Che cos’è la politica? Per definizione si intende “la scienza e la tecnica, come teoria e prassi, che ha per oggetto la costituzione, l’organizzazione, l’amministrazione dello stato e la direzione della vita pubblica”. Quale percezione collettiva pare che la teoria sovrasti di gran lunga la pratica, cioè la prassi, e che la politica venga avvertita come un concetto impalpabile, come un’insieme di idee irrealizzabili, come un’utopia. A confermarlo è il mockumentary di Alberto D’Onofrio “Il sogno dell’alieno”, sceneggiato insieme a Carlo Fabrizio ed Alessandra Ugolini e prodotto da Zodiack Active; un documentario finzione che ha intento parodico e satirico, uno sbeffeggiamento al mestiere del politico, uno sfotto’ a cui tutti, parlamentari e media, hanno abboccato.
Il regista Alberto D’Onofrio ha selezionato un team di artisti, quattro per l’esattezza, che hanno inscenato un fasullo partito politico manifestante per la durata di un anno intero; 365 giorni di proteste, manifestazioni, striscioni presentati in mutande, sì perchè il primo slogan è “Siamo giovani in mutande e cresceremo in mutande”, una frase pessimistica che contesta la mancanza di sostegno al lavoro per i giovani e le continue fughe di cervello all’estero.
Quattro attori si sono immersi nella parte di giovani rivoluzionari con l’impegno comune di cambiare l’Italia, di farla diventare un paese libero e concreto, ragazzi che vorrebbero una politica di fatti e non di parole ma che, grazie a questo esperimento sociale, hanno di fatto dimostrato quanto invece la parola sia l’unico mezzo utilizzato nel grande show che è la politica stessa.
Dai primi blocchi e infiniti controlli della Polizia e delle Forze dell’Ordine, il “gruppo di alieni” si fa strada nei comizi e sui giornali. Le immagini dei rivoluzionari in boxer e giacca nera fanno il giro del web; i giornalisti iniziano a intervistarli, la stampa ne pubblica il manifesto, addirittura le loro maschere maxi da alieni nuotano oltre il confine italiano e “Il sogno dell’alieno” diventa un’ eco, che sarà poi la base di un ipotetico partito politico.
Andrea Amaducci è la voce grossa, è lui che parla in pubblico, un artista di strada ferrarese dai grandi occhi indagatori, uno di quelli a metà tra il folle e il bravo ragazzo; Matteo è un cuoco e un rapper italiano che scriverà delle proteste in rima; Paola è una performer milanese e Marta è una studentessa iscritta a Farmacia. Le loro facce saranno stampate su tutti i rotocalchi italiani, anche quando si presenteranno vestiti da mummie per ironizzare su un titolo francese che faceva riferimento al ritorno in campo di Berlusconi. Li vedremo colorati da capo a piedi a mo’ di bandiera italiana durante il Festival del Cinema di Venezia quando, i paparazzi in attesa di Ben Affleck, si ritroveranno questi folli mezzi nudi trasportati da una imbarcazione per le merci.
D’altronde la politica è piena di performer, pensiamo a Beppe Grillo che è un ex comico, a Ilona Staller, alias Cicciolina, ex porno attrice, e la lista è lunga; pensiamo a dei concetti basici, banali, talvolta privi di significato e a frasi fatte, componiamo in questo modo il linguaggio della politica ed il gioco è fatto; con questi pochi ingredienti è sufficiente prendere tutti per il naso! Non è quello che vediamo e di cui siamo spettatori da secoli?!
Ed ecco che dalle grandi piazze italiane ai comizi pubblici, i ragazzi alieni col sogno della politica raccolgono le firme degli esponenti di PD, Rivoluzione civile, Scelta Civica; sottoscrivono l’Agenda anche Daniela Santanchè, Matteo Salvini, Ignazio La Russa, Vittorio Sgarbi che corregge un punto dell’agenda trasformando un “L’Italia può diventare il primo paese per la produzione di cultura” in “L’Italia E’ il primo paese per la produzione di cultura”; uno Sgarbi coinvolto che scommette su questi smutandati dalla volontà di ferro e che ricorda un Renato Guttuso politicante e spera in un Picasso parlamentare.
“Via la SIAE” dice Salvini; “Spazio ai giovani e più diritti per tutti” grida Alessandra Moretti del PD; “Più lavoro ai giovani” sottolinea Lara Comi; Federico Bocci incita all’aumento delle nascite; “Più Nord Italia” sottoscrive la Santanchè; “Diffondiamo l’amor di patria” inneggia La Russa. Un elenco di ovvietà condito da una sottile ironia, fa notare Massimo Giannini, vicedirettore de La Repubblica, e una grande promozione di utopie riferisce Renato Mannheimer, sociologo italiano. In fondo sono artisti questi quattro di noi, e gli artisti non favoleggiano sulle nuvole inseguendo un goal? Ma quanti segnano e quanti invece rimangono in mutande?!
Come fece Joaquin Phoenix nel mockumentary “Io sono qui” interpretando un rapper e abbandonando i panni dell’attore, gli alieni de “Il sogno dell’alieno – Storia di un grande bluff” si sono calati nella parte per un intero anno, il 2012, per poi rivedersi dal divano di casa nel febbraio 2013 su Sky Cinema.
Il finale rimane aperto con una domanda: “E se Amaducci si fosse candidato?” A voi rispondere!
Vi capita mai di tornare in un negozio ad acquistare solo perchè la commessa è particolarmente simpatica? Vi capita mai di evitare un centro estetico super attrezzato con macchinari di ultima generazione, ma di evitarlo perchè le addette sono scorbutiche e fredde? Ecco, per i film avviene la stessa cosa, li si guarda fino alla fine, anche se la trama traballa, perchè gli attori sono fenomenali; oppure, al contrario, i protagonisti mancano di personalità ma i costumi, la fotografia e le conversazioni sono così brillanti che non puoi fare a meno di vederli. Insomma in entrambi i casi un oggetto giustifica la visione e “Dead Reckoning” (in italiano tradotto in “Solo chi cade può risorgere”) è tra questi, perchè quando sullo schermo hai Lisabeth Scott è davvero difficile stancarsene.
La storia è quella che è, un noir come tanti, un reduce di guerra che tenta di far luce alla scomparsa di un ex commilitone, piccoli salti nei bassifondi, apparizioni di volti loschi e gente immanicata in giochi d’intrighi e misteri e bugie. Night club dalla sordida reputazione, bicchieri colmi di whisky avvelenati e Royal Gin Fizz accompagnati da sigarette fino all’ultimo respiro; John Cromwelldeve tutto ai suoi due protagonisti, che hanno regalato infinite sfumature di colore a questo bianco e nero del ’47.
Humphrey Bogart interpreta Rip Murdock, capitano paracadutista ed ex detective che indaga sulla scomparsa dell’amico: il carisma, la presenza scenica, il fascino dell’uomo cui nulla scalfisce e nulla può turbare, accompagnato dalle brevi frasi a due “Il pericolo più grande è la tua bocca”, riescono a rendere intenso anche il più banale dei corteggiamenti.
Ma la vera regina è lei, Lisabeth Scott, la bionda di ghiaccio dagli occhi cerbiatto, la figura ambigua e ammaliatrice, la pungente vedova che può trasformarsi in un docile capretto impaurito, è lei a riempire la scena, lei con i suoi languidi gesti, lei che ha personalità anche sulla punta delle dita mentre tese raccolgono una sigaretta dall’accessorio d’argento e lentamente la portano alla bocca; lei che recita come se respirasse, lei, la Coral Chandler che riesce a catturare ogni uomo col suo profumo di gelsomino.
Cora è quel genere di donna che piace tanto ad Hitchcock, di quelle che fanno male ma che vengono giustificate per i traumi subìti, la donna sirena che riesce a rendere vera la più perfida delle bugie. Le braccia avvolte da lunghi guanti neri, i capelli arrotolati da morbide onde che le incorniciano il viso, le sopracciglia perfettamente disegnate che si increspano quando le spire si fanno più strette intorno alla vittima; Lisabeth Scott non poteva essere più perfetta per interpretare l’immorale fanciulla ferita. Basta lei per questi 100 minuti.
Lo sfondo è una Torino bene dei primi ’50, un gruppo di amiche impellicciate si scambia consigli su creme di bellezza e su luoghi di villeggiatura. Sono donne il cui unico pensiero è cosa indossare al primo appuntamento o scegliere se tornare col marito ricco e assente oppure vivere una vita sole, questo almeno apparentemente. Fino a quando una di loro tenta il suicidio. Il suo nome è Rosetta, una bella ragazza timida e discreta, che a differenza del gruppo ciarliero è più taciturna e più schiva. I motivi di questa sofferenza sfuggono alle ragazze, a sciogliere la matassa sarà Clelia, l’estranea del gruppo, la responsabile di un elegante atelier appena avviato. Clelia stringe amicizia con loro e durante un viaggio di ritorno da una gita al mare, comprende che dietro la scelta di quella triste ragazza c’è un uomo: Rosetta infatti ammette di essere innamorata di Lorenzo, un uomo sposato di cui è l’amante.
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Tra una sfilata di moda all’atelier e un flirting annoiato – “Tutti siamo stanchi ma non è una buona ragione per dirlo, si fa finta, si fa sempre finta” dirà Momina, la più cinica delle ragazze rivolgendosi allo sbadiglio del corteggiatore, – la storia clandestina dei due romantici amanti si consuma sotto gli occhi di una moglie che soffre, tradita dall’amica e dal marito, ma non si frappone alle loro scappatelle, e annuncerà la sua partenza per l’America per motivi di lavoro. Alla notizia Lorenzo, il marito fedifrago, tornerà piagnucolando all’ovile con la coda tra le gambe e lasciando la povera Rosetta, ingenua, illusa e con le ferite di un tentato suicidio che stavolta porterà a termine.
Tutta la combriccola a questo punto si sentirà sporcata dal senso di colpa, chi per non averla protetta, chi per averla lasciata, chi per averla spinta tra le braccia di un uomo impegnato.
Ciascun personaggio femminile è perfettamente profilato: Rosetta è la romantica illusa che cede alle languide bugie di un artista fallito (Lorenzo) e bisognoso di attenzioni, un uomo geloso del successo della compagna (Nene) e che cerca in una donna sola, disponibile e con la giornata libera, le parole di incoraggiamento e le lodi che accrescono il suo narcisismo. Momina è la più cinica, manca di empatia e non perde occasione per dimostrare al gruppo il suo senso di superiorità. Un’amica l’additerà in questo modo: “Tu hai sempre l’aria del genio in mezzo ai deficienti“. “Può darsi che sia la verità“.
Mariella è la più frivola e la più leggera, si annoia facilmente e per passare il tempo bacia i ragazzi di tutte. Anche la sua allegria non manca di ipocrisia: arrabbiata con Momina che la accusa di essere sciocca, sedurrà e provocherà l’uomo dell’amica, per poi pentirsene ed abbracciarla.
Quello di Michelangelo Antonioni è il ritratto di una borghesia anni ’50 con troppo tempo a disposizione, lascia alle uniche donne impegnate in un lavoro che le rendono indipendenti e libere dalle schiavitù dell’amore, l’ultima frase del film: “Non ho mai il tempo di pensare, e questa è una gran fortuna.”
1. Non c’è scena in cui non si beva whisky e non si fumino sigarette. Se non la sta già aspirando a piè polmoni, Tommy Shelby la prende dal pacchetto; se pensavate di essere dei salutisti con questa serie tv vi ricrederete perchè il rito della sigaretta diventa magnetico e il gesto ipnotico. E’ la sigaretta a caratterizzare il machismo del protagonista, insieme ad un bicchiere di whisky scozzese preso nel Garrison Pub, il locale della family dove si riuniscono nella saletta privata. Tommy nella serie si esprime in merito all’uso dei diversi distillati:
“Il rum è per il tempo libero e per fare sesso, non è vero? Ora whisky, ci sono gli affari!” .
2. Se lo incontri, il tuo unico pensiero sarà farci sesso. Il personaggio di Thomas Shelby ha il fascino irresistibile del cattivo, calcolo e freddezza negli affari, cuore tenero con le donne. Con loro rivela il lato gentile, sensibile e romantico; le donne fiutano e cercano con tutte le loro armi di sedurlo o farci un giretto. Ma Tommy, di natura diffidente ed ermetica, perderà la testa per una sola di loro, Grace, che sposerà e a cui dedicherà una lettera molto toccante, una volta persa:
“la vita è una sofferenza che va vissuta in silenzio, sporcando un vecchio foglio di inchiostro, lontano da sguardi indiscreti. Non possiamo mostrarci deboli. Non posso, non devo. Sei riuscita a frantumare i muri della mia fermezza, della mia determinazione e della mia forza. Per questo mi odio. Io mi odio Grace, ma ti ho sempre amata, questa è la più grande verità.”
3. I personaggi femminili sono fortissimi! Sono donne intelligenti, intraprendenti, sono loro a gestire gli umori dei loro compagni. Linda, la cattolica puritana moralista moglie di Arthur, lontana dalla vita scellerata del marito lo abbandonerà gettandolo nella disperazione. Michael, il figlio di Polly assetato di potere, troverà nella moglie americana Gina la perfetta socia capace di giocare con astuzia e sangue freddo. Zia Polly sarà il punto fermo della famiglia, avrà un lato materno che ai ragazzi Shelby manca, e il pugno maschile di chi detiene il potere e la gestione amministrativa della società.
4. Impossibile dimenticare uno solo dei personaggi della storia, chiunque entri in contatto con i Peaky Blinders acquisterà carattere e personalità, ogni leader delle band nemiche, ogni donna di passaggio che tenterà di prendere il posto dell’amata Grace. Bizzarro e ammaliante il ruolo della Gran Duchessa Tatiana Petrovna, ricca principessa russa vestita di diamanti e pietre preziose, che venderebbe la madre per soldi e per una vita libera scandita da orge e caviale.
Sua è la frase rivolta a Tommy Shelby: “Ho messo 500 sterline in più per il sesso“. .
5.La violenza esplicitata si insinuerà sotto la vostra pelle come il sangue nelle vostre vene; i duelli di pistola si trasformano in momento artistico, il linguaggio sboccato entrerà così dentro il vostro lessico che sarà difficile rispondere a un messaggio senza iniziarlo con un “fottutissimo bastardo”.
6. Alla fine della prima stagione il vostro unico pensiero sarà trovare un ippodromo e una bella somma di denaro da spendere scommettendo su un cavallo di nome “Grace”.
7. Il cambio look diverrà uno stile di vita: via ogni jeans dall’armadio, farete spazio a doppiopetto in lana pettinata, cappotto lungo nero o grigio antracite, completi rigorosamente sartoriali in tweed, camicia con colletto club, gilet in lana da cui spunta un elegante orologio da taschino, fermacravatta e la mitica coppola dentro cui cucirete una lametta pronta per essere lanciata come arma. .
8. Non vi avvicinerete più ad una chiesa. La moglie di Arthur, Linda, è un personaggio così fanaticamente religioso da farvi odiare ogni sorta di credente. La sua momentanea conversione alla vita scellerata degli Shelby sarà davvero poco credibile. Le notti brave a fumare, bere e tirare cocaina, non le leveranno di dosso quel velo puritano da cristiana cattolica esaltata. Difatti tornerà presto a pregare e invocare il nome di Dio, ma già lo avevamo immaginato.
9. Se il vostro lavoro non vi soddisfa, penserete alla carriera politica. Thomas Shelby nella quinta stagione è diventato un deputato laburista eletto con il voto popolare. Cercherà di “ripulirsi” e condurre una vita rispettabile. Ma non dimenticatevi che prima del partito, è passato per gli affari loschi!
10. Quando Thomas Shelby porterà la sigaretta alla bocca, vi sembrerà di rivivere una scena a rallentatore in stile “Holly e Benji”, di quelle che durano tre puntate. Sentirete friccicarvi lo stomaco perchè sapete che prima di fumarla passerà la sigaretta sulle labbra e la bagnerà con la punta della lingua, un modo per evitare che si secchi attaccandosi sulle labbra. Da dipendenza.
Piccolo segreto (le sigarette sul set sono a base di erbe, Cillian Murphy ne ha fumate 3000 in tutto)
Gaspar Noé è tendenzialmente monotematico, ma chi non lo è? Il piacere pare essere il suo unico interesse, raccontare il piacere più precisamente, e pure in “Irreversible” ha tentato di mostrarci un’ulteriore sfumatura di questo strano fantasma che rincorriamo o che rifuggiamo.
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Prima dell’uscita del film nelle sale, tutti sapevamo perchè la pellicola avesse destato tanto scandalo: si parlava solo della scena dello stupro, quella interpretata da Monica Bellucci (non ci stupisce sapere che abbiano affidato a lei questa parte, che è perfetta per un’attrice muta).
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Gaspar Noé è certamente un regista scomodo, affronta temi che per molti sono tabu, sono innominabili, sono brutali, sporchi, violenti, di quei temi che sia in gruppo che nell’intimità si fatica a parlarne, di quei temi per cui, chi non vuole essere giudicato, trova sempre la risposta pronta, che è quella politicamente corretta, che è quella per cui “la violenza è da aborrire, lo stupro è brutta cosa eccetera eccetera”. Ma quanti hanno davvero il coraggio di riflettere su temi così delicati? Quanti scendono nei loro pensieri più profondi e nei labirinti dei più imperscrutabili desideri? Gaspar Noé pare essere una di queste persone. Oltre a lui, un altro grande regista accenno’ al tema del piacere trasferendolo su schermo con una penetrazione anale in “Ultimo tango a Parigi“, era Bernardo Bertolucci, ma quella è un’altra storia, anche se la violenza, lo abbiamo scoperto in là con gli anni, fu reale. Forse Bertolucci è andato anche oltre rappresentando il piacere come lui avrebbe voluto percepirlo; Gaspar Noé invece ci porta dentro la mente di un violento, di uno stupratore, un gay che odia le donne, ma bisogna fare un passo indietro per capire.
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Una coppia (Monica Bellucci e Vincent Cassel) discute durante una festa, lei lascia il party sola per tornarsene a casa, quando nel tragitto sorprende un uomo che sta minacciando una donna, una donna che riesce a scappare e cede la sfortuna alla bella Alex, vestita di una seconda pelle di raso color cipria, le spalle nude, i seni fieri, il culone italiano (così scherza simpaticamente Marcus, il suo fidanzato, all’inizio del film). Per 10 minuti la banalità di uno stupro, la Bellucci impacciata anche nell’interpretare una figura atterrita dallo spavento e dall’orrore, le mani che non si ribellano, gli occhi che non sanno dove guardare, ma il corpo la salva e fa da sé. Tutto comunque rende l’idea, e se a vedere la scena sarà uno stupratore, è molto probabile che godrà insieme al protagonista e in quel caso Gaspar Noé avrà centrato l’obiettivo. Perchè è un tema scomodo, è vero, ma anche lo stupro rientra nella categoria del piacere, un piacere perverso, a volte sognato, desiderato, taciuto, soffocato, messo in atto o meno, ma è sempre piacere. Così come la violenza ripresa nella prima parte del film, tra i continui movimenti sobbalzanti di camera che si alternano in un postribolo per gay, dove a fare rumore sono le fruste e i genitali che sbattono da dietro, e la violenza fisica di una rabbia cieca, quella del fidanzato (Vincent Cassel) e dell’ex di Alex insieme alla festa, che picchiano in maniera sanguinosa l’uomo sbagliato per vendicare la bella disgraziata.
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E’ sempre di piacere che si permea il film, quando durante la festa Marcus (Vincent Cassel) si struscia ubriaco e fatto tra le ragazze della casa; è sempre il piacere che Noé sottolinea quando il protagonista tira su per il naso delle strisce di cocaina e quando le prime frasi, aperto il sipario, pronunciate da un uomo nudo dal lurido aspetto, sono la confessione di aver abusato della figlia; è il piacere che ci spiattella in faccia senza mezze misure quando, in un flashback, Marcus si risveglia nel letto con Alex e le confida che vorrebbe “metterglielo nel culo”. A rendere tutto ancora più fastidioso, per quelli che “non vogliono vedere” (perchè fa più male capire che far finta di nulla), c’è la scoperta che Alex fosse incinta, perchè no, se ci sono di mezzo i bambini proprio non si tollera il desiderio. Ma perchè di piacere non si parla mai? Quale retaggio culturale vi impedisce di raccontare le vostre perversioni? Non è forse questa costrizione che imbavaglia a creare frustrazione e violenza? Perché il film, per chi non lo avesse capito, non ha niente a che vedere con la violenza sulle donne, piuttosto, col piacere degli uomini.
Con l’utilizzo dei flashback, Claude Sautet racconta la storia di Pierre, affermato professionista di mezza età che lavora nel campo edile. Ha una fidanzata bellissima che mira e rimira la mattina mentre lei, di spalle, traduce qualche volume. Il suo nome è Hélène, parla un’altra lingua e lo si intende perchè Pierre spesso la corregge, dandogli così l’illusione di poter detenere quella sottile supremazia che permette all’uomo di sentirsi uomo. Alle spalle di Pierre, invece, un divorzio, ed un figlio diciannovenne che vede appena, di cui sa poco: se ne accorge quando gioca con una delle sue invenzioni, piccoli computer che riproducono il canto degli uccelli, oggetti utili a uomini che non vogliono impegnarsi perchè, dice il figlio, non sporcano e i volatili non esistono se non nel suono fittizio.
In una melodrammatica conversazione tra i due fidanzati, di ritorno in auto da una cena con la famiglia di lei, Hélène mostra tutte le debolezze femminili, la paura di non essere amata, il timore che lui si sia stancato della relazione, la sensazione del distacco freddo e cinico dell’uomo, mentre Pierre ascolta quasi assente come se le parole fluttuassero sopra di lui; un monologo più che una conversazione, uno di quelli in cui l’uomo vorrebbe scappare e la donna vorrebbe semplicemente essere rassicurata. Credo di non aver mai visto alcun regista mettere su pellicola una scena di così sorprendente banalità, ma di così grande verità che rende giustizia al senso del film.
E’ in quell’istante, in quel fiume di parole melense e autolesionistiche della donna, che Pierre pensa di lasciarla, si figura già l’addio, forte del sentimento paterno che riaffiora nei confronti del figlio a cui ha promesso una vacanza insieme. Un viaggio che toglierebbe il tempo da dedicare ad Hélène, quella partenza per Tunisi continuamente rimandata e la ragazza, risentita, inizia a struggersi e distruggere. La stessa notte del litigio Pierre, anziché dormire nel letto dell’amante, senza alcuna spiegazione, senza il minimo accenno di comprensione o di stizza o di rabbia o di seccatura, impassibile come un fantoccio spaventacorvi, parte per Rennes per affari; durante il tragitto scrive le parole d’addio che gli risuonavano in testa insieme alle immagini del figlio e della moglie Catherine ma, preso da quella paura di solitudine che da sempre lo accompagna, decide di non spedirla e la rimette in tasca.
In un tragico incidente in cui l’auto si scontra con un grosso camion, Pierre perde la vita, la stessa che ripercorre tra un’ondata di luce che illumina la memoria e tutto l’amore della sua esperienza: le gite in barca con l’ex moglie ed il figlio, il primo incontro con l’amante, gli amici, tra il rimpianto delle cose non fatte e ormai perdute, in un flusso di coscienza continuo prima della fine. Pierre non potrà più dimostrare il suo affetto a quel figlio cresciuto senza il padre, non potrà più tornare dalla fidanzata per la sola paura di rimanere solo, non potrà più sorridere di una gioia sincera e vera dell’affetto di sua moglie, nel calore della quotidianità condivisa. Pierre rimane l’uomo che le donne hanno solo immaginato.
Claude Sautet, con grande eleganza, lascia alla donna l’ultimo gesto, come in tutte le sue opere: dalla finestra dell’ospedale, Catherine osserva la corsa di una fidanzata disperata che ha appena appreso la notizia; prima che salga la scale, distrugge la lettera d’addio trovata nelle tasche della giacca, con un enorme slancio di umana bontà, di quell’amore materno e solidale che solo la donna possiede per natura. L’ex moglie, togliendole la sofferenza di una scoperta così terribile (la lettere d’addio, oltre alla morte di Pierre), regala alla donna la gioia del ricordo.
L’amante (Les choses de la vie), Claude Sautet 1970
Oggi ha 85 anni, un caschetto rosso fiamma con una frangia liscia, gli occhi vispi e curiosi di una brillantezza adamantina, tendenti verso il basso, come nascondessero un velo lucido di tristezza. Letizia Battaglia è la fotoreporter italiana che ha raccontato meglio di chiunque altro la mafia palermitana attraverso le immagini. Immagini che non ti lasciano scampo, ti buttano al muro con violenza e ti attaccano quello stordimento che precede la luce; guardi le foto di Letizia Battaglia e piangendo capisci “questa è mafia”.
Nasce il 5 marzo del ’35 ed è, come tante, destinata ad essere donna, donna palermitana, tutta pentoloni e bimbi e pannolini, padri ossessivi e morbosi che vedono nell’altro uomo lo spodestamento del potere di padre di famiglia, destinata ad un marito geloso che minaccia violenza se abbandona il tetto coniugale. La Battaglia, come chi porta in sé dei semi molto grandi, è destinata alla pazzia, che la costringe un anno in istituto psichiatrico, una reclusione che invece sarà la sua salvezza, la placenta di una forza creatrice che la porterà ad essere chi è ora, quella donna con in grembo la macchina fotografica a raccontare la verità.
Nel documentario “Shooting the mafia” del 2019 diretto da Kim Longinotto, la grande fotografa si racconta con onestà intellettuale, con una dolcezza emotiva di chi ha imparato a conoscersi e accettarsi, di chi ha fatto quello che la sua natura le imponeva di fare; una donna che, una volta ottenuta la libertà, ha preso il volo. Via dalle costrizioni ignoranti, via dalle limitazioni aspre, via dalle forzature, ha trovato la strada, quel grande seme che implorava di germogliare dentro di sé è fiorito, e noi ringraziamo per averci regalato pagine di storia, fonti memorabili e indelebili che raccontano le gesta e la lotta di grandi eroi: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Giovanni Falcone @ Letizia Battaglia
Letizia Battaglia inizia la sua carriera per “L’Ora” di Palermo, quotidiano in cui il suo sesso è ancora il sesso debole. A forza troverà lo spazio dignitoso e meritato, quando sui luoghi del delitto, quelli che percorreva non senza paura per fotografare i fatti, urlerà contro poliziotti, carabinieri e colleghi che la spintonano e l’allontanano umiliandola, che anche lei è lì per una causa nobile e giusta, anche se è nata donna.
Sarà spettatrice dei fatti più truci della storia, di una Italia corrotta e mangiata dallo schifo della mafia, soffrirà le ingiustizie che si trova costretta a fotografare, innocenti morti perchè testimoni di assassinii, presenti quando non avrebbero dovuto esserci, messi lì per sfortuna di vita; ragazzi sterminati con un colpo alla testa; madri disperate e senza forza che piangono la morte dei figli, portati via da un cancro che lo stato non riesce a debellare. Sono immagini che Letizia Battaglia ha scattato ma che sente con più struggimento e tristezza dentro i suoi ricordi, sono le foto che hanno fatto il giro del mondo sui giornali, ma che lei spesso non avrebbe voluto scattare, come segno di rispetto verso le famiglie dei defunti, come successe alla morte di Falcone e Borsellino:
“Ero sul luogo dove esplose la bomba, vedevo un’auto che era volata sopra un albero e i pezzi del corpo di Borsellino sparsi sulla strada. C’era la pancia lì di fronte a me e non ho fotografato, non ho potuto. Oggi mi pento e non voglio pensarci. Mi pento delle fotografie che non ho fatto. La gente non capiva che noi eravamo lì per amore, a immortalare il dolore ma per amore del nostro paese.”
“Ed è per amore del mio paese che decisi di entrare in politica. Ma una deputata guadagna molti soldi per accettare di avere le mani legate. Non potevo fare niente, avevo assistito a tutte quelle morti e non potevo fare niente.”
Letizia Battaglia è stata la prima donna europea a ricevere nel 1985 il Premio Eugene Smith, riconoscimento internazionale istituito per ricordare il fotografo di Life. Nel 1999 riceve il Mother Johnson Achievement for Life. Ha esposto in Italia, Francia, Gran Bretagna, Brasile, America, Canada, Svizzera; la sua ultima mostra risale al 2019 ed è una monografica di tutta la sua carriera, esposta alla Casa dei Tre Oci di Venezia.
“Shooting the mafia” è il documentario di Kim Longinotto (2019) che ripercorre la sua vita di fotoreporter e gli amori che l’hanno accompagnata in questo doloroso/amorevole compito.
2013, una foto come tante dove una ragazzetta fa finta di leccare un simil pugnale di Final Fantasy, la lingua di fuori che mostra il piercing, un tatuaggio sulla faccia, insomma una bulla che vuol provocare. Lei è Joanna Dennehy, un’infanzia tranquilla, un padre guardia giurata, madre commessa, una piccola città nell’Hertfordshire.
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A 13 anni gli ormoni fanno il loro corso e avviene la trasformazione: Joanna scappa con un ragazzo di 19, partorisce due figli ma inizia a bere e picchiare Treanor, il compagno, dentro e fuori dal letto. Più tardi un amante svelerà del suo desiderio di travestirsi ed essere stuprata.
Dopo esser stato minacciato con un coltello, Treanor la lascia e porta i figli con sé; durante una condanna per aggressione Joanna viene visitata da uno specialista che le diagnostica un disturbo antisociale di personalità.
Il primo omicidio avviene il 19 marzo del 2013, un magazziniere polacco, lo pugnala al cuore con un coltellino; il suo cadavere, posto in un cassonetto dell’immondizia, verrà mostrato come trofeo ad un’amica. Dieci giorno il secondo omicidio verso il padrone di casa, che aveva iniziato a frequentare e non contenta, lo stesso giorno, decide di reiterare quell’emozione cercando una terza vittima, un ex membro della Marina militare: sei coltellate e una chiamata ad un amico in cui canticchiava la canzone di Britney Spears : “Oops, I did it again”.
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Oggi Joanna Dennehy sta scontando l’ergastolo nel Regno Unito, anche se continua a dichiararsi innocente. Chi l’ha conosciuta la descrive come un’ammaliatrice, una donna camaleontica che sapeva cambiare personalità a seconda di chi le stava di fronte; flirtava con tutti e in modo schietto e diretto.
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Secondo la psicologa clinica Elie Godsi è impossibile che una donna così violenta anche sul piano sessuale, non abbia mai subìto abusi; se non in famiglia, sarà stata vittima di qualcuno che non ricorda, ma è quasi certo che i gravi disturbi abbiano un passato collegato all’infanzia.
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“Ho ucciso per vedere cosa avrei provato, per vedere se ero davvero fredda come pensavo. Poi ci ho preso gusto.”
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Rosemary West
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Nasce il 29 novembre 1953, padre affetto da schizofrenia con tendenze paranoiche, abusa sessualmente di lei; madre vittima di un marito dispotico e violento, viene colpita da una profonda depressione patologica che la obbliga a subire trattamenti di elettroshock terapeutico durante la fase di gravidanza in cui attende Rosemary. I fratelli di Rosemary sono le vittime sacrificali della rabbia e delle punizioni del padre; la piccola della famiglia riesce invece a sfuggire con la docilità, la remissività del carattere e la componente incestuosa; talvolta si infila nel letto dei fratelli e si masturba su di loro. Più tardi la moglie lascia con coraggio il mostro e porta con sé i figli tranne la piccola Rosemary, costretta a condividere ancora il letto con il padre geloso e ossessivo che le proibisce di frequentare ragazzi della sua età, veto che le farà sviluppare interesse verso gli uomini più grandi di lei.
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L’incontro con Fred West darà le ali al diavolo che cova dentro, scappa di casa all’età di 15 anni e condivide perversioni e due figli con il giovane 28enne; figlie del precedente matrimonio di lui, di cui una, Charmaine, uccisa per mano di Rosemary. Primo omicidio che sara’ una vera dichiarazione d’amore tra i due assassini, legati l’un l’altra dalla follia sadica, dalle fantasie di stupro, violenza, prostituzione.
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I due sono soliti attirare adolescenti nella propria casa con la scusante di cercar baby sitter, che vengono drogate, fatte ubriacare, quindi stuprate, torturate e sepolte in giardino o sotto il garage di casa. Anna Marie, la piccola di 8 anni figlia del precedente matrimonio, viene usata come bambola per i loro giochi perversi, fino a quando scappa di casa; la seconda, la 16enne Heather prenderà il suo posto e sarà la gravidanza a incastrarli, quando confesserà a un suo compagno di classe di essere violentata dal padre. La ragazza verrà uccisa per metterla a tacere ma dopo sette anni d ricerche verranno rinvenuti tutti i corpi e gli scheletri sotto la casa degli orrori. Rosemary si dichiarerà sempre innocente.
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Aileen Wuornos
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Nata il 29 febbraio del 1956 a Rochester da padre schizofrenico e molestatore di bambini e una madre che abbandona i figli nelle mani di nonni aggressivi e alcolizzati. Alla morte della nonna, il nonno la sbatte fuori casa e Aileen è costretta a prostituirsi. Rapina negozi, falsifica assegni, minaccia clienti con una pistola calibro 22 e cambia nome infinite volte. Nell’86 conosce una cameriera, Tyria Moore, in un locale gay; tra le due inizia una storia d’amore e confidenze. Tyria sarà il prete confessore dell’assassina che le sciorinerà ogni vittima: clienti uccisi a colpi di pistola durante l’amplesso, derubati e lasciati in auto in qualche campo sperduto. Le pallottole ritrovate nelle vittime apparterranno ad una calibro 22, un’indagine della polizia che richiede una task force, elabora presto il profilo di una prostituta; la Wuornos viene incastrata dalle impronte che lascia su una videocamera appartenuta ad una delle sue vittime che deposita al banco pegni. Verrà arrestata per porto d’armi abusivo ma incastrata durante delle telefonate in cui rivelerà a Tyria alcuni particolari degli omicidi, consapevole di essere sotto sorveglianza e disposta poi a confessare.
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La difesa porta in tribunale il comportamento violento e ubriaco dei clienti che la costringevano a rapporti anali, mentre lei per divincolarsi e difendersi reagiva costretta con un colpo di pistola.
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Sono 7 gli uomini uccisi dalla Wuornos, che viene condannata a morire sulla sedia elettrica. Davanti alla giuriasi dichiareràinnocente e, sentita la condanna, andrà in escandescenza augurando a ciascuno di loro una vita uguale alla sua, cosparsa di abusi sessuali e violenze. Durante le numerose interviste rilasciate, tenderà a sottolineare il suo odio per la vita e il continuo desiderio di fare del male.
Qui il profilo di 3 tra i più noti serial killer della storia, un percorso di paura e infinite domande
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Quasi tutte le religioni affermano che dentro ogni essere umano alberga un lato maligno ed uno benevolo, pensiamo alla caduta degli angeli nel Cristianesimo, i buoni rimango in Cielo e gli assetati di potere cadono sulla Terra, coloro i quali avrebbero voluto usurpare il trono del Signore. La psicanalisi è d’accordo ed esplica il concetto attraverso l’esempio di un romanzo popolare che è diventato un modo di dire: “Lo strano caso del dottor Jekyll e di mister Hyde”; la letteratura esprime il suo parere con un romanzo piuttosto significativo: “Uno, nessuno e centomila” di Pirandello, il teatro che è la vita e gli infiniti ruoli che interpretiamo. Un altro che tocca il tema dell’omosessualità prima e dopo la consapevolezza acquisita è “Confessioni di una maschera” di Yukio Mishima, lo scrittore che lotta per la scoperta della sua vera natura, tra menzogne, risvegli, torture interiori. Mishima morirà suicida.
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Il tema della maschera, della finzione, nasce con la nascita dell’uomo; quanti di noi portano dentro di sé delle ombre che nascondono socialmente, quanti vestono panni che non sono i loro per farsi accettare, quanti fingono felicità per paura della solitudine, quanti reprimo i propri impulsi? Ma l’istinto molto spesso prevale sulla ragione, perchè in fondo siamo bestie, chi più, chi meno intelligente di altri, ma guidati anche da impulsi, che gareggiano tra ragione e follia, apatia e socievolezza, violenza e gentilezza, ombra e luce. Quando la lancetta della bilancia si rompe, ecco nascere un killer, o un santo. Oggi parliamo dei killer, i santi non vogliamo disturbarli.
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Il serial killer Ted Bundy
TED BUNDY
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Tra i più noti ricordiamo sicuramente Ted Bundy, il serial killer statunitense dotato del fascino del playboy e di una intelligenza superiore alla media, che gli permise di rimandare per tre volte la pena capitale difendendosi da sé durante il processo, ma che gli fece sfuggire un dettaglio importante che lo avrebbe incastrato per sempre: i morsi lasciati sul corpo di una delle 30 vittime assassinate. .
Non siamo qui a stilare il profilo psicologico di Ted Bundy né di altri assassini, esperti del settore ci hanno già pensato ovviamente, ma è interessante capire cosa spinge un uomo apparentemente innocuo all’omicidio, quali sono le cause di “trasformazione” di un individuo, quali i traumi ad esempio, come poterli individuare e come concepiscono il bene ed il male.
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Ted Bundy sorride alle donne prescelte, come un gentiluomo al bancone di un bar mentre le offre da bere, recita la parte del poliziotto o dell’uomo ingessato che ha bisogno di aiuto per caricare pesi sulla sua auto; il fascino lo aiuta, è magnetico, nessuna gli resiste; una volta portate in luoghi appartati, picchia le vittime, le uccide quasi sempre strangolandole, e talvolta stupra il cadavere anche dopo diversi giorni fino alla decomposizione del corpo.
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Ma cosa spinge un uomo di bell’aspetto, diventato promessa del Partito Repubblicano e studente di psicologia e legge a pieni voti, a nascondersi nel buio della notte per uccidere delle giovani studentesse bionde? Per non dilungarci troppo nei fatti, Ted Bundy scopre tardi di essere figlio di padre anonimo e che la ragazza lui credeva fosse sua sorella, in realtà è sua madre. Questa menzogna tenutogli nascosta lo segnerà per sempre; i nonni che lo crescono come genitori sono, lui un tiranno violento razzista antisemita e anticattolico e lei una depressa sottoposta al vecchio metodo dell’elettroshock. Non un ambiente tranquillo se si aggiunge che la fidanzata di allora, nel periodo in cui Ted scopre la verità, lo abbandona. Saranno i suoi capelli scuri con la riga centrale, la corporatura esile e sottile e la sua giovane età, che Ted Bundy cercherà fino a quando potrà uccidere, una specie di “vendetta simbolica”. Non una giustificazione alla crudeltà la situazione familiare, ma quasi certamente se quel nonno fosse stato amorevole, se entrambi i nonni avessero parlato con maturità e intelligenza a quel bambino così sensibile, forse, e diciamo forse, tutta quella rabbia repressa non si sarebbe trasformata in violenza priva di scrupoli ed empatia. Ma queste sono solo ipotesi, la mente umana è un universo ancora inesplorato.
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Su Youtube esistono numerosi filmati che documentano le mirabolanti arrampicate di Bundy in nome della sua difesa durante i processi, scene in cui vittime scampate alla sua furia sono ancora prigioniere del suo sguardo come delle giovani donzelle innamorate. Teatrale com’era, Bundy chiese la mano alla sua fidanzata chiamata a testimoniare, durante un processo; dalla stessa donna ebbe un figlio, ma tutte queste messe in scena non ebbero alcun appiglio alla decisione del giudice, che lo condanno’ alla sedia elettrica, nello stato della Florida. Un passo falso fu quello di reiterare le domande che lui stesso fece ai poliziotti presenti sul luogo del delitto, in cui chiedeva dettagli espliciti sulla posizione del cadavere e sulle ferite presenti, risposte che gli prolungavano lo stato di eccitamento provato al momento dell’omicidio.
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“E’ tragico per questa corte assistere a un tale spreco, penso alla capacità che lei ha mostrato in quest’aula, lei è un giovane brillante, avrebbe potuto essere un avvocato e sarei stato felice di vederla esercitare di fronte a me, ma ha sbagliato strada amico.” – le parole del giudice al momento della sentenza.
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LEONARDA CIANCIULLI, LA SAPONIFICATRICE DI CORREGGIO
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Un metodo bizzarro di una serial killer di sesso femminile è quello di Leonarda Cianciulli, meglio nota come “saponificatrice di Correggio”. Nata da un abuso subìto dalla madre a fine ‘800, vive in condizioni di miseria e perde in tutto 13 figli, di cui 3 con aborto spontaneo e 10 appena nati, perdite che ricorderà per tutta la vita nei suoi incubi peggiori. Leonarda soffre di epilessia, tenta più volte il suicido ed è convinta che la madre le abbia cacciato una maledizione; il suo sostentamento arriva dai servizi di chiromanzia e astrologia. Se fosse vissuta ai tempi dell’Inquisizione sarebbe già stata bruciata viva come tutte le streghe, mentre allora, siamo nel 1939, la donna ha un solo desiderio: mantenere in vita il figlio maschio sopravvissuto, ad ogni costo, anche attraverso la magia, unico mezzo di una donna semianalfabeta, anche a costo del sacrificio umano.
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Alla cattura dirà “Non ho ucciso per odio o avidità, ma solo per amore di madre”. Insomma una donna totalmente segnata dalla morte dei suoi piccoli, che sceglierà tre prede facili, delle vedove solite farsi leggere i tarocchi dalla Cianciulli, le ucciderà a colpi di ascia, fatte a pezzetti e sciolte nella soda caustica. Il sangue veniva raccolto e lasciato coagulare, fatto seccare al forno e poi mischiato a farina, cioccolato, latte, uova, margarina, e impastato per fare dei biscotti che venivano offerti al figlio per salvarlo dalla maledizione. Una delle vittime, dichiarò l’assassina, aveva la carne grassa e bianca, cosicchè il liquido raccolto, aggiunto a della colonia, venne bollito per essere trasformato in saponette cremose regalate a vicine e conoscenti.
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Museo criminologico di Roma, strumenti usati dalla Cianciulli e le foto delle vittime.
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Gli esperti hanno dimostrato dai documenti originali che la donna soffriva di “disturbo istrionico e narcisistico di personalità con tratti sadici, schizoidi e paranoidi”, malattie mai curate che hanno lasciato la follia in libertà.
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Nel Museo criminologico di Roma, sono custoditi gli strumenti usati dalla Cianciulli e le foto delle vittime.
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JOHN WAYNE GACY
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John Wayne Gacy è il prototipo del vicino di casa americano, una grassezza alla McDonald’s, una generosità da grigliatore professionista, e una socievolezza ben esibita; inoltre, per aizzare lo stendardo della generosità, John Wayne Gacy faceva il pagliaccio negli ospedali per bambini malati, spettacoli comici in nome della bontà e molti di beneficienza. Se non bastasse, era un grande lavoratore, 16 ore al giorno sempre indaffarato, un piccolo imprenditore volenteroso nel settore della ristorazione e un buon padre di famiglia. Come può destar sospetti un soggetto del genere, con tutte le carte in regola? Eppure, questo simpatico grassoccio, nascondeva un terribile segreto. Gacy uccise 33 vittime, ragazzini tra i 15 e i 17, studenti universitari, giovani che prestavano servizio presso le sue attività. Coperto da un’ottima reputazione, Gacy attirava le vittime presso la sua abitazione, le ubriacava, abusava di loro sessualmente, le seviziava, per poi ucciderle e sotterrarle nella cantina e nel giardino accanto al barbecue.
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Dal primo omicidio Gacy capì che “non esisteva emozione più forte della morte”, che gli procurò un orgasmo completo e intenso. I primi segni di omosessualità li ebbe dopo il matrimonio, quando iniziarono le avance nei confronti dei colleghi, che ritrattava se questi reagivano con sdegno, e le prime aggressioni nei confronti del figlio di un suo amico, un quindicenne che obbligo’ ad una fellatio.
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Il serial killer John Wayne Gacy
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Gacy da bambino, esattamente all’età di nove anni, fu molestato sessualmente da un amico di famiglia; il padre era un alcolizzato che passava il tempo a deriderlo per la sua obesità e i suoi modi effeminati, un uomo violento che lo puniva con la cintura di cuoio. Come può sviluppare l’idea di amore un bambino che si sente dare dello stupido, che viene picchiato, che subisce un danno psicologico la cui grandezza è inspiegabile e indicibile e che lui stesso per la tenera età non può capire? E’ possibile riconoscere un potenziale serial killer? E in quel caso, a chi si può chiedere aiuto, se egli stesso non riconosce il problema? Come fermare la nascita del male? E’ utopia o aprendo gli occhi ci possiamo proteggere? Se quell’ombra compare dentro di noi, esiste una categoria di medici disposti ad aiutarci, sono gli psichiatri; perchè una specie di pensieri che si insinuano nel sottostrato della nostra coscienza, quelli che Freud chiama “voci del desiderio”, quelli che si depositano in luogo fatti di ricordi rimossi e traumi, sono solo dormienti, non morti. E sono quelli più veri ma anche più pericolosi in certi casi.
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Nel 2003 il regista Clive Saunders ha girato il film “Gacy”, basato sulla storia vera del serial killer.
Vanessa e Roland sono una coppia in crisi, lui uno scrittore fallito che cerca le parole nell’alcool, lei una ex ballerina che sente il peso del tempo. Nel tentativo di recuperare i cocci del rapporto, i due decidono di passare del tempo presso un elegante albergo nell’isola di Gozo, a Malta, un luogo dove le ore scorrono placide e lente, dove l’eleganza degli arredi e la bellezza degli ospiti dovrebbe portare la mente al riposo. Ma Roland, dall’aspetto trasandato e accompagnato sempre da un bicchiere di gin, trascorre le sue giornate nel bar dell’albergo, a scribacchiare qualcosa che dovrebbe restituirgli dignità e rispetto verso se stesso, mentre la moglie, di una bellezza e di una grazia che si distaccano da ogni altra donna che le passa accanto, nei suoi abiti casti e svolazzanti ben attenti a coprire un corpo che si è spento, lo attende chiusa nella stanza dorata, distesa su una sdraio a contemplare l’andirivieni delle onde, sempre uguali, sempre le stesse, mentre accolgono l’arrivo di un pescatore che parte al mattino e rientra al tramonto, anche lui, alla stessa ora, tutti i giorni, sempre a mani vuote.
Nella camera accanto, due sposini novelli in luna di miele; sono giovani francesi che hanno ancora accesa la fiamma del desiderio, fanno l’amore giorno e notte e questo lo scopre Vanessa, che li spia quotidianamente da un buco del muro nascosto dietro un secrétaire. Questo fatto spezza momentaneamente l’apatia di Vanessa, chiusa a riccio nel suo corpo e nella mente, un’agonia riuscitissima nella pellicola di Angelina Jolie, scritta, diretta e da lei interpretata, lo strazio e il senso di impotenza di chi teme non riuscire a cambiare nulla, l’abbandono di chi si arrende alla propria tristezza e la rabbia repressa di chi sa di non poter essere compreso.
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Presto anche Roland scoprirà quella piccola finestrella sul mondo felice di un’altra coppia, e i due si ritroveranno spettatori di una felicità che a loro non appartiene più, di una gioia fisica di tempi che sembrano lontanissimi e ormai riposti nell’angolo dei ricordi; perchè Vanessa è una donna frigida, dopo “quel fatto”, l’episodio che il marito promette di non raccontare sul suo libro.
Accecata dalla gelosia, Vanessa accusa il marito di desiderare quella giovane sposa francese, da cui accetteranno inviti a cene e gite in barca a quattro, come se la vicinanza di un’altra donna potesse dimostrare a se stessa le sue fragili paure, come se il suo desiderio fosse quello di portare un corpo vivo e pulsante di vita in dono a Roland, per poi soccombere alla tentazione del suicidio e mettere fine a tanta sofferenza.
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Ma la mente di una donna è così complessa che pensare al banale tradimento sarebbe poca cosa: Vanessa infatti, interpretata da una Jolie dall’emotività instabile che si rivela con coraggio (perchè tutto fa credere che il racconto sia autobiografico), sapendo che il marito dall’altra parte della parete avrebbe spiato i fatti, orchestra una sonora vendetta, flirtando con il giovane sposo che le slaccia la camicetta rivelando l’intimo rosso, simbolo del fuoco che dentro non si è mai spento, prima che il marito la soccorra sferzando un carico di pugni al rivale per poi ricreare il frastuono, che lei da tempo attendeva, il rumore che avrebbe sputato fuori la verità, gli strattoni che avrebbero fatto uscire l’invidia che lei covava nei confronti di una coppia felice in attesa di un bambino, mentre lei, sterile, era costretta a guardare.
L’attenzione nella scelta dei costumi, sempre impeccabili per la Jolie, raccontano una perfezione apparente; la fotografia, calda e minimale, rappresenta una calma fittizia; tutto fa pensare di questa sceneggiatura che sia come una lettera di sfogo della misteriosa attrice le cui fragilità vengono spiattellate da tutti i giornali di gossip, un coraggioso atto di analisi e forse un’ultima e disperata richiesta di aiuto nei confronti del marito, un Pitt che di alcolismo ne sa qualcosa.
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La stessa Jolie, in passate interviste, aveva dichiarato che “dovevano dirsi delle cose”, che quel senso di pesantezza voluto nel film si sentiva sul set anche tra di loro.
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Quello che noi vediamo dei personaggi che il cinema ci propina, sono solo fantasmi immaginari, né la Lara Croft di Tomb Raider, né la strega di Maleficent, Angelina Jolie sembra dirci piuttosto d’essere la Lisa di Ragazze interrotte, una donna sola che ha solo bisogno di aiuto.
Gli amori platonici non sono nuovi nell’Inghilterra primi ‘900; pensiamo al matrimonio tra Virginia Woolf, scrittrice lesbica, sposata a Leonard Woolf, editore omosessuale; nella Bloomsbury intellettuale non era così desueta la relazione tra amori impossibili, o meglio, impossibili da consumare fisicamente. Similare il caso della pittrice Dora Carrington, raccontato nel 1995 dal regista Christopher Hampton nel film “Carrington “, 2 premi al festival di Cannes tra cui “miglior attore” a J. Pryce.
Dora è un’artista vivace che dipinge per il piacere di farlo, non ha come fine ultimo la mostra o il denaro; è una ragazza dal fisico androgino e dal carattere irrequieto, e il suo motto è “libertà”. Scoprirà tardi i piaceri del sesso, rifiutando per quattro anni le avances fisiche del suo fidanzato di allora Mark Gertler, pittore inglese molto lodato dalla critica del tempo. Dora nel frattempo ha già conosciuto Lytton Strachey, scrittore, critico e saggista del gruppo di Bloomsbury, pacifista e omosessuale dichiarato. Lytton è un uomo barbuto, porta occhiali da gran pensatore, possiede la calma di un vecchio saggio, l’intelligenza del lettore e inevitabilmente Dora se ne innamorerà, lasciando Mark e iniziando, in una nuova casa, un periodo di promiscuità e triangoli amorosi.
Nonostante le prime reticenze di Lytton, che pensa alla convivenza come causa della fine di tutti gli amori, i due andranno a convivere; negli anni susseguiranno le intermissioni di altri uomini a partire da Ralph Partridge, ex ufficiale tutto d’un pezzo che Dora sposerà per tenerlo legato a Lytton, per amor suo, al loro fianco nel viaggio di nozze a Venezia.
In un percorso Ivoryano, nelle immense vallate di Brenan dove la pittrice ritrarrà i suoi uomini, irrompe una nuova figura maschile, si tratta di Gerald Brenan, romantico personaggio, amico di Ralph, che diviene presto amante di Dora. I tradimenti della pittrice sono solo accenni di una instabilità e di una fragilità che non tarderanno a presentarsi; gli uomini sono interscambiabili, le permettono di sentirsi viva e giovane, come nella relazione con Beacus Penrose, un aitante capitano che la prende con forza e con virilità, il primo a farle notare il suo lato maschiaccio, chiedendole di “indossare reggicalze e calze nere o testa di moro, per risaltare la forma delle gambe”.
Tutti si innamorano di Dora, ma il suo cuore è rapito dallo spirito di Lytton, che morirà di cancro allo stomaco, lasciando Dora in una profonda depressione. Gli uomini che l’hanno amata vorranno salvarla ma lei, dopo un primo tentativo di suicidio, riuscirà a lasciare tutti con un colpo di pistola, raggiungendo Lytton in un luogo dove forse, il loro amore, potrà essere esclusivo, lontano dalla gelosia a cui nessuno dei due ha mai creduto.