Venezia Festival 2020, Khorshid (Sole) di Majid Majidi


Khorshid – (Sole) di Majid Majidi – 77mo Festival del Cinema di Venezia


Nei sobborghi di Teheran, in una terra che ci appare solo in televisione tra le notizie di tragedie, sfruttamenti, medievali violenze, esiste invece una realtà che il regista Majid Majidi ha portato sullo schermo del 77mo Festival del Cinema di Venezia. La macchina da presa dentro le vite di bambini costretti a rubare e a delinquere per mantenere le proprie famiglie, tiranne anch’esse e vittime al tempo stesso della propria ignoranza. E’ dalla strada che sono stati scelti gli attori, bambini di dodici anni circa, convincenti fino all’osso, e fotografia umana della tirannia senza scrupoli, dell’infanzia negata, del ricatto senza riscatto. 


Ali, il protagonista, ruba gomme insieme a una piccola banda di amici, assoldati da un boss della zona, la madre vive in un manicomio e spesso non gli è permesso di vederla né tantomeno di portarla via da lì.
Per farsi perdonare il furtarello di un piccione da un boss, Alì e i suoi amici hanno una missione: trovare un “tesoro” che si trova esattamente sotto “La scuola del sole”, tra la fogna e il cimitero. Anche i bambini sanno che nelle fogne i tesori non esistono, eppure, nella più totale disperazione, spinti dalla fame e da quel briciolo di speranza e di salvezza, i ragazzi si buttano alla ricerca di qualche anfora colma d’oro, di magici bauli pirateschi colmi di medaglie e argenterie, accecati dalle menzogne di adulti sporcati e infangati da quelle stesse fogne che sono le strade, quelle in cui si sono arresi alla delinquenza e alla violenza. 



Tra la soffocante ricerca nei tunnel sotterranei e lo spazio luminoso della scuola, il regista contrappone un’immagine metaforica, il contrasto della prigione a cui sono costretti, che è la vita del fuggitivo, e il barlume di fiducia che il ruolo di un insegnante coltiva nei loro cuori, attraverso la compassione, la fiducia, la bontà. 

Un film che inizia come una favola per bambini e che si rivela invece accusa di un modello sociale, una pellicola a cui dobbiamo molto, perchè seme che cresce nelle nostre coscienze, che ci spinge a riflettere e forse a denunciare, ad agire. Il lieto fine in “Sole” però non c’è, rimane la disillusione di un bambino che sognava di portare a quella “luce” la propria mamma malata, e chi si ritrova invece con in mano un pugno di “polvere”. 

Venezia 77 – “Le sorelle Macaluso”

“Le sorelle Macaluso”, Mostra Internazione del Cinema di Venezia 77


Per descriverlo in due parole, carne e ossa, “Le sorelle Macaluso” di Emma Dante sono al primo posto della mia lista “preferiti” di questa 77ma edizione del Festival veneziano. 
Siamo negli anni ’80 nella periferia siciliana, cinque sorelle vivono orfane in una casa scarrupata, come direbbero invece a Napoli, muri imbrattati e vecchi como’, credenze datate e i servizi di piatti “buoni” della domenica. 

La più grande delle sorelle ha 18 anni, Pinuccia, la più piccola nove, Antonella, che la osserva con adorazione mentre si trucca labbra, guancia e occhi con un unico rossetto. Le sorelle vivono dell’affitto di colombe che allevano sopra il tetto di casa, per cerimonie matrimoniali, battesimi, cresime, condividendo talvolta gli spazi domestici con gli stessi volatili, simbolo forse augurale di salvezza e di pace. 
Pinuccia, colei che nel gruppo fa le veci del capofamiglia, si concede un po’ d’amore come unico balsamo alla croce della sua esistenza; ma gli uomini nella pellicola della Dante sono solo una goccia in un mare di donne, i loro volti non si vedono, nemmeno in lontananza quando in estate le ragazze vanno al bagno Charleston dove si recavano con i genitori. Una storia al femminile che un poco mi ricorda “8 donne e un mistero” di François Ozon, ma con la forza tipica delle donne del sud, quelle per cui “si sta unite ad ogni costo”, con la dignità dell’andare avanti in un oceano di difficoltà, che raccontano lo spirito di sacrificio e la tenacia, la virtu’ che solo le donne posseggono.

Le sorelle Macaluso” è un film italiano fino all’osso, c’è tutta la poesia della nostra terra e della voglia di coltivarla, la poesia, e allo stesso modo la terra, e in questo la Dante riesce a realizzarlo nella fotografia, quando le colombe libere nel cielo si alzano in volo e si allontanano formando un’immagine astratta che rimanda alla Venezia in bianco e nero di Gianni Berengo Gardin del 1960.

C’è la fragilità dell’essere umano e la transitorietà dell’esistenza, metafora quel piatto “buono” dove la più piccola versa il mangime per gli uccelli, perchè “anche loro hanno il diritto di godere delle cose belle”, quel piatto che si rompe e che viene incollato, come fanno in Cina ma con una particolare colla color oro, perchè ciò che ha vissuto porta con sé un valore più alto e più potente.

C’è anche l’elemento disturbante, i primi piani della più stramba di famiglia, mentre mangia come un’ossessa cannoli e paste ruminando e sporcandosi il volto, mentre legge come una posseduta le poesie come fossero preghiere. Lì a due spanne di camera, per spiattellarci tutta la drammaticità della vita, senza fronzoli, senza ricami, senza buonismo o finta pietà. E nella tragedia della vita si riconoscono i veri pilastri, tra chi va e chi rimane, chi scappa e chi rinuncia, nonostante il fuoco che li accende. 


Tra le malinconiche note di Eric Satie che escono dai carillon e l’inquadratura artistica che rimanda al Cristo Morto del Mantegna, “Le sorelle Macaluso” si scopre carico di simboli, icone, connessioni poetiche, e anche questo è il dna italiano, meritevole certamente del Leone d’Oro. 

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“Mainstream” di Gia Coppola al Festival del Cinema di Venezia 77


“Mainstream” – Venezia 77

Altra Coppola dei Coppola cineasti, Gia racconta al pubblico di questo 77mo Festival del Cinema di Venezia la nostra società ai tempi dei social network. Un film per tutti che è specchio del disagio sociale, della vanità inutile e vuota, della corsa ad una felicità che dura il tempo di un like. 
Attraverso i due protagonisti “Link” e “Frankie”, Gia Coppola ci racconta la vorace energia creatrice e distruttiva, quella di Link, e la lucida introspezione della malinconica Frankie, che incontra Link per caso mentre, travestito da animale peloso, si guadagna da vivere fuori da un centro commerciale. 
In Link vede anzitutto una ricerca di verità, senza compromessi, senza mezzi termini. Sarà lui nelle prime scene a urlare “Eat Art” al pubblico passante, “Mangiate Arte”, anziché acquistare sciocchezze in un fast fashion. E’ a lui che chiederà di “posare” nei suoi video naturali che posta su Youtube, video che ottengono visualizzazioni grazie alla spontaneità e all’attitudine diretta e sprezzante del protagonista, interpretato da un vulcanico Andrew Garfield, un misterioso ragazzo che denuncia la piccineria a cui i social ci avvicinano. 


Vorreste avere tutto e non capire niente, o capire tutto e non avere niente?”, questa è la domanda che pone ai suoi follower. “Il tuo telefono o la tua dignità?” Contrasti forti che espone worldwide mentre i suoi numeri crescono esponenzialmente e mentre la trasformazione avviene, anche in lui che tanto disprezzava la corsa alla fama e ai like. Il sistema lo inghiottisce, diviene vittima della spazzatura che allontanava, la vanità prende il sopravvento, fino a quando un tragico episodio mette tutti di fronte al reale problema dei social network, degli haters, dei bulli da tastiera. 

Interessante spaccato dei tempi moderni, “Mainstream” di Gia Coppola si pone volutamente grottesco, utile per spiegare la generazione kitsch di buonannulla, volgari perchè ignoranti, satiricamente rappresentati nel film da generi disparati di influencer tra cui compare un trans make up artist, un bambino travestito da donna, una sciocca esibizionista che inneggia alla vanità nel nome del signore. Nessun bagaglio culturale, nessun ideale, solo puro materialismo ed esasperazione dell’ego. Una serie di influencer che dibattono con Link senza riuscire ad argomentare le loro risposte, ma solo sbandierando enormi unghie colorate o alzandosi dal posto con sprezzo e distacco. Una vita fasulla rinchiusa in un iphone, mentre il vero godimento è lì fuori, dove la vita vera respira di alberi, amicizie, amori, debolezze di cui non vergognarsi, sconfitte e gioie vere. 
Chi recita sui social e chi è il vero purista? “Mainstream” lascia la risposta a tutti noi fruitori di social network. 

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Never gonna snow again” – 77mo Festival del Cinema di Venezia

Zhenia è un massaggiatore ucraino, possente nel fisico, lo vediamo allenarsi nella sua nuova casa spoglia in Polonia. Ha le sopracciglia arcuate tipiche di chi sente il peso dei pensieri eppure, nei modi, questo omone muscoloso pare gentile. Zhenia entra nelle case della gente, di quella più benestante, grazie al suo dono, un dono che arriva dalle mani, che ha la capacità di guarire, di allontanare lo stress, l’ansia, i turbamenti. In silenzio, il ragazzo impone le mani e la sua virtù divina e regala quella che sembra essere energia vitale. In un paese fatto di tante case bianche una identica all’altra, Zhenia incontra le anime tristi di chi le abita: un uomo malato di cancro che cerca disperatamente ogni rimedio alla sua malattia; una donna soffocata dal ruolo di madre e moglie incompresa e inascoltata; una vedova intollerante che accusa gli altri di inesperienza, cieca della propria ignoranza; un’amante dei cani che si circonda del loro amore fedele per sentirsi meno sola; un ex soldato che porta ancora addosso dal campo rabbia e ferocia. Zhenia, anche se solo per un’ora, allevia le sofferenze di queste anime in pena con l’imposizione delle mani e talvolta con l’ipnosi; ascolta le loro lacrime, accoglie le loro verità più profonde e cerca, con reale empatia, di diffondere amore e speranza, fiducia e compassione. Ma quando qualcuno, un padre di famiglia, si azzarda a chiedere qualcosa a Zhenia, questo sembra perdere il controllo. Come sta Zhenia? Perchè questo estremo bisogno di salvare gli altri? 


Con una colonna sonora di grande eleganza e una fotografia che ricorda i freddi colori di Erwin Olaf, “Never gonna snow again” di Malgorzata Szumowska e Michal Englert si rivela una pellicola di grande grazia ed eleganza, la stessa che hanno cucito sul protagonista, un ragazzone dagli occhi dolci e carichi di amore materno.

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Può il luogo in cui viviamo, cambiare le nostre sensazioni e i nostri sentimenti? 
Proviamo a pensare a una coppia mondana che vive nella città di New York, fatta di incontri, serate social, mille impegni, e paragoniamola ad una che invece tira a campare mungendo mucche, spalando letame, tosando pecore e che si guadagna da vivere con i proventi del latte e del burro. La prima avrà infinite distrazioni ed occasioni di incontro, la seconda molto probabilmente vivrà una vita fatta di fantasie, dove i luoghi che visita saranno solo quelli che incontra sui libri, sempre che i libri se li possano permettere. Ecco questa seconda coppia è la protagonista di “The world to come”, il film di Mona Fastvold in concorso al 77mo Festival del Cinema di Venezia. 


Abigail è una donna remissiva, pratica, arresa alla sua vita di contadina e di moglie che deve accontentare il marito con l’unico piatto di patate bollite che possono portare a tavola. Da quando hanno acquistato la fattoria, una casa isolata nelle lande rurali del Midwest nella metà ‘800 tiene, dietro richiesta del marito Dyer, un diario con tutte le note spese, le entrate e le uscite ma nulla, si lamenta lei, sulle loro sensazioni, sulle perplessità, i problemi, le angosce, le inquietudini o le afflizioni. Nulla che abbia a che fare con i sentimenti. Vive in questa triste e desolata arresa alla vita e alla gioia da quando ha perso la loro unica figlia per difterite, l’unico tesoro che pensava potesse colmare il vuoto che non riesce a spiegare. Fino a quando arriva nel paese una coppia con cui tenteranno di stringere amicizia, Finney e Tallie, un uomo ruvido e aggressivo e una donna dai lunghi e vaporosi capelli ramati sul cui volto si legge la passione e la voglia di vivere. Una di quelle che sembrano più fortunate delle altre, ma la cui espressione denuncia più una sfortuna. 


Tra panoramici long take innevati e frastornanti bufere distruttive, “The world to come” racconta con femminile introspezione la ricerca della felicità, quella che le due donne, ignare del mondo esterno alle loro piccole mura, sentono di aver trovato, trovandosi. Un amore lesbo che non ha niente dell’erotico, ma che nella tragedia del silenzio forzato dall’ignoranza, esplode con una drammaticità alla Austen.

La regista Mona Fastvold esamina l’infinito universo femminile, quando l’una si accorge della vanità dell’altra consapevole della propria bellezza, quando l’altra ascolta con dolcezza le infantili poesie che vengono dal cuore e dalla solitudine, quando insieme scoprono che lasciarsi andare all’istinto di cercarsi, potrebbe sollevare i loro spiriti dal dolore di un’esistenza che vorrebbero, ma non possono cambiare. 


Gioia e stupore sono i sentimenti esplosi nella seconda parte del film, fino a quando il destino busserà alla porta. 
Valido candidato a vincere il Leone d’Oro, “The world to come” è ispirato al romanzo omonimo di Jim Shepard. 

77mo Festival del Cinema di Venezia, “Miss Marx”




Miss Marx 77mo Festival del Cinema di Venezia

Essere figlia è un difficile mestiere, essere figlia di un grande uomo politico ha l’aggravio della responsabilità d’esserne all’altezza, soprattutto quando questo padre si chiama Karl Marx. 
Se tutti conoscono le sue filosofie politiche, pochi sanno delle sue filosofie private, quelle della sfera sentimentale e familiare che, nel film di Susanna Nicchiarelli “Miss Marx” vengono alla luce attraverso la straordinaria interpretazione di Romola Garai. La Garai interpreta Eleanor Marx, quartogenita di Karl e Jenny von Westphalen, una donna che ha dedicato la sua esistenza agli altri, seguendo la scia del capofamiglia che per lei aveva una evidente predilezione “Tussy sono io”, diceva. 



Tussy, così affettuosamente chiamata dagli amici, era colta, amava il teatro shakespereano, possedeva uno spirito forte tendente al sacrificio “Ho dedicato la mia vita agli altri”, dirà in una scena “ora è il momento che mi goda anche la mia”, ma soprattutto aveva innato il senso di giustizia ed empatia, che l’hanno spinta, fino alla fine dei suoi giorni, a lottare per la classe operaia, per il suffragio universale, per l’abolizione del lavoro minorile nelle fabbriche.



Nella lotta al cambiamento, Eleanor lotta anche con se stessa, cercando di trasformare abitudini e pensieri; quando incontra Edward, suo complice nella vita politica e in quella privata, Eleanor si trova costretta a fare i conti con il carattere egoista e privo di morale del compagno. Un uomo che non può sposare perchè già precedentemente ammogliato, un farfallone, un menzognero che non ha alcun senso del denaro e che sperpera comprandole mazzi di fiori e viaggiando lontano da casa con qualche amante di turno.



Con la sua apparente incongruenza tra dimensione pubblica e privata, la storia di Eleanor Marx apre un abisso sulla complessità dell’animo umano, sulla fragilità delle illusioni e sulla tossicità di certe relazioni sentimentali”, spiega la Nicchiarelli. “Raccontarne la vita vuol dire parlare di temi talmente moderni da essere ancora oggi, oltre un secolo dopo, rivoluzionari. In un momento in cui la questione dell’emancipazione è più che mai centrale, la vicenda di Eleanor ne delinea tutte le difficoltà e le contraddizioni: contraddizioni, credo, più che mai attuali per cercare di afferrare alcuni tratti dell’epoca che stiamo vivendo”. 


In Concorso per il Leone d’Oro di questa 77ma edizione del Festival del Cinema, “Miss Marx” parla a tutte le donne che hanno subìto ingiustizie, nel lavoro, nella vita privata, in ambito familiare; a quelle donne che hanno dovuto accettare, per amore, la degradazione e la mancanza di rispetto, a chi, allo stesso modo, ha dovuto abbassarsi a tanto per portare a casa il pezzo di pane. E’ dedicato a chi ha lottato e chi ha creduto che qualcosa sarebbe cambiato, a quelle donne che, nell’unione, si sono fatte forza per migliorare non solo la propria posizione, ma quella di tutte noi presenti, oggi. 

“Same but different”, il brand di cosmesi che ci ricorda quanto è bello essere uguali nelle nostre diversità

Non tutti i mali vengono per nuocere” recita un vecchio proverbio, niente di più vero per raccontare quello che il dolore, ingrediente fondamentale (purtroppo) per realizzare cose grandi e nobili, ha instillato nella mente di Massimiliano Minorini, fondatore di “Same but different”.

E’ “Same but different” il frutto di questo dolore, una voce sul mondo che vuole urlare la nostra unicità ma anche la nostra uguaglianza. “Uguali ma differenti”, rispettarci accettando le diversità altrui, grande dono e mezzo d’ insegnamento per tutti. Vittima di abusi e bullismo, Massimiliano Minorini ha avuto il grande cuore e il grande coraggio di realizzare qualcosa per tutti, un mezzo tangibile e fruibile a chiunque, ma carico di significato, che in fondo è un messaggio di amore e di rifiuto della violenza e dell’inutile odio. 

Same but different” è il brand di Minorini, che ha un passato d’eccellenza nel settore della cosmesi: art director di Pupa per diversi anni, ha poi collaborato con Aqua di Parma, Cesare Paciotti, Replay, Naj Oleari Beauty, Merchant of Venice come creator campagne e prodotti. 

Il fondatore decide, con questa linea beauty, di aiutare il Centro Nazionale contro il bullismo, BULLI STOP, a cui verrà devoluto parte del fatturato

Massimiliano Minorini, fondatore di “Same but different”


Same but different” è differente sul serio, perchè si compone di una linea di profumi che possono essere miscelati tra di loro, senza per questo risultare sgradevoli, anzi, dandosi forza e carattere a vicenda, proprio come succede tra esseri umani. Una bella metafora!

Oltre ad una coloratissima palette ombretti, con pigmenti glitterati e irriverenti, per serate speciali, per brillare di luce anche al buio, una Shine On Baby! con dodici colori perlati, metallizzati e cangianti di tutti i colori dell’arcobaleno.

I prodotti “Same but different” si trovano sul loro sito www.samebutdifferent.it

“Amami se hai il coraggio”, il film di Yann Samuell

Due bambini con problemi da grandi: lui una mamma con un cancro, lei un’immigrata derisa ed emarginata. Come chi soffre si cercano dandosi forza e allontanando il peso della sofferenza con il gioco: fanno scommesse bizzarre dal ridicolo fino a al crudele. Si passano di mano in mano un barattolo di metallo che rappresenta una giostra, chi la possiede deve pagare una sorta di penitenza: presentarsi con mutande e reggiseno sopra i jeans ad un esame, dire parolacce a lezione, fare pipì davanti al preside, tirare schiaffi ai fidanzati di turno, e poi, poi arrivano i sentimenti, poi si cresce e il gioco si fa duro, ed è allora che il riso diventa ghigno.

Farsi male con la scusa del gioco non è poi differente da quello che succede in banalissimi rapporti; “Amami se hai il coraggio” (Jeux d’enfants) di Yann Samuell all’esordio nella regia, viene additato come surreale e sciocco quando, a pensarci bene, rappresenta molto più da vicino le difficoltà di comunicazione che hanno gli incompresi. 

Julien e Sophie sono tra questi, due animali feriti, due anime sole che vorrebbero leccarsi a vicenda le ferite e invece per difesa non fanno che farsi male. Se Sophie diviene gelosa lo sfida a duello, perchè a esprimere la propria debolezza si perde il gioco. Se Julien capisce d’amarla sposa un’altra, perchè prende la palla, e di rimbalzo Sophie si allontana per 10 anni. 

Farsi male è il loro grido d’aiuto, il loro destino solitario e imperituro; si strazieranno stracciandosi il cuore, sempre nell’attesa dell’altro, del suo ritorno, fino a quando la possibilità della morte li mette davanti all’evidenza dell’amore. E’ allora che si prometteranno di non lasciarsi più, e sarà davvero per sempre, uniti corpo a corpo sotto una montagna di cemento. 

Eisenberg Paris, l’elisir di eterna giovinezza

In “La morte ti fa bella” di Robert Zemeckis esiste un elisir di lunga vita che le donne prese da una crisi di mezza età bevono per ringiovanire di trent’anni. Sono Meryl Streep e Goldie Hawn a interpretarle, i due premi Oscar della commedia, una donna depressa per la decadenza del suo aspetto fisico e una diva assetata di fama e gloria. 



La fialetta di elisir costa uno sproposito, ma gli effetti sono miracolosi: già al primo sorso le rughe si appianano, i seni tornano turgidi, il viso è steso come quello di un’adolescente, la pelle è subito rimpolpata. La giovinezza eterna a cui ogni singola donna ambisce, ammettiamolo, ed è per questo che la ricerca ossessiva di prodotti efficaci ha portato ad una formula unica nel suo genere, la Formula TRI-MOLECOLARE, il cui creatore è Josè Eisenberg, fondatore dell’omonima casa cosmetica. E questa non è commedia ma realtà!


Formula TRI-MOLECOLARE è una speciale miscela di principi attivi associati, che viene studiata in laboratorio da anni, rivoluzionaria perchè diretta sull’azione combinata delle molecole attinte dalla natura. Sono tre le molecole che lavorano in sinergia tra di loro: gli Enzimi, le Citochine, le Biostimoline

Gli Enzimi hanno effetto rigenerante, aiutano e aumentano l’assimilazione dei principi attivi; le Chitochine, estratte dal latte e purificate bio-tecnologicamente, agiscono sul rinnovamento cellulare rendendo così la pelle subito più luminosa e hanno effetto energizzante, regalando un aspetto tonico e rimpolpato; le Biostimoline, estratte dai germogli di faggio, favoriscono l’ossigenazione delle cellule, quelle che danno turgore alla pelle e sono una grande risorsa per favorire la proteina “collagene”, presente nel tessuto derma, fondamentale per sostenere la cute e renderla resistente ed elastica

Insomma il collagene dovrebbe diventare il nostro miglior amico e in ogni prodotto Eisenberg, sono 97 allo stato attuale, è presente nella speciale Formula TRI-MOLECOLARE. 

Per una perfetta beauty routine noi consigliamo tre prodotti della linea: una maschera liftante, un serio da usare mattina e sera e una crema Hydra Lifting. 



La maschera è un valido plus per le occasioni speciali, quando volete apparire subito più rilassate e fresche anche se avete avuto una giornata infernale! E’ magica perchè elimina ogni segno di stress e fatica e dura tutto il giorno. Contiene vitamina A ed E, oli di semi d’uva ed estratti di tè verde che eliminano le macchie di iper-pigmentazione.

Eisenberg Serum Affinant Visage


Ricordiamo che il siero è la parte liquida/acquosa che va applicata prima della crema e dopo una lozione tonica. Il Face Refining Serum di Eisenberg è un vero e proprio trattamento lusso cosmetico: grazie al’estratto di cacao le zone in cui la pelle tende a rilassarsi, tipo sotto mento e guance, vengono tonificate nell’utilizzo quotidiano lavorando in sincro con la Glaucina che inibisce la maturazione dei grassi e aiuta la produzione di collagene. I sieri vanno applicati con costanza mattino e sera, e sono super efficaci se uniti ad un massaggio viso che parte sempre dalla parte bassa e centrale, per poi stendersi lievemente verso l’esterno. Il nostro bagno può diventare una vera spa di lusso se sappiamo scegliere i prodotti validi e se vogliamo dedicare quei 15 minuti al giorno alla cura della nostra pelle. 



Per finire, lo step successivo è la parte fluida e cremosa, data da una crema che può essere la base per il nostro make up. Eisenberg ne ha creata una dalla consistenza leggera che assorbe facilmente ed è molto adatta alle pelli che necessitano idratazione. Si applica sempre mattina e sera e può anche essere miscelata insieme al siero per un effetto strong e più veloce. L’Hydra Lifting è un trattamento Protezione Capitale Giovinezza, il vero fiore all’occhiello di Eisenberg che assicura risultati spettacolari!



Oggi basta un clic per aggiudicarsi il premio dell’eterna giovinezza, scegliendo i prodotti Eisenberg più adatti alla nostra pelle; non invidiamo la divina Cleopatra che invece doveva riunire un gregge di pecore per potersi immergere nel loro latte appena munto. Altri tempi! 

Monkey 47, il gin della scimmia che salva gli animali

Curiosità ci dicono che anche il gin, come altri distillati, nasce quale rimedio contro dolori e malesseri fisici; cure da marinaio a cui veniva aggiunta acqua di chinino per smorzarne il pessimo sapore. Ma le gole assetate degli uomini duri hanno trasformato questo liquido alcolico fatto di cereali ed essenze naturali, in una eccellente bevanda dal proprio gusto caratteristico.
 
Tra tutti, Monkey 47 ha una storia davvero speciale: lo si deve a Montgomery Collins, il comandante della Air Force che nel ’45 si trova nella Berlino occupata, a ricostruire lo zoo della città. Qui scopre un’amica, una simpatica scimmietta di nome Max a cui dedicherà “The Wild Monkey”, l’albergo che costruisce nel ’51 nella regione della Foresta Nera; nello stesso periodo, in memoria di Max, produce un gin davvero speciale che contiene l’esotismo delle spezie indiane, le erbe e l’acqua della Black Forest e gli ingredienti della tradizione britannica. 

La storia poi racconta che durante la ristrutturazione dell’hotel di Collins venne ritrovata una piccola scatola in legno contenente lo schizzo di una scimmia, le parole “Max The Monkey” e dettagli di botanicals originali del gin; difficile non restarne affascinati, tant’è che un grande imprenditore, Alexander Stein manager di Nokia in USA, ne rileva la proprietà e mette un fuoriclasse quale Christoph Keller a occuparsi della distillazione. 

Al sogno, alla magia, al rapporto speciale tra uomo e animale, dobbiamo un Gin unico al mondo con ben 47 botanicals, il Monkey 47. Ginepro, lavanda, coriandolo, cardamomo, liquirizia, bergamotto, citronella, mandorle, noci, chiodi di garofano, fiori di sambuco, cannella, zenzero, hibiscus, melissa, rosa canina, angelica, fiori di acacia selvatici, sono solo alcuni degli aromi che caratterizzano la personalità di Monkey 47, un gin così completo e complesso che risulta piacevole a tutti i palati

La bottiglia classica è scura per proteggere il distillato dalla luce, l’etichetta vi presenta Max, su un design che ricorda i francobolli dell’era vittoriana coloniale; piccola chicca l’anello metallico sul collo della bottiglia, forgiato a mano, che riporta la dicitura “Unum ex pluribus” (Da molti, uno), concetto di unione e rarità, giochetto utilizzato dai barman che regalano l’anello alle clienti più fidate. 

Ma la grandezza di Monkey 47 si dimostra anche in ambito ambientale, per festeggiare i 10 anni di anniversario lancia infatti delle “special edition” e la mostra all’Isola Design District di Milano, “Can creativity save animals’ lives?”. 

la special edition Monkey 47 

Nelle sei bottiglie in edizione limitata ogni etichetta riporta l’illustrazione di uno dei 6 primati in pericolo di vita: Milton’s Titi, Roloway Monkey, Western Gorilla, Bornean Orangutan, Golden Lion Tamarin, Proboscis Monkey. 

La mostra vuole sensibilizzare al cambiamento, alla salvaguardia delle specie in via d’estinzione e si compone di 6 progetti internazionali di 6 talenti emergenti tra cui il panda guerriero di Elena Salmistraro x Bosa (in ceramica simbolo e icona del WWF, a cui andrà una quota del ricavato); lo squalo bianco di Porky Hefer in collaborazione con l’artista tessile Ronel Jordaan (delle alcove in tessuto la cui vendita andrà in beneficio della Leonardo Dicaprio Foundation); i 100 elefanti di argilla della ceramista inglese Charlotte Maty Pack (creati in 24 ore, pone l’attenzione sulla stima che si fa dell’uccisione di 100 elefanti le cui zanne giornalmente vengono utilizzate per il mercato illegale dell’avorio). 
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Per cui il gin non passa solo tra le mani di un grande glamourous come Gatsby, ma anche nelle menti di chi lo nobilita, un bagliore speciale che gli ha donato Monkey 47! 

Qui vi consigliamo due cocktail freschi a cui Monkey 47 si sposa perfettamente:

BREAKFAST MARTINI:

50ml Monkey 47
15ml Cointreau
20ml Limone fresco
1 spoon di Marmellata d’arancia amara
Garnish: Zest di Arancia
Bicchiere: Coppetta martini
Metodo: Shaken

BASIL SMASH:

50ml Monkey 47
20ml Limone fresco
10ml Sciroppo di Basilico Home Made
12 foglie di Basilico
Garnish: Foglia di Basilico
Bicchiere: Rock Glass (bicchiere basso) on the rock (con ghiaccio a cubi)
Metodo: Shaken


Sciroppo di Basilico:

100ml di acqua
10/15 foglie di basilico
100gr di zucchero
Portare l’acqua ad ebollizione, levare dal fuoco. Aggiungere il basilico e lasciarlo in infusione per 5/10minuti. Filtrare, aggiungere zucchero e mescolare fino a scioglimento.

“Se una mattina d’estate un bambino”, il libro di Roberto Cotroneo

Cosa rappresenta un libro? Alcuni ci vedono un tesoro, una risorsa, un vecchio saggio, altri della carta, farfugliamenti, tempo perso. Chi davvero entra dentro un libro ne percepisce il vero significato, sa che da quel piccolo rettangolo che si tiene tra le mani può coglierne ispirazione, pensieri, insegnamenti. Ce lo spiega con l’amore di un padre Roberto Cotroneo che in “Se una mattina d’estate un bambino” dedica una meravigliosa e lunghissima lettera a suo figlio sulla gioia della lettura. 



Essere genitori è il mestiere più difficile del mondo immagino, lo immagino perchè non sono un genitore (anche essere figli è difficile, ma meno), Cotroneo genitore sceglie di indottrinare il figlio al mondo della letteratura. C’è chi insegna alla prole l’arte dell’arrangiarsi, chi a tenere in mano martello e scalpello, chi ad accontentarsi, ci sono quelli che spingono i figli alla corsa all’oro, Cotroneo inizia invece il figlio a quel percorso difficile dell’insegnamento che è portare qualcuno in un punto, senza averlo indicato col dito. Lo racconta lui stesso nel libro ricordando il suo vecchio insegnante, ed è nella passione delle sue parole che instilla la curiosità. Pensiamoci: la maggior parte dei libri del nostro periodo scolastico, quelli obbligati, li abbiamo detestati. Solo quelli scelti li abbiamo amati. Ecco Cotroneo spinge il figlio a “scegliere”. E quel bambino di due anni a cui è dedicato questo libro sceglierà di leggerlo, e sarà lui a chiederlo. 



Ma a cosa servono i libri? Perchè sono così importanti? Lo scrittore, critico, genitore Cotroneo lo spiega con semplici parole: servono a cancellare i luoghi comuni, a elaborare giudizi e pensieri propri, servono a difendersi, a fuggire dalla mediocrità, a fare collegamenti tra le arti, servono a spiegare la complessità in modo semplice e ad apprezzare la grandezza nelle piccole cose. 

Attraverso l’approfondimento di alcuni libri, tra cui “Il giovane Holden”, “L’isola del tesoro”, alcuni poemetti di T.S. Eliot, lo scrittore spiega al figlio “le cose della vita”, il talento, l’essere e non l’avere, il genio, l’invidia, l’umiltà, lo aiuta a distinguere i buoni dai cattivi con la storia dei pirati, lo allerta del potere infimo e nascosto e lo mette in guardia, lo esorta a diffidare di quelli che pensano troppo ai soldi, e a non cedere alla tentazione dell’ammirazione. Si cresce sempre da soli Francesco”, ma i libri, aggiungo io, ti faranno compagnia. 

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Se una mattina d’estate un bambino” è un libro-manuale, di quelli da rileggere, di quelli da prendere in mano quando pensi “vorrei spiegare una certa cosa in modo semplice e chiaro come fa Cotroneo”, che l’ha detta benissimo, che la pensa come me; hai sottolineato frasi per ogni capitolo, hai fatto a margine i tuoi simboli perchè sai che ci tornerai, che non lo riporrai in libreria ma sarà sempre lì sul tavolo a portata di pensieri, di quei libri che ti fanno piangere perchè parlano di te, perchè ti capiscono. Quella lettera scritta al figlio Francesco è un atto d’amore verso tutti i suoi figli, noi lettori, noi che i libri li compriamo perchè senza libri, chi ce la spiega la vita?