MILANO FASHION WEEK – VIVETTA COLLEZIONE SPRING SUMMER 2019
VISIONARY POETIC DREAMY GLAMOUR
Punta di diamante del movimento psichedelico è Peter Max, l’artista del neo-espressionismo, grafico, scultore, pittore, disegnatore, video-maker.
Siamo negli anni ’60 quando i media iniziano a trasmettere immagini dalle fantasie visionarie, è il periodo dei “figli dei fiori”, la natura è sovrana, c’è voglia di amore e di libertà e di dar sfogo all’immaginazione.
Come Peter Max, le tinte di Vivetta sono forti, le figure fiabesche, vediamo nella collezione Primavera Estate 2019 un mondo incantato, fatto di cigni che primeggiano, farfalle, fiori e bocche che aleggiano.
sx Vivetta SS19 – dx “Infinity Watchers” – 1970 Peter Max
E’ un viaggio onirico la collezione Vivetta SS2019, che permette di vestire i propri sogni nel più eccentrico glamour, le tonalità sono accostate con estrema minuzia e con estrema armonia, tratto tipico dell’artista Max.
sx “Space landscape” Peter Max – dx Vivetta SS19
Ironica e con un piede nella trascorsa infanzia, Vivetta dipinge sugli abiti allegri arcobaleno, stelle e fiocchi rosa; le rose sono applicate su vestiti tono su tono, i cigni riposano su piccole tuniche in macramè a intarsio o su abiti lavorati ad uncinetto.
sx Vivetta SS19 – dx “Love” 1969 Peter Max
Vaporose le gonne pouf, tripudio di giardini in fiore, come gli abiti a palloncino leggeri e spumosi come meringhe. Piccoli bouquet di ortensie fioriscono sui miniabiti drappeggiati in organza tecnica dall’effetto liquido e arricchiti da volants.
sx Vivetta SS19 – dx “Sunrise” 2000 Peter Max
Luccicanti cristalli Swarovski illuminano le trasparenti mantelle in tulle degrade’; anche il denim si fa prezioso con ricami in perle e piume dai colori delicati del rosa pastello e dell’azzurro Tiepolo.
Vivetta Ponti, fondatrice e designer del brand, ama giocare, per lei moda è leggerezza, quella leggerezza non frivola, ma calda e avvolgente dell’infanzia, quella sicura e priva delle difficoltà degli adulti, priva della sensualità sfacciata, moda è rendere magico il nostro armadio per decidere se andare a caccia di farfalle o a raccogliere fiori nel bosco.
Sfoglia la collezione Vivetta Primavera Estate 2019:
L’idea di un mondo in cui tutti condividiamo le stesse passioni, dove il denaro non esiste e si torna al primordio del baratto, dove la libertà è uno stile di vita, dove tutti possono esprimere la loro creatività senza vincoli né regole, ci affascina ammettiamolo. Altrettanto vero è che, anche il meno cinico di noi, sa, essere un’utopia, una realtà che può esistere solo in maniera passeggera, e difatti chi ha creato questo universo “al di fuori dal mondo”, c’è, o meglio c’era: si chiamava Larry Harvey, ed è mancato lo scorso aprile all’età di 70 anni a causa di un ictus.
Harvey era stato lasciato da una ragazza nel lontano ’86, quando con un amico aveva dato fuoco ad un fantoccio di legno, nella spiaggia di San Francisco, durante un solstizio d’estate. Nasce così il “Burning Man”, l’evento che ricade ogni anno nel deserto del Nevada, a Black Rock City, dove più di 60.000 persone si riuniscono attratte dalla possibilità di esprimersi liberamente in una location che nasce e muore con la loro presenza/assenza.
A questo concetto di “rinascita“, si ispira la collezione Spring Summer 2019 di Byblos, una celebrazione della personalità, della diversità, dell’individualità.
Colori dagli abbagli lunari nella collezione Byblos, con riflessi argentei e talvolta dorati, abiti camaleontici che si mescolano con le sabbie bianche di Black Rock, spesso destinate a forti tormente, che rendono il viaggio più spettacolare e avventuroso.
Tute spaziali abbinate a maxi mascherine specchio, il tessuto tecno si fonde con i colori psichedelici che assume la città di notte, quando la festa inizia, il caldo cala e le menti possono dar libero sfogo alla fantasia.
Utili i parka per le forti escursioni termiche (questo Bezos, il fondatore di Amazon e proprietario del Washington Post non lo sa perché ha alloggiato in un camper deluxe, si immagina riscaldato, e non in tenda come molti altri) e poetiche le lunghe paillettes che ricordano le squame del pesce combattente, quel pesce dalle pinne fluttuanti e prepotentemente territoriale, che non tollera la presenza di altri della sua specie, se non di sesso femminile, il furgone!
Particolarità della collezione, i lacci da scarpa con il puntalino imbevuto in smalto a tinte forti che virano ironicamente in frange hippie o che creano un gioco di stampe trompe l’oeil.
Frange su abiti, applicate sulle giacche in denim e in testa, tutto è movimento, sperimentazione, creazione, fino a quando l’uomo di legno brucerà e si tornerà alla vita di tutti i giorni, comprando il latte in dollari americani e non i cambio di una canna.
MILANO FASHION WEEK – COLLEZIONE ALBERTO ZAMBEZI SPRING SUMMER 2019
Quando attingiamo dalla nostra memoria, dal nostro bagaglio culturale, frughiamo tra i bauli del passato, nei nostri studi, nei libri del liceo a cui ci siamo applicati. Ma pensiamoci, molti contenuti vanno persi, perché per noi meno interessanti, meno vicini al nostro gusto, altri invece rimangono impressi e tornano, tornano nelle foto che scattiamo, inevitabilmente, inconsciamente, nei disegni che realizziamo.
La cultura classica, quella del periodo greco (V-IV sec. a.C.), quella del pensiero artistico che influenza la scultura, l’architettura, il teatro, la letteratura, la filosofia, ha apportato dei grandi cambiamenti, con strascichi lunghi fino a noi. La sua eredità, è dentro ogni processo e progressione occidentale, è talmente forte e marmorea, da permetterci di guardarci intorno e trovarla nelle città che visitiamo, nella musica che ascoltiamo e non ultimo nella moda che indossiamo.
Alberto Zambelli, per la collezione Primavera/Estate 2019, le ha reso omaggio con dei capi ispirati al più grande esponente del periodo neoclassico italiano, l’artista Antonio Canova.
L’eleganza delle forme, la morbidezza dei tessuti, i modelli sembrano levigati come delle statue di marmo, il movimento regala loro dei giochi di chiaro-scuro, di luce ed ombra, sono tridimensionali.
Alberto Zambelli cela in questa collezione la passione più violenta, e lascia sussurrare la grazia, la bellezza, il sottinteso, il sussurrato, quella tendenza romantica che è l’antico mistero delle statue greche. La ragione controlla il sentimento più impulsivo, ogni aspetto è più leggiadro, come gli abiti in voile total white, trasparenze che ricordano il Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino (1753), opera in marmo ora nella cappella di San Severo.
I gesti sono misurati e ridotti, come i colori scelti per la collezione SS2019: gesso, calce, roccia, lunare. Le composizioni equilibrate, dalle forme a uovo, kimono, tuniche. Le stampe rappresentano le sculture del maestro Canova, quasi la donna fosse un tutt’uno con l’opera dell’artista.
Sfoglia l’intera collezione Alberto Zambelli Spring Summer 2019:
MILANO FASHION WEEK – COLLEZIONE MOSCHINO PRIMAVERA ESTATE 2019
I ritmi delle sfilate sono serrati, finita una collezione si è già al lavoro per un’altra, i disegni, i tagli, le prove, le modelle, i fitting, lo show da preparare, le nottate insonni. Insomma si ha sempre l’ansia di non arrivare mai in tempo, di non farcela, il Lexotan per il panico, il Supradine per il fisico, gli aiutini per aumentare la creatività. Che tutti pensano, ehi, se c’è qualcuno a cui non manca – la creatività – quello è proprio Jeremy Scott. Ma oggi scopriamo che anche Jeremy è uno di noi, umano, uno che non ce la fa, uno che ha dovuto consegnare i bozzetti, gli schizzi dei disegni, e dare ordine di concretizzarli così com’erano sulla carta: degli abiti scarabocchiati, delle calze dal tratto di pennarello nero, dei cappelli disco che sembran di cartone appena ritagliato, scarabocchiate anche le décolleté in tinta con l’abito, le pochette, stampe che sono disegni di catene d’oro con il logo Moschino.
Non c’è mai tempo, si ha troppo da fare, troppo lavoro, questo lo deve dire la donna super impegnata, lo dice, con il tailleur che indossa, con quei fiorellini disegnati e colorati fuori dal bordo, con il rotolo di tessuto ancora in mano, di un long dress non finito, quello importante, per la sua serata galante, quello per l’evento speciale, ma non ha tempo, è sempre tutto in divenire, e poi potrebbe cambiare idea, volerlo più corto, più lungo, più drappeggiato. Presto presto presto che deve uscire!!!
Et voilà, la donna fumetto Moschino Spring Summer 2019 .
MILANO FASHION WEEK – COLLEZIONE PHILOSOPHY DI LORENZO SERAFINI SPRING SUMMER 2019
Vedo sfilare dei caftani e penso subito alla signora Marzotto, a quella “Marta da Legare“- così aveva chiamato una sua linea di abbigliamento – che di stile ne aveva dettato tra salotti e apparizioni mondane.
Tra i capi che sfilano alla Milano Fashion Week, nella collezione Philosophy di Lorenzo Serafini SS19, si percepisce l’atmosfera del viaggio, tra una meta desertica come quella del Marocco, e le spiagge più selvatiche e lontane di una “Laguna blu” delle sue ultime collezioni.
Ma quell’abito in lino stampato djellaba, ha la firma di Marrakesh, dove la signora Marzotto aveva una casa, nella Medina, la “Maison du caftan”, una graziosa boutique-sartoria del tipico abito maghrebino, con tante sue foto affisse alle pareti.
Con un piede nella calda Marrakesh e uno nel passato vittoriano, quello tanto caro a Lorenzo Serafini, fatto di pizzi e merletti, di sofisticate camicette, di donne che non rinunciano alla femminilità nonostante le difficoltà, assistiamo ad una sfilata carica di forza e al contempo di grazia. Se uno stivale stampato pitone ci permette di correre con grinta tra i focosi deserti, gli abiti in tulle con volant ci riportano alla natura più docile e muliebre, e solo Philosophy sa mixare questi opposti con gusto ed equilibrio.
La demi-vierge Philosophy oggi in camicia con pettorina da smoking, domani in gonna plissettata con balze; gioca con i dettagli che completano il look, le fasce a trecce, le desert scarf, le corde annodate da usare come cintura.
finale della sfilata Philosophy ss19 – dx Marta Marzotto
Sfoglia l’intera sfilata Philosophy di Lorenzo Serafini Spring Summer 2019:
MILANO FASHION WEEK – COLLEZIONE PRIMAVERA ESTATE 2019 ALBERTA FERRETTI
Un tempo per farsi fare un ritratto da un pittore noto occorreva molto denaro, e talvolta vere e proprie opere di convincimento, come fece Gertude Stein con Picasso, il quale glielo rifiutava perché troppo brutta. Alla fine quel mascalzone di Picasso dovette cedere e realizzò quello che gli esperti stimano come il passo embrionale del pittore verso il cubismo, opera che rimase insieme alla proprietaria fino alla sua morte.
Oggi non c’è niente di più semplice del farsi fare ritratti; la Milano Fashion Week è un covo di fotografi e persone totalmente sconosciute (o Gertrude, ci manchi tanto) assetate di scatti da postare sui social. Chi siano queste persone e perché vengano invitate ad una sfilata dove un tempo presenziava Jacqueline Kennedy rimane un mistero; meno misteriose invece le facce delle “fashion blogger” che si è soliti seguire attraverso un cellulare, rivelatesi in tutta la loro normalità, e regalandoti dapprima una grande delusione, poi il piacere (ammettetelo donne) di vederle con le rughe, i brufoli, più grasse, con le dita tozze, le braccia grosse, la voce stridula, la palpebra calante, l’occhio pigro. E so che vorreste anche i nomi!
Alla sfilata di Philosophy by Lorenzo Serafini, una Maria Bernard più piccola e più magra che in foto, e mi viene in mente un amico quando intervistò Penelope Cruz, tutto eccitato per l’occasione, per poi tornare a casa confidandomi che le sembrava un topo! Maria ti adoro lo stesso!
Da Alberta Ferretti non ci si distrae invece (quanto sono bugiarda), se non per un drink di benvenuto offerto da due fila di camerieri in divisa, di cui si potevano distinguere solo le sagome.
La signora Ferretti, incline all’eleganza e non alle mode, ci regala una collezione primavera estate 2019 dai volumi fluttuanti, dai colori tenui del rosa pastello, verde muschio, giallo crema, carta da zucchero.
Abiti lunghi e leggeri che giocano con le trasparenze, stretti in vita da corde tono su tono, come d’uso nel periodo greco o da giacche safari e pratiche cinture.
I toni, le lunghezze, le lavorazioni, ci riportano alle atmosfere dei dipinti appartenuti a John William Godward, pittore vittoriano neoclassico di origine inglese.
sx collezione Alberta Ferretti SS2019 – dx “The engagement ring” di John William Godward
Gli abiti in pizzo di San Gallo sono impreziositi dai ricami crochet, che ritroviamo anche nelle tute corte in popeline, nei pantaloni bianco candido, lavorazioni richiamate dall’intreccio dei sandali flat dai colori pastello.
sx “A grecian girl” di John William Godward -dx collezione Alberta Ferretti SS2019
Il daywear si arricchisce di capi sahariani, dai pantaloni con maxi tasca staccabile, alle morbide salopette, dalle jumsuit senza maniche, alle giacche che potrebbero destinarsi alla meravigliosa Meryl Streep in “La mia Africa“.
Kaia Gerber in Alberta Ferretti SS2019sx collezione Alberta Ferretti SS2019 – dx “Idleness” di John William Godward
Sfoglia l’intera collezione Spring Summer 2019 di Alberta Ferretti:
Ha avuto vita breve la casa a luci rosse torinese con bambole in affitto, la LumiDolls è stata messa sotto sequestro a pochi giorni dall’inaugurazione. Polizia e Asl hanno fatto irruzione con conseguente ammenda di 3000 euro perché l’attività pare non sia a norma di legge e il livello di igienizzazione delle bambole è stato giudicato insufficiente.
Insomma gli ipocondriaci che pensavano di stare tranquilli facendo sesso con una bambola, devono tenere a mente che il rischio di malattie non è da escludere.
La pulizia interna ed esterna delle signorine di plastica spetta ad un addetto, lo stesso che si occupa della cassa (di questi tempi bisogna essere versatili), il costo del giro in giostra vale 80 euro per mezz’ora, 100 euro se si ha un’ora in cui potersi dilungare in un monologo post coito…qui chi sognava di avere una donna muta accanto a sé, è accontentato.
I gestori del marchio LumiDolls promettono la riapertura a breve, giustificando gli accaduti con “una svista”.
“Siamo pieni di prenotazioni per settimane, salvo qualche piccola eccezione. Abbiamo clienti che hanno prenotato anche dal Veneto (da Torino, Venezia dista 400 chilometri, ndr) e la maggior parte ha scelto la mattina o il pomeriggio per l’appuntamento. Anche per questo motivo per il momento non terremo aperto di notte. Abbiamo richieste anche per degli addii al celibato”
Il bordello del silicone è quindi sold out fino ai primi di novembre, frequentato da uomini di tutte le età, chi spinto dalla curiosità, utilizzando la bambola come un vero sex toys, solo più grande, chi come succedaneo di una donna in carne ed ossa, quindi accomunandole alla prostituta.
La scelta si fa su sette bambole, si può scegliere la favorita tra Kate, Molly, Arisa, quindi tra la Principessa del Galles, un cane e la cantante stramba dai capelli corti, perché sono i primi collegamenti che vengono alla mente o no?! – e altre donne dal seno più o meno grande e un signorino dalle dimensioni perfezionabili, a seconda dei gusti. Ah, si chiama Alessandro! Si sa mai che durante l’atto sbagliaste il nome provocando in lui l’ira funesta.
L’indirizzo della casa per appuntamenti è segreta, fino alla sottoscrizione sul sito web, il pagamento avviene in loco, se invece siete timidi potete addirittura comprare la signora sul sito dell’azienda catalana, ad una cifra che va dai 700 ai 2000 dollari. Non è nemmeno cara, pensate a quanto spendete per la vostra fidanzata!)
La cittadina aronese è ricca di eventi e attività culturali, tra queste la collettiva di Paolo Bazzarri, Daniela Castellin e Lorenza Pasquali, sita in Piazza del Popolo 33 (accanto Hotel Florida) e visitabile fino al 23 settembre 2018.
La stanza d’entrata è dedicata all’artista Lorenza Pasquali, milanese d’origine, ex grafica pubblicitaria e un passato nel mondo delle calzature e della moda.
Se preponderanti sono i paesaggi urbani milanesi, nello spazio della mostra troviamo l’elemento “acqua”, la cui forza espressiva risalta la tecnica pittorica dell’artista, attraverso l’uso di colori cristallini e brillanti.
Più introspettive le opere paesaggistiche, dove l’ombra prende il posto della luce, dove le figure si stagliano in proiezioni misteriose, siano esse statue che uomini soli.
Una Milano vista attraverso il silenzio delle notti, quando il fuggi fuggi generale si è calmato, quando si accendono le luci della città illuminando un maestoso Castello Sforzesco e dando forma ai monumenti allora dimenticati.
Lorenza Pasquali rivela il suo prossimo progetto, la sua città vista attraverso l’abbraccio della neve. Se risultano piccoli lavori in cui l’elemento compare, la prossima mostra lo avrà come unico tema. Tutto si ammanta di una certa nostalgia e questo piace – ci fa notare l’artista – forse perché la neve assume quel fascino romantico e fiabesco che ci ricorda Lewis Carroll:
“Mi chiedo se la neve ama gli alberi e campi, che li bacia così dolcemente. E li copre come con una morbida trapunta bianca; e forse dice “Andate a dormire, cari, finché non arriva l’estate di nuovo.”
“Sforzesco di notte, Milano” acquerello 35×50
Orari di apertura:
Da martedì a venerdì 15.30 -18.30
Sabato e domenica 10.30 – 12.30 / 15.30 -18.30
Siamo in metropolitana, una ragazza cerca l’uscita, in lontananza si legge una fermata:”Suspiria“. Quanti sguardi attenti lo hanno notato?!
Fuori l’aspetta una Berlino in pieno autunno tedesco, con la città scossa dalle azioni terroristiche della banda Baader-Meinhof. Siamo nel 1977 e Susie Bannon (Dakota Johnson) sogna di diventare una grande ballerina, diventa quindi una componente della scuola di danza di Madame Blanc (Tilda Swinton).
Chi di voi ha visto il “Suspiria” di Dario Argento, può facilmente concludere che la versione di Luca Guadagnino è molto lontana dall’originale, e ci tiene a sottolinearlo anche il re dell’horror, che ha rifiutato all’ultimo minuto l’invito al Festival del Cinema da parte del regista.
Suspance e brivido che l’immaginario collettivo ricorda nella versione di Dario Argento, in Guadagnino semplicemente non esistono.
La scuola di danza di Madame Blanc è un covo misterioso e conserva antiche e oscure presenze, ma se in Argento si riempie di citazioni (come le immagini ispirate a Escher sulle pareti), in Guadagnino si fanno estetizzanti, minimaliste come gli abiti indossati da Tilda Swinton, lontana dalla matrigna super accessoriata che fu Joan Bennett.
Tilda Swinton in “Suspiria”
L’espressione artistica delle insegnanti (che si riveleranno essere delle streghe), cela la loro crudeltà, sono le “madri non buone” della teoria di Donald Winnicott, psicanalista britannico, quelle che portano alla creazione del “falso sé“, ex bambine vittime ma mai del tutto vittime.
Tilda Swinton è Madam Blanc
Dakota Johnson, che era già poco convincente nei panni della verginella in “Cinquanta sfumature di grigio“, qui mostra forza attoriale solo nelle scene del ballo. La danza, che in Guadagnino assume un ruolo fondamentale, diventa rito magico, richiamo di entità oscure e profonde; ipnotiche le coreografie di Volk, balletto ideato da madame Blanc, accompagnate dalla musica di Thom Yorke dei Radiohead, in esclusiva per il film.
Più che un horror “Suspiria” di Luca Guadagnino sembra un dramma psicologico.
“Una madre può prendere il posto di chiunque altro, ma nessuno può prendere il posto di una madre” è la scritta che troviamo nella casa natale di Susie. Le madri di Luca Guadagnino sono generatrici di vita e di morte, ci accolgono in un nuovo mondo ma ci umiliano, ci regalano il potere dell’arte ma ci nascondono il nostro triste destino, ci amano e ci odiano e parafrasando da una scena: “hanno bisogno della colpa e della vergogna“.
Dakota Johnson in “Suspiria”
«Il film parla della madre terribile», ha spiegato Guadagnino. «È un film sul terribile che segna i rapporti umani, così come la Storia».
Difficile rievocare la magia, le superstizioni, la paura, la fotografia del primo Dario Argento, ma il remake (e guai a chiamarlo “remake”) è da premiare anche per il solo coraggio di mettere mano a un’opera già perfetta com’era, anche se in verità si è voluto raccontare la storia in un altro modo: pensiamo a quante versioni ha avuto l’Odissea di Omero!
una scena del film
Omaggi alla fotografia di Francesca Woodman nel film di Guadagnino e citazioni simboliche come la falce utilizzata dalle streghe per uccidere e la presenza parallela di una figura che risuona come la nostra coscienza: il dottor Jozef Klemperer, psicologo a cui una ragazza della scuola si era rivolta in cerca di aiuto.
Un cast tutto al femminile, soffocante, materno ma senza vere madri, che rivelerà la natura dell’essere femminino, ma anche in questo caso Lars Von Trier rimane imbattuto con Antichrist.
L’uscita americana è prevista per il 2 novembre, distribuito da Amazon Studios.
Uscita dalla sala ho chiesto a un uomo se ai western si piange.
Perché quella del western è solo una scusa, il regista francese Jacques Audiard prende in prestito il genere per raccontare qualcosa di diverso da colpi di pistola, whisky ingollati, corse a cavallo, eroi machi e sporchi di terra. Tutto questo rimane una bella cornice intagliata nel legno, ma dentro c’è un bellissimo dipinto che raffigura due fratelli e i loro desideri.
Prendiamo due cowboy fuorilegge, Charlie (Joaquin Phoenix) e Eli (John C. Reilly) che lavorano per un ricco boss dell’Oregon, il Commodoro; i due sono fratelli e soci in affari, il loro compito è sempre e solo uno: uccidere. I killer danno la caccia a Herman Warm, un colto chimico al galoppo per la ricerca dell’oro (siamo nel 1851), possessore della formula per farlo brillare nei torrenti, l’obiettivo dei furfanti è rubargliela e farlo fuori.
All’inseguimento del chimico Morris (Riz Ahmed) c’è anche un detective, Mr. Warm (Jake Gyllenhaal); il suo compito è bloccare l’uomo e condurlo ai fratelli Sisters. Mr. Warm finirà col farci squadra, rapito dalle sue ideologie politiche, che sognano una Dallas fondata sulla democrazia e il mutuo sostegno.
Riz Ahmed e Jake Gyllenhaal in una scena del film
Il titolo “Ifratelli Sisters”, insomma i “fratelli sorelle“, la dice lunga sulla natura del loro rapporto, un legame di sorellanza che contempla il gesto femminile di prendersi cura l’uno dell’altro (i due si tagliano vicendevolmente i capelli) e il più forbito tra i due (surreale tanta grazia per un cowboy) è Edi, cui tocca far da balia al più rude Charlie, sempre preso da alcol e testosterone.
The Sisters Brothers
Parodico, carico di humor e avventure selvagge, il western di Audiard ci spiazza; a volte freddi e privi di rimorsi, i personaggi si rabbuiano davanti alle loro azioni, o si rattristano per la morte del loro cavallo.
John Morris (Jake Gyllenhaal) e Herman Warm (Riz Ahmed) incarnano l’onesta’ e la sapienza, i fratelli Sisters sono la prepotenza e l’avidità. Audiard ce li presenta attraverso le proprie debolezze e i propri feticci: Eli è il romantico che chiede ad una prostituta di recitare una frase, anziché concedersi senza domande. E’ colui che piega ogni notte, prima di addormentarsi, una coperta rossa regalatogli da un’amante passata, la annusa e fantastica, per poi masturbarsi stringendola a sé. Charlie invece è istintivo e vive dell’oggi, beve con piacere e si lascia andare al vizio. (Un Joaquin Phoenix totalmente a suo agio nella parte).
Svuotato della crudeltà del western, “The Sisters Brothers” parla di umanità e di sogni, di un’America che corre verso la ricchezza e che finisce in mano agli avidi e non agli uomini di intelletto, ma lo fa giocando ogni tanto con la pistola e con le corse al galoppo.
MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA:
Orge tutte le sere, natura selvaggia, nessuna regola, droghe a profusione, sesso libero, nudismo, condivisione, “amore”. No non è il Paradiso, ma la “Famiglia” di Charles Manson, un gruppo di cinquanta ragazzi che avevano come loro unico dio Charles Manson, il macabro assassino che ha sconvolto la Hollywood degli anni ’70 con l’uccisione diSharon Tate (allora moglie del regista Roman Polansky incinta di 8 mesi e mezzo) e quattro dei suoi amici durante una festa privata.
La strage messa a frutto dalla mente di Charles Manson la conosciamo tutti purtroppo, cinema e tv continuano a farne dei film (a breve ne uscirà uno firmato Quentin Tarantino), famose rock star ne prendono il nome, non ultimo il commercio in nome del dio denaro continua a fabbricare magliette con il suo faccione. Il male possiede un grande fascino, inutile negarlo, e non sono solo le menti deboli ad esserne attratte, una statistica fatta da psicologi e medici rivela che un alto numero di donne istruite e di ottima famiglia sono affette da quella che chiamano “ibristofilia“, ovvero l’attrazione morbosa verso il mostro.
In questa pellicola di Mary Harron (regista di American Psycho) intitolata “Charlie Says“, la storia è raccontata dal punto di vista delle tre ragazze, condannate a morte, che hanno preso parte agli eccidi di Cielo Drive e della coppia Leno e Rosemary LaBianca.
Le tre ragazze protagoniste di “Charlie Says”
Leslie (Hannah Murray), Patricia (Sosie Bacon) e Susan (Marianne Rendón) sono in carcere (la condanna a morte sarà trasformata in ergastolo) e ripercorrono la storia della “Family” attraverso flashback che iniziano con “Charlie Says” – “Charlie dice“. E’ la psicologa (Merritt Wever) ad ascoltarle, l’educatrice che ha il compito di riportarle a contatto con la vita reale tramite il dialogo e la lettura.
Quasi l’80% del film riporta il vivere felice della “Family” allo Spahn ranch di Manson (Matt Smith), un vecchio set di film western abbandonato; quasi il 90% del gruppo è composto da donne problematiche, fuggite da mariti o dalla loro famiglia di origine; la comune si ciba di avanzi trovati nei cassonetti della spazzatura, non sono permessi orologi né giornali, le donne non possono avere soldi e sono destinate ai lavori più umili, devono essere pronte ai bisogni primitivi dell’uomo e non devono in alcun modo controbattere la “verità” del leader, che si sente la reincarnazione di Satana e Gesu’ Cristo insieme.
Ci si chiede come sia possibile che dei ragazzi intelligenti possano essere manipolati fino a cancellare definitivamente la propria individualità, e la risposta la si trova negli studi durante gli anni di carcere di Manson (prima della strage) passati sui libri di ipnotismo, esoterismo, motivazione subliminale, magia nera, chirosemantica, massoneria, negromanzia. Il leader della “Family” ha fascino da vendere, adesca seguaci in nome della condivisione e del rifiuto di una società di plastica, è carismatico ed estremamente intelligente e, al contrario di quanto i componenti pensano, ha già disegnato il suo piano diabolico. Il perenne uso di sostanze stupefacenti fa il resto.
A scatenare la sua ira repressa è il rifiuto di un produttore discografico di Los Angeles (Manson aveva sempre sognato di diventare una rock star), è l’inizio della fine, un crescendo di odio e frustrazione che da’ vita ad una teoria: “Helter Skelter“, la profezia segreta che, secondo Manson, avrebbe portato a un nuovo ordine, ma per cui era necessario accendere uno scontro tra bianchi e neri, con una serie di delitti a caso.
una scena del film
Sarebbe risultato più interessante il viaggio nell’abisso della mente di Manson, cui nessuno specialista è riuscito ad oggi a dare un tracciato preciso circa i suoi disturbi mentali. Qualcuno ipotizza che Manson fosse ossessionato dalla fama, e non essendo riuscito a catturare l’attenzione pubblica tramite la musica, ci provo’ con il mestiere dell’assassino. Altri credono che una vita vissuta in povertà e in mezzo alla strada (la madre era una prostituta alcolizzata e il figlio visse tra il riformatorio e la casa dei nonni, con una figura maschile violenta) lo abbia portato a covare odio verso i ricchi e i famosi.
Marry Harron percorre invece una strada più difficile, forse, in cui i dialoghi più fitti vanno a Leslie o Lulù (come verrà soprannominata dal leader), una ragazza dolce ed intelligente, la prima cui si risveglierà la coscienza, che la metterà di fronte, con una trasparenza pungente, all’atrocità degli atti compiuti.
Una scelta strana quella della regista, che ci porta all’immedesimazione nelle ragazze, quasi volesse giustificarle, quasi fossero loro vittime e non carnefici. Le efferatezze compiute passano quasi in secondo piano, Charles Manson sembra più un santone hippie che un cruento assassino (anche se non si è mai sporcato le mani di sangue, ma è stato solo il mandante), la violenza è crescente ma occupa una parte marginale, mancano i furti e altri atti illegali che la family compiva per procurarsi il denaro. Nella prima parte del film la congrega è pulita, amorevole, ci chiama a sé, Manson siede in mezzo alle sue discepole come ad un’Ultima cena, le tre ragazze sono dei docili micini quando ricordano i fatti, ma la realtà dice questo:
Sharon Tate (26 anni incinta di 8 mesi e mezzo) implora ancora qualche giorno di vita, prima di morire.
“Senti, tu stai per morire, e io per te non provo nessuna pietà… Ero strafatta di acido” .
Sono queste le parole agghiaccianti di Susan Atkins, che pugnala l’attrice 16 volte, poi prende uno straccio, lo intinge di sangue e scrive sulla porta la parola «pig», maiale.