il pubblico in sala), con quel gioco felino di “mordi e fuggi“, tocca e scappa, tra civetteria, carezze e graffi, è il leitmotiv di Čajkovskij più celebre di tutto il balletto, quasi a dire che anche questa è una fase della coppia, quella del corteggiamento libertino, del puro piacere, quella del Settecento portato in scena con verità, con le scollature che si fanno più profonde, i bustini che si strizzano, e le donne più audaci.

Il teatro è affascinante e curioso anche perchè ha un pubblico a sé: sul palco dove sono seduta, delle habituée sulla settantina col binocolo puntato in scena, si sussurrano: “Sì sì, è molto carina” quando entra Camilla Cerulli (la principessa Aurora), e si sorridono complici quando Mattia Semperboni, (il principe Désiré), prende il volo in quei salti che inevitabilmente evocano i mitici jeté di Nureyev che sfidavano la forza di gravità.

Questa sera ad ogni modo è accaduto qualcosa che ha del contraddittorio. Nell’obbligatorietà di spegnere i telefoni, evitare di fare foto e video, stare in silenzio per ore nell’attenzione, il teatro ci ha regalato una grande libertà: quella di essere travolti dalla bellezza senza necessariamente doverla possedere, immortalare, ma godendone passivamente, con l’impressione che tutto il corpo di ballo sia stato protagonista, non solo accompagnatore, una coreografia complice più che “vetrina” per pochi.


(foto @ Teatro alla Scala)

Talosa, l’anima verticale del Nobile

TALOSA, L’ANIMA VERTICALE DEL NOBILE

Nelle gallerie sotterranee di Palazzo Tarugi, dove la pietra serena custodisce secoli di storia enologica, si compie ogni anno un piccolo miracolo di pazienza e intuizione. La cantina Talosa non è semplicemente un luogo dove il vino “riposa” (metafora soporífera) – ma un laboratorio alchemico dove il tempo diventa materia.

La famiglia Jacorossi, alla terza generazione, ha capito ciò che molti produttori contemporanei sembrano dimenticare: che il Nobile di Montepulciano non si fa, si attende. E nell’attesa risiede tutta la sua nobiltà.


2019 Riserva Nobile di Montepulciano Docg Toscana: la promessa mantenuta
Quest’annata possiede quella qualità rara che definirei “solare in differita”. La frutta è piena, quasi gravida di possibilità, ma non straborda. C’è una radiosa compostezza che tradisce anni davanti a sé. Il Sangiovese qui non grida, sussurra promesse che sa di poter mantenere. Chi ha fretta, passi oltre. Gli altri scopriranno che l’attesa è già parte del piacere.

2018 Riserva Nobile di Montepulciano Docg Toscana: l’equilibrista
Se il 2019 è una promessa, la 2018 è un fatto compiuto che però non chiude porte. È quella rara annata che concilia gli opposti: appagante oggi, migliorabile domani. Una sorta di Giano bifronte enologico che guarda simultaneamente al presente e al futuro. Per chi cerca risposte immediate senza rinunciare alla complessità evolutiva.

2017 Filai Lunghi Vino Nobile di Montepulciano Docg: la geometria del gusto
A 55 euro, questo vino porta nel nome la sua filosofia produttiva. I filari lunghi non sono solo un’indicazione topografica, ma una dichiarazione d’intenti: privilegiare l’estensione alla concentrazione, la finezza alla potenza. È il vino di chi ha compreso che l’eleganza è sempre una questione di proporzioni, mai di volume.

2017 Riserva Nobile di Montepulciano Docg Toscana: le radici profonde
Quando un vigneto del 1970 parla attraverso un’annata come la 2017, il risultato è inevitabilmente una conversazione tra epoche. Qui non c’è solo memoria ampelografica, c’è memoria territoriale. Le viti vecchie conoscono ogni segreto di quella terra cretosa, ogni sussurro di quel microclima sospeso tra Valdichiana e Val d’Orcia.


E poi c’è l’Occhio di Pernice

Ma il vero colpo di scena, il gioiello segreto custodito nelle viscere cinquecentesche di Palazzo Tarugi, è l’Occhio di Pernice 1996. Qui non siamo più nel territorio del vino. Siamo nell’algebra del tempo.

Ventiquattro bottiglie di Sangiovese sacrificate per produrne una sola da 37,5 cl. Un’evaporazione che è un atto di fede enologica: più della metà del liquido si dissolve nell’aria durante gli anni di affinamento nei caratelli. Ciò che resta non è vino, è essenza.
La “madre” – quel lievito centenario tramandato dai primi del Novecento come un segreto di famiglia – trasforma il Sangiovese in qualcosa di radicalmente altro. Il colore ambrato-bruno, quasi cerasuolo scuro, è già un manifesto: questo nettare ha attraversato decenni, non stagioni. Al naso è un’esplosione controllata: prugne secche che conversano con datteri, propoli che incontra panpepato, tabacco che corteggia la malaga. E poi quella nota di nocciola affumicata, quel richiamo alla caramellatura, quel sottofondo di spezie natalizie che evoca focolare e attese pazienti. In bocca è denso, quasi vellutato, con una persistenza che non finisce mai. Non è dolcezza melensa, è concentrazione filosofica. È quel tipo di persistenza che ti costringe al silenzio, alla meditazione, al ripensamento.

L’Occhio di Pernice chiude ogni conversazione e ne apre mille altre. È la prova vivente che in Toscana, nelle cantine giuste, il tempo si stratifica, si addensa, si fa sostanza.


Dal 1972, i Jacorossi hanno trasformato quello che Angelo – l’imprenditore romano in fuga dal caos urbano – definì “un angolo di terra” in 33 ettari di coerenza vitivinicola. Una storia vera, di chi ha capito che Montepulciano non si conquista, si ascolta.

E il vino che ne deriva parla la lingua verticale dei cipressi, quella stessa verticalità che attraversa ogni calice di Talosa.

Perso un altro simbolo del Made in Italy. Identità e Cultura addio

Perso un altro simbolo del Made in Italy. Identità e cultura addio
La fine del Panno del Casentino: un’altra eccellenza che muore nell’indifferenza

C’è qualcosa di profondamente doloroso, oltre che sbagliato, in un paese che lascia morire la propria storia. E oggi quella storia ha un colore preciso: l’arancione inconfondibile del panno del Casentino, quel tessuto di lana che ha vestito Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany“, i cavalli delle scuderie reali dei Savoia, le creazioni di grandi stilisti come Roberto Capucci e Givenchy.

La Manifattura del Casentino ha chiuso. Definitivamente. La Cgil lo ha annunciato in questi giorni: tredici lavoratori licenziati, le macchine ferme, la corrente elettrica staccata. Fine. Una liquidazione che suona come una condanna a morte per un pezzo di Made in Italy che il mondo ci invidiava.

Un’agonia annunciata

Le abbiamo tentate tutte“, spiega Alessandro Mugnai della Filctem Cgil. Dal luglio 2022 il sindacato aveva lanciato l’allarme, cercato soluzioni, coinvolto istituzioni. Nel 2023 era stato organizzato persino un convegno per proporre il riconoscimento del panno come prodotto DOP, un patrimonio artistico, storico e culturale da tutelare. Promesse, tanta eco mediatica, qualche tentativo. Poi il nulla.

Il problema? Niente più commesse. La crisi del settore moda, gli scenari geopolitici, l’incapacità di fare sistema tra imprese. L’azienda, che lavorava come contoterzista, è stata spazzata via dalle oscillazioni del mercato. Gli amministratori Roberto Malossi e Andrea Fastoni hanno resistito fino all’ultimo: “Abbiamo tenuto duro fino a giugno, con un fatturato ridotto a 300mila euro. Poi la cassa integrazione, i tentativi di cessione che non si sono concretizzati. Non restava che la liquidazione“.

L’eccellenza che nessuno vuole salvare

Questa è la storia di un tessuto che gli abitanti di Stia pagavano come tributo ai Medici. Di una lavorazione centenaria, unica al mondo, fatta con macchinari che non esistono più da nessuna parte. Di un’identità territoriale che si cancella con un tratto di penna.

Tredici famiglie senza lavoro. Cento famiglie coinvolte se consideriamo l’indotto. Un’intera valle che perde un pezzo della sua economia e della sua anima. E il Casentino, e con lui l’Italia intera, che perdono un prodotto d’eccellenza riconosciuto in tutto il mondo.

Siamo di fronte all’incapacità di fare sistema“, ammonisce il segretario provinciale Cgil Alessandro Tracchi. “Alla mancanza di una strategia di lungo periodo, all’ennesimo smantellamento del patrimonio industriale nazionale“.

Se non ora, quando?

È facile parlare di Made in Italy quando conviene. Quando si tratta di vendere l’immagine dell’Italia all’estero, di attirare turisti, di riempirsi la bocca con le nostre eccellenze. Ma poi, quando queste eccellenze hanno bisogno di essere difese, protette, rilanciate? Dove sono gli investitori? Dove sono i grandi marchi della moda italiana che su quei tessuti hanno costruito imperi? Dove sono le istituzioni?

L’azienda ha dato un ultimatum: trenta giorni prima di smontare definitivamente le macchine. Trenta giorni per trovare qualcuno disposto a credere che il panno del Casentino meriti di continuare a esistere. Gli amministratori sperano ancora nell’interesse di investitori pronti a salvare posti di lavoro e rilanciare il prodotto sui mercati internazionali.

Ma se non ci muoviamo ora, sarà troppo tardi. Non solo per questi tredici lavoratori. Non solo per il Casentino. Ma per tutti i piccoli artigiani, le manifatture storiche, le botteghe che custodiscono saperi antichi e che, una dopo l’altra, stanno tirando giù le saracinesche.

È ora di fare qualcosa. Chi ha la possibilità, chi ha i mezzi, chi ha la visione: si faccia avanti. Perché un paese che non sa difendere la propria eccellenza è un paese che ha scelto di non avere futuro. E noi italiani, un futuro, ce lo meritiamo ancora.

BITE 2025: Quando l’alta cucina diventa una festa

BITE 2025: Quando l’alta cucina diventa una festa

Immaginate oltre 20 chef stellati e giovani talenti che cucinano fianco a fianco con il pubblico. Bartender che reinventano la mixology tra un dj set e l’altro. Pizzaioli, panificatori e gelatieri d’autore che trasformano Villa Spalletti Trivelli in un laboratorio del gusto a cielo aperto. È successo davvero, nel cuore della Food Valley, al BITE 2025.

BITE 2025 non è stato un semplice festival enogastronomico, ma la magia che accade quando uno chef visionario come Salvatore Morello decide di abbattere le barriere tra alta ristorazione e convivialità popolare, invitando tutti gli amici conosciuti in vent’anni di carriera a cucinare insieme.
Ogni volta ci dicevamo ‘prima o poi cucineremo insieme‘”, racconta Morello. “BITE è nato così, come una festa di fine estate“.

Il risultato? Un’esperienza dove l’eleganza dell’alta cucina incontra il divertimento, dove si assaggia un “bite” firmato da uno chef stellato mentre un dj set accompagna la serata, dove si discute di sostenibilità tra un cocktail d’autore e un gelato artigianale. Benvenuti nell’evento che ha ridefinito il concetto stesso di “stare bene all’italiana“. Viva!

Lo Chef Salvatore Morello con Francesca Poli

Il Manifesto di BITE: alta Cucina che incontra il pubblico

È il primo di questo genere in Emilia Romagna e anche in Italia è unico nel suo genere, sia per metodologie che per lo spirito che lo anima“, ha dichiarato Salvatore Morello. “Con BITE vogliamo raccontare lo star bene all’italiana, che non è solo cibo ma anche eleganza, condivisione e stile di vita. È un’occasione per valorizzare la Food Valley e l’innovazione gastronomica, ma anche un punto d’incontro tra colleghi“.

L’evento ha visto la partecipazione di 20 chef stellati Michelin e altrettanti giovani talenti della cucina italiana, tutti riuniti per cucinare dal vivo insieme al pubblico, abbattendo le barriere tra alta ristorazione e fruizione popolare.

Gli chef stellati protagonisti

BITE 2025 ha riunito un parterre d’eccezione di chef, ognuno dei quali ha creato in esclusiva per l’evento un “bite” – un piccolo piatto pensato appositamente per l’occasione, interpretando con il proprio stile i valori del festival.

Caterina Ceraudo (Dattilo, Strongoli – Crotone) – Una stella e una stella verde Michelin, la chef calabrese è stata più volte premiata come “Donna Chef dell’Anno” (2015 per Identità Golose, 2017 per la Guida Michelin). La sua cucina equilibrata e leggera valorizza il territorio calabrese con ingredienti della tenuta di famiglia, un’azienda pioniera dell’agricoltura biologica.
Isa Mazzocchi (La Palta, Borgonovo Val Tidone – Piacenza) – Chef Donna 2021 per la Guida Michelin, ha trasformato una vecchia tabaccheria in un ristorante stellato dove la tradizione piacentina incontra la creatività contemporanea. Il suo segno distintivo: una goccia di latte che “macchia” ogni piatto, simbolo delle origini.
Daniele Lippi (Acquolina, Rocca di Papa) – Chef che porta alta cucina e innovazione nel cuore dei Castelli Romani.
Dario Fisichella (Villa Naj Torrazza Coste PV) – Rappresentante dell’eccellenza siciliana con la sua cucina contemporanea.
Jacopo Malpeli (Osteria del Viandante, Rubiera) – Interprete della tradizione emiliana in chiave moderna.
Mattia Trabetti (Alto, Milano) – Giovane talento della scena milanese che ha conquistato critica e pubblico.
Salvatore Iuliano (St Georges by Heinz Beck, Taormina) – Portavoce dell’alta cucina beckiana in Sicilia.
Maurizio Bufi (Il Fagiano, Spoltore) – Chef abruzzese di grande esperienza e tecnica.
Massimo Spigaroli e Lorenzo Chierici (Antica Corte Pallavicina, Polesine Parmense) – I maestri della tradizione parmense, custodi della Razza Mora e della cultura del culatello.
Salvatore Morello (Inkiostro, Parma) – L’ideatore dell’evento, chef visionario che ha voluto creare un punto d’incontro tra alta ristorazione e pubblico.
Raffaele Lenzi (Sereno al Lago, Torno – Como) – Chef che interpreta il territorio lariano con eleganza e tecnica.
Luca Marchini (L’Erba del Re, Modena) – Uno dei pilastri dell’alta ristorazione modenese, custode della tradizione emiliana rivisitata.
Fabio Ingallinera (Il Nazionale, Vernasca) – Chef che valorizza il territorio piacentino con creatività.
Giacomo Sacchetto (Iris, Verona) – Talento veneto in ascesa nella scena gastronomica nazionale.
Ariel Hagen (Saporium Borgo San Pietro, Montescudo) – Chef che porta innovazione e sostenibilità nella sua cucina. La sua filosofia è radicata nei principi di biodiversità e agricoltura rigenerativa, con il desiderio di condividere una cucina elegantemente creativa, rispettando ed esaltando il ritmo della natura e i sapori autentici del territorio 
Giuseppe Biuso (Vite, Castelvetrano) – Rappresentante della cucina siciliana contemporanea.
David Weigang (Verbene, Settimo Torinese) – Chef di origini brasiliane che porta contaminazione internazionale.
Alexander Robles L. (Azotea, Chiclana de la Frontera) – Presenza internazionale con la sua cucina andalusa.
Bruno Tassone (San Domenico, Imola) – Parte della brigata di uno dei ristoranti storici dell’Emilia-Romagna.
Dimitri Harding (La Valle, Segrate) – Chef emergente della scena milanese.
Manuel Castillo (La Ca di Sass, Milano) – Interprete della cucina contemporanea nel cuore di Milano.
Marco Stagi (Metodo, Milano) – Chef che porta innovazione e sostenibilità al centro della sua proposta.
Martino Latella e Rocco Bonanno (Osteria Zero, Bra) – Duo di chef che reinterpreta la tradizione piemontese.
Massimo Raimondo (Cura, Campobasso) – Portavoce della cucina molisana d’autore.
Simeone Larosa, Simone Devoti e Diego Sales (Cotex, Milano) – Trio di chef che propone una cucina di ricerca.
Manuel Tropea (Concezione, Milano) – Chef della nuova generazione milanese.
David Fiordigiglio e Simone Falsaperla (Mano, Torino) – Duo che porta la contaminazione giapponese in Piemonte.
Adrien Hurnungee e Alberto Toe – Chef che completano il roster d’eccellenza dell’evento.

I maestri Pizzaioli, Panificatori, Pasticceri e Gelatieri

L’arte bianca è stata rappresentata da quattro maestri pizzaioli di grande talento:

  • Gianni Di Lella (La Bufala, Maranello) – Figura chiave nell’organizzazione del festival
  • Giulia Zanni – Tra le poche donne che si sono affermate nell’arte della pizza
  • Mirko Ciccio (Il Golosone) – Maestro della pizza tradizionale
  • Roberto Davanzo (Bob Alchimia a Spicchi) – Pizzaiolo innovativo che ha partecipato anche al talk “Cucinare sotto pressione”
  • Carlos Silva (Copacapaba) – Maestro panificatore
  • Stefano Guizzetti (Ciacco Lab) – Gelatiere d’autore che ha anche partecipato al talk sul Parmigiano Reggiano
Umberto Oliva, Direzione Artistica Mixology BITE 2025

La Mixology d’Autore: Una Rivoluzione nel Festival

Una delle grandi innovazioni di BITE 2025 è stata l’integrazione totale della mixology nell’esperienza gastronomica. Come sottolineato da Salvatore Morello: “Credo fortemente che la mixology debba essere valorizzata e integrata con l’alta ristorazione“.

La direzione artistica della sezione cocktail è stata affidata a Umberto Oliva, bartender di grande esperienza che ha selezionato personalmente i professionisti:

Ho scelto bartender da tutta Italia, non per notorietà o per il locale in cui lavorano, ma per lo stile e la visione che portano. Volevo un gruppo eterogeneo, capace di raccontare la miscelazione con identità diverse“.

I Bartender Guest

All’interno della villa, un’area dedicata ha visto protagonisti i grandi bartender italiani. Una scelta volta non solo alla professionalità dei singoli, ma all’approccio ospitale che li contraddistingue, come eccellenze di un’attitudine prettamente italiana:

  • Umberto Oliva – Direttore artistico della sezione mixology
  • Damara Lanzone (Il Circolino – Monza)
  • Giuliana Giancano (Pout Pourry – Torino)
  • Marella Batkovic (freelance)
  • Andrea Pomo (Brand Ambassador Santa Teresa 1796)
  • Gregory Camillo (Jerry Thomas Speakeasy)
  • Christian Costantino (Marina Del Nettuno Lounge Bar – Messina)
  • Peppe Doria (Volare – Bologna)
  • Francesco Bonazzi (Mag Café)
  • Rama Redzepi (lounge all’interno del Grand Hotel Fasano)
  • Julian Biondi (consulente beverage)
  • Gianni Zottola (freelance)

I bartender si sono alternati al bancone presentando la propria visione del cocktail in totale libertà creativa, senza linee guida rigide, permettendo a ciascuno di esprimere la propria firma personale.

Un modello da replicare

Come diceva Gualtiero Marchesi, “la cucina è di per sé scienza, sta al cuoco farla diventare arte“.
BITE 2025 ne è la dimostrazione: un festival che trasforma il cibo in racconto, la mixology in visione, e l’intrattenimento in cultura. L’augurio è che questo appuntamento diventi il nostro rito di fine estate: un brindisi corale alla bellezza del gusto italiano, tra eleganza, innovazione e soprattutto condivisione.

Il Modello “Vedi Oggi, Compri Oggi” trasforma l’Industria della Moda

La Rivoluzione del Pronto Moda: Bologna e la Nuova Era del Fashion

L’era delle lunghe attese nel mondo fashion sta finendo. Il Bologna Fashion Festival è l’appuntamento imperdibile che rivoluziona il metodo moda avvicinando le creazioni stilistiche al consumatore finale attraverso il concetto del “See Now, Buy Now“.

Mentre l’industria tradizionale mantiene ancora il divario temporale di sei mesi tra presentazione e vendita, il capoluogo emiliano inaugura un approccio rivoluzionario: gli articoli mostrati sulle passerelle diventano immediatamente reperibili nei punti vendita fisici e digitali. Questa strategia rappresenta un cambio paradigmatico che valorizza l’esperienza del pubblico, creando un sistema equo e partecipativo.

Centergross: Il Gigante del Fashion Hub Italiano

The finest made in Italy Fashion Hub – così si definisce Centergross, la realtà imprenditoriale che guida questa trasformazione. Il più grande e importante polo europeo del pronto moda made in Italy ospita oltre 450 aziende del settore fashion, costituendo un ecosistema completo della filiera tessile italiana.

Sotto la guida di Piero Scandellari, Presidente e Legale Rappresentante Centergross, l’organizzazione sta orchestrando una strategia ambiziosa per posizionare Bologna come nuova capitale della moda mondiale, puntando su un alto tasso di innovazione dei processi dell’intero sistema produttivo per ottenere cambiamenti concreti e duraturi.

Winter Melody 2025/26: Undici Brand, Infinite Visioni

L’evento Winter Melody presenta le creazioni Autunno/Inverno 2025/26 di undici marchi selezionati che hanno sfilato in città: Barbara Alvisi, Gil Santucci, Sophia Curvy, HAVEONE, J.B4, Giorgia & Johns, Roberta Gandolfi, SUSY MIX, SUSY STAR-Curvy, Motel e Tensione In. Ogni brand interpreta l’immediato futuro della moda attraverso linguaggi stilistici differenti, creando un mosaico di identità che riflette la pluralità dell’espressione contemporanea.

Innovazione Tecnologica e Sostenibilità: Il Bollino Blu

Il progetto introduce il “Bollino Blu“, un sistema di certificazione digitale tramite QR code che traccia la sostenibilità multipla di ogni capo: dimensione etica, sociale, economica ed ecologica. Questa iniziativa, sviluppata in collaborazione con Città Metropolitana Bologna e Regione Emilia-Romagna, rappresenta un caso concreto di economia circolare applicata al fashion system.

Parallelamente, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per la creazione di contenuti originali, realizzati da FuoriZona Studios, e le tecnologie di mapping 3D curate da Bee Entertainment, trasformano la presentazione tradizionale in un’esperienza immersiva che anticipa virtualmente le collezioni prima della loro apparizione fisica.

Le Collezioni: Viaggio Attraverso Identità e Stili

Giorgia & Johns reinterpreta i codici formali dell’eleganza femminile attraverso “Urban Heritage”, fondendo blazer maschili e capispalla sartoriali con elementi urbanwear. La collezione dialoga tra rigore tradizionale e libertà contemporanea, rappresentando la fluidità identitaria della donna metropolitana. J.B4 costruisce un universo narrativo dove l’energia urbana incontra la raffinatezza artigianale. Ricami tradizionali si contrappongono a effetti spray e grafiche street, creando un equilibrio dinamico tra romanticismo e ribellione, sportività e raffinatezza.
SUSY STAR-Curvy e Sophia Curvy celebrano l’universo femminile a 360 gradi, proponendo collezioni che valorizzano ogni silhouette attraverso mix audaci di tessuti, pattern e texture.
Il leitmotiv di Haveone è rappresentato da ricami e applicazioni, che impreziosiscono jeans, capispalla e borse in tessuto, aggiungendo profondità materica e dettagli sartoriali.
Motel si ispira al ritmo frenetico della metropoli, alla sua energia, alla sua eleganza spontanea e alla sua audace libertà.
Le maxi e mini bag di Roberta Gandolfi si fanno preziose nella scelta dei tessuti: vitelli lisci, suede vellutati, pellami martellati, cavallino stampato, pitone e uno shearling vintage che aggiunge calore e autenticità alle superfici.

Tecnologia e Tradizione: Il Futuro del Made in Italy

Il Festival non si limita a celebrare la moda, ma la intreccia con cultura, arte, economia e turismo, trasformando la città in un vero e proprio epicentro di tendenze all’avanguardia. La strategia di Centergross combina innovazione tecnologica e maestria artigianale italiana, creando un modello replicabile che potrebbe ridefinire gli standard globali dell’industria fashion.

L’integrazione di intelligenza artificiale, sostenibilità certificata e distribuzione immediata configura un paradigma industriale che risponde alle esigenze del consumatore contemporaneo senza compromettere i valori della tradizione manifatturiera italiana.

Prospettive Future

La visione di Scandellari e Centergross punta a costruire un ecosistema integrato dove moda, cultura e innovazione convergono in un modello sostenibile e internazionalmente competitivo. Il Festival si configura come un potente catalizzatore che alla moda unisce cultura, arte, economia e turismo, posizionando Bologna non solo come hub produttivo ma come laboratorio creativo per il futuro dell’industria fashion globale.

Questa trasformazione rappresenta più di un semplice evento: è la manifestazione concreta di come l’Italia stia reinventando il proprio ruolo nell’economia globale della moda, coniugando tradizione, innovazione e sostenibilità in un modello unico e replicabile.

l’omaggio a Giorgio Armani

Proposta indecente, la rottura dei tabù senza retorica

È scomparso uno degli ultimi giganti. Robert Redford non è stato solo una star di Hollywood, ma anche un convinto ambientalista e sostenitore dei diritti civili; per decenni ha usato la sua voce e il suo prestigio per difendere il pianeta e promuovere un’idea di cultura libera, indipendente, coraggiosa.

Interpretazioni carismatiche che non hanno bisogno di presentazioni, da “La stangata” a “Spy game“, da “La mia Africa” a “Leoni per agnelli“, Redford è stato anche un regista sensibile (Gente comune, Oscar 1981) e fondatore del Sundance Film Festival, portando alla luce nuovi talenti e nuove storie del cinema indipendente. Elegante simbolo di un cinema che forse non esiste più, scelse di proteggere la propria vita privata, allontanandola dai riflettori. Scelse il silenzio.

Un film sottovalutato, ma che ha sbancato il botteghino

Proposta indecente” è stata forse una delle sue prove attoriali più controverse, ma anche una delle più sottili e intelligenti. Quando uscì nel 1993, “Proposta indecente” venne accolto da un coro di polemiche. Il pubblico urlò allo scandalo, i critici si divisero. Eppure, mentre si discuteva se fosse un film scandaloso o profondamente romantico, il box office faceva bingo: oltre 265 milioni di dollari incassati nel mondo. Come “9 settimane e ½“, è stato liquidato come un film “di superficie”, quando in realtà mette in scena dilemmi esistenziali profondi e attuali.


Proposta Indecente

Il film è ambientato durante la crisi economica dei primi anni ’90. Una coppia tutta “un cuore e una capanna, bellissimi, poveri e romanticissimi, sull’orlo del fallimento economico si trova a dover scegliere tra dignità e sopravvivenza.

Nella loro casa piena di sogni e bollette, fanno l’amore ovunque, come se ogni angolo fosse sacro, vivendo un’intimità autentica, complice, di un desiderio che non ha bisogno di essere comprato. È quel tipo di passione feroce, forse chiave della longevità di una storia d’amore, perchè quando si perde il desiderio, spesso si perde tutto.

In crisi e spaventati dalla perdita della casa dei loro sogni, tentano la fortuna al casinò.
Loro come pesci fuor d’acqua, una Demi Moore in pantaloncini corti e una grande borsa troppo datata, e il terzo incomodo Gage, un miliardario interpretato da Robert Redford che vive il casinò come una seconda casa, punta milioni di dollari al banco, si rivolge al croupier come fosse un dipendente e la osserva da lontano già convinto di averla nella sua tana.
La storia poi la conosciamo tutti, il ricco proporrà alla coppia un milione di dollari per una notte con la donna.


I poveri ricchi: uomini che credono di poter comprare l’impossibile

Che cosa ci mostra il film? Ci rivela con chiarezza un archetipo maschile più diffuso di quanto si creda e soprattutto piuttosto attuale: quello dell’uomo convinto che il denaro sia sufficiente a colmare ogni lacuna emotiva, culturale, affettiva. Ma nella vita reale, questi uomini sono ben lontani dall’essere John Gage. Non hanno il sorriso gentile di Redford, né il suo sguardo carico di storie, né quel savoir-faire antico che sfiora la galanteria senza mai diventare possesso, uomini che scambiano il corteggiamento con la pretesa, il desiderio con il contratto.

Sono piuttosto uomini che si illudono di poter comprare le persone, come si compra un’auto o un vestito. Che non sanno cosa significhi corteggiare, ascoltare, desiderare con eleganza. Uomini rimasti prigionieri di un’adolescenza viziata, convinti che basti sbattere i piedi — come un figlio di papà — per ottenere ciò che vogliono. E se il mondo non si piega, si offendono.
Sono i “poveri ricchi“, quelli che credono che l’amore abbia un prezzo e non un valore.

Ma qui Gage ci conquista, perchè riesce a conquistarla.
E una volta vissuto il sogno, quando capisce che lei non lo avrebbe mai guardato come guardava lui, prende la decisione più nobile: lasciarla andare. Si fa da parte. Rinuncia. E in quella rinuncia, Redford ci regala la lezione del film: non tutto si può avere.



Diana e l’irresistibile seduzione dell’attenzione

Diana dunque accetta la notte con il ricco belloccio per salvare il futuro della coppia. O almeno questo è quello che ci dice. Non quello che sente. Dunque si lascia sedurre, sì — ma non dal milione di dollari. Il denaro è solo il pretesto, è la scusa morale con cui giustificare ciò che in fondo è più umano: il desiderio di sentirsi vista, scelta, adorata.
Questo è il punto fondamentale del film, che viene superficializzato per semplificazione, e dove lei, senza questa analisi, ne uscirebbe come una “donna senza dignità”.

È nella scena dentro al casinò, mentre Diana si prova un abito che non può permettersi (un meraviglioso black dress firmato Thierry Mugler) che accade qualcosa. Lo sguardo di Redford – magnetico, attento, bramoso – è il primo regalo che le fa. Poi vengono le parole, calibrate con precisione chirurgica: “Se fossi mia, non ti dividerei con nessuno.” Una frase che oggi qualcuno potrebbe tacciar di possessività tossica. Eppure, vi diamo una notizia: le donne – le donne vere – non disprezzano affatto l’idea di essere desiderate con assolutezza. Non è maschilismo, è eros.

Poi ci sono i gesti. I regali non come oggetti, ma come simboli. Non è la collana o l’auto che conta, ma il messaggio sotteso: sei al centro del mio mondo. E questo, in un tempo in cui anche l’amore si consuma in chat frettolose e attenzioni distratte, ha il sapore di una dipendenza.
Diana si lascia conquistare dall’attenzione continua, dalla premura lussuosa ma mai volgare. Niente “Cinquanta sfumature”, qui l’erotismo passa per l’ascolto, per la presenza, per l’arte – rara – di far sentire una donna importante, desiderata, unica.

Nella storia con David, il regista ci mostra che è Diana ad invitare il compagno al gioco dell’eros: mentre lui è concentrato sui suoi sogni, mente disegna la loro casa, è lei che posa la mano di David sul suo seno, è lei a prendere l’iniziativa.
Con Cage il gioco invece si ribalta, e Diana si lascia sedurre dall’ebbrezza di essere oggetto del desiderio, un piacere ancestrale che appartiene alla natura femminile.



Adrian Lyne dirige con eleganza e tensione, non c’è mai eccesso né mai compiacimento. Addirittura la scena di sesso della “notte comprata” è negata allo spettatore, rimane nella sua fantasia, nella sua idea di corteggiamento, di fantasiosa apertura allo sconosciuto. Ci viene solo rivelato che Cage è uno stallone, durante un litigio della coppia, quando torna a vivere insieme, con un milione di dollari in banca che nessuno dei due ha avuto il coraggio di spendere, fino a quando la gelosia di Davide (Woody Harrelson) sfocia in rabbia e risentimento.

Ogni inquadratura è al servizio della psicologia dei personaggi; Demi Moore è struggente e autentica. Woody Harrelson è vulnerabile ed umano, e Robert Redford — immobile, distaccato e sofisticato — rappresenta l’enigma di un potere che può tutto tranne che amare.

Sarà Diana a pronunciare una frase a David, prima della notte con lo sconosciuto, che romperà uno dei tabù più duri della cultura patriarcale:
solo il mio corpo, non la mia mente e il mio cuore”.
Un tentativo di separare il corpo dall’anima, di razionalizzare il compromesso. Ma dietro quella frase si nasconde una verità che il film esplora senza retorica: la donna può vivere la sessualità in modo pragmatico, come l’uomo. Il tradimento non è sempre emozione. Ma questo merita un articolo a parte.

Il finale (l’amore vince, forse)

Proposta Indecente è un film onesto, non ci vende l’illusione di coppie invincibili. Il marito di Diana lo dice con lucidità quando, separati, va a trovarla durante un’asta di beneficienza, lei in total white, come una giovane sposa elegantissima con ombrellino chinese, sorridente e seduttiva come un’adolescente, accanto a quell’uomo ricco che le dona favole che diventano realtà, David partecipa all’asta e le regala un ippopotamo da un milione di dollari (quel denaro rimasto fino ad allora nel cassetto):
non si dimentica, ma si può perdonare“.

E forse è proprio qui che la storia tocca la sua verità più profonda: nell’ammettere che l’amore non è fatto di perfezione, ma di resistenza, che le relazioni non sono forti quando non si spezzano, ma quando sanno rinascere.

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Il lusso non ha bisogno di etichette: nel cuore del Pollino si celebra l’eccellenza autentica

Il lusso non ha bisogno di etichette: nel cuore del Pollino, in Calabria, si celebra l’esperienza autentica

Questa estate il Parco Nazionale del Pollino ha ospitato il Pollino Cocktail Camp: un raduno eccezionale sulla botanical mixology con bartender da tutta Italia. Party, degustazioni, foraging per riscoprire verità spesso dimenticate.

Viviamo nell’epoca di quello che il sociologo Pierre Bourdieu definiva la “distinzione”: la costante ricerca di segni esteriori che separano l’eccellenza dall’ordinario. Eppure, esiste una falsa dicotomia nel nostro immaginario collettivo tra ciò che è genuinamente eccellente e ciò che appare lussuoso.
Il lusso contemporaneo, specialmente nel food and beverage, non risiede più nell’ostentazione di costi proibitivi o nella ricerca dell’esotico fine a se stesso. Si colloca invece, seguendo l’intuizione di Walter Benjamin sulla “aura” dell’opera d’arte, nell’unicità irripetibile di un’esperienza autentica. È tutto ciò che si trova alla punta della piramide dell’eccellenza: purezza, integrità delle materie prime, rarità non artificiale ma naturale, semplicità che nasconde complessità di saperi millenari.

Parco del Pollino – Il regno delle meraviglie nascoste

Il Parco del Pollino, con i suoi 192.565 ettari di estensione, è la più grande area protetta di nuova istituzione in Italia. Dal 2015 fa parte della Rete europea e globale dei Geoparchi sotto l’egida dell’UNESCO, un riconoscimento che suggella quello che chi lo conosce sa già: questo è un arcobaleno di eccellenze paesaggistiche, storiche, antropologiche, culturali, ambientali, una biodiversità che il mondo ci invidia.

Eppure dovremmo essere tutti più bravi nel valorizzarlo e comunicarlo. A partire da chi nel settore ci lavora, dato che le diversità gastronomiche regionali sono il nostro punto di forza, una personalità per ogni area italiana, che sulla tavola, per colori, cucine, ricette e gusti, potrebbe insegnare a ogni altra cucina dell’emisfero.

È qui che nascono il peperone di Senise IGP, dalla forma allungata e dal colore che va dal verde al rosso intenso; qui cresce la melanzana rossa di Rotonda DOP, piccola e tonda come una mela ma dal sapore intenso e leggermente piccante; qui si coltiva il poverello bianco, un fagiolo prezioso spesso utilizzato in una pasta fresca simile a tagliatelle rustiche, accompagnato da una generosa pioggia di pecorino stagionato. E ancora il paddaccio, formaggio a pasta filata dalla forma particolare, e la ricotta infornata che profuma di tradizione secolare.

Quando l’altitude diventa attitudine – Pollino Cocktail Camp

Ogni anno, a mille metri di altitudine, tra le montagne di questa meraviglia italiana, si tiene il Pollino Cocktail Camp, esattamente a Campotenese una reunion dei migliori bartender d’Italia che ha trovato nella seconda edizione estiva 2025, la sua dimensione più autentica. Oggi capitanati dalla direzione artistica di Umberto Oliva, firma calabrese entrato nella rosa dei rappresentanti della miscelazione contemporanea italiana.

Un raduno di bartender per la maggior parte provenienti da questa terra, che hanno fatto il giro del mondo per poi ritornarvici. Come quelli che dopo esperienze tra Australia e Londra hanno aperto locali spinti dal desiderio di portare alto il nome del loro territorio, ne è un esempio Francesco Vocaturo del Blacksheed di Cosenza; o Peke Bochicchio che con la sua Barmacia di Potenza ha fatto dell’ironia una firma distintiva; o come Ivan Francesco Filippelli, oggi Bar Manager di The Spirit a Milano sito in Porta Romana, locale milanese di prestigio, con un curriculum d’eccellenza che forse, intimamente, vorrebbe togliersi guanti e giacca per buttarsi in un locale vero, nudo e crudo, dove la spontaneità è il distillato più richiesto.

L’autenticità come filosofia di vita

Tre giorni di festa, esplorazioni sensoriali, degustazioni, escursioni e live set con miscelazioni che celebrano il patrimonio botanico del Parco Nazionale del Pollino. Perché questo evento non è solo una convention di settore: è il vero specchio di un’organizzazione che è anzitutto un ritrovo tra amici veri, che attorno a un tavolo cantano e suonano la chitarra, bevono il vino locale rosso come la terra che lo genera, tra una fetta d’nduja che farebbe bruciare il naso a Grisù e una di caciocavallo che sa di pascoli d’alta quota.

Umberto Oliva, nerd della miscelazione e tecnico sopraffino della mixology, ha scelto una comunicazione fondata sull’essenza più che sull’apparenza. La sua è una filosofia che rifiuta i fronzoli e punta dritto al cuore delle cose: un’occasione unica per celebrare la cultura del cocktail in una cornice naturale mozzafiato, promuovendo la valorizzazione del territorio.

Ospitalità ed Esperienza

Bartender professionisti e appassionati possono partecipare a masterclass, degustazioni e competizioni, esplorando nuove tecniche e sperimentazioni. Ma qui il vero lusso non è sedersi sul sofà all’ultima moda, vivere per primi la tendenza dell’ultima nuova apertura, nè dell’ ingrediente più esotico. È nell’aria pura che riempie i polmoni, nel silenzio rotto solo dal vento tra i pini loricati, nella genuinità di un momento condiviso senza filtri né sovrastrutture, nell’ospitalità di una Calabria che ha bisogno di voci (quelle anche dei giornalisti), ma che è piena di cuori, dei Giovanni Gagliardi, Donato Sabatella, Sergio Senatore e Manuela Laiacona, padroni di casa che ci hanno fatto sentire in famiglia.

Il Pollino Cocktail Camp dimostra che il lusso autentico non ha bisogno di griffe o di prezzi proibitivi. Ha bisogno di passione, di territorio, di storie da raccontare. Ha bisogno di quella rara combinazione di eccellenza tecnica e autenticità emotiva che solo chi ha radici profonde sa esprimere.

In un mondo che spesso confonde il valore con il prezzo, eventi come questo ci ricordano che la vera ricchezza sta nella capacità di trasformare la semplicità in straordinario, l’ordinario in memorabile. Perché alla fine, il lusso più grande è quello di essere semplicemente, profondamente, autenticamente se stessi.

Il Giornalismo nell’Era dell’Intelligenza Artificiale – IL PENSIERO DEL DIRETTORE

IL PENSIERO DEL DIRETTORE – DA OGGI, PER TUTTE LE DOMENICHE

L’Ultima Resistenza: Il Giornalismo nell’Era dell’Intelligenza Artificiale

Quando le macchine scrivono, chi ancora pensa?

Iersera a cena con amici, davanti ad un’anatra troppo fredda ed un vino troppo caldo, ci si domandava chi utilizzasse l’AI e per quali scopi. ChatGPT, Claude, Leonardo, tutti assistenti personali pronti per fare il lavoro al posto tuo. È l’alba di una rivoluzione silenziosa che sta ridisegnando il panorama del lavoro intellettuale, la promessa di liberarci dalle fatiche del pensiero sostituendo con algoritmi, ciò che per millenni è stato il privilegio esclusivo della mente umana.
I primi a morire saranno i copywriter” – diceva, dopo un sorso troppo tannico, i redattori (già assenti da decenni dalle scrivanie delle redazioni a lavorar da casa tra la pasta e l’abbacchio) delegano alle macchine la ricerca delle parole giuste, spesso del pensiero giusto, ma la domanda che mi faccio è, io che ho fatto quel che noi Millennial chiamiamo “la gavetta”, in una redazione vera dove c’era l’omino titolista (sì sì, un essere umano penna alla mano che prendeva uno stipendio per scrivere titoli e didascalie): Cosa accadrà quando l’ultimo custode della cultura deporrà la penna?

Il Grande Fraintendimento

L’errore fondamentale dell’epoca contemporanea è confondere l’informazione con la conoscenza, il dato con la sapienza, il fascino con il bisturi, la fama con il numero di like. Le intelligenze artificiali, per quanto raffinate, operano in un universo binario dove tutto è riducibile a pattern statistici e correlazioni matematiche. Possono assemblare frasi eleganti, produrre testi grammaticalmente perfetti, persino imitare stili letterari con precisione sconcertante (Proust si starà ribaltando nella tomba), ma quando un giornalista osserva l'”Allegoria della Pittura” di Vermeer, in quel drappo che cade come un sipario e ci rende tutti vojeuristi, riconosce anche l’anticipazione della fotografia, quella scelta di luce che arriva sempre da sinistra, sempre dalla solita finestra. Intravede, la tessitura degli arazzi e la mappa dettagliata dei Paesi Bassi, un quadro dentro un quadro; questo non è solo spirito di osservazione, è la visione alimentata da decenni di letture, di contemplazione, di anni passati a studiare, di ricerche incessanti, di vita vissuta.

Il giornalista autentico, quello bravo per intenderci e che merita di esser chiamato tale, non si limita a descrivere i fatti: li attraversa con la propria sensibilità, li filtra attraverso un prisma culturale costruito pagina dopo pagina, libro dopo libro, viaggio dopo viaggio, emozione dopo emozione.

Allegoria della Pittura (L’atelier) Jan Vermeer, 1666 – Kunsthistorisches Museum di Vienna  

L’Architettura Invisibile del Pensiero

Ciò che distingue il vero giornalismo dalla mera cronaca è la capacità di costruire ponti invisibili tra mondi apparentemente distanti. Quando Oriana Fallaci intervistava i potenti della terra (Intervista con la storia, prefazione di Federico Rampini – Best BUR) non si limitava a porre domande: convocava al tavolo dell’interrogatorio secoli di letteratura, filosofia, storia, la storia della sua vita, a fare da staffetta insieme al padre partigiano, appena quattordicenne, durante la Resistenza). Ogni sua domanda era il frutto di una biblioteca personale sedimentata nelle notti insonni passate a decifrare i geroglifici della politica internazionale.

L’intelligenza artificiale può elencare le caratteristiche del neorealismo cinematografico, ma non può intuire la differenza tra la passione virile che Hitchcock prova quando fa sciogliere lo chignon delle sue attrici rigorosamente bionde, rigorosamente glaciali – rispetto al trasporto erotico che Truffaut rivela con grazia ed eleganza estremamente femminile. Questo lo si comprende con la comprensione dell’essere umano, del mondo maschile, osservando, studiando, amando.

La Sindrome della Superficie e l’Arte di raccontare Emozioni

Il pericolo più insidioso non è la sostituzione totale del giornalista con la macchina, bensì l’impoverimento progressivo della professione, la sua riduzione a mero assemblaggio di contenuti preconfezionati (sì ne leggo tutti i giorni).

È il trionfo di una “sindrome della superficie”: notizie tutte uguali, contenuto accessibile, nessun approfondimento, niente collegamenti. Come osservava Umberto Eco ne “Il nome della rosa”, “La conoscenza non è fatta solo di libri, ma anche del silenzio che li circonda“. L’intelligenza artificiale può divorare biblioteche intere in frazioni di secondo, ma non conosce il silenzio, non sa dell’emozione di una prima volta davanti L’isola dei morti (Die Toteninsel) di Arnold Böcklin, quella volta al Moma, e le lacrime trattenute per tutti quegli anni.

Arnold Böcklin – L’isola dei morti 1880 – Moma, N.Y.

La Biblioteca Vivente e La Ricerca Proustiana

Ogni vero giornalista è una biblioteca vivente, è la somma dei libri che ha letto, di quelli che lo hanno formato, di quelli che ha amato e quindi lo hanno plasmato, e quelli detestati, che quindi lo hanno affinato nella ricerca.
Quando Marcel Proust scrive “La Recherche“, sta lasciandovi non solo un romanzo, non la storia della sua vita, sta donandovi la storia del costume, un libro sul design e sulla moda, un catalogo per esperti psicologi con i profili di tutte le specie umane, sta confessandovi del gossip, i retroscena dei più importanti salotti parigini, sta aprendovi il manuale delle infinite emozioni, spiegate in maniera così vera e dettagliata, che non si può che piangere di fronte a tanto talento. Costatogli una vita intera.

Se l’algoritmo può assemblare citazioni appropriate e collegamenti plausibili, manca di “grano della voce“, quella che Roland Barthes descriveva come esperienza vissuta, passione autentica, dolore della conoscenza.
Perché conoscere è anche soffrire.


Il Tempo Della Sedimentazione. Il Tempo

Nell’era della velocità assoluta, della notizia che invecchia nel tempo di un click, il vero giornalismo oppone la resistenza della sedimentazione. Come il vino che acquista corpo negli anni, il pensiero giornalistico di qualità ha bisogno di tempo per maturare, di silenzio per depositarsi, di contemplazione per cristallizzarsi in forma compiuta.

Non chiedete a un giornalista un pezzo in venti minuti, vi prego, l’elaborazione emotiva è fondamentale in questo mestiere; c’è bisogno di attingere dal serbatoio di malinconia e meraviglia che alimenta ogni autentica vocazione intellettuale.

La Resistenza Necessaria – Il Vero Giornalista

Di fronte a questa marea di automi, il giornalista autentico deve rivendicare con orgoglio la propria specificità umana, la propria irriducibilità algoritmica. Non si tratta di opporsi al progresso tecnologico per nostalgia reazionaria (tutt’altro, viva la chirurgia robotica che permette di operare a distanza), ma di preservare quello spazio sacro dove la conoscenza si fa sapienza, dove la comprensione dei fatti della vita diventano poesia.

Il futuro del giornalismo sta nella più naturale capacità di emozionare ed emozionarsi di fronte al bello, di indignare e indignarsi di fronte all’ingiustizia, di commuovere e commuoversi di fronte alla fragilità umana.
Perché quando l’ultimo giornalista avrà ceduto la penna all’algoritmo, quando l’ultima biblioteca sarà stata digitalizzata e indicizzata, quando l’ultimo pensiero sarà stato classificato e archiviato, rimarrà ancora una domanda senza risposta:

Chi si ricorderà di sognare?


(In copertina, Biblioteca Abbazia di Admont, Austria – foto @Pinterest)