Jack Vettriano, verità clandestine

Al Museo della Permanente di Milano, l’ultimo giorno di una mostra che racconta tutta la verità, nient’altro che la verità sul desiderio.

Jack Vettriano ha fatto un lavoro complesso con le sue opere: ci ha smascherato.
Entriamo in Galleria al Museo della Permanente (una sala troppo spoglia, una mostra troppo povera per descrivere il pathos di questo pittore, un allestimento davvero scarno) e veniamo smascherati, nudi come nei quadri di Vettriano, esposti come amanti sorpresi all’alba quando la luce del giorno rivela ciò che l’oscurità della notte aveva protetto.

È nelle coppie che passeggiano in questa sala che leggo alcune verità. Sono le stesse coppie che Vettriano ha dipinto sulla tela, ma cosa pensano davvero? Cosa prova quel visitatore, vedendo i tratti di un corpo così svelato, così sensuale, così vibrante di desiderio? Vuole essere l’amante dipinto che la sta toccando, è lui stesso il protagonista di una storia clandestina? E quella accanto a lui, che lo segue silenziosamente in queste sale, scrutandolo passivamente, è consapevole della sua colpevolezza o sta recitando per paura della verità?

Vettriano obbliga alla confessione. E la sua confessione è universale come il peccato originale, specifica come quella notte parigina in cui avete tradito o sognato di tradire, in cui avete voluto possedere con la stessa ferocia che la rispettabilità ci/vi impone di soffocare.



Mi chiedo se è nostalgia quella che sente l’anziano signore accanto a me, fotografando con ansia tutte le opere più erotiche: rimpiange gli anni in cui la giovinezza gli ha regalato occasioni che non ha colto? Oppure sta documentando ciò che non ha mai osato vivere, costruendo un archivio privato di vite parallele, quelle che Borges avrebbe chiamato “il giardino dei sentieri che si biforcano” – scelte non fatte, corpi non toccati, letti non disfatti?

La verità, credo, è che tutti siamo qui spinti dall’immedesimazione. Tutti siamo stati amanti – e tutti vivono la fantasia d’esserlo, anche solo per un istante – ciascuno desideroso di vivere quei momenti, con la stessa intensità con cui Vettriano dipinge le sue storie. Autobiografiche certo, perché se urlano con tanto ardore da un pezzo di tela, non possono che essere vere.

Ma c’è una differenza abissale tra chi lo è stato davvero e chi si limita a sognarlo. Chi è stato amante non conosce il senso di colpa conosce l’estasi, la ferocia del vivere pienamente, quella che D’Annunzio chiamava “fare della propria vita un’opera d’arte“. Chi invece vorrebbe esserlo ma non osa, vive paralizzato dall’idea del senso di colpa che avrebbe, dal giudizio che teme, dalla morale che lo imprigiona. E allora dice, mentendo a se stesso: “Certe cose succedono solo nei film, solo nei quadri, solo nelle storie degli altri”.
Vettriano apre dunque le pagine dei suoi diari, storie di amanti che non chiedono perdono. Vivono. Senza scuse. Senza “se”, senza “ma”.

La verità è che non possiamo sfuggire alla nostra vera natura, che ci inseguirà come un diavolo per il resto dei nostri giorni, fino a quando non cederemo alla carne.
Gli amanti di Vettriano, in camere d’hotel dall’infima reputazione, le donne che schioccano i reggicalze, gli uomini in fedora e doppio petto – sono l’eterno presente del desiderio, quello che Freud chiamava “Es” e che i comuni mortali chiamiamo “debolezza”, mentre per gli erotomani è e rimane l’unico vero sostanziale nutrimento.


Il pittore seduttore

Nei ritratti fotografici di Francesco Guidicini, tutto questo è palese. Vettriano ci seduce, dal modo in cui inclina la sigaretta accesa, o come guarda dritto in camera; ci confessa che tutti quegli uomini tesi nell’attesa, sono la somma delle sue avventure. Non come esercizio narcisistico, ma come testimonianza. Ecco chi sono stato, Ecco cos’ho fatto. Ecco la fame che mi ha divorato e che ho divorato a mia volta.

“Ciò che dipingo è ciò che mi muove.
Non potrei mai fare altro perchè semplicemente non posso.”
Jack Vettriano

C’è qualcosa di oscenamente coraggioso in questo, una mancanza di scuse che il mondo dell’arte contemporanea – tutto concettualismo cerebrale e distacco – non gli ha mai perdonato. Lo chiamano “popolare” nel senso meno nobile del termine. Ma è proprio questo che li terrorizza: che Vettriano non chiede permesso, non si scusa, non è come loro, fatti solo di false pruderie, costretti, per essere accettati, alla pudicizia fittizia, recitando sobrietà, ligi al dovere e alla morale comune (che poi dove cazzo sta scritto il Codice Morale?!).

Anche delle donne di Vettriano ne comprendiamo le emozioni: si preparano all’attimo rubato alla loro rispettata routine truccandosi le labbra di un rosso carminio, attendono ansiose alla finestra con la mente piena di sogni (hanno già recitato la scena che andranno a vivere, infinite volte prima di concedersi), ricompongono quella perfetta mise nascondendo le stropicciature, mentre il padre di famiglia volta loro le spalle, toccato dal senso di colpa quando la prolattina lo ha abbandonato.

Oggi è l’ultimo giorno di mostra. Domani i colpevoli torneranno alle loro vite recitate, l’uomo anziano cancellerà le foto per paura che qualcuno le trovi, il ragazzo imbarazzato si convincerà che quelle fantasie non gli appartengono, ma Vettriano resterà. Nelle fantasie che non confesserete mai, in quella parte di noi chiamata “vizio” che cercate di estirpare e che dovreste abbracciare.



(foto Pinterest)