#ViajoSola: il grido dei social per il diritto di viaggiare da sole

#ViajoSola è l’hashtag virale che sta invadendo tutti i social network del mondo. E questa volta no, non si tratta della bizzarria di qualche celebrity o di un giochino di popolarità tra ragazzi. Stavolta si tratta di una cosa seria, di un argomento che tocca tutti da vicino e al quale nessuno di noi può dichiararsi indifferente. Perché se sei una donna ti senti in costante pericolo, e se sei un uomo tua sorella, tua moglie, la tua fidanzata, tua madre si sente così. Tutto parte dalla storia di due ragazze: Maria Coni e Marina Menegazzo, di 21 e 22 anni, che decidono di fare un viaggio insieme (insieme, non da sole), zaino in spalla all’avventura in Ecuador. Se fossero stati due ragazzi, tutti avrebbero sorriso all’idea di una vacanza tra amici, con pochi mezzi e tanta voglia di divertirsi, esplorare, conoscere.  Ma Maria e Marina sono due ragazze, due giovani donne, e così quando sono state barbaramente uccise da due uomini e poi abbandonate sulla spiaggia in due sacchi neri, nessuno ha pensato al legittimo desiderio di divertirsi e fare un’avventura tra amiche. In Argentina molti hanno pensato, detto, scritto “Se la sono cercata“. Perché due ragazze sole non dovrebbero viaggiare per il mondo, camminare per la strada, conoscere gente. Se la sono cercata, chissà come erano vestite, chissà se avevano bevuto. Finché una ragazza paraguaiana, Guadalupe Acosta, ha riversato tutto il suo sdegno per l’umiliazione vergognosa e sessista che le due ragazze hanno dovuto subire dopo la morte. Guadalupe ha scritto un lungo post su facebook, che in pochissimo tempo è diventato virale al grido di #ViajoSola: sono una donna e ho il diritto di viaggiare, lavorare, vivere, divertirmi e non essere aggredita per questo.

 

Ieri mi hanno uccisa. Non mi sono fatta toccare e mi hanno spaccato il cranio. Ma peggio della morte è stata l’umiliazione che è venuta dopo. Dal momento in cui è stato trovato il mio corpo nessuno si è chiesto dove si trovasse l’uomo che aveva ucciso i miei sogni, le mie speranze, la mia vita. Anzi, hanno iniziato a farmi domande inutili. A una morta, che non può rispondere. Che vestiti avevi? Perché viaggiavi da sola? Sei entrata in una zona pericolosa, cosa ti aspettavi? Hanno criticato i miei genitori per avermi insegnato a essere indipendente, come qualunque essere umano. E da morta mi sono resa conto che per il mondo non sono uguale a un uomo. Che la mia morte, in fondo era colpa mia. Mentre se a morire fossero stati due ragazzi le persone starebbero parlando del dolore per quelle morti e chiederebbero la pena maggiore possibile per i loro assassini.

Lottiamo insieme, e vi prometto che un giorno non ci saranno abbastanza sacchi per metterci tutte a tacere.

Polemiche che conosciamo bene, perché nel nostro civilissimo mondo quando una donna viene rapita, aggredita, massacrata, violentata, è sempre colpa sua. Così è successo per Pippa Bacca nel 2008 in Turchia, per la giornalista Giulia Innocenzi che dopo un viaggio in Iran ha scritto di essere stata importunata pesantemente. E quindi? ha risposto l’opinione pubblica sui social. Che ci facevano in quei Paesi? Perché non sono rimaste a casa? Perché non si sono fatte accompagnare da un uomo? Essere importunate è il minimo, e forse essere stuprate è da tenere in conto, quando si viaggia da sole, ma anche in discoteca, di ritorno dal lavoro, o in qualsiasi altra situazione. La donna deve frenarsi, nascondersi, vivere nella paura. Perché l’uomo ha certi istinti, si sa, e non può mica frenarsi lui! La maggior parte degli italiani risponde così sui social a ogni notizia di questo genere, e sono gli stessi italiani che criticano la barbarie dell’Isis e la sottomissione della donna nel mondo arabo.

Non potremo mai parlare di parità di genere finché non avremo abbattuto questa mentalità, finché ogni donna non potrà dire #ViajoSola.

I diritti delle donne: il punto della situazione sull’uguaglianza di genere

L’8 marzo si è celebrata la cosiddetta festa delle donne (in realtà Giornata Internazionale della Donna) e in Italia, come nel resto del mondo, si sono moltiplicate iniziative, celebrazioni, dibattiti sull’uguaglianza di genere. A che punto si trova il nostro Paese? Lo rivelano le numerose ricerche di enti specializzati.

 

In Italia le donne si laureano più e prima degli uomini, e ottengono voti più alti. Nonostante ciò, però, fanno più fatica  a trovare un’occupazione commisurata al proprio titolo di studio e alle proprie capacità. Lo racconta Valore D, partner dell’azienda di telefonia Vodafone, durante l’evento HeForShe. Un passo avanti. La parità di genere riguarda tutti. Anche gli uomini. Ad un anno dalla laurea, il 68% delle donne trova lavoro contro il 77% dei neolaureati uomini, e una volta ottenuta un’occupazione, lo stipendio è inferiore di circa 200€ rispetto a quello dei colleghi maschi. Il dossier Trova l’intrusa del blog Openpolis, invece, indaga la presenza femminile nelle istituzioni: numericamente in crescita, ma ancora poche nei posti di rilievo. Numeri, comunque, non troppo lontani dalla media europea. Su 145 Paesi, l’Italia si trova al 41° posto della classifica delle differenze di genere (Global Gender Index). Le donne che occupano posizioni manageriali nelle aziende italiane sono il 29%. Secondo il rapporto del Centro Studi Internazionali IBR, un dato in leggera crescita rispetto all’anno scorso e quindi indice che qualcosa si sta muovendo. Ma non è abbastanza. «Senza un aumento del lavoro femminile, – ha dichiarato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante la celebrazione della festa della donna al Quirinale – il paese non avrà la crescita che tutti speriamo e non potremo parlare davvero di uscita dalla crisi. Non è vero che il lavoro allontana la donna dalla maternità. E’ vero il contrario: proprio l’aumento del lavoro femminile può diventare un fattore favorevole alle nascite. Le politiche per la famiglia, comprese quelle di conciliazione dei tempi di sua cura con quelli di lavoro, sono un contributo essenziale allo sviluppo equilibrato e sostenibile del paese».

 

Mentre l’Italia riflette sulla questione delle differenze di genere, ieri si è celebrato il 70° anniversario dell’estensione del diritto di voto alle donne. Il 10 marzo 1946, infatti, le donne italiane votarono per la prima volta durante le elezioni amministrative di circa 400 comuni. «Sentivo di contare – racconta all’Ansa la signora Maria Giulia Tonini, che quel giorno si recò per la prima volta alle urne – il mio voto valeva come quello di un uomo, come quello di Benedetto Croce, che all’epoca per me rappresentava la massima espressione dell’autorevolezza maschile». Un passo fondamentale nella battaglia per i diritti delle donne, giunto nell’Italia post-fascista con diversi anni di ritardo rispetto agli altri Paesi occidentali. In Inghilterra, per esempio, il diritto di voto alle donne è arrivato nel 1928 dopo un decennio e più di battaglie. Lo racconta il film Suffragette, proprio in questi giorni nelle sale. Diretto dalla regista inglese Sarah Gavron, e con un cast che vanta Helena Bonham Carter, Carey Mulligan e Meryl Streep, parte dalle vicende del 1912-1918 e giunge all’estensione del diritto di voto alle donne britanniche. La critica è divisa sulla qualità del film, definito da alcuni “troppo semplicistico” in merito alle battaglie dell’epoca, ma sicuramente da vedere per comprendere le motivazioni e le lotte che oggi ci permettono anche solo di parlare di uguaglianza di genere.