L’omosessualità ai giorni nostri

Proviamo a chiudere gli occhi per un istante ed immaginare una società priva di pregiudizi e preconcetti morali. Sarebbe un autentico paradiso terrestre, in cui ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero senza il timore d’incappare in assurdi giudizi, offese o accuse gratuite. Purtroppo però, una volta riaperti gli occhi, ecco di nuovo l’anacronistica e retrograda società civile odierna, densa d’ipocrisia, falsità, buonismo e prevaricazione. In un mondo come quello attuale una delle sfere messe maggiormente a repentaglio è sicuramente quella sessuale. È incredibile che ancora oggi, nel 2016, ci siano persone che intendono l’omosessualità come uno stato d’inferiorità o, in taluni casi, persino come una malattia da curare.

 

Riavvolgendo il nastro della storia, pongo alla vostra attenzione alcuni celebri personaggi che hanno saputo scrivere pagine indelebili nell’ambito della politica, della filosofia, dell’arte, della letteratura o della musica: Alessandro Magno, Giulio Cesare, Socrate, Leonardo da Vinci, Oscar Wilde e Freddy Mercury. Per chi non lo sapesse, ognuno di loro era omosessuale. Sono tutti personaggi dotati di un talento immenso, ma chissà perché nel momento in cui si viene a sapere della loro identità sessuale qualcosa viene a mancare. Per carità, rimangono delle grandi figure, ma il loro apprezzamento da parte del volgo moderno diminuisce drasticamente. Immaginate una persona che, riferendosi ad esempio al grande Freddy Mercury, leader della storica rock band dei Queen, pronunci queste parole: “ Si, bravo cantante, grande carisma, però era gay…”. E quindi? Dov’è il problema? Come se essere gay andasse ad inficiare sulla personalità o sulle capacità proprie di una persona.

 

L’Italia, come sempre, non può mancare all’appello. Il nostro Paese vanta una nutrita schiera di bigotti e benpensanti. D’altra parte c’è il Vaticano. Come si può pensare ad un rapporto d’amore se non quello tra un uomo ed una donna. Tutto il resto è contro natura. Potremmo controbattere questa tesi affermando che, statistiche alla mano, circa il 70% degli appartenenti al clero di Roma è stato accusato di atti di pedofilia o omosessuali, ma questa è un’altra storia.

 

Il concetto chiave su cui occorre porre l’accento è che l’omosessualità non deve essere discriminata. Essa, invece, va intesa semplicemente come una condizione assolutamente privata (e perciò libera da giudizi) di chi prova piacere nell’amare una persona dello stesso sesso. Ci sono tanti modi di dimostrare i propri sentimenti e l’affetto nei confronti degli altri e questo è uno di quelli.

 

 

Tuttavia c’è un barlume di speranza. Nella realtà occidentale gli omosessuali, negli ultimi anni, hanno compiuto notevoli progressi, affermando con orgoglio e dignità la propria normalità e i propri diritti. Un esempio su tutti: la cattolica Spagna.

 

Purtroppo in Italia, così come in alcuni Stati dell’Asia, la situazione è ancora molto bloccata. L’ufficializzazione legale delle unioni di fatto al momento resta un’utopia. Quando si accetterà il principio laico secondo il quale un omosessuale è una persona uguale alle altre e con gli stessi diritti? Nell’attesa, non ci rimane che riaprire gli occhi e goderci questa moderna, aperta e civile società italiana.

 

CAROL,il film diretto da Todd Haynes è candidato a 6 premi Oscar

Cambiamo pagina e tuffiamoci nell’oceano del cinema. Riportiamo qui di seguito un approfondimento su una pellicola da poco uscita nelle nostre sale. Essa descrive la commovente storia di una coppia di donne decise a lasciare indietro il proprio passato in nome dell’amore. Un film drammatico ambientato in America durante la Guerra Fredda ed incentrato proprio sul tema quanto mai attuale e delicato dell’omosessualità, con protagoniste assolute Cate Blanchett e Rooney Mara. Ecco a voi Carol.

 

Cate Blanchett e Rooney Mara

 

La vicenda è ambientata a New York nel 1952. Therese Belivet è una ragazza impiegata in un enorme magazzino di Manhattan. La giovane è serratamente corteggiata da Richard Semco, che ha tutte le intenzioni di sposarla, e da Dannie McElroy, che non vede l’ora di baciarla. Tuttavia, Therese è innamorata di Carol Aird, un’elegante e distinta cliente affascinata ed attratta da un trenino elettrico in vendita. Grazie ad un guanto dimenticato e all’acquisto del tanto agognato trenino, Carol e Therese si prendono la licenza di andare a prendersi insieme un caffè in un bar. Davanti alle tazzine fumanti le due donne si aprono e si confessano: Carol ha un marito (Harge) da cui vuole divorziare e una figlia che vuole tenere e crescere, mentre Therese desidera scaricare l’insistente Richard e realizzarsi economicamente e professionalmente. Decidono così d’intraprendere un viaggio verso Ovest, verso nuovi orizzonti, lasciando per sempre il rigido inverno di New York e sfidando i pregiudizi morali e le convenzioni sociali dell’epoca. Carol e Therese scopriranno l’amore e la passione, in un Paese che considerava l’omosessualità come un disturbo psichico della personalità.

 

Distribuito nelle sale cinematografiche italiane dalla Lucky Red, Carol è un melodramma diretto da Todd Haynes (Lontano dal paradiso e Io non sono qui). Il regista statunitense propone il tema dell’omosessualità filtrandolo attraverso le gesta di Cate Blanchett (attrice australiana nota per opere quali Veronica Guerin – Il prezzo del coraggio, Babel e Cenerentola) e del suo personaggio che conferisce il titolo al film, e Rooney Mara (di cui ricordiamo Millenium – Uomini che odiano le donne, Effetti collaterali e Trash), nei panni della dolce Therese.

 

Nell’atmosfera avvolgente e romantica del periodo natalizio, Carol e Therese sono costrette a condurre una vita non loro, in nome delle regole sociali e del sistema di valori vigente. Allo stesso tempo, le due donne cercano di divincolarsi dagli schemi convenzionali imposti dall’America degli anni ’50 per poter vivere serenamente la loro reale natura sessuale. Tuttavia, in un’epoca e in una società dense di giudizi morali, i sentimenti rappresentano delle armi potenzialmente pericolose da maneggiare con cura nell’ambito di una storia d’amore apparentemente impossibile da coronare liberamente.

 

La relazione sentimentale fra le due protagoniste è sviluppata su due livelli: il piano sociale, in quanto Carol appartiene all’alta borghesia, mentre Therese alla “plebe”, e il piano di genere, dato che all’uomo è permesso scegliere, mentre alla donna no. All’interno di questa cornice concettuale, ciò che prende forma è la sofferenza. Carol infatti, ritenuta inidonea ad accudire la figlia per un’assurda “clausola morale”, deve rinunciare alla sua custodia e sottoporsi all’umiliazione di una serie d’invasivi controlli medici che eliminino la sua omosessualità. Il dolore e il tormento di questa tragica situazione sono ottimamente incarnati dal volto di una superba Cate Blanchett, sotto il cui sguardo caustico si cela il desiderio di amare Therese. Sull’altra sponda, ecco sbocciare il talento di Rooney Mara. Invaghita di una donna più grande di lei, la sua Therese sfoggia egregiamente una mimica facciale ed una fisionomia in cui ogni movenza è perfettamente sotto controllo. La crisalide che contiene il suo personaggio si schiude progressivamente sotto lo sguardo blu e glaciale di Carol, svelando un mistero da tenere ben nascosto sotto la superficie del pregiudizio.

 

Cate Blanchett incarna il cuore e il motore della pellicola. Una donna coraggiosa e determinata contro un’America infettata dalla crudeltà, dal razzismo e dalla paura per tutto ciò che viene considerato “diverso”. Haynes esplora e smaschera l’orrore del sistema, ribadendo l’estetica e il romanticismo della sua filmografia del passato tramite un semplice, ma significativo gesto: la mano che Carol poggia delicatamente sulla spalla di Therese, una dichiarazione d’amore in una società fatta di apparenze e convenzionalità.

Le cose che comprendo (e quelle che non) dei diritti LGBT

Lo dico subito. Ci sono cose che comprendo e cose che non comprendo sul tema unioni civili, “matrimoni gay”, adozioni e affini del mondo LGBT. Credo come me molte persone. E questo è un bene. Perché non è detto che si abbia una posizione su tutto e tutti sempre, e perché ammettere di “non comprendere” è la base “per farsi spiegare” le cose.
Parto da alcuni assunti però, alcune considerazioni che considero mie convinzioni. Diciamo così una sorta di “base” su cui costruire il ragionamento e un confronto.
Intanto io sono cattolico. Di quei cattolici che però considerano la propria fede una cosa soggettiva, che con valori precisi determina solo ed unicamente la morale e l’etica personale: un po’ come dire “di certe cose rendi conto alla tua coscienza”. E dato che non credo ad una “coscienza collettiva” questo mi impone anche un secondo credo, quasi altrettanto religioso: un senso profondo e radicale della laicità dello Stato. Se così non fosse non potrebbero esserci “libertà di differenza” in un teorico paese confessionale. E non ne faccio affatto una questione di “quale sia la confessione” religiosa. 



Per essere chiari, io non uccido perché è la legge che me lo vieta, non uccido perché è uno dei precetti della mia fede, e non uccido perché se tutti cominciassimo a uccidere non esisterebbe una società. Ma non ucciderei anche se il codice penale lo consentisse (perché me lo vieterebbe il mio credo) ma non potrei imporre ad altri di non farlo se fosse legale, se non lavorando per far cambiare la legge, ma non sulla base della mia religione, ma per il terzo principio di buon senso, ovvero “perché se tutti cominciassimo a uccidere non esisterebbe una società.”
Tutto questo va chiarito perché altrimenti molte delle “cose che comprendo e che non comprendo” non sarebbero chiare, sia nella sostanza che nella forma.

Ho letto e sentito molte cavolate dette da sedicenti cattolici che in nome di una fede propugnano e si oppongono a dei diritti. È un’aberrazione, senza mezzi termini. Ricorriamo alla fede per giustificare scelte e posizioni che non stanno insieme né in piedi da sole. 
A me non risulta che Gesù abbia mai detto “siete tutti fratelli… tranne i gay e le lesbiche” né siete “tutti figli miei, ma i gay un po’ meno” oppure “amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi, ma dato che non tollero i gay, in mio nome trattateli come minorati”. O qualcosa del tipo “dove sono due o tre riuniti nel mio nome io sono tra loro, a patto che siano tutti etero…” o anche “questo è il mio corpo, prendete e mangiatene tutti, tranne i gay e le lesbiche”.



Per cui a me la privazione di alcuni sacramenti o posizioni che vedano “alcuno dei mie fratelli” messi in una “casta inferiore” non vanno proprio giù. Intanto per una questione di etica e morale soggettiva, e poi perché “non vi azzardate a usare la mia fede per i vostri sporchi comodi” (e qualcosina del genere la disse anche quel Gesù di cui prima).

Detto questo – sul piano soggettivo, personale e individuale – veniamo alla questione laica, e quindi che dovrebbe invece riguardare lo Stato, le cui leggi si fondano e non possono essere in contrasto con la Costituzione. E vi assicuro che io la Costituzione l’ho letta. E mi sono sforzato, e applicato molto, nel cercare la più infida interpretazione che potesse indicarmi come precetto che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali…tranne i gay e le lesbiche…” (a dire il vero la costituzione parla solo di persone e cittadini, mai di “uomini e donne” come soggetti distinti o “unici” – e tutti gli altri fuori!).



Ma la mia Costituzione – nella parte in cui, è bene ricordarlo, nessuno ha mai voluto intervenire per modificarla – dice con chiarezza – quasi un precetto, o se vogliamo una “prescrizione attiva”, ovvero un “dovere a fare” – anche che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.” 
E quindi io, che sono un cittadino che si sente parte della Repubblica, mi sento una sorta di “obbligo legale” addosso ad affrontare la questione del “rimuovere gli ostacoli di ordine sociale che, limitando di fatto l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana.” – come dovrebbero sentire questo “obbligo costituzionale” tutti i cittadini della Repubblica, qualsiasi ruolo e posizione abbiano, e non mi pare che in questi articoli (che poi sono il 3 e il 4 per chi era assente) ci siano commi, postille, incisi o parentesi o interpretazioni della Corte Costituzionale che dicano “tutti… tranne i gay e le lesbiche o i trans…”.

Queste “note preliminari” sono essenziali – almeno per me – per capire le varie questioni e per tracciare quella “base” su cui ragionare. E se sin qui siamo in disaccordo tutto il resto ha poco senso. Ma se sin qui concordiamo, allora andiamo avanti.
Ecco un elenco di cose, di punti, di aspetti, che capisco, comprendo, ed altri che capisco e comprendo meno. I miei non sono punti di arrivo, semmai “punti partenza” per riflettere e confrontarci laicamente assieme… e capire e spiegare e spiegarci… 




1. matrimonio e unioni civili.



Intanto mi chiedo perché due persone dello stesso sesso non possano “santificare” la propria unione giurandola davanti a Dio, in quanto cattolici e in quanto “figli di Dio”. [citatemi tutto ma non il Levitico che se no comincio io con un elenco infinito!] Vabbé.
 Laicamente non immagino un solo motivo al mondo – in base alla Costituzione – per cui due persone dello stesso sesso non possano sottoscrivere un “patto sociale pubblico” (il cd. matrimonio civile) in cui “liberamente e senza costrizioni” si obbligano rispettivamente a quanto previsto dagli artt. 143, 144, 147 del codice civile. Perché di questo si tratta e questo è il matrimonio “civile” nel nostro paese. E come tale, in sé, da nessuna parte può essere previsto un “si tu puoi o tu no”.
 Ma oltre a non vedere io – forse sono miope – un qualcosa che limiti “loro” nel farlo, non vedo nemmeno “qualcosa che danneggi la comunità” e la società nel suo complesso a che lo facciano!
 Cioè io non capisco perché due persone scienti e coscienti – senza distinzione di sesso, come dice la Costituzione – non possano scegliere di obbligarsi reciprocamente alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse comune e alla coabitazione ed essere tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni comuni. 




2. adozione reciproca di figli. 



In tutti i casi in cui uno dei due abbia già un figlio, se scegliamo tutti che l’interesse primario da tutelare sia quello del figlio – in termini materiali e in termini di armonia – paradossalmente, impedire che uno dei due coniugi adotti il figlio dell’altro, non è “contrario agli interessi” del figlio?
La questione è delicata, e facciamo un esempio concreto. Due donne. Una ha avuto un figlio (inseminazione artificiale, unico genitore che lo ha riconosciuto… non è importante…). Vive stabilmente con la sua “compagna” (con cui semmai vuole anche sposarsi). Interesse del figlio non è ricevere anche la possibilità di “cure e assistenza” da parte del coniuge/convivente e semmai esserne anche “erede”? 
Cosa toglie in questo caso al figlio? Cosa toglie alla “collettività”?
[di recente lo ha riconosciuto in un caso simile specifico anche la Cassazione]




3. adozione


Qui cominciano le cose che “capisco meno”.
In generale, non capisco una scelta di legge che preferisca che un minore resti in istituto quando ci sono coppie (o talvolta anche single) che vogliano “prenderlo in adozione”.
 Non lo comprendo per l’interesse del minore. Anzi, alle volte ho la sensazione che questo mitologico “interesse del minore” sia un po’ come la “religione”: una carta jolly da usare per difendere una posizione soggettiva.
 Nel mito Romolo e Remo sono stati adottati da una lupa che li ha nutriti, se no sarebbero morti: nessuno ha mai considerato questa cosa come contro natura, ma forse per qualcuno sarebbe stato meglio che Roma non esistesse piuttosto che questa cosa “contro natura”?
 Però il mito – che non è storia – ci aiuta a comprendere molte cose, osservabili in natura: la ragione per cui la vita sul pianeta terra comunque vince sempre, è proprio perché la natura è ben più vasta e cerca ben più alte vie rispetto a quello che singoli uomini in singole epoche considerano “secondo natura”. 
Una nota per tutte: secondo natura è la madre che deve allattare il figlio, eppure sappiamo che non tutte le donne possono farlo sempre o quanto è necessario. Anche bere latte vaccino o caprino, o sintetizzarlo chimicamente o in polvere quindi è contro natura? No, lo consideriamo una “scelta di progresso” per il bene “superiore” della sopravvivenza del bambino. 
E quindi, mi chiedo, nel 2015, perché scegliamo che sia meglio un istituto rispetto comunque ad un affetto ed una vita socialmente “più normale” e di certo più integrata?




4. maternità/paternità


Ecco. Questa è una cosa che non capisco.
 Un figlio ha bisogno di un padre e una madre. Non per “bigottismo sessuale” o per un costume retrogrado, quanto per un principio psico-pedagogico: la dimensione e l’identità consapevole si fonda e sviluppa dalla cognizione di “modelli” differenti. Una bambina comprende il suo essere “femminile” dall’essere “come” la mamma, ma anche (e a volte soprattutto) dall’essere “diversa” dal papà. E ognuna delle due figure, nella loro diversità, hanno specifiche peculiarità non sostituibili. 
[si lo so, l’ho detta male e spiegata peggio e ci sarebbe moltissimo da dire, ma credo che in linea generale il concetto “sia passato” e chiaro]
 Comprendo che “una donna” e “un uomo” – indipendentemente dalla loro sessualità come etero, gay, lesbica… – si realizzino completamente con la “maternità” e con la “paternità”.
 Ma quella della fecondazione assistita, cose tipo utero in affitto… non le capisco. Faccio molta fatica. Perché le vedo come un “sono diverso da un etero, ma non lo accetto completamente, e quindi voglio che tu rispetti la mia diversità che io stesso non accetto sino in fondo, e voglio quello che tu etero hai nella tua diversità”.

E tuttavia, sia sul punto 3 che sul punto 4 vorrei fare una precisazione.
 Sposarsi come adottare o ricorrere a strumenti di inseminazione artificiale, non può essere mai – anche questo lo dice la Costituzione – una questione di barriere economiche. E prima di tutto viene la salute di ciascuno. 
Lo dico perché sarebbe ingiusto che per reddito o conoscenza o semmai ignoranza, un mio concittadino (uomo, donna o gay o lesbica o trans che sia – non mi interessa) debba “andare all’estero” – se se lo può permettere, in ottime strutture, se no in paesi dove le condizioni standard sanitarie sono quantomeno discutibili – per un cambiamento di sesso (ieri), o per un’inseminazione, o per adottare…
Ecco, laicamente, il mio paese, la mia Repubblica, deve prevedere “vie proprie”, e per queste vie affrontare e motivare le sue scelte.

 La discussione è aperta. Su quello che comprendo, capisco, e sulle motivazioni, ma soprattutto su quello che non comprendo, non capisco, perché mi rendo conto perfettamente che siamo differenti – tutti quanti, senza distinzioni di sesso – e quindi ci sono cose che io per primo, per capirle, necessito che “altri mondi ed altri punti di vista” mi spieghino e mi aiutino ad aprire (o chiudere) le mie prospettive e visioni sul mondo…
 E quindi grazie a tutti coloro che vorranno costruttivamente intervenire.