Venezia 75 – una bellissima donna senza contenuti il film “The mountain” di Rick Alverson

Avete presente quando di tutta risposta ad un colloquio vi viene detto: “troppo referenziato per questo lavoro” ? Ecco, “The mountain” potrebbe equivalersi a questa frase, perché il film dell’americano Rick Alverson potrebbe risultare troppo ambizioso e il detto ci fa credere che “Chi troppo vuole, nulla stringe“.

Siamo negli anni ’50, Andy ha perso il padre, e la madre è ricoverata in un istituto psichiatrico chissà dove. A fargli da tutore il dott. Wally Fiennes, palesemente ispirato alla figura di Walter Jackson Freeman II, primo medico statunitense ad aver introdotto il metodo della lobotomia.

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una scena di “The Mountain”


Andy è un ragazzo timido, apatico, silenzioso, problematico, si potrebbe dire in perenne stato vegetativo, non esprime il minimo interesse nei confronti della vita né delle sue attività; viaggia con il dottore, da un manicomio all’altro, Polaroid alla mano, ritraendo i pazienti sottoposti allo strazio della lobotomia transorbitale, tecnica che, combinata all’elettroshock, avrebbe dovuto guarire dalle malattie mentali.

Andy (Tye Sheridan) è ormai vittima di un labirinto malato, dove la pazzia è la normalità e la sua routine. In un copione praticamente assente, volge al cambiamento quando prende coscienza della rudimentalità dei mezzi e della totale mancanza di partecipazione emotiva del dottore durante le infinite operazioni.

Wallace Fiennes (Jeff Goldblum) è lo scienziato pazzo interessato solo all’universalizzazione della sua pratica, anziché alla guarigione dei malati, accanito bevitore, si lascia andare senza pudore al vizio e alla promiscuità.

A Denis Lavant spetta invece vestire i panni del personaggio più folle, guru della new age, a cui si lasciano bizzarri monologhi, crisi schizofreniche, folleggiamenti senza senso. Peccato perché con quel bel faccione poteva regalarci un tuffo nell’abisso della follia, e invece la sceneggiatura sembra mancante, come un ponte rotto a metà, dove le auto si fermano prima del precipizio, ma da cui in lontananza si vedono ancora scorrazzare.

E’ doloroso sapere che “avrebbe potuto essere”, perchè la pretenziosità lo rende inaccessibile, anche se perfettamente impacchettato nella sua fotografia nostalgica alla Erwin Olaf, vellutata nei verdi, morbida come panna montata ma estremamente fredda, un corpo pallido sotto le luci di un obitorio. Un 4:3 di estrema bellezza, una bellissima donna senza contenuto. E a un certo punto della storia, con questa donna, si ha bisogno di parlarci, altrimenti subentra la noia.

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La storia rivela che quelli che ce l’hanno fatta avevano una gran fame. Di popolarità, di vendetta, di rivalsa. Pensiamo agli inizi di Coco Chanel, una povera orfana che si era costruita un personaggio su mattoni di bugie, un padre commerciante che non esisteva (il padre aveva abbandonato sia lei che le sorelle in un orfanotrofio), un passato da cantante di successo (in realtà arrotondava in un locale di second’ordine dove alcuni ufficiali di cavalleria trovavano “ristoro”), una lista infinita che potrebbe essere raccolta in un libro: “le menzogne di Chanel”. Ma tutto questo aveva uno scopo e, senza alcun dubbio questo scopo è stato raggiunto: diventare parte della storia. Chanel sapeva perfettamente cosa voleva e aveva in sé tutta la rabbia per farcela e quella voglia di rivalsa che ha solo chi arriva dal basso.

Il film “The favorite” (La favorita) ci riporta un altro caso della storia in cui una donna utilizza tutte le sue armi (intelligenza, astuzia, fascino) per ottenere i favori della regina.

Siamo nel 1700 nella corte di Inghilterra, Anna Stuart è la regnante dal carattere debole, incerto, capriccioso, infantile, ed è quindi facile preda delle più astute dame di corte intorno a lei, a partire da Lady Marlborough, ovvero Sarah Churchill, moglie del generale e politico John Churchill.
Sarah, interpretata da Rachel Weisz, è nota per essere schietta e diretta, e lo è anche con la regina, che la accoglie come la sua più cara confidente, divenendo così anche consigliera politica. Nelle notti in cui il marito di Sarah (John Churchill) è al fronte a combattere la guerra (Francia e Inghilterra sono in lotta), le due donne si consolano nello stesso letto. La regina Anna ha perso il marito e 17 figli, nati morti o nei primi anni di vita, soffre di gotta e di sindrome di Hughes, questo la rende insicura, depressa e bisognosa di cure, che cerca invano nell’amica Sarah impegnata spesso in ambito politico (Sarah appoggia il partito dei Wighs a favore del marito) e decisamente cinica e calcolatrice.  Fino a quando arriva a palazzo una nuova figura: Abigail Masham, cugina di Sarah caduta in disgrazia a causa della dipendenza al gioco del padre. Abigail è dolce, intelligente e premurosa ed entrerà presto nelle grazie della regina, che troverà in lei la sensibilità assente in Sarah. Abigail, che ha il volto di Emma Stone, diviene presto la protagonista della pellicola di Yorgos Lanthimos; ha il volto di chi ci si può fidare, di chi accoglie i nostri segreti e li tiene in cassaforte, di chi comprende, è la spalla su cui piangere, l’amica che vorresti, ha la bellezza che irradia, la bontà matura, è la compagna che vorresti. E presto è facile dimenticarsi che è anche una ex dama, una donna astuta, che ha perso il suo rango ed ora si trova costretta alla servitù. E la rabbia e il bisogno di proteggersi faranno di lei una giocatrice vincente.


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Emma Stone in una scena del film


The favourite” è un film sul potere, sulla dignità, sulla moralità. Fino a che punto siamo disposti a cedere il nostro corpo, il nostro nome, il nostro rispetto?

Quando sarò per le strade a vendere il culo ai malati di sifilide, di questa moralità non me ne farò niente e la mia coscienza riderà di me”

Questo è il pensiero di Abigail quando si rende conto che nella posizione della “sguattera” non ha sicurezza, denaro, protezione e che l’unico modo per “sopravvivere” è “vendersi” alla regina.
E’ l’inizio dei giochi, in cui le concorrenti (Abigail e Sarah), si contendono le attenzioni di Anna, tra una masturbazione e un litigio, nell’atmosfera squallida e superficiale di corte, dove il tempo viene perso gettando arance su un valletto vestito solo di una parrucca pidocchiosa. Un tempo che ha il ritmo e il tono divertente mai visto prima in un film in costume. Lanthimos rende questa gara una scommessa, in cui si patteggia e ci si diverte, colora ogni personaggio con irriverenza, crudeltà, ridicolaggine.

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Olivia Colman in una scena del film


Olivia Colman nei panni della regina è la più buffa e quella dall’interpretazione più credibile; Rachel Weisz sarà il simbolo della verità o dell’ipocrisia, dipende da come la si vuol leggere; sarà lei a metterla in guardia dalle intenzioni della cugina:

Oh regina sembrate un angelo caduto dal cielo. No! Non è vero. A volte sembrate un tasso. Io non mento. Questo è amore!”

Emma Stone  nei panni di Abigail è protagonista delle scene più divertenti e pungenti:

Samuel entra nella camera di Abigail

Lady Abigail “Oh santo cielo signore, siete venuto a sedurmi o stuprarmi?
Samuel Masham (Joe Alwyn) “Sono un gentiluomo
Lady Abigail “Quindi a stuprarmi


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Rachel Weisz in una scena del film


Eccelsa la fotografia di Robbie Ryan che ci accompagna nel castello a luce di candela, con ritratti dal nero rembrandtiano e intensi i rallenty sulle nature morte e sui banchetti, rendendo ancora più disgustosi i modi e le eccentricità di corte, perditempo nella corsa delle aragoste e delle oche.

La scena finale è la voce della coscienza, ci ricorda che quando si prende in prestito la cattiveria per raggiungere il proprio scopo, utilizzando ogni bassezza, il conto che ci si presenta è assai caro ed è in fondo quello da cui Abigail voleva scappare, infangandosene.

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una scena dal film “la favorita”


“The favourite” approderà nei cinema statunitensi il 23 novembre 2018 e a gennaio 2019 in quelli italiani.

Trailer ufficiale:


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Venezia 75, “Doubles vies” di Olivier Assayas

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Doubles vies” di Olivier Assayas è un film sulla conversazione, dialoghi fittissimi e ritmi serrati, quasi la sceneggiatura fosse destinata al teatro.

Quello che racconta il regista è nient’altro che quello che conosce: l’ambiente parigino, fatto di dialoghi ping-pong, calici di vino alla mano, sigarette alla bocca, salotti borghesi, cafè caotici e pasti consumati nella zona living.

Lo spazio è ristretto, gli amici fanno tutti parte dell’editoria francese, ma spicca Alain (Guillame Canet), editore di successo che deve scontrarsi con l’evoluzione digitale. Questo è il tema su cui si concentrano gli infiniti dialoghi, briosi, accesi, che innescano alcuna risposta ma infinite domande.

Se qualcuno rimane legato alla cara vecchia carta, altri come Laura (Christa Theret), giovane imprenditrice nel campo dei media e amante di Alain – sì perché tutti, nessuno escluso, hanno una doppia vita – tenta di portarlo nelle new era, convincendolo con citazioni dai grandi classici, da “Il Gattopardo“di Giuseppe Tomasi

Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi“.

Fulmini e saette i dialoghi, zampillano da un salotto alla maison degli amici, i personaggi hanno sempre quell’aria noncurante, ma così borghesemente intellettuale, un poco dirty, può essere il capello arruffato o una briciola a terra, un dito succhiato tra un Bordeaux e una omelette o una shirt stropicciata, ma questa è Parigi, ça va sans dire.

Voluta forse la superficialità contenutiva, scandita da cliché e concetti ripetuti all’infinito, una leggerezza che rispecchia i personaggi, traditori (anche Selena, la moglie di Alain interpretata da una brillante Juliette Binoche, ha una storia con Leonard, lo scrittore depresso e a tratti infantile), bugiardi, menzogneri, ma per necessità (Leonard è in grado solo di raccontare storie autobiografiche, portando così la sua vita privata sulla bocca di tutti, intervistatori ambigui e compagna consapevole). Quest’ultima, un personaggio che Assayas vuol renderci antipatico dalle prime scene, cinico, distaccato, calcolatore, risulta invece essere l’unico a non fare il doppio gioco. Lei, che deve destreggiarsi tra i disastri dell’uomo politico che assiste per lavoro, è invece una compagna fedele, che ama incondizionatamente i difetti di Leonard, quelli che lo rendono poi così buffo e facile preda, lei che ama senza chiedere niente in cambio, regalerà la scena più toccante del film, annunciando che, dentro di sé, attende una nuova vita.

‘Doubles vies’ uscirà in Italia a gennaio 2019 distribuito da I Wonder Picture.


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C’è sempre qualcosa che manca ad un film: una goccia d’acqua di un rubinetto che perde, l’insieme di cocci rotti a terra, l’attardarsi sul pavimento bagnato seguendo l’acqua sporca che entra in un tombino.

C’è sempre qualcosa che manca ad un film ed è forse quello che noi pubblico cerchiamo: verità, essenzialità, realtà. Perché anche se guardiamo la riproduzione di un fatto che può essere realmente accaduto, sappiamo che dietro quella scena si nasconde una telecamera, un attore, una parte, una costumista, un microfono. In “Roma” ce ne si dimentica. Totalmente.


Roma“, al contrario di quanto si pensi, non è la nostra capitale, bensì il nome di un quartiere del Messico. Siamo nel 1971, in una casa borghese composta da un padre medico assente, una madre severa e un poco melodrammatica, quattro figli dai cinque ai quattordici anni, una nonna presente, una tata di origine mixteca, Cleo (Yalitza Aparicio) e una domestica che si occupa della casa.

Cleo è la protagonista del film, anche se il suo personaggio è l’esatto opposto dell’egocentrico, dell’individualista, dell’esclusivista. Al contrario Cleo è una ragazza umile, buona, rispettosa verso i padroni di casa, e sinceramente affezionata ai bambini che cura come fossero suoi fratelli minori, compreso Paco, il più pestifero, il suo favorito.

Roma” il film candidato al Leone d’Oro di questo 75mo Festival di Venezia, diretto dal regista Alfonso Cuarón, è il racconto intimista del regista messicano, è l’insieme dei suoi ricordi di infanzia, dai mobili appartenuti alla sua famiglia (il 70% di questi è originale), al luogo del massacro di quel lontano ’71. E’ la fotografia in cui le donne sono protagoniste perché forti, capaci di superare un tradimento (quello della madre ad esempio – il padre abbandona la famiglia senza spiegazioni per una ragazza più giovane), piene di vita, anche se alcune di queste ci lasciano per volere di Dio (Cleo partorisce una figlia morta), coraggiose nei momenti che temono di più (Cleo salva i due bambini che rischiavano di affogare travolti da una corrente).

Una pellicola dallo sguardo femminile, delicatissimo, a partire dalla scelta del bianco e nero, da quel tratto gentile e mansueto di una donna che offre tutta la sua vita alla vita di un’altra famiglia, per cui il lavoro diventa l’esistenza stessa. A quei bambini non suoi dedica l’amore, la dedizione, la preoccupazione, le rinunce di una madre. Un film sulla solidarietà tra donne, questa sconosciuta, uno specchio dall’immagine chiara e nitida di quella che era la società nei ’70 messicani, la distinzione di classi sociali così perfettamente rappresentata attraverso immagini. La raffigura la scena dell’incendio nel bosco, durante la notte di Capodanno, quando i domestici si precipitano prontamente armati di secchi d’acqua per spegnere il fuoco, mentre i padroni di casa, perfettamente habillè, sono accanto a loro, calice alla mano, pettinatura artificialmente composta, nei loro cappotti di cashmire, scambiandosi poche parole senza il minimo accenno di ansia o paura.

Quale regista è capace di tanta grazia? Truffaut, ma è più cavilloso, Fellini, che è più elegante, Visconti, che è più perfezionista. Alfonso Cuarón è nato per un nuovo genere. A lui spetta il Leone d’Oro di questa 75ma Mostra di Venezia.


Roma uscirà su Netflix il 14 dicembre.

Trailer ufficiale:


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“First man”, Damian Chazelle 2018

Forse “Alive” avrebbe reso il senso di questa grande impresa, che è l’allunaggio del 20 luglio 1969, perché la storia del primo uomo a sbarcare sulla Luna è la somma di tragedie, morti, perdite e sconfitte. Così Damian Chazelle, regista dei 5 Premi Oscar con “La La Land“, ha voluto raccontare più la sofferenza umana e la fatica dell’uomo Neil Armstrong, che l’eroica missione Apollo 11.

La prima scena è già un avvertimento, suoni metallici come di bulloni e tintinnìi meccanici di manopole e comandi che sembrano staccarsi, la sensazione claustrofobica di una navicella spaziale piccola “come una lattina volante“, le vicende di un uomo che come molti ha una moglie e due figli e che, di questi due, ne vede morire la più piccola per un tumore incurabile.

Damian Chazelle ci porta a casa Armstrong, facile entrare in empatia con il personaggio, la storia è quasi sempre raccontata dal protagonista e intervallata dallo scenario familiare, con una moglie pronta e intelligente, Janet (Claire Foy) e un Neil, un Ryan Gosling che non sbaglia una parte, severo, cupo, umile, introverso, ossessivo, metodico. Un uomo, quello che il regista vuole presentarci, che perde figlia, colleghi e amici durante le missioni infinite che hanno portato alla famosa impronta sulla Luna voluta da J.F. Kennedy, dall’incendio di una navicella, agli atterraggi finiti male.

La dimensione in “First man” non ci lascia scampo, siamo sempre dentro quella navicella, in perenne stato di ansia, vediamo lo stesso buio che ha visto Armstrong, quei piccoli punti di luce dei comandi, viviamo il dolore della perdita, il senso di impotenza e il coraggio di un grande uomo, divenuto un eroe americano, che invece sentiva solo il dovere di portare a termine un compito.

“First man”, nonostante la maestria riproduttiva delle missioni e delle stesse navicelle, è più un fatto personale, è la storia di un uomo, un uomo che vede la Luna su cui posa il bracciale della figlia scomparsa. E’ una storia di sacrificio e dolore, più che di vincita e trionfo.

“First man” – official trailer

La rivoluzione delle donne – collezione Salar FW 18/19

SALAR COLLEZIONE AUTUNNO INVERNO 2018/19 


Ogni nascita corrisponde ad una data e il femminismo si accosta al ’68.

E’ la rivoluzione delle donne iniziata dalle donne e che ancora oggi ne porta lo strascico, un poco zoppicando, ma sempre un passo avanti.

Era l’anno dell’illuminazione, l’anno in cui la donna inizia a domandarsi la sua posizione all’interno del matrimonio, nella società, al lavoro, nel sesso. Ed è forse su quest’ultimo argomento che si sono più battute, tutte, madri, mogli, figlie, ragazze che lavoravano nei campi, borghesi e proletarie, ottenendo quella che oggi è forse la conquista più umana; il suo slogan era “L’utero è mio e lo gestisco io“. Il movimento urlato nelle piazze era l’autodeterminazione sul proprio corpo, avere finalmente la possibilità di scegliere se essere madre oppure no; scegliere, era questa la vera conquista. La libertà.

Dedica agli anni della rinascita la collezione Autunno Inverno 2018 il brand Salar, con una quantità di prodotti unici, per tutte le donne che sentono l’importanza di quel cambiamento e sono felici di viverlo, portarlo avanti.

Salar Bicheranloo e Francesca Monaco, i fondatori, chiamano REVOLUTION la collezione dove vediamo mixati linguaggi e parole, nuovi tessuti e sperimentazioni materiche.




Le forme sono inedite, le linee definite, sono modelli destinati a diventare iconici perché di personalità forte; REVOLUTION compare come un promemoria sulle borse in pelle, le chiusure diventano cinture vere e proprie, alte e spesse come quelle indossate dalle donne nei primi ’70, assieme al pantalone a zampa.

E’ l’anno dell’autodeterminazione e dell’affermazione di se stesse, il ’68 si respira in tutta la collezione F/W 18/19, alcuni pezzi sono dotati di cintura, per lasciare più movimento, lo stile è glam-rock, il modello “Mirror” ha dei veri e propri specchietti applicati, i manici diventano bracciali, le dimensioni si riducono anche per le minimaliste, per chi non ha bisogno di nient’altro che della propria libertà.

Sfoglia tutta la collezione Salar Autunno Inverno 2018/19:



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Imperial Tea Miracle Face Mask, la maschera dell’estate!

Se avete bisogno di una maschera leggera, non troppo aggressiva e che non secca la pelle, Imperial Tea Miracle Face Mask è quella adatta a voi.

La sua formula è delicatissima e ha come base l’utilizzo del tè bianco.


Imperial Tea Miracle Face Mask


Tea Infusion TechnologyTM è una tecnologia brevettata che prevede l’infusione a caldo delle foglie di tè grazie alla quale si mantengono inalterate le proprietà antiossidanti dei polifenoli radicali liberi; come risultato il cosmetico risultata molto efficace perché ricco di sostanze attive.

Tra gli ingredienti, in questa maschera si utilizza la Camelia Sinensis, una pianta sempreverde che cresce ad alte altitudini in ambienti caldi e umidi, ha effetto purificante e proprietà antiossidanti; l’acido ialuronico, che nutre la pelle in profondità e stimola il rinnovamento cellulare cutaneo; l’olio di jojoba che rivitalizza e lenisce la pelle irritata.



Teaology è l’unica linea skincare che utilizza questo genere di prodotto, l’infuso del tè e per le sue preziose virtù rende efficace il trattamento al 100%, inoltre i suoi prodotti sono ricchi di vitamine, estratti e olii essenziali.


Imperial Tea Miracle Face Mask è formulata con l’infusione di foglie di tè bianco per rendere ancora  più efficace l’azione antiossidante dei polifenoli. Le foglie vengono immerse in un mix purificante di caolino e acido ialuronico idratante e ridensificante. Inoltre gli estratti di primula e margherita esalta l’incarnato ed hanno un effetto schiarente, eliminano i segni del tempo rendendo la pelle luminosa e subito più giovane.

Bastano solo 10 minuti per l’applicazione, su viso e collo asciutti e ben puliti, evitando sempre il contorno occhi. Si risciacqua e si ripete per due volte a settimana.
La cura della pelle passa anche attraverso la routine, non dimentichiamocelo; prendere l’abitudine di fare impacchi e maschere, abitua la pelle ad assorbire meglio i prodotti, perché li riconosce.


Imperial Tea Miracle Face Mask @Venice



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Le sneakers Stokton spring summer 2018, per chi ha voglia di innamorarsi

STOKTON COLLEZIONE SPRING SUMMER 2018

A rendere speciale un look, si sa, è sempre la scarpa! Per questo motivo gli uomini, che dalla loro hanno un guardaroba meno provvisto di accessori a differenza di noi donne, fanno molta attenzione al dettaglio. E la scarpa è certamente il primo acquisto importante nella loro carriera di esperti di stile.

Una bella scarpa fa la differenza! Un sandalo gioiello può rendere elegante anche un outfit dove compare un jeans e una t-shirt di cotone. Ma quanti ad oggi avevano pensato di impreziosire una sneakers? Ebbene, il brand Stokton, da’ sfoggio di creatività su una scarpa che è per definizione comoda e per tutti i giorni.

E così che la collezione Primavera Estate 2018 di Stokton si rivolge a tutte le donne, si intende che accontenta ogni gusto, perché dall’Oriente alle più attuali mode, la sneakers Stokton di questa stagione sono in infinite ed in varianti mai viste prima.

Dai preziosi tessuti di raso, e di raso anche i lacci, la scarpa Stokton ricorda le raffinate tappezzerie cinesi, quelle che oggi ritroviamo anche sulle mura di casa, tornate in voga, per i gusti più raffinati e per coloro che da sempre rimangono affascinati dal mistero del paese del Sol Levante.

Stokton SS2018


In pelle da risultare comode, le scarpe Stokton restano basiche nella forma ma si impreziosiscono di dettagli: maxi perle, glitter, laminati come i grattacieli specchiati, in jeans per le più giovani e con stampe fiorate per le romantiche.


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campagna Stokton SS18


Inoltre Stokton, che conosce i capricci muliebri, ci da’ la possibilità di inserire e togliere gli eccentrici dettagli: così le rose di stoffa possono comparire, alternandosi nei colori, in nero o rosa antico, o scomparire a nostro piacimento. Le maxi rose fatte in denim, possono abbinarsi all’effetto used della sneakers o lasciare liberi i lacci, in intrecci fantasiosi che avvolgono la caviglia.

Stokton ha pensato di fare innamorare tutte le donne, lo dice anche Kenneth Cole:

Le donne si innamorano sette volte in un anno, sei di queste sono per le scarpe.

Sfoglia tutti i pezzi della collezione Stokton Spring Summer 2018:



Stokton SS2018


(Credits per le due foto campagna Stokton compresa copertina – Photo/Styling Miriam De Nicolo’, Model Shelly Chinaglia, Make up/Hair Antonia Deffenu, Assistants Clara Fayer, Michele Tumbarello)

Venice Secrets: Crime and Justice – Anteprima Mondiale della mostra sul crimine, giustizia e pena di morte

Venice Secrets: Crime and Justice
Anteprima Mondiale sul crimine, la giustizia e la pena di morte

Oggi le chiameremmo “erboriste” o “crocerossine”, quelle che un tempo si riunivano nei boschi a cogliere erbe medicinali e che distribuivano in unguenti ai malati, tacciate di stregoneria, arse al rogo e umiliate.

Le torture che le “streghe”, quelle povere donne, a volte bellissime, altre piuttosto intelligenti, subirono, sono tra le più truci che un essere umano possa immaginare: impalate vive e lasciate agonizzare in mezzo alle piazze, marchiate a fuoco, seviziate con l’uso di topi vivi cuciti negli organi genitali.

L’Inquisizione fece numerosi morti, tra cui personaggi illustri come Giordano Bruno, filosofo processato per eresia e condannato al rogo il 17 febbraio 1600, il Conte di Carmagnola, e condanno’ i famosi adulteri Veronica Franco e Giacomo Casanova.

Venezia, a Palazzo Zaguri, dimora storica che ospitò Casanova, dedica una mostra in anteprima mondiale, al crimine, alla giustizia e alla pena di morte: Venice Secrets: Crime and Justice“, un percorso espositivo che fa luce sui metodi di tortura utilizzati durante il buio periodo della Repubblica Serenissima. Atti giudiziari originali mostrati per la prima volta al pubblico, reperti, autentici strumenti di morte, raccontano in che modo venisse applicata la giustizia in un periodo ancora barbaro e primitivo.

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la “berlina”, detta anche gogna, per adulteri e bestemmiatori


Il periodo storico  va dal XIII al XVIII secolo, quando la berlina (detta anche gogna) veniva utilizzata per tagliare teste ad adulteri e bestemmiatori e la “Strappata” veniva impiegata nella “Sala del tormento” a Venezia, una sofferenza prolungata per tre giorni in cui il condannato veniva legato con le mani dietro la schiena, poi tirato su con delle corde, nella prima seduta si faceva precipitare il corpo a terra ad altezza uomo e con i secondi la caduta si interrompeva a due braccia da terra, con risultato la torsione e la slogatura delle spalle. Per aumentare gli effetti si aggiungevano pesi o si bruciavano le piante dei piedi.

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Sedia della tortura del fuoco


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GRIGLIA, per la bollitura e la friggitura dei prigionieri


Venice Secrets è una mostra unica nel suo genere e soprattutto solo per stomaci forti, perché oltre alle macchine di morte, rivivono nelle stanze del palazzo cadaveri plastinati e numerosi organi umani veri, testimonianze dei condannati che venivano usati quotidianamente per gli studi di anatomia tra Padova e Venezia.


Migliaia di persone mutilate, marchiate a fuoco, processate per sodomia, bruciate vive, annegate e uccise sul patibolo, rivivranno in queste stanze con il solo scopo di far conoscere la loro storia al visitatore, a ricordo di quanto la crudeltà umana non abbia limiti, né la creatività nel procurare sofferenze altrui.


Una creazione cruenta fu la “fallbret”, una sorta di ghigliottina ante litteram con l’impiego di una mazza per lo schiacciamento meccanico della lama da decapitazione utilizzata fino al 1500, oppure lo strumento per la tortura del fuoco utilizzata fino al 1700 che consisteva nel legare il condannato su una sedia posizionando delle braci sotto i suoi piedi cosparsi di grasso con solo una tavoletta a proteggerli dai carboni accesi. Ad ogni domanda a cui non rispondeva si toglieva la tavoletta. Il torturato era lasciato a digiuno per dieci ore prima della tortura, questo per aumentarne gli effetti sul fisico debilitato.

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la Ghigliottina


Ma nella folla di assassini, ladri e bestemmiatori, vi erano anche i malcapitati e trovarsi in campo inquisitorio era cosa assai facile, come avvenne per Veronica Franco nel 1580. E quando a metterci all’erta ci sono i proverbi che recitano: “cerca il tuo nemico tra i tuoi amici“, non sono da prenderli sotto gamba, perché alla povera Veronica, la denuncia arrivo’ proprio dalle sue mura domestiche. Per l’esattezza fu il precettore di uno dei figli ad accusarla di praticare arti magiche e sortilegi, oltre ad altri capi di imputazione tra cui c’era il gioco d’ azzardo, il mangiare grasso nei giorni consacrati al digiuno, la non osservanza dei sacramenti e…signore e signori: il patto con il diavolo! 

Il visitatore viene accompagnato attraverso sequenze sceniche soffuse e raccolte, tra i versi della Divina Commedia e atmosfere inquietanti. Fedele l’allestimento composto da sedute vuote della stanza adibita alla magistratura del Consiglio dei Dieci, la ricostruzione della cella del Casanova e delle carceri di Narni.

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Preti sepolti vivi per alto tradimento. Le giovani vestali che non rispettavano il voto di castità, venivano murate vive


Il percorso espositivo non ha una fine, ma bensì vuole creare un’inizio: l’innesco di domande, la discussione dell’esperienza vissuta, il generare contenuti, l’esame di coscienza.


www.venicesecrets.net
Venice Secrets Crime & Justice
Palazzo Zaguri
Campo San Maurizio, Venezia
mostra visitabile fino al 30 settembre 2018

Aniye by sfila da Carlo e Camilla in Segheria con una mini collezione sposa

Grande interprete della sofisticata e ricca borghesia di fine Ottocento, Vittorio Matteo Corcos è stato un pittore livornese noto soprattutto per i suoi ritratti.

E’ la vita mondana a cui si interessa, e alle donne in particolar modo, alla loro gestualità, agli abiti che indossano e alla maniera elegante in cui li vestono. Sono regine, dame della nobiltà, clientela assolutamente esclusiva e piuttosto esigente, in un periodo in cui lo status era un biglietto da visita e autocelebrarlo era un modo come un altro per farsi pubblicità. Tutto era reale, nulla a che vedere con le vite fasulle che si sfoggiano oggi sui social, tra abiti da sogno mai indossati e voli intercontinentali, quando si è raffreddati e sdraiati sul divano di casa.


sx Ritratto di donna elegante, 1887 di Vittorio Matteo Corcos – dx abito Aniye by


L’opera di Vittorio Matteo Corcos mette in mostra vizi e virtù, lo fa attraverso lo sguardo di queste donne, dalle giovinette in vezzose vesti di seta, alle più mature peccatrici in abito da sera. E’ un gioco tra l’innocenza ed il peccato, un’atmosfera che si respira anche guardando la collezione Aniye by che sfila a Milano, nella splendida location di Carlo e Camilla in segheria, anticipando anche una mini collection bridal.


sx abito Aniye by – dx Lady of the house, William Henry Margetson


Una collezione femminile e zuccherosa, come i colori degli abiti in voile dall’azzurro myosotis al carta da zucchero.
Le sete lasciano libero il movimento e regalano fluidità e leggerezza, i pizzi giocano con il “vedo/non vedo”, le paillettes catturano la luce, il lurex e le perline regalano luminosità all’abito.

Moderna e per una donna anticovenzionale la mini collection bridal, lancio ufficiale del brand Aniye by, emblematico esempio dell’aspetto pratico e fugace che ha preso l’evento matrimonio, un poco sospeso tra il sogno dorato e l’imminente arrivo del tragico lunedì.


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Teaology – La crema mani e unghie al profumo di tè

Se pensavate di accontentarvi del gelato al gusto di tè, per quelle a cui al tè non sanno rinunciare, sbagliavate. Oggi, per le vere addicted, esiste una linea che sfrutta le proprietà di questa pianta per renderci più belle: è la TEAOLOGY tea infusion skincare.


Una linea completa per i trattamenti di bellezza viso e corpo, che ha creato una crema mani specifica con l’uso del tè blu.

Da questa miracolosa pianta, chiamata esattamente Camellia Sinensis, si ottengono più di 5000 differenti tipi di tè. E’ una sempreverde che cresce ad altissime altitudini, in ambienti caldi e umidi. Il Blue Tea è un tè semi-fermentato che contiene molti minerali e agisce come antiossidante.

@Venezia


La crema mani e unghie – FLORAL TEA HAND AND NAIL CREAM – è nello specifico un trattamento riparatore, idratante e antietà.

Ha un delicato e fresco profumo di tè che persiste tutto il giorno, non unge e si assorbe velocemente lasciando le mani piacevolmente vellutate. La crema si massaggia su mani e unghie, insistendo anche sulla zona delle pellicine per ammorbidirle; inoltre il pratico tubetto in plastica è possibile portarlo sempre con sé in borsa.



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