Visione Restaurant and Living, la nuova apertura nelle Langhe

Le colline di Barbaresco, patrimonio UNESCO, hanno la capacità unica di togliere: il rumore, la fretta, la distrazione. Ma, quando si arriva a Visione Restaurant and Living, l’ultima cosa che viene tolta è la vista: una vetrata enorme che incornicia il paesaggio e lo restituisce intero, filare dopo filare.

Qui, dal 20 marzo 2026, la cucina porta la firma di Samuele Di Murro, classe 1990, che ha scelto la propria terra per raccontare una storia che conosce da dentro. Dietro il progetto, l’intuizione di Luca Orilia, fondatore di Visione, che non ha mai pensato ad un semplice ristorante gourmet ma a un luogo dove il racconto comincia ancor prima di sedersi a tavola. Trentadue coperti, due percorsi degustazione, Certezza e Oltre, che dicono già molto di questa cucina: da una parte la fedeltà alla tradizione langarola, dall’altra il desiderio di spingerla oltre i propri confini.

Il benvenuto, una promessa

Si comincia con tre finger food manifesto, una meringa salata con fegato di seppia e uova di aringa; uno spiedino di lingua di vitello cotta alla brace, accompagnata da una rubia; e una tartelletta di pasta fillo con robiola, sedano e noci, nota croccante che chiude il trittico con leggerezza.

Ad accompagnare, non una bollicina qualunque ma la sua controfigura: una kombucha di tè fermentato al gelsomino, fatta in casa, con un accenno di acqua tonica che lascia in bocca un retrogusto di caramello. Un gioco di specchi: da Visione, le cose non sono sempre quello che sembrano, e proprio per questo il gioco della tavola si fa più interessante.

Alessandro, il prestigiatore del beverage

Se la cucina di Di Murro racconta il territorio, è Alessandro Scarsi, il sommelier, a decidere il ritmo della lettura. Alessandro trasforma l’accompagnamento in un bellissimo gioco, coinvolge il commensale, lo porta in territori stranieri, è un po’ un “prestigiatore del beverage“.

Il d’Amblé  di Abrigo, un Sauvignon che Alessandro definisce filo-francese ma dal carattere minerale e sapido, quasi un pizzico di sale sulla lingua, viene affiancato da un cocktail di anguria, cetriolo e lime pensato apposta per esaltare le carni servite. Il meccanismo è chirurgico: si assaggia il piatto, si beve il vino, si ritorna al piatto e si scopre che è esploso in bocca. Poi il sorso del cocktail, bevuto come un’ostrica, rumoroso e vivo, a chiudere il cerchio.

Il vertice del suo teatro arriva con un gioco a tre provette: un tè oolong, un tè nero dello Sri Lanka e un tè giallo dai sentori di cuoio e tabacco, pensati per mettere in discussione naso, bocca e tatto separatamente, prima di ricomporli in un cocktail finale. Si beve un sorso a testa, boccone dopo boccone, e alla fine si mescola quello che resta in un unico bicchiere, un piccolo drink pensato fin dall’inizio. È in quella provetta lasciata a metà, che si capisce perché Alessandro non è un semplice sommelier ma un secondo narratore della serata, quello che fa la differenza.

In cucina, memoria e tecnica

Il piatto della tartare di cervo, accompagnata da sedano candito, cetriolo all’ostrica e un velo di caviale leggermente affumicato, si chiude in tavola con un centrifugato di mela verde e cetriolo. Poco dopo arriva un pesce scottato in padella con zest d’arancia e fondo al limone salato, accompagnato da portulaca e finocchio di mare, che regalano al piatto quella nota iodata che sembra riportare il commensale sulla costa, anche a chilometri di distanza.

Le chiocciole di Cherasco, cotte poche alla volta nel burro e prezzemolo su un fondo di funghi e crema di parmigiano, con un ragù di finferli cotti alla brace e foglie di senape a dare sapidità, sono accompagnate da un Barbaresco Rocche dei 7 Fratelli 2023: freschezza, tripudio di spezie, un sorso comfort per un piatto altrettanto rassicurante.

Ma è il plin a raccontare la parte più intima dello chef. Non i classici tre arrosti, ma la ricetta d’ infanzia della nonna: ottanta per cento genovese, venti per cento guancia di fassona, un taglio che un tempo veniva scartato perché costava poco. La pasta cinquantadue tuorli e il fondo di guancia, i plinti diventano quasi delle caramelle per il collagene che trattengono. La’ dove c’è il ricordo, c’è sempre emozione nel piatto. Golosissimo.

Il risotto mantecato al tamarindo, burro e bisque, con gambero, gel di pompelmo e un giro finale di borragine, gioca sul filo di un piccante misurato (forse il mio piatto preferito), mentre il piatto “azzardo” della serata, uno spaghetto a cottura lunghissima terminato in una bagna cauda leggera e salsa verde di erbe amare, tarassaco e ortiche, con una spolverata di caffè, dimostra che Di Murro non ha paura di rischiare anche quando il rischio si chiama amaro.

Il maialino, marinato e cotto a bassa temperatura per quattordici ore prima del passaggio in piastra, arriva croccante fuori e cedevole dentro, accompagnato da una composta di albicocche e vaniglia, insalata di albicocche al timo e limone, senape in grani e fondo alla stessa senape: un piatto che chiude la parte salata con equilibrio, mai con eccesso.

Tra i dolci, la bavarese al pistacchio con cremoso ai capperi e yogurt di capra stratificato, coronata da un fiore di cappero fritto e un velo di fico, gioca sul contrasto tra dolce e salmastro con la stessa disinvoltura del resto del menu. Chiude un cioccolato bianco con cocco, gel di ananas e zenzero e una cheesecake all’albicocca, accompagnati da un digestivo a base di vermouth.

Una cucina che vince

Quello che colpisce, uscendo da Visione, non è soltanto la tecnica, che pure c’è ed è solida, ma la coerenza tra il paesaggio fuori e il racconto dentro il piatto. Samuele Di Murro costruisce lo stupore con grande eleganza e soprattutto, nonostante le nove portate, con grande leggerezza. E questo non è mai scontato. Accanto a lui, Alessandro trasforma ogni abbinamento in un piccolo racconto, capace di far innamorare anche un astemio! E in sala troverete anche Luca Orilia, una presenza sempre gentile, costante e con una grande visione.

Non stupirebbe se, nei prossimi mesi, Visione Restaurant and Living entrasse nella conversazione per la prima stella Michelin delle Langhe più giovani. La vista è già la più bella della zona. La cucina, ora, è promessa e certezza.

(foto concesse da Ufficio stampa @credit Veronica Carozzi)

La casa che torna a vivere: il rilancio del Museo Bagatti Valsecchi

La casa che torna a vivere: il rilancio del Museo Bagatti Valsecchi

Ci sono musei che custodiscono opere. Il Museo Bagatti Valsecchi, nel cuore di Milano, ha scelto di custodire qualcosa che trascende le collezioni: l’idea stessa di casa. È da questo principio che il Direttore Antonio D’Amico racconta la trasformazione che ha guidato negli ultimi anni, in un’intervista in cui il percorso del Museo si intreccia con il suo sguardo personale.

Da dimora privata a istituzione pubblica

La storia del Museo nasce da un gesto di lungimiranza della famiglia Bagatti Valsecchi. A partire dal 1974 viene costituita la Fondazione Bagatti Valsecchi, alla quale confluisce gran parte del patrimonio storico-artistico della casa. Dopo un lungo intervento di restauro promosso da Regione Lombardia, divenuta nel frattempo proprietaria del palazzo, nel 1994 il Museo Bagatti Valsecchi apre al pubblico, rendendo accessibile un patrimonio che ancora oggi conserva l’allestimento originariamente concepito dai due fondatori.

la cupola

Dal 2021 Antonio D’Amico assume dapprima l’incarico di conservatore e successivamente quello di Direttore del Museo, contribuendo a rafforzarne l’identità attraverso una programmazione culturale sempre più ricca e articolata.

Il Museo si trova a confrontarsi con un posizionamento peculiare: è internazionalmente noto soprattutto per la Santa Giustina di Giovanni Bellini, opera richiesta nelle principali mostre dedicate al Rinascimento in Italia e all’estero, ma risulta talvolta meno riconosciuto nel suo ruolo più ampio di casa museo, espressione della cultura collezionistica milanese di fine Ottocento.

la camera

Il progetto di Casa Bagatti Valsecchi nasce infatti negli anni Ottanta dell’Ottocento come rilettura consapevole del Rinascimento lombardo, attraverso la costruzione di un ambiente unitario in cui architettura, arredi e collezioni dialogano secondo un preciso programma culturale.

Pochi sanno, ricorda il Direttore, che fu la prima abitazione privata milanese ad avere l’energia elettrica – i lampadari passarono direttamente dalla candela alla luce elettrica – e la prima a disporre di doccia calda.

Il dato di partenza, all’arrivo del nuovo Direttore, è secco: circa sedicimila visitatori l’anno, dato pre-Covid, frutto di un museo “statico” che aveva smarrito la propria identità di luogo di cultura viva.

la sala da pranzo

Una filosofia: la casa come dimensione di vita

Il cuore della sua strategia si fonda su una convinzione che il Direttore esplicita con chiarezza: la casa, per chiunque, è “il luogo del comfort, il luogo dove stiamo bene, dove soffriamo, piangiamo, amiamo, viviamo: dove ognuno di noi scopre la propria identità, attraversando tutte le fasi della vita, dalla nascita alla vecchiaia“. Riportare il museo a questa dimensione, non più tempio silenzioso in cui si entra in punta di piedi, ma spazio di vita condivisa, è stato il primo obiettivo dichiarato.

Da qui nasce un lungo lavoro negli archivi di Casa Bagatti Valsecchi ed è proprio nelle raccolte di fotografie e disegni che il Direttore individua una vera miniera. I fratelli Bagatti Valsecchi, racconta, erano abilissimi disegnatori: viaggiavano per l’Italia disegnando ciò che li affascinava, per poi farlo realizzare su misura da artigiani milanesi. Non copie fedeli dell’antico, ma reinterpretazioni: un’anima quattro-cinquecentesca che dialoga con innovazioni di fine Ottocento, “un’Erma bifronte che guarda al passato e insieme si proietta nel futuro.” Decine di migliaia di disegni e fotografie, in gran parte ancora da catalogare, diventeranno oggetto di un progetto di valorizzazione che porterà, in futuro, a una mostra dedicata.

C’è anche un elemento ludico in questa filosofia del nascondere e del rivelare: i mobili della casa sono pieni di cassetti segreti, ante cieche, ripiani che non portano in nessun luogo. “L’idea era proprio quella di svelare“, spiega il Direttore – un invito permanente alla scoperta che il Museo ha scelto di trasformare in pratica curatoriale.

la sala da bagno

Il salotto ritrovato: arti sorelle e comunità

Un altro tassello della narrazione riguarda la vocazione storica della casa come luogo di incontro: vi transitarono, lasciando la propria testimonianza sugli storici libri delle firme, oggi digitalizzati, figure come Andrea Maffei, Giovanni Verga, Margherita di Savoia e Giuseppe Verdi. Vi si organizzavano serate di teatro, danza e musica, le “arti sorelle” nell’accezione rinascimentale, non confinate alla sola pittura o scultura.

È questa eredità che il Direttore ha scelto di riattivare con linguaggi contemporanei, dando vita al format Stasera al Museo il palinsesto di musica, teatro e danza che coinvolge anche produzioni teatrali originali, e a Tea Talks, un ciclo di conversazioni d’arte all’ora del tè con storici dell’arte e studiosi. L’obiettivo dichiarato è ambizioso quanto semplice: trasformare un visitatore occasionale – una visita ogni cinque anni – in un frequentatore abituale, capace di tornare cinque volte l’anno. Un modello debitore dei grandi musei americani, capaci di costruire pubblici differenziati per fascia d’età e interesse.

Il radicamento personale di questa visione affonda nella biografia del Direttore stesso, di origini siciliane (la famiglia di Nicosia, in provincia di Enna), dove la dimensione della comunità e dello stare insieme la sera, fuori casa, a raccontarsi, ha lasciato un’impronta che oggi ritrova nel concetto di museo come luogo di aggregazione.

salone

Oltre le mura: le periferie e la cura del territorio

Un capitolo non secondario della strategia riguarda l’uscita del Museo dai propri confini fisici: conferenze nelle biblioteche di periferia e laboratori con le scuole.
Se hai la consapevolezza di chi sei, non devi avere paura di andare“, osserva Antonio D’Amico, raccontando come gli stessi cittadini raggiunti nei quartieri, tornino poi a visitare il Palazzo di via Gesù, un meccanismo di fidelizzazione che capovolge il rapporto tradizionale tra museo e pubblico, portando la cultura a chi normalmente non varcherebbe la soglia di un’istituzione come questa.

camera verde
sala delle armi

Depero Space to Space: quando il futurismo incontra i fratelli Bagatti Valsecchi

Se c’è un progetto che riassume in pieno la filosofia di D’Amico, è la mostra dedicata a Fortunato Depero, nata da un’altra scelta strategica fortemente voluta: la creazione di un comitato scientifico, organo consultivo composto da cinque figure, ciascuna portatrice di una competenza specifica legata all’identità della Casa. Tra loro Nicoletta Boschiero, che per oltre vent’anni ha diretto la Casa d’Arte Futurista Depero a Rovereto: è da questo incontro che nasce l’intuizione curatoriale alla base del progetto.

L’idea muove da un parallelismo storico che risulta sorprendente nella sua precisione: il lavoro compiuto dai fratelli Bagatti Valsecchi a fine Ottocento e quello realizzato da Depero al ritorno dall’America, sul finire degli anni Quaranta, rispondono alla medesima tensione. Se i fratelli desideravano “vivere dentro un’opera d’arte totale, Depero si dedica con analoga ambizione allo spazio dell’abitare e allo spazio pubblico in ogni loro aspetto, fino a dar vita, negli anni Cinquanta, alla sua Casa d’Arte a Rovereto affidatagli dal Comune: non un’abitazione, ma il primo museo dedicato a un artista futurista. Da questa convergenza nasce il titolo della mostra, Depero Space to Space – lo spazio roveretano e lo spazio milanese, uniti dalla medesima vocazione alla costruzione della memoria, quella dei fratelli nell’Ottocento e quella di Depero nel Novecento, in un’unione “bifrontale”, tra antico e contemporaneo.

sala della stufa valtellinese

Si tratta inoltre di una mostra sonora, scelta coerente con l’insegnamento futurista secondo cui l’arte deve restare ancorata al suono e alla vocalità. Poiché non esiste alcuna registrazione della voce di Depero, il Museo si è rivolto al regista veneto Gaetano Cappa, già autore di lavori sul futurismo e su Depero stesso, chiedendogli di realizzare alcune installazioni sonore. Cappa ha costruito un plastico, collocato nella Biblioteca, che ricostruisce gli accadimenti newyorkesi tra la fine degli anni Venti e la metà degli anni Quaranta – in una sorta di “cinematografo” della città. 

Allo stesso regista è stato chiesto di dare voce all’artista: la prima opera che il visitatore incontra, Il Maggiordomo, è accompagnata da un estratto di So I Think, So I Paint,  testo che Depero durante i suoi viaggi a New York in cui racconta cosa significhi per lui fare arte.  Il regista, con un “sorry for my english” in un inglese volutamente maccheronico, dà il tono all’intera operazione.

Tra i prestiti più rilevanti, concessi dal MART, figurano le sette tarsie in panno che Depero realizzò per il ViBi Bar – V per vino, B per birra – su commissione delle Cantine Cavazzani: esposte tutte insieme per la prima volta a Milano, sono accompagnate da un paesaggio sonoro che riproduce la musica e il chiacchiericcio di un bar di metà Novecento, per immergere il visitatore nel clima dell’epoca.

Non manca, infine, un tocco di ironia che D’Amico e Boschiero rivendicano come fedele allo spirito dell’artista: lungo la Galleria delle Armi, è stata collocata L’elasticità dei gatti, dipinto di Depero accompagnato dal verso di un gatto – un piccolo scherzo museale che il Direttore racconta di essersi divertito a orchestrare personalmente, certo che lo stesso Depero, ne avrebbe approvato lo spirito.

La mostra si rivela così non un episodio isolato nel calendario espositivo, ma la traduzione più compiuta del principio che guida l’intero incarico: la casa-museo come spazio totale, dove memoria storica e linguaggio contemporaneo si parlano a un secolo di distanza.

La comunicazione che cambia

Dall’insieme del racconto emerge con chiarezza un cambio di paradigma nella comunicazione museale. Il museo non si rivolge più a un pubblico indistinto attraverso un linguaggio istituzionale e distante, ma costruisce pubblici differenziati studenti universitari, professionisti, famiglie, residenti di quartiere – con strumenti e momenti diversi: l’aperitivo culturale, la conversazione d’arte, il laboratorio con le scuole, e ora anche una mostra temporanea capace di tradurre il linguaggio futurista in un’esperienza sensoriale e narrativa contemporanea. La comunicazione, in altre parole, non è più annuncio ma relazione: un invito ricorrente, costruito nel tempo, a tornare. È un modello che rovescia la logica dell’evento isolato a favore di una presenza costante e riconoscibile – l’unica, secondo D’Amico, capace di trasformare un museo da meta occasionale a luogo di appartenenza.



Museo Bagatti Valsecchi
Via Gesù, 5 Milano
Merc-Gio-Ven-Sab-Dom 10.00 / 18.00
Depero Space To Space visitabile fino al 2 agosto 2026

(foto concesse dal Museo – ph. Ruggero Longoni ed Elena Datrino)

Little Tobago, nuove geografie

Little Tobago, nuove geografie

C’è una geografia sociale di Milano che sfugge alle mappe ufficiali, e chi frequenta certi quartieri da anni lo sa: aperto da poco al civico 2 di via Giorgione, in quell’area di confine tra Moscova, corso Como e Chinatown, c’è un ex magazzino di farine trasformato nel nuovo ristorante place to be, popolato non dalla clientela sgargiante che la zona farebbe presupporre, ma da gruppi di amici in pausa dal business quotidiano, e da coppie adulte (uomini il cui lavoro immagino coincidesse un tempo con l’interior design o con qualche disciplina affine), capaci di riconoscere a colpo d’occhio la mano di Alessandro Cesario  e Christian Brigliadoro (i fondatori di Little Tobago) dietro ogni scelta d’arredo.

Sono loro d’altronde la firma ricorrente delle aperture del gruppo Sequoia (Casa Tobago, Sali Rooftop, Casa Sofia, Santa Hi-Fi Club), e va detto senza troppi giri di parole: non ne sbagliano una. Anche qui non deludono, scelgono di stupire con una palette cromatica messicana e con una grande tela d’ingresso su cui campeggiano due sombreros dipinti, che accolgono l’ospite come un sipario prima dello spettacolo.

È nei dettagli, però, che Little Tobago rivela la propria natura, quella capacità di trattenere lo sguardo su un oggetto minuscolo fino a farne materia di desiderio. La zuccheriera, ad esempio, è un cocco scavato, con rifiniture in metallo lavorato a mano; i Laguiole sono firmati Jean Dubost, perfetti per la carne alla brace; i porta posate sono in cuoio personalizzato, e nella loro foggia richiamano la sella di un cavallo.

Ad accogliere gli ospiti, anche qui, c’è Ginger. Non trovo, cercando, una definizione ufficiale del suo ruolo che le renda davvero giustizia, Guest Relations Manager suona riduttivo per una donna che ha fatto dell’ospitalità un mestiere che assomiglia più ad un dono di natura. Ha i connotati di un’ibizenca dal gran gusto, bracciali e anelli che raccontano di viaggi mai dimenticati, il sorriso di chi conosce perfettamente il palco del suo mestiere; è simpatica, nel senso più raro del termine, capace di intrattenere senza mai risultare invadente. Se non la vedi da mesi, al ritorno ti accoglie come fosse la prima sera, ed è forse questo il vero lusso dell’ospitalità contemporanea.

A dirigere la squadra è Alberto Corvi, Corporate Operation Manager cresciuto professionalmente proprio a Casa Tobago, dove ha maturato quella serietà quasi militare che oggi applica con naturalezza a un contesto nuovo, tra i palazzi signorili degli anni Settanta che punteggiano questa porzione di città, architetture meno raccontate del liberty di Porta Venezia ma non meno eleganti nella loro sobrietà razionalista.

Alberto Corvi

La sala di Little Tobago è un ambiente unico, continuo, che si apre su un patio d’ingresso e prosegue attraverso grandi vetrate fino a uno spazio esterno arredato con la stessa cura dell’interno, tappeti, tavoli importanti, sterlizie che nella loro forma spavalda sembrano, a un primo sguardo distratto, piccoli banani. Ma è dentro che si consuma lo spettacolo vero, quello del fuoco vivo, della brace sempre accesa.

Una nota tecnica, al piano terra i cocktail sono prebatchati, miscelati in anticipo per garantire coerenza di gusto e rapidità di servizio, una scelta lucida per un ambiente dove la cucina in sala già cattura l’attenzione e non lascia spazio a lunghe attese al banco. Il servizio è rapido stile Speedy Gonzales, perfettamente in tema! Chi cerca la miscelazione costruita al momento, con tutto il tempo che merita, dovrà salire da Big George, il bar al piano superiore. Qui invece consiglio due referenze su tutte: il kiwi e jalapeño, dove la dolcezza vegetale del frutto viene interrotta da una nota piccante che arriva in coda e resta, e lo yuzu e melissa, agrumato e balsamico insieme, di una freschezza quasi erboristica. Ho pasteggiato con questi due cocktail dall’inizio alla fine, scelta che consiglio a chi preferisce un solo filo conduttore aromatico invece di rincorrere abbinamenti diversi piatto per piatto.

In tavola, da condividere, il ceviche, agrumato e pulito, perfetto apripista prima dei tagli alla brace. Ottimo il lobster roll, un panino caldo e goloso che si mangia meglio con le mani, senza troppe cerimonie. E se devo indicare un taglio da attenzionare più di tutti, è il ribeye di black Angus, marezzatura generosa e crosta di affumicatura. A questo aggiungo il carpaccio di black Angus, che si scioglie in bocca, e il tajín con le verdure affumicate, taccole, friggitelli, pomodorini, un piatto che dimostra come la brace sappia essere gentile anche con ciò che non è carne.

Little Tobago è il twist contemporaneo di Casa Tobago, più intimo negli spazi. È la conferma che il gruppo Sequoia ha capito che non basta aprire un locale, bisogna costruirne la destinazione.

Venezia – guida completa per 3 giorni immersivi

Venezia – Guida completa per 3 giorni immersivi – Estate 2026

Come per tutte le città immortali, è impossibile riassumere le bellezze che la caratterizzano, in 3 giorni e qualche indirizzo – ma in questa guida completa, troverete una Venezia inedita, non l’ennesimo giro tra Rialto e San Marco, ma un percorso fatto di fornaci ed eccellenze Made in Italy; di mostre d’arte a cielo aperto; il meglio della Biennale Arte 2026; un archivio rarissimo chiuso per cinquant’anni, lo sguardo di Man Ray. Una Venezia che non smette mai di sorprendere, anche chi crede di conoscerla già.

DOVE ALLOGGIARE:

Madama Venice
Alloggiare al Madama Venice significa vivere un’esperienza di ospitalità unica.
Trattasi di un boutique hotel che ha solo 6 suites con una vista privilegiata sul canale, un giardino privato dove servono colazioni all’aperto, e la privacy di una Venezia rara. Il servizio eccelso di un hotel, la tranquillità di una villa privata. Qui ogni dettaglio vi farà innamorare e ritornare.

La nostra esperienza e guida completa qui
Dove: Fondamenta San Felice 3604, Cannaregio Madama Venice

DA NON PERDERE:

Man Ray. L’immagine ritrovata – Ca’ Giustinian, Biennale di Venezia
Cinquant’anni dopo la leggendaria mostra del 1976 a San Giorgio Maggiore, ultimo atto veneziano di un artista già gravemente malato, la Biennale ricostruisce integralmente quell’allestimento con 160 opere tratte dall’Archivio Storico, patrimonio donato da Man Ray stesso. Un testamento spirituale restituito alla città che lo aveva accolto per l’ultima volta.


Alex Signoretti – Murano, tre generazioni dopo
C’è un modo per misurare quanto un mestiere sia autentico, ed è vedere quante generazioni riesce a sopravvivere senza tradirsi. La Vetreria B.F. Signoretti nasce nel 1991 dalla visione di Bruno Fusato Signoretti, veneziano classe 1939, che prima portava i turisti nelle fornaci e poi decise che una fornace voleva costruirsela da sé, dando vita all’eccellenza artigianale Made in Italy, oggi eredità di Alex Signoretti.

Nipote del fondatore, classe 1996, apprendista sotto maestri come Pino Signoretto, Barbaro e Tagliapietra prima di trovare un linguaggio tutto personale. Le sue opere giocano con cromatismi accesi, dettagli in oro 24 carati, soggetti pop che spaziano da collezioni ispirate allo sport a protagonisti iconici del cinema. Il risultato è un vetro che parla a clienti internazionali, architetti e interior designer da Milano a Londra, dimostrando che l’arte vetraria veneziana è sia eredità che contemporaneità, il fascino millenario della disciplina del fuoco.

La struttura offre servizio privato in taxiboat da Venezia, per la visita alla Fornace e allo showroom.



VENEZIA, MUSEO A CIELO APERTO:

Alberto Zampieri – Solitudine di ragazza in falsa compagnia, Regina Art Gallery
Calle San Felice – Durante la Biennale Arte, Venezia si arricchisce d’arte anche per le calli. Passeggiando noterai una ragazza sola seduta sul balconcino di una casa veneziana. Ti accorgerai solo avvicinandoti che non è reale. Zampieri coglie quella particolare forma di isolamento contemporaneo che si consuma in pubblico, visibile a tutti ma invisibile a chi ti sta accanto.



Farmacia Ponci a Santa Fosca – Cannaregio
La più antica farmacia veneziana, con interni originali del XVII secolo intatti, mobili barocchi, vasi in maiolica, intagli in noce. Nel 1701 il farmacista Zanichelli registrava già le celebri Pillole di Santa Fosca presso i Provveditori della Sanità per impedirne le imitazioni; nel 1870 Ferdinando Ponci ne confermava il privilegio, legando il suo nome a una specialità medicinale rimasta sul mercato per tre secoli. Oggi ospita la profumeria Il Mercante di Venezia, lo stesso spazio, un altro tipo di alchimia.



Davide Rivalta – Leoni in Campo, Fondazione Querini Stampalia
Quattro sculture monumentali in bronzo, due leoni e due leonesse, collocate in Campo Santa Maria Formosa e Campiello Querini come sentinelle silenziose: presenze rassicuranti che vegliano, dialogando con secoli di storia veneziana. I passanti accarezzano il muso dell’animale quasi come un rito portafortuna.

Ponte Chiodo – Cannaregio, Rio di San Felice
L’unico ponte rimasto senza parapetto a Venezia, ultimo testimone di come erano tutti i 446 ponti della città prima dell’Ottocento quando, per ragioni di sicurezza, vennero dotati delle protezioni laterali, le spallette o bande. Ponte privato del XVI secolo, un tempo di proprietà della famiglia Chiodo, conduce oggi alle porte di alcune abitazioni private e resta il terzo ponte più fotografato di Venezia.

Le porte di Venezia
Porte murate, porte aperte e porte chiuse, porte in legni di epoche diverse, porte della città, porte blindate, porte con batacchio o campanello, porte socchiuse, porte illuminate e porte anonime, porte minuscole e porte imponenti.
Sulle porte di Venezia si trova tutto: maniglie a forma di leone, batacchi con mostri e sirene, campanelli in ferro battuto, decorazioni con personaggi esotici e turchi col turbante, una ricerca di bellezza applicata dove avrete voglia di oltrepassare la soglia.



St.Regis Venice – hotel galleria d’arte
Il St. Regis Venice funziona di fatto come una galleria d’arte contemporanea, il progetto espositivo, di quest’anno è curato da Marta Cereda e si sviluppa negli spazi aperti al pubblico del piano terra dell’hotel; Marco De Santis presenta la serie Crepusculo, opere che dialogano perfettamente con la luce e l’ambiente dello spazio al St.Regis, sono incisioni su rame, tecnica artigianale nata in Europa risalente alla prima metà del XV secolo.
Nel Gran Salone trovate il ritratto della Marchesa Casati, folle mecenate nota per aver organizzato i parties più lussuosi ed eccentrici del mondo, creato dall’artista Simon Berger, lastre di vetro di sicurezza frantumate per creare volti e icone tramite la luce e i tagli del materiale. Questo ritratto è stato concepito in collaborazione con il maestro vetraio Berengo Studio di Murano.



Nell’ elegante hall del St Regis, l’installazione ambientale dell’artista Nina Carini in concomitanza con l’apertura della 61ª Biennale d’Arte. “The Water Rises”, Komorebi exhibition 2026, mette il visitatore in relazione con un ecosistema evocato, in cui la fragilità diventa esperienza diretta. In mostra un corpus di opere scultoree.



DOVE MANGIARE:

Vini Da Gigio – Fondamenta San Felice, Cannaregio
Da fuori, si mimetizza nella calle, dentro, un gioiello con pavimenti in cotto, travi a vista e l’atmosfera di una trattoria di famiglia che dal 1981 non ha mai smesso di crescere. Fondato da Nicoletta Ceola e Silvano Lazzari, oggi è portato avanti dai figli Paolo e Laura, seconda e terza generazione della stessa passione. Le specialità, moeche di stagione a parte, sono sarde in saor, misto di specialità veneziane cotte, seppie alla veneziana, anguilla alla griglia caponata, fegato alla veneziana con polenta, tagliolini alla granseola (deliziosi) e antipasti misti di crudo del giorno.
La carta dei vini si apre con un dettaglio simpatico: una serie di disegni fatti da bambini che vi hanno cenato, dedicati al ristorante, uno si firma Lola, 5 anni, dall’Argentina.
Si trova a due passi da Ca’ d’Oro, vicino al Ponte de Chiodo, consigliatissimo.




Marcianino L’Osteria – Cannaregio, Rio della Misericordia
Sul Rio della Misericordia, con dehors direttamente sul canale, Marcianino è l’osteria che frequentano i local: cicchetti, taglieri, cucina di mare, piatti di ostriche fresche, Gin della casa aromatizzato alla salicornia, fiumi di Spritz con un bellissima vista sul canale. L’antidoto perfetto alla Venezia turistica, con un’atmosfera rilassata ma di bacaro autentico.

Trattoria Bar Pontini
Piccola trattoria sul canale di Cannaregio, atmosfera rilassata per un pranzo all’aperto e un menu di pesce veneziano autentico, consigliato il baccalà mantecato con polenta bianca e pinoli, fritto misto, spaghetti allo scoglio, e tiramisù. Le porzioni sono davvero abbondanti e i prezzi calmierati rispetto agli standard veneziani. Qui lo staff è tutto al femminile, donne simpaticissime che “portano i pantaloni”.

COSA VEDERE:

Biennale Arte 2026

Padiglione Centrale
Oriol Vilanova — Los restos

Vilanova (Manresa, 1980) lavora con ciò che le epoche lasciano cadere: resti di mercati delle pulci trasformati in materia poetica e politica. Il mercato è una promessa di ricostruzione, di senso ritrovato. I frammenti parlano di ciò che un’epoca ha creduto necessario e poi abbandonato. Una pratica che guarda al basso, al residuale, senza nostalgia.



Beverly Buchanan
Le sue sculture di shack impiegano legname recuperato, metalli e cemento tabby misto a gusci di ostriche, sabbia e cenere, richiamando l’economia materiale razzializzata della Georgia costiera. Ogni materiale porta una storia: Buchanan commemora l’ingegno di donne come l’architetta autodidatta Mary Lou Furcron e l’artista Nellie Mae Rowe. La Biennale 2026 ne traccia l’orizzonte completo: disegno, pittura, scultura, land art.

Leonilda González
Co-fondatrice del Club de Grabado de Montevideo, González ha fatto della xilografia uno strumento politico: replicabile, accessibile, capace di raggiungere migliaia di persone. La serie Novias revolucionarias ritrae spose arrabbiate in protesta: bianco e nero ad alto contrasto, corpi di ispirazione bizantina, ironia tagliente come un coltello. Con la dittatura militare uruguaiana (1973-1985), quelle immagini di rabbia coniugale diventarono silenziosa resistenza politica.



Raed Yassin – Warhol of Arabia e Yassin Haute Couture
Nel gennaio 1977, Warhol atterrò in Kuwait per caso: un upgrade aereo lo svegliò nella penisola arabica invece che a Roma. Da quell’aneddoto opaco, Yassin costruisce Warhol of Arabia: archivio e invenzione intrecciati, i possibili ritratti pop dei soggetti locali immaginati nella grafica della serigrafia warholiana. In Yassin Haute Couture, alle Corderie, il padre dell’artista, stilista assassinato durante la guerra civile libanese, rivive attraverso i motivi ricamati che avrebbe potuto disegnare. Lutto trasformato in humor pungente, assenza resa visibile.



Alice Maher
In Les Filles d’Ouranos (1996, riprodotta alle Gaggiandre dell’Arsenale), teste vermiglie emergono dall’acqua riscrivendo la nascita di Afrodite in chiave di fertilità, frammentazione e ammonimento. In The Sibyls (2025), profetesse intrappolate in enormi matasse di capelli, sotto gocce di mercurio su superfici a specchio. Quattro decenni di lavoro sull’identità femminile nell’Irlanda post-coloniale dove Maher mantiene generativi i confini tra sacro e profano, personale e politico



Endre Koronczi – Pneuma Cosmico
Da quasi vent’anni Koronczi lavora attorno al vento: fenomeno invisibile che permea ogni cosa, dall’alito umano alle correnti planetarie. L’installazione combina lentezza, osservazione e pensiero associativo, né dimostrazione scientifica né pura metafora, ma intuizione a contorni volutamente sfumati. L’elemento sonoro, composto da Máté Balogh ed eseguito attraverso l’oggetto Respiro catturato, nasce dalla Raccolta di sospiri dell’artista. Un invito a rallentare la percezione fino a sentire ciò che solitamente passa inosservato.

Padiglione Nordico – Wranes, Kristalova, Orlow
Tre artiste trasformano l’architettura del padiglione in forza attiva. Tori Wranes libera figure senza testa, realizzate con vele modellate dal vento, da cui fuoriescono uccelli; una sirena da nebbia suona ogni ora. Klara Kristalova raccoglie creature in ceramica attorno a un albero caduto: fragilità e humor coesistono nella stessa superficie. Orlow costruisce una grande figura in argilla riciclata all’interno stesso del padiglione, provvisoria per definizione, si asciuga, si crepa, tende alla terra più che al monumento.



Padiglione Giappone – Ei Arakawa-Nash e Saito Reiji
Arakawa-Nash e il partner Forrest hanno scelto di diventare genitori durante la pandemia: due gemelli, dicembre 2024, scelta radicale in un mondo dove ventuno nazioni registrano già calo demografico. In I primi film dei gemelli, Saito Reiji riprende i bambini che guardano per la prima volta nove film sulla diaspora giapponese: la telecamera cattura lo sguardo, la meraviglia prima del linguaggio. Genitorialità come atto politico, cura come forma estetica.

Yto Barrada – Comme Saturne
Saturno che divora i propri figli, come la Rivoluzione che divora i suoi, dialoga con il dévore, tecnica tessile che dissolve chimicamente alcune fibre per far emergere una forma attraverso l’assenza: distruzione e generazione nello stesso gesto. La luce del giorno scolora progressivamente i tessuti nel corso della mostra, rendendo visibile il tempo. Tra cosmologia, storia del lavoro e teoria del colore, Barrada costruisce uno strumento poetico di sopravvivenza — un modo di abitare l’instabilità attraverso artigianato e umorismo.

Stellantis e l’Italia: Filosa e Gusmeroli, la svolta di un dialogo che finalmente funziona

Stellantis e l’Italia: Filosa e Gusmeroli, la svolta di un dialogo che finalmente funziona

Ci sono audizioni parlamentari che passano agli archivi come pura formalità, e ce ne sono altre che segnano davvero un cambio di passo. Quella del 17 giugno scorso, con l’amministratore delegato di Stellantis Antonio Filosa davanti alle Commissioni riunite Attività Produttive della Camera e Industria del Senato, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. E il merito va condiviso: da un lato un manager che ha saputo restituire credibilità e visione a un gruppo che ne aveva bisogno, dall’altro una commissione parlamentare guidata con competenza e costanza dal deputato Alberto Luigi Gusmeroli, che in due anni di lavoro silenzioso ha costruito le condizioni perché questo dialogo potesse finalmente dare frutti concreti.

Un cambio di tono che si sente

Filosa si è presentato con un registro positivo: il richiamo ai suoi 27 anni nel gruppo, l’omaggio a Sergio Marchionne nel giorno del suo compleanno, la rivendicazione di un legame personale e autentico con l’Italia. Sembra a tutti gli effetti il segnale di un management che ha scelto di tornare a parlare con le istituzioni italiane, anziché limitarsi a comunicare ai mercati.

Le quattro direttrici del piano industriale

Al centro dell’audizione, le linee guida con cui Stellantis intende affrontare la fase che il settore automotive sta attraversando a livello globale. Come ha sottolineato lo stesso Gusmeroli al termine dei lavori, l’amministratore delegato ha confermato quattro direttrici di intervento solide e coerenti:

– il principio del Made in Europe, per favorire progettazione e componentistica realizzate nel Vecchio Continente e contrastare la concorrenza cinese;
– robusti investimenti in innovazione per diversificare le motorizzazioni nel rispetto della neutralità tecnologica;
– lo sviluppo di utilitarie per le famiglie con costi accessibili e consumi ridotti;
– e una nuova generazione di veicoli commerciali, da produrre in Italia.

Un impianto strategico che Filosa ha tradotto in un’affermazione programmatica più che propagandistica: Per l’Italia abbiamo una visione chiara, ha detto, rivendicando il rispetto degli impegni del Piano Italia presentato lo scorso anno da John Elkann, e aggiungendo che in molti casi il gruppo si spingerà anche oltre quanto previsto. Una dichiarazione che, alla luce dei dati che vedremo più avanti, trova già oggi riscontri concreti.

Stabilimento per stabilimento: un impegno fabbrica per fabbrica

Il dato più atteso dall’opinione pubblica e dai territori coinvolti riguarda il destino dei singoli stabilimenti italiani, e su questo fronte Filosa ha offerto un quadro puntuale e rassicurante, indicando una missione produttiva precisa per ciascun sito.

Cassino, il dossier più delicato e seguito con apprensione dai territori, non chiuderà: Filosa ha mostrato piena consapevolezza delle aspettative sullo stabilimento, dichiarando che il gruppo è al lavoro “anche con potenziali partner” per il suo futuro, nel quadro del piano Maserati. È un approccio prudente e responsabile: prendersi il tempo necessario per costruire un’alleanza solida, piuttosto che annunciare soluzioni affrettate. Nel frattempo il gruppo si concentrerà sulla gamma attuale, con una serie speciale per Alfa Romeo Giulia e Stelvio e l’arrivo di una nuova Maserati Grecale dal 2027.

Pomigliano ospiterà entro il 2028 la prima piattaforma e-car, con almeno due (forse tre) nuovi modelli ad alti volumi e un prezzo di vendita accessibile, intorno ai 15mila euro, che si affiancheranno alla Fiat Pandina ibrida, confermata almeno fino al 2030.

Mirafiori resta quella che Filosa ha definito “la casa italiana ed europea” del gruppo, con la 500 ibrida, l’hub di economia circolare e oltre tremila ingegneri: un investimento in capitale umano che testimonia quanto il radicamento italiano resti centrale nella strategia del gruppo.

Melfi vedrà la produzione di due nuovi modelli, Ds e Lancia Gamma, mentre Modena, che ha già riaccolto la produzione delle Maserati GranTurismo e GranCabrio e ospita Bottega Fuoriserie, sarà entro il 2028 la sede di una nuova Alfa Romeo.

Per Maserati in particolare, Filosa ha annunciato un piano “ambizioso”, da presentare a Modena entro fine anno, che comprenderà due nuovi modelli del segmento delle ammiraglie“Maserati si confermerà icona italiana di stile ed eleganza”, ha dichiarato il ceo – una frase che racchiude la volontà di coniugare competitività industriale e valorizzazione del patrimonio italiano.

La novità industriale più rilevante riguarda Atessa, dove sarà prodotta la prossima generazione di veicoli commerciali di grandi dimensioni. Solo ad Atessa investiremo oltre un miliardo di euro nei prossimi cinque anni”, ha annunciato Filosa, definendo l’operazione una scelta destinata a garantire il futuro dello stabilimento abruzzese e a confermare la centralità dell’Italia nei veicoli commerciali: un impegno economico imponente, che parla da solo.

I numeri della ripresa

A sostegno del quadro positivo, Filosa ha fornito alcuni dati che meritano di essere sottolineati con chiarezza: nei primi cinque mesi del 2026 le immatricolazioni sono cresciute di quasi il 15%, la produzione del 16%, mentre il ricorso alla cassa integrazione si è ridotto del 30%. A livello globale, nel primo trimestre il gruppo è tornato a una “crescita redditizia” e dispone di una liquidità di quasi 45 miliardi di euro. Sull’Italia, il gruppo prevede complessivamente 5 miliardi di euro in ricerca e innovazione nei prossimi cinque anni. Sono numeri che, presi insieme, raccontano un’inversione di tendenza reale e misurabile.

Energia e lavoro: una richiesta legittima

Restano, nelle parole dello stesso Filosa, “i nodi competitivi”, e va riconosciuto il merito di averli affrontati con franchezza anziché nasconderli. Il principale è il costo dell’energia: nel primo trimestre Stellantis ha pagato in Italia in media 205 euro al MWh, contro i 90 euro pagati in Spagna e i 100 euro in Francia. È un divario oggettivo, documentato, che non dipende da scelte aziendali ma da un fattore di sistema-Paese.

Sul fronte del lavoro, Filosa ha chiesto maggiore flessibilità, citando il modello spagnolo: “Serve introdurre meccanismi di flessibilità in linea con le esigenze operative contemporanee, come è stato fatto in Spagna, ha dichiarato, precisando subito dopo che questa flessibilità deve “gratificare e tutelare le persone“, consentendo al tempo stesso di “sintonizzare la produzione, il mercato e le altre dinamiche esogene“. Un equilibrio, tra competitività e tutela dei lavoratori, che è esattamente ciò che ci si augura da una leadership industriale matura.

L’emendamento Gusmeroli: una soluzione concreta

È proprio su questo punto che si misura il valore del lavoro svolto dalla commissione presieduta da Alberto Luigi Gusmeroli. Filosa ha riconosciuto esplicitamente il valore delle misure introdotte di recente dal Parlamento nella conversione del Decreto Primo Maggio, ringraziando direttamente il presidente della commissione: “Ringrazio il presidente Gusmeroli per un emendamento che crediamo possa essere di grande utilità per migliorare la competitività industriale e, al contempo, valorizzare i nostri lavoratori”.

Si tratta dell’emendamento a prima firma dello stesso Gusmeroli, che disciplina il distacco di lavoratori da aziende in difficoltà verso aziende sane, con l’obiettivo di mantenere competenze e redditi dei lavoratori, evitando il ricorso alla cassa integrazione. È una misura pragmatica, uno strumento che tiene insieme la tutela del lavoratore e la sostenibilità del sistema industriale.

Commentando l’esito dell’audizione, Gusmeroli ha sintetizzato bene il senso di questi due anni di lavoro: L’attività della commissione di questi due anni di sensibilizzazione e attenzione sulla crisi automotive che colpisce anche il nostro Paese ha visto oggi in audizione le prime azioni positive di svolta. Un bilancio che i fatti, numeri alla mano, sembrano confermare. Il deputato ha inoltre rivendicato con orgoglio il ruolo della Lega nella difesa dei territori coinvolti: La Lega ha dimostrato anche in questa occasione una concreta vicinanza ai territori, avendo come obiettivi la difesa dell’occupazione e lo sviluppo economico dell’Italia per le presenti e le future generazioni.

Le tre priorità per l’Europa

Guardando oltre i confini nazionali, Filosa ha indicato a Bruxelles tre priorità su cui chiede maggiore realismo in termini di regole e tempistiche: i veicoli commerciali leggeri, le auto piccole e il principio del Made in Europe. Una richiesta sensata, che colloca l’Italia non come Paese in difesa, ma come voce propositiva nel dibattito sulla politica industriale europea.

“L’audizione di Tavares stava distruggendo Stellantis in nome del solo elettrico”, ricorda Gusmeroli. “Elkann è stato un Ceo di transizione. Con Filosa ho fatto, prima dell’audizione, tre incontri a porte chiuse.” 

Non capita spesso, nel rapporto tra grande industria e politica italiana, di vedere un dialogo così diretto, documentato da numeri verificabili e da impegni puntuali stabilimento per stabilimento. È un modello di collaborazione istituzionale che meriterebbe di essere preso a esempio anche in altri settori strategici del Made in Italy.


(foto in copertina @alberto_gusmeroli)

Il giardino ritrovato: Madama Garden Retreat, o dell’arte di scomparire a Venezia

Il giardino ritrovato: Madama Garden Retreat, o dell’arte di scomparire a Venezia

C’è un punto di Venezia dove il vociare continuo dei turisti smette di esistere. Si trova al sestiere di Cannaregio, di fronte al ponte (diverso da tutti gli altri) che racchiude una lunga storia, il Ponte Chiodo. La sua particolarità non è un vezzo architettonico ma un residuo del tempo: fino al Settecento tutti i ponti veneziani erano così, di pietra nuda, senza bande né spallette, come ancora testimoniano i vedutisti del secolo; quando le cadute negli anni divennero un problema da risolvere, la Serenissima impose parapetti ovunque. Ovunque tranne qui e a Torcello, sul gemello Ponte del Diavolo. Il Chiodo resta privato oggi, conduce solo alle porte di alcune abitazioni, ma sempre vi si troveranno gruppi di curiosi pronti a fotografarlo e ad attraversarlo come se, quel breve passaggio senza ringhiera, fosse l’unica prova rimasta che Venezia, un tempo, camminava sull’acqua senza rete.

A quell’indirizzo, dove la storia si è fermata, sorge il Madama Garden Retreat.
La prima porta è un mistero: al posto del batacchio, una maschera. L’oggetto enigmatico, teatrale, fedele all’indole della città intera, da sempre più disposta a celarsi che a mostrarsi; pochi passi più avanti, la seconda entrata è un cancello, che una volta varcato rivela un rigoglioso giardino, fitto di gelsomino, di rose e di ortensie color cipria, un profumo delicato, avvolgente, che vi inebrierà.


Il giardino e la prima colazione

Il giardino del Madama Garden si affaccia sul rio a Cannaregio, lontano dalla scenografia ufficiale di San Marco, lontano dal chiasso dei percorsi turistici, in un angolo di città che sembra insperato anche trovandosi a pochi minuti da Rialto.
Non sorprende che sia stato accolto tra le tappe del circuito Wigwam, il club internazionale che riunisce appassionati ed esperti di giardinaggio impegnati nella diffusione di conoscenze botaniche che altrimenti rischierebbero di perdersi.
La luce del mattino entra sottile tra le foglie e si riverbera sulla mise en place colorata, sugli incredibili vasi di vetro soffiato della Fornace Alex Signoretti che avvolgono le rose striate, dai petali rigati come increspature d’acqua, appartenenti a quella varietà antica conosciuta come Rosa Mundi (Rosa gallica versicolor), una delle più antiche d’Europa, coltivata fin dal Medioevo, con una corolla che sembra pennellato a mano.
Se si osservasse questa scena da lontano, potrebbe ricordare certi giardini di Monet a Giverny, quelli che Proust tanto amava e che descrisse più volte con minuzia di particolari.
Ed è qui, tra i fiori, che la prima colazione si trasforma in un piccolo rito quotidiano: frutta fresca da accompagnare a piacere con yogurt intero, confetture, pane tostato, cereali e granole, mentre il carrello delle torte avanza tra i tavoli come una coccola annunciata, e i croissant arrivano caldi, ripieni di pistacchio, crema pasticcera o limone, oppure friabili e vuoti, per chi preferisce la semplicità. Per chi ama il salato, la cucina prepara su richiesta omelette, uova alla coque o strapazzate con bacon, pronta a soddisfare ogni altro desiderio non scritto nel menu. Ma il risveglio più felice resta il più semplice, almeno per me: un cappuccino e una brioche, tra il canto degli uccellini e il profumo del gelsomino.
Non è un caso che questa attenzione abbia trovato un riconoscimento ufficiale: nel 2022 il Madama è entrato nell’Olimpo delle «top choices» della guida Johansens Condé Nast, che gli ha assegnato il premio Best Breakfast per l’area Europe and UK.



Anche i piatti raccontano un’altra storia veneziana: sono Geminiano Cozzi Venezia 1765, vera porcellana ossea che porta nel nome la data della propria nascita. Geminiano Cozzi, imprenditore modenese trasferitosi a Venezia, fondò la sua manifattura a Cannaregio, presso San Giobbe, e seppe distinguersi non solo per la qualità tecnica della pasta dura ma per la ricercatezza dei decori, affidati a pittori contesi a colpi di ducati dalle altre fabbriche europee. Per quasi cinquant’anni la manifattura Cozzi rimase tra le voci più alte della porcellana veneziana, prima di chiudere nel 1812. Il suo archivio di forme e disegni rimase dormiente per due secoli, fino a quando un imprenditore veneziano non decise di farlo rivivere, riportando quei decori settecenteschi a raccontare ancora oggi, su una tavola imbandita in un giardino di Cannaregio, quanto a Venezia nulla scompaia davvero. Resta, semmai, in attesa di essere ritrovato.


Il pontile privato, la fornace Signoretti, il ristorante Vini da Gigio

Dal piccolo pontile privato del Madama Garden partono i taxi acquatici che portano gli ospiti ovunque desiderino, compresi i tour consigliati dalla casa: tra questi, la visita alla Fornace Alex Signoretti, dove il vetro di Murano viene ancora soffiato con la canna lunga, secondo un gesto che non è mai cambiato nei secoli.
E a pochi passi dalla struttura c’è anche l’osteria Vini da Gigio, un luogo che custodisce lo stesso paradosso architettonico della porta con la maschera: anonimo fuori, ma che dentro nasconde un tesoro di cucina e di accoglienza. Da non perdere.


La suite Iris

Dalla finestra della Suite Iris che affaccia sul canale, si può assistere inosservati ad un piccolo teatro di vita, la cui scena più dolce è quella delle coppie che si baciano sul ponte.
Le stanze sono arredate con eleganza e originalità, la carta da parati materica ed in rilievo, si sposa perfettamente con i divani e le sedute in velluto, travi a vista che ricordano la struttura originaria, biancheria di cotone naturale, e un set di cortesia bagno Diptyque, la stessa maison parigina che da decenni traduce in candele e fragranze la memoria dei luoghi.

La cura non si ferma all’arredo, la fondatrice Mara De Guidi, manager di lungo corso nel mondo delle fragranze prima di dedicarsi all’ospitalità, ha trasferito in ogni stanza la sua educazione olfattiva componendo per gli ambienti un’identità di profumo.

Perché lo scelgono i VIP

Non è la fama a portare qui chi cerca riservatezza, ma il contrario, e cioè la garanzia della privacy.
Il Madama Garden viene scelto per il silenzio, per il servizio gentile, attento e competente che non si fa notare se non quando serve, per quella stessa qualità che Joseph Brodsky riconosceva nella città intera, in Watermark:

What they return to you is not your identity but your anonymity“,

non la propria identità, ma il proprio anonimato.

(immagini concesse dall’ufficio stampa – foto di Francesco Dolfo)

Madama Garden Retreat – Sestiere Cannaregio 3604
30121 Venezia
info@madamavenice.it
+39 041 523 92 74

Ristorante 13 Giugno, Milano – la voglia di tornarci ancora e ancora e ancora

Ristorante 13 Giugno, Milano — dove il tempo si è fermato

Mea culpa, mea maxima culpa, al ristorante13 Giugno” in via Goldoni Milano, sono arrivata troppo tardi, e mi chiedo come sia possibile non esserci inciampata fino ad ora.

Dalle vetrate alla porta d’ingresso, già è possibile assaggiare l’eleganza del passato; alle pareti, una Sophia Loren stretta in un tubino nero nei lontani ’50 immortalata da Franco Scafidi; Gianni Agnelli in farfallino, la sprezzatura di chi può indossare qualunque cosa senza pensarci troppo; e poi la Sicilia – non quella da cartolina, ma quella verace dei mercati del pesce alle cinque di mattina, degli scugnizzi che imparano il mestiere guardando i grandi; e le ceramiche colorate della mise en place che portano il sole anche quando fuori il tempo non è così clemente.
In un angolo, un pianoforte a coda su cui Stefania Furio accompagna la serata con grazia, accarezzando le ore e le conversazioni dei commensali. La clientela è elegante e sobria, di una Milano che non vuole apparire ma essere (evviva!), i tavoli sono tutti occupati, ma il caos non esiste.

In carta c’è la Sicilia senza intermediari. Il cous cous alla trapanese, la pasta con le sarde, i maccheroni alla Norma, le bavette ai ricci di mare – un catalogo di memoria gastronomica ricco di gusto e sapori. Ma il momento di maggiore vertigine arriva con il plateau delle crudités: ostriche, gamberi rossi di Mazara del Vallo, tartare di orata, scampi, tanto iodio e felicità!

Gli antipasti caldi raccontano sapori di casa: fiori di zucca fritti in pastella – ripieni di ricotta, acciuga ed erba cipollina; polpo croccante su purea di patate con zest di lime; l’insalata di gamberi e scampi alla catalana, piatti diretti e onesti.
Il capitolo pasta merita una sosta separata, perchè le linguine sono firmate Gragnano ma prodotte appositamente per Dolcimascolo; una pasta essiccata lentamente, trafilata al bronzo, con quella ruvidezza che raccoglie il sugo come una scarpetta; con le sarde, datteri confit, capperi e salicornia e filo d’olio a crudo. Il pescato del giorno arriva dal mercato alla tavola senza deviazioni – materia prima eccellente, il pesce canta.

In tavola veniamo accompagnati da un Etna Bianco dell’Azienda Agricola Tornatore: mineralità vulcanica, acidità viva, lungo e sapido, dialoga perfettamente con i piatti di pesce.
I dolci hanno lo spessore della tradizione siciliana: torroni, mandorle, pistacchio — il “trittico siciliano” da’ la possibilità di piccoli assaggi: cassata gelato, cannolo, semifreddo alla mandorla d’Avola – zuccherini fino alla commozione.
E il servizio in sala è quella rara combinazione di ospitalità, discrezione, presenza e allegria genuina – e questo insieme, può solo essere sinonimo di una cultura dell’accoglienza, tendenzialmente meridionale, di dna certamente italiano, che considera il commensale non come cliente ma come un ospite, a cui si rivolge con cura e senso di responsabilità morale. Ma dove sono finiti altri posti come questo??? Dove?!

Ma è verso metà serata che accade qualcosa di inatteso, almeno per me, qui per la prima volta a godermi lo spettacolo. Saverio Dolcimascolo, il proprietario, il tredicesimo figlio di Antonio nato il 13 giugno giorno di Sant’Antonio – quello che nel 1988 ha portato Palermo a Milano con una valigia di sogni e tanta voglia di fare – si avvicina al pianoforte. E cantaGuarda che luna. Tu vuoi fa’ l’americano. My Way. Con una voce stra-or-di-na-ria.

E in quel momento ho capito che non volevo essere in nessun altro posto al di fuori di lì.
13 giugno non può essere definito solo “ristorante”, perchè questo è il luogo dove il progresso non è performance fine a se stessa, dove la tavola è condivisione e gioia, dove l’ospitalità vera – quella del Sud più autentico – non ha bisogno di aggiornarsi perché non è mai passata di moda.

Esco dal 13 Giugno felice e soddisfatta, ma con una grande voglia: quella di tornarci ancora e ancora e ancora.

Bela Tusa, cucina milanese in trattoria

Bela Tusa, quartiere Isola, via Borsieri 26 Milano. Il progetto nasce da Gianmarco Senna — imprenditore milanese con un percorso che attraversa più di dieci format nella ristorazione cittadina, da Trattoria La Pesa 1902 al primo locale Illy di Milano, da Il Liberty al mandato come Presidente di Commissione in Regione Lombardia — insieme a Norma Galdamez, mixologist e responsabile dell’identità liquida del progetto.

Giusto il tempo di fare qualche scatto alla sala, che è già gremita di gente che ordina ai tavolini. 
Le pareti sono tappezzate di fotografie in bianco e nero di una Milano che non c’è più ma che è bellissimo ricordare — le insegne delle latterie, i portoni delle case di ringhiera, i mercati di quartiere. Nessun fronzolo, nessuna installazione, solo l’indispensabile: cibo e simpatia. E il chiacchiericcio con i tavoli vicini, tra sconosciuti che si scambiano battute. 

In cucina c’è Luca di Lorenzo, formatosi tra Claudio Sadler, il Savini in Galleria e Villa Necchi Campiglio, con una visione precisa, che la vera innovazione è saper fare la tradizione in modo autentico e che la cucina milanese non ha bisogno di essere reinventata. A gran ragione. 

Si aprono le danze con la lingua salmistrata in salsa tonnata, cotta lentamente e a bassa temperatura, fino a ottenere una consistenza che si taglia con lo sguardo. Sopra, una salsa tonnata densa, avvolgente, un classico che non stanca mai. 

L’insalata russa è tagliata a cubetti talmente fini da sembrare quasi cous cous, la maionese è leggerissima e lascia parlare le verdure. I mondeghili arrivano dorati, croccanti fuori e umidi dentro; sono le polpette milanesi per eccellenza, nate dagli avanzi – diventate patrimonio.

Il risotto con l’ossobuco qui, aperto da appena un anno, è già protagonista, dunque dovete venire a provarlo. Comunque è generoso come il midollo gelatinoso all’interno (ho l’acquolina solo al ricordo). 

Il dessert è una crema al cucchiaio servita in tazza e accompagnata da uno sherry fatto in casa (dalla famiglia dello chef). Un dolce senza pretese ma che sa di casa. 

E in sala c’è tutta l’energia di Luca Sciavarello, l’ospitalità di chi ama il proprio mestiere (e si vede, si sente) e il piacere di sentirsi coccolati, anche se solo per una sera.

Erotismo religioso

Gian Lorenzo Bernini, tra il 1647 e il 1652, fece un vero miracolo, riuscì a scolpire uno stato dell’essere che fino ad allora esisteva solo nell’invisibile: L’Estasi di santa Teresa d’Avila, o meglio la Transverberazione di santa Teresa d’Avila, collocata nella cappella Cornaro, presso la chiesa di Santa Maria della Vittoria, a Roma. 

Non la rappresentazione di una santa, ma il momento esatto in cui il confine tra l’anima e la carne si dissolve in un gemito che il marmo ha trattenuto per tre secoli e mezzo senza consumarsi, senza perdere un grammo della propria violenza emotiva. 

Teresa d’Avila scrisse, nei suoi diari, con la precisione allucinata di chi ha vissuto qualcosa che il linguaggio non era ancora attrezzato a nominare: «È inesprimibile il modo con cui Dio ferisce l’anima. Il tormento è così vivo che l’anima esce fuori di sé, benché insieme sia tanto dolce da non poter essere paragonato ad alcun piacere sulla terra. Lo spasimo della ferita era così vivo che mi faceva uscire nei gemiti — ma insieme tanto dolce da impedirmi di desiderarne la fine. Benché non sia un dolore fisico ma spirituale, vi partecipa un poco anche il corpo, anzi molto. Allora tra l’anima e Dio passa come un soavissimo idillio» 

Parole che avrebbero scandalizzato qualsiasi censore laico se trovate in un romanzo libertino dell’epoca, ma che circolarono liberamente perché erano indirizzate a Dio, il che ci dice qualcosa di fondamentale non soltanto sulla doppia morale del Seicento ma sulla natura perenne del desiderio umano, sulla sua capacità di travestirsi da elevazione spirituale ogni volta che la società gli nega una via diretta, ogni volta che la norma lo costringe a trovare un altro nome per la stessa cosa.

Bernini lesse quelle parole e le scolpì con una fedeltà che i suoi contemporanei non seppero se interpretare come devozione o come provocazione — e forse, nella mente di un uomo tanto intelligente da capire che le due cose non si escludono ma si alimentano a vicenda, la distinzione era deliberatamente irrisolvibile.

Il Concilio di Trento aveva affidato all’arte il compito brutalmente pragmatico di persuadere i fedeli, di ricondurli alla Chiesa attraverso la forza visiva dell’immagine — ed è lo stesso meccanismo, immutato nella struttura profonda attraverso i secoli, di chi governa l’attenzione delle masse non attraverso la ragione ma attraverso il corpo, attraverso quella grammatica del desiderio che precede qualsiasi elaborazione intellettuale (le gonnelline in tv che ammiccano seduttive). 

Gli artisti del Seicento non potevano fare opere erotiche — ma la Chiesa stessa commissionava opere che erano, nella loro sostanza visiva e emotiva, esattamente questo: corpi l’ abbandono totale della volontà individuale a una forza superiore che veniva chiamata Dio ma che aveva la stessa fenomenologia sensoriale dell’amore fisico, della resa, del piacere che tocca la soglia del dolore – risuona una certa sensazione sensuale dell’amplesso amoroso – e per questo i pittori legati dalle regole – ci sguazzavano. 

È interessante l’espressione del serafino — gioioso, quasi capriccioso nel suo atto di trafiggere e penetrare — non mitiga ma amplifica, poiché anche lui partecipa di quella complicità sottile tra il dolore e il piacere – prima ancora che il barone Leopold von Sacher-Masoch ne scrivesse un capolavoro. 

Quello di Bernini è il vero miracolo: il momento in cui la sofferenza e il piacere cessano di essere opposti e diventano la stessa cosa, in cui l’amore — che sia divino o umano, che si chiami grazia o desiderio — travolge ogni confine tra l’anima e il corpo, tra il sacro e il carnale, tra il gemito e la preghiera, lasciando il soggetto in quello stato di sospensione totale che Teresa chiamava idillio e che noi, guardando quella bocca dischiusa, quella testa rovesciata all’indietro, quelle vesti scomposte nel momento esatto della resa, riconosciamo con una certezza che non passa per il pensiero ma arriva prima, più in profondità, in quel luogo del corpo in cui la bellezza e il desiderio hanno la stessa residenza.


(immagini Wikipedia)

Tutti siamo stati studenti

Una serata al CIOFS-FP Lombardia, con la cucina stellata dello chef Dario Fisichella

C’è un momento, nella vita di chi impara un mestiere, in cui il grembiule pesa quanto un’investitura. Non è il momento del diploma, né quello del primo contratto, ma quello in cui il cliente ti guarda e vuole vivere l’esperienza dell’ospitalità.

Era l’atmosfera di iersera nella sala del centro di formazione CIOFS-FP Lombardia, dove gli allievi del corso IFTS “Fine Dining e Tipicità Lombarde” hanno presentato una cena degustazione con la supervisione dello Chef Dario Fisichella, stella Michelin del Ristorante Villa Naj.

Mise en place rigorosa, un menù costruito sulle geometrie di una cucina che non concede approssimazioni, l’accoglienza in sala, i primi passi, ma prima ancora di parlare di piatti e abbinamenti, è necessario parlare di insegnamento.
Perché insegnare un mestiere non è trasmettere una tecnica, ma dare forma a una persona. Il tecnicismo — la cottura, il taglio, la sequenza del servizio, la carta e la penna che Luca Giuliano Salvigni, Head Sommelier di Villa Naj, ha chiesto ai ragazzi come primo strumento nei tre giorni di preparazione, prima ancora di qualsiasi bicchiere — non è il fine, ma segna la strada, la grammatica attraverso cui, un giorno, ognuno di loro costruirà la propria voce. Perché la conoscenza libera, e saper fare significa edificarsi un posto nel mondo, conquistato con le proprie mani, finché il gesto diventa istinto.

Tutti siamo stati studenti. Dovremmo ricordarcelo più spesso, perchè ieri ai tavoli formati da figure istituzionali, giornalisti, insegnanti e partner aziendali, con i ragazzi in sala – il timido, l’impavido, il giovane saggio, l’impacciato, il secchione – ci siamo riconosciuti.

Lo Chef Fisichella in questo compito si è presentato con l’umiltà del traghettatore — un navigatore di rotte già percorse, disposto a mostrare le correnti senza nascondere le tempeste.
«Questi studenti sono i professionisti di domani», ha detto durante la serata, riferendosi a ragazzi dai 16 ai 22 anni, molti già inseriti con apprendistato di primo livello nelle cucine e nelle sale dei locali più esigenti della città. C’è chi già lavora nelle cucine di Versodue stelle Michelin a Milano — da Plein Restaurant – al The View by Valerio Braschi, e al Grand Hotel Villa Torretta.


E poi è necessario sbagliare, non c’è altra via, perchè gli incontri che plasmano sono quelli che mettono in difficoltà, sono i nemici i nostri veri maestri (questo lo impareranno), che costringono a trovare una risposta e una soluzione dove non eri preparato. Qualcuno aiuterà, qualcuno metterà i bastoni tra le ruote, e ogni volta la forma della propria persona sarà la somma di tutte queste esperienze accumulate.

La serata è stata gioiosa, i tavoli ben assortiti, il servizio superato con onore, la cucina una delizia per occhi e palato. E si è giocato, tra i tavoli, a fare una classifica dei “favourite dishes” dove a battersi il primo posto ci sono il “risotto mandorla seppia e agrumi“, il “pomodoro, ricotta al forno e basilico“, e le “animelle in agrodolce, patata affumicata e misticanza di erbe e fiori“. Tutto il sapore denso della Sicilia, quella nota acidula e fresca degli agrumi che Fisichella porta con sé come una firma — le sue radici, riconoscibili in ogni piatto. E poi l’eleganza dell’impiattamento, i fiori, la delicatezza della sua persona — sempre misurata, precisa, che si ritrova nel piatto nella sua forma più autentica.

Serate come questa le istituzioni dovrebbero moltiplicarle, e giovani chef come Fisichella (moltiplichiamo anche lui!)— che portano la loro stella in un’aula di formazione senza sentirsi diminuiti, anzi — sono la prova che la grande cucina italiana non vive solo nei ristoranti, ma anche nella generosità di chi accetta di ricominciare dall’inizio, un’altra volta, con e per qualcun altro.

“ELLE” di Paul Verhoeven, anatomia di una nevrosi


Parigi. Michèle Leblanc gestisce una società di videogiochi, ha un ex marito inoffensivo, un figlio irrisolto, un’amica del cuore di cui si prende (occasionalmente in qualche camera d’albergo) il compagno con la stessa nonchalance con cui si scola il vino; è una donna di potere temuta dal suo team di lavoro e amata da chi si sente sedotto dalla sua indipendenza maschia.

Il film si apre su uno stupro. La macchina da presa non indugia, non distoglie lo sguardo. Quando l’aggressore fugge, Michèle rimane sul pavimento un istante, poi si alza, sistema i vetri rotti, si fa un bagno caldo, ordina da mangiare. Ha appetito. E questo dettaglio è già un’analisi: il dolore lo conosce bene, la attraversa senza scomporla troppo, e diventa carburante.
A osservare lo stupro, il gatto con indifferenza felina, lo stesso sguardo immobile con cui Michèle, bambina, guardò i corpi delle vittime di suo padre, fanatico cattolico serial killer condannato all’ergastolo per aver ucciso 26 innocenti. La soglia del tollerabile in lei è stata spostata così in là da non essere più percepibile.

Lo stupratore in sé non è interessante. È la sua perversione a diventare lo specchio in cui Michèle si riconosce — l’unico registro in cui, forse, prova qualcosa di autentico; il sesso “convenzionale” non la riguarda, si accende solo quando naviga nell’abisso, una voragine morbosa che Paul Verhoeven descrive con la precisione di uno psicanalista che disseziona.

Isabelle Huppert è fuori categoria. Da Haneke in poi ha costruito un’intera grammatica della disturbata — con quell’aura nevrotica ma composta che seduce, inquieta, ammalia. Qui Verhoeven la libera dall’autorialità austera e le restituisce una vitalità diabolica.

Elle non è un solo uno dei thriller psico-erotici più intensi del cinema, ma un manuale sull’anatomia della sopravvivenza, dove perversione e nevrosi sono l’unico linguaggio in cui il desiderio è forma di autoconservazione .

ELLE — Paul Verhoeven, 2016