Erotismo religioso

Gian Lorenzo Bernini, tra il 1647 e il 1652, fece un vero miracolo, riuscì a scolpire uno stato dell’essere che fino ad allora esisteva solo nell’invisibile: L’Estasi di santa Teresa d’Avila, o meglio la Transverberazione di santa Teresa d’Avila, collocata nella cappella Cornaro, presso la chiesa di Santa Maria della Vittoria, a Roma. 

Non la rappresentazione di una santa, ma il momento esatto in cui il confine tra l’anima e la carne si dissolve in un gemito che il marmo ha trattenuto per tre secoli e mezzo senza consumarsi, senza perdere un grammo della propria violenza emotiva. 

Teresa d’Avila scrisse, nei suoi diari, con la precisione allucinata di chi ha vissuto qualcosa che il linguaggio non era ancora attrezzato a nominare: «È inesprimibile il modo con cui Dio ferisce l’anima. Il tormento è così vivo che l’anima esce fuori di sé, benché insieme sia tanto dolce da non poter essere paragonato ad alcun piacere sulla terra. Lo spasimo della ferita era così vivo che mi faceva uscire nei gemiti — ma insieme tanto dolce da impedirmi di desiderarne la fine. Benché non sia un dolore fisico ma spirituale, vi partecipa un poco anche il corpo, anzi molto. Allora tra l’anima e Dio passa come un soavissimo idillio» 

Parole che avrebbero scandalizzato qualsiasi censore laico se trovate in un romanzo libertino dell’epoca, ma che circolarono liberamente perché erano indirizzate a Dio, il che ci dice qualcosa di fondamentale non soltanto sulla doppia morale del Seicento ma sulla natura perenne del desiderio umano, sulla sua capacità di travestirsi da elevazione spirituale ogni volta che la società gli nega una via diretta, ogni volta che la norma lo costringe a trovare un altro nome per la stessa cosa.

Bernini lesse quelle parole e le scolpì con una fedeltà che i suoi contemporanei non seppero se interpretare come devozione o come provocazione — e forse, nella mente di un uomo tanto intelligente da capire che le due cose non si escludono ma si alimentano a vicenda, la distinzione era deliberatamente irrisolvibile.

Il Concilio di Trento aveva affidato all’arte il compito brutalmente pragmatico di persuadere i fedeli, di ricondurli alla Chiesa attraverso la forza visiva dell’immagine — ed è lo stesso meccanismo, immutato nella struttura profonda attraverso i secoli, di chi governa l’attenzione delle masse non attraverso la ragione ma attraverso il corpo, attraverso quella grammatica del desiderio che precede qualsiasi elaborazione intellettuale (le gonnelline in tv che ammiccano seduttive). 

Gli artisti del Seicento non potevano fare opere erotiche — ma la Chiesa stessa commissionava opere che erano, nella loro sostanza visiva e emotiva, esattamente questo: corpi l’ abbandono totale della volontà individuale a una forza superiore che veniva chiamata Dio ma che aveva la stessa fenomenologia sensoriale dell’amore fisico, della resa, del piacere che tocca la soglia del dolore – risuona una certa sensazione sensuale dell’amplesso amoroso – e per questo i pittori legati dalle regole – ci sguazzavano. 

È interessante l’espressione del serafino — gioioso, quasi capriccioso nel suo atto di trafiggere e penetrare — non mitiga ma amplifica, poiché anche lui partecipa di quella complicità sottile tra il dolore e il piacere – prima ancora che il barone Leopold von Sacher-Masoch ne scrivesse un capolavoro. 

Quello di Bernini è il vero miracolo: il momento in cui la sofferenza e il piacere cessano di essere opposti e diventano la stessa cosa, in cui l’amore — che sia divino o umano, che si chiami grazia o desiderio — travolge ogni confine tra l’anima e il corpo, tra il sacro e il carnale, tra il gemito e la preghiera, lasciando il soggetto in quello stato di sospensione totale che Teresa chiamava idillio e che noi, guardando quella bocca dischiusa, quella testa rovesciata all’indietro, quelle vesti scomposte nel momento esatto della resa, riconosciamo con una certezza che non passa per il pensiero ma arriva prima, più in profondità, in quel luogo del corpo in cui la bellezza e il desiderio hanno la stessa residenza.


(immagini Wikipedia)

Metamorfosi: la scultura contemporanea in mostra al Museo d’arte Mendrisio

È stata inaugurata lo scorso 9 aprile al Museo d’arte Mendrisio la mostra “Metamorfosi. Uno sguardo alla scultura contemporanea”: un suggestivo percorso alla scoperta della scultura contemporanea, nel segno di una forma complessa. La mostra, che inaugura la stagione espositiva 2017 del Museo d’arte Mendrisio, esplora la scultura contemporanea in una dimensione che recupera la struttura organica e l’origine naturale attraverso l’uso di materiali tradizionali, quali il legno, il ferro, il gesso e la ceramica, e attraverso composti tipici della produzione contemporanea, che spaziano dal bronzo al marmo, dalla plastica all’alluminio. Un percorso espositivo che si pone come un viaggio in una dimensione onirica in cui il mondo organico assume forme nuove ed inedite. Attraverso le opere di una ventina di artisti provenienti da diverse parti del mondo, vengono esplorate le infinite forme della materia, in bilico tra naturalia ed artificialia: tanti gli artisti esposti, in un percorso disegnato appositamente per il Museo, attraverso installazioni spettacolari che lasciano il visitatore a bocca aperta. Tra gli esponenti della scena artistica contemporanea troviamo le opere di Ai Weiwei, John Armleder, Jean Arp, Selina Baumann, Mirko Baselgia, Alan Bogana, Carlo Borer, Lupo Borgonovo, Serge Brignoni, Lorenzo Cambin, Loris Cecchini, Julian Charrière, Tony Cragg, Matteo Emery, Luisa Figini & Rolando Raggenbass, Christian Gonzenbach, Christiane Löhr, Claudia Losi, Margaret Penelope Mackworth-Praed, Benedetta Mori Ubaldini, Meret Oppenheim, Julia Steiner, Gerda Steiner & Jörg Lenzlinger, Teres Wydler: nomi molto diversi tra loro per formazione ed età anagrafica, uniti però dal comune denominatore della spettacolarità: opere accomunate da forme complesse ed eccentriche, non diverse dalle celebri Wunderkammerm i piccoli gabinetti delle meraviglie di principi e reali in cui venivano osservati e raccolti oggetti bizzarri, che attraevano la curiosità già alla fine del XVI secolo. Un affascinante viaggio nella forma labirintica e molecolare, ingigantita da una dimensione interiorizzata. La mostra, allestita negli spazi dell’ex Concento dei Serviti, resterà aperta fino al 25 giugno 2017.



(Cover: Ai Weiwei, Ruyi 2012)

Arnaldo Pomodoro in mostra a Palazzo Reale

Si terrà dal 30 novembre 2016 al 5 febbraio 2017 presso Palazzo Reale di Milano, la mostra che celebra la magnificenza artistica dello scultore italiano Arnaldo Pomodoro.

L’esposizione dedicata allo scultore italiano nato a Morciano di Romagna, il 23 gennaio del 1926, intende raccontare il percorso artistico di Pomodoro, dal 1956 ad oggi.

 

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La scultura bronzea sul lungomare di Pesaro

 

Il Grande ascolto 1967-1968.  Ph Ugo Mulas
“Il Grande ascolto”. 1967-1968. Ph Ugo Mulas

 

 

Arnaldo Pomodoro è celebre nel mondo per le caratteristiche sfere in bronzo che si scompongono e che mostrano, al loro interno, un mondo inaspettato di grovigli di lamiere.

La sua arte è basata sullo studio delle geometrie; ogni forma da lui modellata (la sfera, il cilindro, il parallelepipedo, il cubo e via dicendo) è scelta rispettando un preciso criterio che nasce inevitabilmente a seconda del messaggio che lo scultore intende inviare.

 

"Movimento in piena aria e nel profondo". 1996-1997 bronzo. Photo credit Paolo Mussat Sartor
“Movimento in piena aria e nel profondo”. 1996-1997 bronzo. Photo credit Paolo Mussat Sartor

 

Gruppo di Rotanti sulle rive del Ticino. Ph Ugo Mulas
Gruppo di Rotanti sulle rive del Ticino. Ph Ugo Mulas

 

“La sfera è una forma magica. La superficie lucida rispecchia ciò che c’è intorno, restituendo una percezione dello spazio diversa da quello reale e crea mistero. Rompere questa forma perfetta mi permette discoprirne le fermentazioni interne mostruose e pure” ha dichiarato l’artista.

La mostra “Arnaldo Pomodoro. 90 anni di scultura” è curata da Ada Masoero con Fondazione Arnaldo Pomodoro.

Per maggiori informazioni www.palazzorealemilano.it

 

 

Fonte cover Tom Claeren