Montecarlo Fashion Week 2017: il Gala d’apertura con Naomi Campbell

Fossero ancora in vita i fratelli Goncourt, avrebbero materiale in abbondanza per i loro diari durante l’ultima edizione della Montecarlo Fashion Week 2017. Persone e atmosfera si prestano molto alle loro raffinate, succulente, pungenti, ironiche descrizioni; Montecarlo è la meta scelta per l’evento moda, la città glamourous dove tutto luccica e sfreccia alla velocità della luce, dove una perla vera si confonde con una fake, si mescolano con sapienza come insegna la “signorina Chanel”, così amava essere definita.

E si apre con una cena di Gala accompagnata dalla Fashion Awards Ceremony, che vede premiate la super top model Naomi Campbell, la designer italiana Chiara Boni e il nuovo talento fotografico Nima Benati, in una location d’eccezione – il Museo Oceanografico di Montecarlo – con ospiti tra cui spiccano Andrea Casiraghi, la moglie Tatiana Santo Domingo Casiraghi e Dana Alikhani, creatrici del brand Muzungu Sisters, la bellissima Beatrice Borromeo e il parterre della Chambre Monégasque de la mode di cui Federica Nardoni Spinetta è fondatore e presidente.

CHIARA-BONI
la designer italiana Chiara Boni


NIMA-BENATI
la giovane fotografa Nima Benati


Una cerimonia dalle infinite sfumature, dalla commozione della giovane fotografa Nima Benati, reduce dall’ultima campagna di Dolce & Gabbana, che ha fatto della sua immagine un marchio di fabbrica mescolando un sapiente uso dei social network al suo lavoro d’immagine; alla premiazione MCFW Made in Italy Fashion Award a Chiara Boni, per il suo importante contributo nella diffusione dell’eccellenza, della creatività e della manifattura italiana. E la bellezza statuaria e sicura della Venere Nera Naomi Campbell, la presenza più attesa di questa Montecarlo Fashion Week, la supermodel che vanta oltre 600 cover internazionali e che ha fatto parlare di sé per i suoi flirting e le bizzarrìe della sua vita privata.

Naomi Campbell premiata alla MCFW Ceremony Awards


La location scelta per la 5^ edizione della Montecarlo Fashion Week, sostenuta dalla Fondazione Principessa Charlène di Monaco, è il Fashion Village di Fontvieille. Hanno sfilato 24 brand ed ha aperto il defilè Chiara Boni con La Petite Robe il 2 giugno in occasione della Festa della Repubblica.

Non solo evento mondano e improntato a far conoscere i nuovi talenti della moda nel fashion biz, la Montecarlo Fashion Week è impegnata anche nel sociale, sono stati infatti raccolti fondi da destinare alla Fondation Princesse Charlène de Monaco, grazie alla vendita di stampe di tre nomi importanti nel panorama fotografico: German Larki, Gabriele Rigon e Daniele Guidetti.

da sx Federica Nardoni Spinetta, Rosanna Trinchese, Chiara Boni, Roberto Rosini, Stefano Bini, Denise Denegri


(Seguono i dettagli delle sfilate)

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57^ Biennale Arte di Venezia – il successo del Padiglione Italia

Per poter insegnare e spiegare un argomento ad altri, è necessario conoscerlo profondamente.
Per argomentarlo con discussioni, è utile averlo masticato; per accettarlo e riconoscerlo, bisogna averlo vissuto. Forse è questo il ragionamento che sta alla base della scelta della curatrice Cecilia Alemani, quando ha pensato al tema del rito e della magia come filo conduttore del Padiglione Italia alla 57^ Biennale di Venezia.

“Il mondo magico”, questo il titolo, dove superstizione, religione, rito e magia si mescolano, terre che l’italiano conosce bene, nel suo profondo e scaramantico sud, nella forza centrata della fede, nel suo infinito mondo di streghe, cartomanti, fattucchiere, corni rossi e Cristi crocifissi.

Cecilia Alemani ha invitato gli artisti scelti, solo tre per questa edizione, a confrontarsi con il fantastico, con il favolistico, con il vasto immaginario che la nostra cultura porta con sé, per la creazione di un padiglione che ha riscosso solo pareri positivi. L’ispirazione della curatrice arriva dal libro di Ernesto de Martino, etnologo, antropologo e storico delle religioni italiano, “Il mondo magico: prolegomeni a una storia del maoismo” del 1948.

Ciascun artista ha raccontato, attraverso il proprio mezzo espressivo, come le culture e le popolazioni, soprattutto quelle del Sud Italia, reagiscono a situazioni di crisi attraverso lo studio, la pratica e l’immersione nella magia. L’ignoto come risposta, il mistero della fede come salvezza.

I corpi in decomposizione dell’opera di Roberto Cuoghi “Imitazione di Cristo”


Il Padiglione ci accoglie con l’installazione di Roberto Cuoghi, un tunnel onirico, un’isola dei morti bockliniana, dentro cui trovarci faccia a faccia con il corpo di Cristo mummificato e in decomposizione, un passaggio dantesco dove ci attende la figura di Caronte, una “Imitatio Christi” di forte impatto visivo ed emotivo:

« Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave! »
(Inferno III 82-84)

Roberto Cuoghi, da sempre interessato al tema della metamorfosi, sviluppa un’opera di altissimo livello concettuale, un’officina che crea corpi per poi distruggerli, nella quasi totale oscurità degli spazi, un mondo ir-reale dove un Dio comanda la fabbrica dell’umanità, per poi vederla deteriorarsi, lentamente, sotto gli occhi impressionabili dei suoi simili.

I corpi sono composti da una sostanza gelatinosa chiamata agar-agar e vengono sottoposti ad un processo di decomposizione come fossero esseri umani, una decomposizione che avverrà per tutta la durata della mostra; il primo processo è quello dell’asciugatura con il natron, un sale già usato dagli Egizi per le mummificazioni; altro sistema è quello della liofilizzazione attraverso una macchina: I corpi preparati vengono come “asciugati”e perdono acqua, materia di cui siamo composti al 70%. Si vocifera che un’azienda norvegese già proporrebbe una simile mummificazione al costo di qualche migliaia di euro.

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Il tunnel dell’installazione di Cuoghi


Costantemente avvolti dalle tenebre, obbligati ad una concentrazione riflessiva, si arriva all’intervento dell’artista italo-libica Adelita Husni-Bey, classe ’85.
The Reading / La Seduta” è un video didascalico-scolastico che restituisce un’immagine molto chiara dell’incertezza umana. Un gruppo di persone si interroga su questioni delicate come razza e genere, rapporto uomo-terra, accompagnati dalla pratica “magica” della lettura dei tarocchi.

Da sempre sensibile ai conflitti sociali e politici, Adelita Husni-Bey sviluppa le sue opere con un processo di realizzazione collettiva, riunendo gruppi di diverse comunità tra i quali compaiono studenti, attivisti, disoccupati. La riflessione del gruppo, tra i movimenti rituali e di suspance della lettura delle carte, del loro capovolgimento e della loro apparizione, nei significati più reconditi e profetici, tocca i temi della tecnologia, dello sfruttamento, della minaccia politico-religiosa.

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il video “The reading/La seduta” di Adelita Husni-Bey


A svelare il linguaggio poetico tra umano e divino, l’immensa opera di Andreotta Calò ci disorienta nella sua oscura impenetrabilità.

L’aspetto ambientale qui gioca un ruolo fondamentale: camminiamo tra freddi tubi di ponteggi, in uno spazio buio e inquietante, dove riconosciamo solo in lontananza un piccolo “spiraglio di luce”, dall’alto, a cui è possibile accedere solo dopo aver salito una rampa di scale. Un passaggio metaforico dell’aldilà? Un messaggio di speranza di una vita oltre la morte? E’ come se ci dicesse “Viviamo ciechi e proseguiamo a tentoni, con gli occhi socchiusi e gravi alla ricerca della luce“. Chi riesce a superare questo passaggio scoprirà, accedendo al “piano superiore”, una “nuova dimensione”, lo sguardo è preda di un profondo specchio d’acqua su cui si riflette la superficie, un mondo capovolto che ci ricorda la laguna veneziana, terra natale dell’artista.

In “Senza titolo (La fine del mondo)“, più che una fine l’opera ci ricorda un inizio, forse la più poetica e profonda di questa 57^ edizione, dove l’acqua, elemento caro ad Andreotta Calo’ si imprime nella nostra mente carica di simbolismo e di forza.

Si esce quasi accecati dalla luce tiepida di Venezia, ormai avviluppati dentro la ragnatela dei perché, coscienti dei propri limiti, dentro una verità spirituale che è tutta italiana e arcaica e primitiva, così statica da obbligarti a tornare lì dentro, perché i passi si sono fatti pesanti, le gambe sono come ancorate a terra da radici, si è imprigionati da quel buio inquieto e silenzioso e misterioso della “fede” umana.

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il piano superiore dell’opera “Senza titolo (La fine del mondo)” di Andreotta Calo’




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Biennale Arte di Venezia 57^ edizione – il peggio

Quando siete in una galleria d’arte, in un museo e sentite esclamare “Oh, bello”, “Bellissimo” ,”Wow”, “Aaaah questo sì!”, state certi che si tratterà di quel genere umano capitato lì per caso, perché “fa figo”, per sentirsi “in”, ed è un po’ lo scenario di questa Biennale arrivata alla 57ma edizione dove, durante la vernice, veri e presunti addetti al settore si spintonano alle file o davanti a un’opera.

Più dignitosi sono i coniugi Remo e Augusta Proietti in “Le vacanze intelligenti“, interpretati da Alberto Sordi e Anna Longhi, una verace coppia popolana in visita alla Biennale di Venezia. Ve lo ripropongo qui perché è davvero spassoso e purtroppo non così distante dalla realtà.




Ma venendo a noi, qui cercherò di riassumere i maestosi dubbi sull’arte proposta alla Biennale, curata da Christine Macel, una manifestazione in cui le kermesse non sono mancate, tra accuse di plagio, remix e mashup.

Alle corderie Peter Miller propone una pellicola dal titolo “Stained Glass“; dovrebbe rappresentare un buco nero ipnotico, ed è un’immagine fissa creata da diversi supporti fotografici. “Il buco nero è per definizione invisibile, eppure gli scienziati ne sono venuti a conoscenza“. L’artista vuol dirci che “vediamo le cose invisibili ma non quelle invisibili“. Io qui ci vedo un punto nero. Nient’altro.



L’artista ecologa Bonnie Ora Sherk porta un progetto ambientale fatto di disegni, fotografie, collage, poster, creato nelle città di San Francisco e New York consistente nella valorizzazione di un’area sterile di circa tre ettari che l’artista stessa trasformò in uno spazio dedicato all’arte e all’agricoltura urbana. Ottima iniziativa, ma questa è “arte” o forse più “progetto sociale”?



Al padiglione belga le immagini fotografiche di Dirk Braeckman: una ventina di opere per lo più sui toni del grigio, spazi vuoti, corpi nudi, onde su cui la luce si riflette. Le descrivono come “monumentali, originali, immagini dove trovare sempre storie nuove, dove l’artista si dilunga nello sviluppo in camera oscura con piacere.” Dilunghiamoci meno e passiamo ad altro.



La camera sonora del padiglione francese, signur, un boato di strumenti che stridono tutti insieme, lasciati andare come gatti randagi, sembrano creare una colonna sonora per un film horror. Se ne esce con le mani alle orecchie. Di Xavier Veilhan.



I giganteschi gomitoli di lana, alle Corderie, di Sheila Hicks. Piuttosto decorativi per una parete, potessi arredare la stanza di mio figlio, avessi un figlio, chiamerei la Hicks al posto di Philippe Starck. Forse.



Continuando nella passeggiata della Biennale, svestita di nomi importanti, ci troviamo al padiglione spagnolo con l’opera di Jordi Colomer, leggete qui: “Un’installazione di installazioni” – già l’inizio promette bene – “una successione di gesti  poetici che sono un movimento urbano, uno scambio essenzialmente collettivo” – quali sono i gesti POETICI URBANI???? Lo sfrecciare nevrotico delle auto? I clacson che danno alla testa? I pedoni che corrono da una parte all’altra? E continua “una finzione utopica suscettibile di influenzare la realtà“.  UNA FIN-ZIONE UTO-PICA SU-SCETTI-BILE DI INFLUENZARE LA REAL-TA’. Io mi metto nel gruppo di Sordi e compare. Ci rinuncio.

Padiglione Giappone. Takahiro Iwasaki porta con sé un po’ di cianfrusaglie, roba che regaleresti al rigattiere, panni da cucina, vecchie t-shirt logore, le mini sorprese che trovi nell’ovetto Kinder, quelle che puntualmente il cane si infila in bocca per poi passare, ben sbavate, tra le mani del tuo bimbo. Iwasaki ci gioca un po’, crea delle montagne giapponese, quelle che tanto gli mancano, la silhouette delle città con torri e grattacieli. Ma poverino, diamoglieli questi Lego, che almeno sono colorati e si diverte di più!



Padiglione Corea Lee Wan, da una  porticina che ricorda quella dello studio di D’Annunzio, ci introduce in una stanza asettica, bianca, un quadrato con appesi 600 orologi che segnano le differenti ore dei paesi del mondo; nomi, nazionalità, occupazioni di persone da lui intervistate che attendono l’ora del pasto, dopo quella del lavoro. Già vistoooooo!



Ma sono davvero tutti così entusiasti di questi oggetti aggregati come paccottiglia, ingombranti come i ninnoli sui caminetti?!

L’associazione di una forza profonda – e qui parte una lista di giornalisti leccapiedi-  ad un’opera che è un deja vu’ segna, a mio parere, un regresso piuttosto inquietante. Siamo alle solite stupide affermazioni “E’ stato fatto già tutto” – “I grandi sono solo del passato”. Diamo delle facile risposte anziche’ continuare a farci delle domande, che sono l’area in cui l’artista si muove da quando gli abbiamo affibbiato questo termine e questo ruolo di grande responsabilità. E’ all’artista che ci rivolgiamo per sciogliere qualche dubbio: che senso ha la vita? Come affrontare l’oggettività della morte? Cos’è il tempo? Quanto dura l’amore?

L’estrema monotonia del “copia e incolla” mi porta a pensare che forse l’artista pensa di meno oggi. Forse l’intento narcisista di comunicare “chi è” – è più forte della comunicazione di “cosa si vuole esprimere” . L’-io esisto- è più aggressivo dell’-io faccio- . Quindi noi spettatori siamo costretti a sorbirci delle produzioni in serie, più o meno colorate, più o meno decorative, ma che ci lasciano ben poco, perchè mancano di drammaticità, mancano di pathos, mancano di quell’ingrediente che, quando aggiunto, trasforma un piatto tradizionale in un piatto gourmet: la sofferenza.

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Nicole Andrea “model of the month” – Romantic Poem




ROMANTIC POEM

Photo & Styling Miriam De Nicolo’

Model Nicole Andrea

Make up/Hair Antonia Deffenu

Thanks to: Probeat agency, Teresa La Fosca, Guitar Press Office, Maximilian Linz, Fayer Communication

red dress Cettina Bucca


sx silver jacket Mangano, bra Lisca – dx dress Cettina Bucca


white fur Henry Cotton’s – bra Lisca


sx trench jeans Marilyng – dx dress Henry Cotton’s, belt gold Nicholas K


sx fur Henry Cotton’s – dx trench jeans Marilyng


jacket black&white Mangano


sx white fur Henry Cotton’s – dx fur 16R Firenze, bra Lisca


belt gold Nicholas K, white long dress Henry Cotton’s


fur 16R Firenze


red dress Cettina Bucca

Moda e capricci a corte nel secolo della leggerezza, il ‘700 – la mostra

“IL CAPRICCIO E LA RAGIONE – ELEGANZE DEL SETTECENTO EUROPEO”

Il bagaglio che ci portiamo addosso, tutti i giorni, è l’abbigliamento. Il biglietto da visita che parla per noi, che racconta chi siamo e da dove veniamo, svela i nostri gusti e i nostri interessi culturali, nonché la nostra classe sociale.

Dedito al piacere dei sensi e dotato di buon gusto, Luigi XIV conosciuto a tutti come il Re Sole, si fece promotore della magnificenza in fatto di moda a corte. Una corte giovane, infiocchettata, ingioiellata, fiera di essere all’avanguardia dell’eleganza a confronto della vecchia monarchia spagnola malinconica e ieratica vestita di nero.
Tanta tracotanza e opulenza di tessuti e decori rispecchiava esattamente la personalità del Re, indolente, amante delle donne, curioso, infantile, il più infedele dei mariti. E con lui la moda divenne ossessione e manìa non solo a corte, ma tramandata in quella che poi sarebbe stata la nuova borghesia, che prese a “copiare” gli usi e i costumi dell’aristocrazia.

A questo viaggio evolutivo dello stile, il Museo del Tessuto di Prato ha voluto dedicare una preziosa mostra intitolata “Il capriccio e la ragione – Eleganze del Settecento Europeo”. Una mostra che raccoglie i più grandi patrimoni della moda italiani ed europei, la più importante collezione di abiti, accessori, costumi, dal Rinascimento al contemporaneo.
Una collaborazione, quella del Museo del Tessuto, che vanta unioni con le prestigiose Gallerie degli Uffizi di Firenze, Museo Stibbert di Firenze, Fondazione Antonio Ratti di Como, Museo Ferragamo, da cui provengono alcuni dei capi presenti presso la sala dei tessuti antichi a Prato.
La sala è uno spazio di grande fascino con copertura a volte a crociera di cca 400 mq, contenitore ideale per l’esposizione di materiali delicati come i tessuti e gli abiti antichi.
Il percorso, curato da Daniela Degl’Innocenti, racconta la trasformazione stilistica di un secolo, il Settecento, tra abbigliamento, accessori e arti decorative.

Tema ricorrente del ‘700 è l’esotismo, che descrive le esplorazioni, i viaggi, i territori degli abitanti delle Indie Orientali, è qui che nascono i manufatti che generano interesse: porcellane, lacche, tessuti, dipinti su carta, un nuovo linguaggio che porterà il pubblico al consumo dei beni di lusso. La nuova palette cromatica sarà riconoscibilissima: bianca e azzurra, bianca e rossa, con uno stile inedito e pittoresco. La Francia sarà la prima nazione a innescare una filiera organizzata di saperi che si declinano in tutti i settori delle arti, con l’obiettivo assoluto di promuovere bellezza e qualità.
Seguiranno in terra nostra le botteghe veneziane, impegnate a mantere alto il livello della produzione da cui nasceranno esuberanti esempi di naturalismo con paesaggi e nature morte

Ventola sagomata, Venezia, seconda metà del XVIII sec., papier-machè, legno laccato, carta stampata.
Ventola sagomata, Venezia, seconda metà del XVIII sec., papier-machè, legno laccato, carta stampata.


Nonostante il ‘700 venga nominato come il secolo della leggerezza – ricordiamo che gli abiti delle donne a corte iniziano a scoprire i seni, le feste diventano importanti quanto la messa della domenica per un cristiano, la libertà sessuale sfocia in episodi orgiastici e promiscui – l’abbigliamento ha invece un aspetto leggero solo in apparenza. I tessuti operati, le sete policrome, i filati metallici oro e argento, vengono impreziositi da una miriade di fiocchi e merletti e guarnizioni di fiorellini in seta.



Robe à la française- Italia 1750-1770 – gros de Tours di seta, broccato in seta e oro filato.
Robe à la française- Italia 1750-1770 – gros de Tours di seta, broccato in seta e oro filato.


Solo dopo la Rivoluzione Francese, che aveva causato la crisi delle manifatture seriche lionesi, cambieranno i tessuti, sostituiti da leggere mussoline di cotone. Al bando corsetti che stringevano la vita e impedivano i facili movimenti come le guaine e i paniers, il nuovo modello in voga è la robe en chemise. Un essenziale abito a vita alta, dallo scollo squadrato, accompagnato da preziosi scialli cachemire. Si guarda all’antichità greca e romana convinti della relazione tra bellezza e classicismo, come se quest’ordine, questa “pulizia dei dettagli” potesse purificare delle “scorribande” precedenti. Come se il secolo del Marchese de Sade si potesse cancellare con un colpo di spugna – e di reni!



Robe en chemise – Italia 1805 – mussola di cotone ricamata in cotone, filato metallico dorato, paillettes d’oro e d’argento, inserti ad ago .


Il Capriccio e la Ragione. Eleganze del Settecento Europeo
14 maggio 2017 – 29 aprile 2018
Museo del Tessuto, via Puccetti 3 Prato

“Quello che so di lei” la vita e la morte nel film di Provost con Catherine Deneuve

Se siete facilmente impressionabili non è il film adatto a voi! Perché la cosa davvero impressionante è che la scena d’apertura, la nascita di un neonato in sala parto, è del tutto reale! Martin Provost, sceneggiatore e regista del film “Quello che so di lei“, ha deciso di rendere ancora più reale il reale, filmando in Belgio (dove la legge lo consente) le nascite dei bambini, una rappresentazione che è l’essenza dell’amore e c’è chi, probabilmente, a tutto questo amore non è abituato.

Ebbene la protagonista è un’ostetrica, Claire, una donna che dedica la sua vita al servizio degli altri, salda di principi, nel momento in cui le verrà chiesto di abbandonare il piccolo reparto maternità dove lavora per approdare in una struttura che fa del rendimento il proprio scopo, rifiuterà. I soldi non sono la sua priorità, la logica del profitto le fa ribrezzo e la cosa a cui tiene di più è l’umanità che il suo lavoro porta con sé per definizione.

Claire ha un figlio che ha appena lasciato casa e un padre che ha lasciato questa terra molti anni prima, con un atto di suicidio. Un colpo di pistola al cuore. Ovviamente per amore.
La diabolique, la donna che ha lasciato il vuoto nel cuore di quell’uomo non poteva che essere interpretata da Catherine Deneuve. Béatrice, nome che ricorda più un angelo che la ribelle interpretata, è la cicala di quella favola dove la saggia formica stipava mentre lei sperperava. Non possiede alcun reddito nonostante sia sempre impeccabile nei suoi abiti alla moda, è una giocatrice d’azzardo, beve come un uomo, è di un sarcasmo cinico e leggero, vive la vita giorno per giorno, è generosa e allo stesso tempo egoista. La sua vita dissoluta, quasi al limite della sregolatezza, un bel giorno le da’ il conto da pagare: Béatrice scopre di avere il cancro.

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E’ in quel momento che ferma la giostra su cui gira da ragazzina, per riflettere su cosa di veramente importante la aspetta a terra, per quel poco che le rimane da vivere. E le torna in mente quell’uomo, che ora cerca disperatamente. Trova solo Claire, la figlia irreprensibile che le da’ la brutta notizia. Nasce allora un riavvicinamento tra le due donne: una pronta ad accogliere e perdonare, l’altra bisognosa di cure e dell’amore che si è sempre negata.

E’ un film che racconta della solidarietà tra donne, le predilette di Provost e sull’amore tra donne, un amore materno, l’amore che porta con sé il dono dell’amicizia, della vicinanza, dell’abbandono.

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Due personalità così diverse si compenseranno e Béatrice regalerà a Claire quella leggerezza vanitosa di donna che le mancava, che sopiva da tempo, si specchierà con piacere, colorandosi la bocca di rosso e conoscerà un uomo a cui aprirà la porta di casa, la sua intimità.



Catherine Deneuve
è perfetta nei panni di Claire, la sua ironia è pungente e seria, divertente e amara, ricorda la mangiauomini interpretata da Fanny Ardant in “8 donne e un mistero” di Francois Ozon, quando cantava:


A quoi sert de vivre libre
Quand on vit
Sans amour?


E alla fine, quando Claire l’avrà accolta nella sua casa, dopo averla perdonata, dopo essersi presa cura di lei, dopo essersi concessa delle piccole pazzie giocando a “Thelma e Louise“, Béatrice sparirà di nuovo.
Provost commenta così: “E’ un gesto d’altruismo, Béatrice sa quando uscire di scena e lascia il tempo e lo spazio a Claire, di vivere una nuova storia d’amore“.
Io ci ho letto un suicido.


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Le donne samurai di Atsushi Nakashima – collezione autunno inverno 17/18

ATSUSHI NAKASHIMA COLLEZIONE AUTUNNO INVERNO 2017/18

Direttamente dalle foreste dei pugnali volanti di Zhang Yimou, la collezione autunno inverno 2017/18 di Atsushi Nakashima.

Il rosso onnipresente, percepibile anche nel più piccolo dettaglio, ricorda i colori della bandiera giapponese; le donne Atsushi Nakashima sono dei samurai armati delle loro divise, dei toni camaleontici del verde o degli aranci accesi delle foglie in autunno.

Gli outfit sono sovrapposizioni di capi dai motivi a origami, la tradizione del designer ex assistente di Jean Paul Gaultier è intelligibile in ogni sua collezione.

Gli articoli sono fatti di tessuto in pile, eco-pellicce, plaid e jacquard; i colori spaziano dal pink al rosso vivo, azzurro e blu cobalto, arancio e viola acceso.

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Guarda la collezione FALL WINTER 17/18 ATSUSHI NAKASHIMA:




 

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Ispirata al capolavoro di Fassbinder “Le lacrime amare di Petra Von Kant“, la collezione autunno-inverno 2017/18 di Alberto Zambelli disegna una donna austera, dalla pelle diafana, la cui estetica è un mix di bizzarrie e raffinatezze.

Petra è una stilista che si infatua di una modella dalle umili origini, che vorrebbe farsi strada nel mondo della moda, è colpita dalla sua bellezza e sfrontatezza, dall’assenza di pudore; vive con una segretaria tuttofare innamorata di lei, un rapporto sado-masochistico che si spezzerà nel finale.

Tutte le scene del film sono permeate da una magnifica fotografia e, centro delle immagini, sono i costumi che Petra e le sue donne indossano. Alberto Zambelli ha voluto rendere omaggio a queste donne, dai tratti diversi e originali, in una serie di outfit che presentano una Petra tra Fassbinder e il futuro. Silver per corpetti e dettagli, pvc e chiffon mixati, camicie in popeline bianco, neoprene e collari multicolor in pelliccia, cuissard alti al ginocchio che ricordano la dialettica servo/padrone, argomento centrale della pellicola.

E poi il trionfo del nude, dall’abito da camera alla maglia over size, velluto per le scarpe e stampe di polaroid con collage su trench e cappotti, lo smistamento multifacce delle personalità VonKantiane.

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Guarda qui l’intera collezione Alberto Zambelli FALL WINTER 17/18:



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Le borse di Paola Bonacina, una collezione di segreti e tanta passione!

Per l’uomo l’accessorio di riconoscimento è la scarpa, per la donna resterà sempre la borsa!

Mary Poppins, dalla sua in Gobelin oversize, aveva la capacità di tirarne fuori specchi dalle cornici dorate, piante e attaccapanni, lampadari e scarpe e il metro da sarta che misurava la personalità dei bambini esterrefatti da tanta magia.

Mago Merlino, nel cartone animato della Walt Disney, prima di un lungo viaggio, riponeva nella sua borsa tutti i mobili della sua casetta, partendo dai libri e finendo con la dimora del buffo gufo Anacleto, sulle note di una filastrocca cantata.

Da sempre la borsa può custodire tutto quello che ci serve, segreti compresi; nell’800 le signore ci nascondevano piccole pistole dai manici in avorio, un oggetto di difesa per sentirsi più sicure mentre passeggiavano sole per le stradine buie nella notte; altre riponevano delle scatolette contenenti alcune pillole recuperate da un amico medico. Sonniferi o veleno?

Hermès dedicò la sua Kelly, una borsa capiente dai manici rigidi, alla Principessa Grace che la “sfruttava” per coprire la gravidanza, l’attesa della primogenita Carolina. Insomma ogni donna ne possiede una, a cui ci si lega come ad un oggetto portafortuna, come ad una compagna di avventure, perché senza di lei non potremmo avere rossetto per ritocchi, specchietto per incipriarci il naso, telefono cellulare, agenda, mini spazzola, cioccolatini per i cali di pressione, codino per cambio look, crema mani, fazzoletti di carta, libro per ingannare le lunghe attese in posta.

Paola Bonacina ha pensato alle donne, ai loro gusti, alla loro età, al loro umore, ed ha creato delle collezioni in grado di soddisfarle tutte. Paola Bonacina è la designer dell’omonimo brand che ha fatto della borsa, uno stile di vita!

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Quando è nata la tua passione per la moda?


I miei zii erano del settore, ricordo che da bambina passeggiavo tra loro mentre stavano al lavoro, sento ancora l’odore del cuoio, il rumore dei martelli sulle pelli, vedo le loro mani trasformare dei pezzi di stoffa in oggetti unici e pieni di vita. Avevo compreso che un giorno, avrei creato anch’io.

Perché hai scelto di trattare l’accessorio borsa?

Perché rappresenta la femminilità. La borsa ci identifica, racconta qualcosa di noi, viene prima del biglietto da visita, prima del nostro nome, e non servono parole di presentazione.

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Cosa contiene la tua borsa?

I miei effetti personali, i portafortuna da cui non mi separo mai, chiavi, scontrini, post it,
altri contenitori e beauty case, ecco la borsa è come una scatola cinese, non trovi mai quello che cerchi al primo colpo!

Quanta importanza ha il materiale con cui vengono create?

È fondamentale, essendo un accessorio nato per durare nel tempo dovranno essere utilizzate ottime pelli; le mie borse sono totalmente made in Italy, la produzione viene fatta in un laboratorio artigianale e interamente a mano.

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Da cosa trai ispirazione?

Dalle donne che incontro per caso sul mio cammino, dalle donne della mia vita: madre e figlie…
dalle grandi donne della storia, dalle donne che mi regalano emozioni grazie alle loro canzoni, ecco ad esempio la collezione primavera estate 2017 è dedicata alle cantanti, tra cui compaiono Sade, Kylie, Liza

Come non deve assolutamente essere una borsa?

Anonima. Deve saper trasmettere un messaggio: “Io esisto”.




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Tutto il meglio dal Fuorisalone – Milano Design Week

E’ un ritorno all’innocenza quello che vuole annunciarci la Milano Design Week? Perché con il bianco ci riporta alla purezza delle cose, dai mobili che arredano la nostra casa, la nostra alcova, alle pareti che sono la nostra culla, fino agli oggetti, e all’abbigliamento che diventa design.

Il bianco nelle sue infinite sfumature è il protagonista assoluto, il foglio sopra cui poter scrivere le pagine della nostra vita, i nostri diari, i nostri appunti, i nostri duties e pure i nostri sogni, da tirar fuori dal cassetto.

Durante la manifestazione “White in the city“, nella prestigiosa sala della Passione della Pinacoteca di Brera, l’installazione di Marco Piva in partnership con Marieclaire Maison.

In esposizione presso la sala, tra affreschi e colonne in stile troviamo le novità Samsung, Fuda, Corà…e Giacomini Design, il brand italiano del luxury interior design.

Le sculture d’acqua di Giacomini Design sono pensate appositamente per l’ambiente relax della casa, l’oasi dove il tempo si dimentica e ci si dedica totalmente alla cura e al benessere del proprio corpo.

Le sculture d’acqua rimandano ad elementi della natura, dalla maestosità delle rocce alla sinuosità del serpente, fino all’eleganza del cavallo. Ogni prodotto è personalizzabile, nei materiali (acciaio e titanio), nei comandi (manopole doppie, singole e di varie fogge) e nella forma stessa, per raccontare nel dettaglio la personalità della propria casa.

Giacomini Design è un brand made in Italy che approda anche a Londra, dopo il successo espositivo alla Triennale di Milano e con un’impronta internazionale per  una clientela esigente e desiderosa di customizzare la propria dimora, per chi vuol lasciare la parola all’heimat.

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Nella tonalità più luminosa, quella che regala più luce, cattura anche il progetto Playa Living firmato Laghetto.

Playa Living è la stravagante mini piscina che trasforma la zona giorno in un momento di relax conviviale, che ci permette di condividere un aperitivo con amici, una piscina componibile e funzionale che si riempie in due ore.

Chi non desidererebbe passare dal letto ad un tuffo in piscina, in acque riscaldate, lasciandosi massaggiare dolcemente? Playa Living è l’ideale per chi ama viziarsi.
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Moralità, incorruttibilità, virtu’, vengono declinati nei più svariati campi artistici attraverso il bianco.

E’ la spinta che influisce sull’estro creativo, il motore di slancio, come racconta il progetto Social White dell’architetto Emanuele Svetti. Un’installazione stratificata di bianchi diversi, dalle pareti ai soffitti, fino alla social island, fatta di divani e sedie dove poter lavorare e co-creare in simbiosi.

La social wall – una parete di texture e nuances OIKOS, è l’immensa tela dove poter lasciare la propria firma, pensieri, parole, disegni, trame. Tutto è pensato per essere condiviso, “perché la felicità non è reale se non è condivisa” diceva Chris McCandless. Anche la postazione hi-tech è pensata per lo sharing: un grande schermo a specchio dove fotografarsi e pubblicare immediatamente il selfie su Facebook, Instagram e Twitter.

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Gli abiti scultura Calcaterra – collezione autunno inverno 17/18

COLLEZIONE CALCATERRA FALL WINTER 2017/18

Sono forme, strutture, cubi, spirali, gli abiti della collezione Calcaterra per la stagione autunno/inverno 2017/18.

Troviamo il rigore nelle linee e negli angoli retti, la musicalità nelle onde dei tessuti e nelle ruches, il senso dello spazio sulle superfici scomposte e sovrapposte.

Calcaterra si ispira per la collezione FW 17/18 alle opere di Richard Serra, artista statunitense in cui il prodotto materico diventa di fondamentale importanze nelle sue opere.



Sono cappotti over come pezzi di cemento, blazer come metalli lavorati, maxi martingale come acciai ossidati.

Daniele Calcaterra, designer della maison, firma una collezione geometrica, dove i crêpe si fanno pesanti e fluidi, gli accoppiati giapponesi rivisitano il fresco di lana creando nuove sonorità materiche e voluttuose. I mikado, in seta pesante e cruda, si dettagliano di nuovi ricami in angora e mohair tracciando proporzioni nuove tra forma e ricerca materica, che da sempre caratterizza il personale codice interpretativo CALCATERRA.




Grandi i contrasti, dalla giacche maschili voluminose e le vite strizzate, dalla delicatezza delle palette sabbia al blu scurissimo fino al bordeaux che ricorda i “muri” tanto criticati di Serra.



Guarda la collezione Calcaterra FW 17/18:



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