Se esiste un uomo che ha “veduto” e contemplato le donne come esseri onirici, magici, misteriosi, inquietanti, quasi come nature mitologiche, quell’uomo è sicuramente Max Ernst.
Pittore definito il più importante della corrente surrealista, Max Ernst ha trasposto su tela il suo immaginario femminino, influenzato dalle donne della sua vita, tra cui figurano l’ereditiera Peggy Guggenheim, l’americana Dorothea Tanning, e la pittrice Leonora Carrington, l’unica che abbia veramente amato.
L’atmosfera dei suoi quadri è metafisica, fantastica, magica, con preponderanza di rossi, gialli-arancio, sabbia bruciata, viola, amaranto, ciliegia e blu-verde. Sono gli stessi colori che la maison Angelo Marani ha scelto per la stagione autunno/inverno 2017/18.
sx La vestizione della sposa 1939-1940 di Max Ernst – dx abito Angelo Marani
sx Angelo Marani – dx L’antipapa 1941 di Max Ernst
Sono donne oscure quelle di Angelo Marani, che vestono velluti bordeaux e neri, sete gialle-oro, abiti dalle stampe geometriche e animalier.
La femminilità A.Marani si fa spazio tra i drappeggi morbidi dei long dress, tra le trasparenze dei pizzi, tra i movimenti del plissé e i fruscii delle georgette di seta.
Particolare importanza agli accessori per la collezione Angelo Maraniautunno/inverno 2017/18, dove i collant sono campi di fiori o manti di leopardo; il giubbotto da biker è rivisitato e arricchito di piume, la giacca dalle spalle over in vernice è segnata al punto vita con una cintura lunga in pelle ton sur ton, il maxi cappotto è impreziosito da un mosaico di perle e ricami di paillettes, il cappotto in visone rasato presenta polsini astrakan e le maglie hanno ricamata una lettera al centro, logo del brand, un invito all’acquisto di più capi come gioco per formare una parola. Perché lo sappiamo, le parole, sono importanti.
sx Esplosione in una cattedrale – 1960 di Max Ernst – dx Angelo Marani FW 17/18
Guarda qui tutta la collezione FALL WINTER 2017/18 ANGELO MARANI:
Tra i pittori che hanno saputo rappresentare l’eleganza, la grazia, la leggerezza, la civetteria, la vanità, la delicatezza delle donne, senza ombra di dubbio troviamo Giovanni Boldini.
Nei quadri di Boldini gli abiti si toccano con mano, riusciamo a sentire la viscosità dei tessuti, la morbidezza del velluto che, come nessun altro, cattura la luce, possiamo sfiorare quei colli sottili come colli di cigno, raggiungere, anche se per un solo istante, quegli sguardi fuggevoli di nobili signore, sguardi che celano segreti e malizia. Boldini più di ogni altro ha raccontato le mode, le tendenze, gli stili originali delle dame che hanno dettato legge in materia.
E’ a questa eleganza che Alberta Ferretti dedica la collezione autunno/inverno 2017/18.
Sono donne che passeggiano tra le calli e i ponti veneziani, su e giù sotto i cieli azzurri della città museo, fluttuano come veli al vento, rappresentano una femminilità silenziosa, che non ostenta, non esibisce, ma illumina.
sx un’immagine di Venezia – dx un abito Alberta Ferretti
Gli abiti Alberta Ferretti si colorano dei toni di Monet, delle tinte di quelle amabili ninfee che dipingeva nel suo giardino a Giverny, quando il sole vicino all’orizzonte le riscaldava.
sx Alberta Ferretti – dx le ninfee di Monet
Natura morta con girasoli 1881 di Monet – dx abito Alberta Ferretti
L’impalpabilità dei voile e delle sete, ricordano una Venere di Botticelli; le stampe sono quelle di una Venezia assolata, quella dei primi ‘900 colma di artisti, di entusiasmo, di ambizioni, dove una donna di nome Peggy Guggenheim stava creando un impero artistico a cui tutti noi oggi dovremmo avvicinarci.
sx Alberta Ferretti – dx La Nascita di Venere di Sandro Botticelli 1482-1485 cca
Sono rose, ninfee, gigli, sono giardini colorati dell’epoca preraffaelita, la donna Alberta Ferretti indossa i rossi sgargianti di Ford Madox Brown, rappresentati al meglio nella veste di Romeo in “Romeo e Giulietta” del 1870; i gialli intensi in total look o contrastati dal nero; si ammanta di mistero quando arriva la notte e si copre con grossi mantelli regali e maschere.
sx 1859-1860 “Dantis Amor” di Dante Gabriel Rossetti – dx Alberta Ferretti
sx Alberta Ferretti – dx “La filatrice” di John William Waterhouse 1874
sx “Romeo e Giulietta” di Ford Maddox Brown 1870- dx Alberta Ferretti
Guarda qui l’intera collezione autunno/inverno 2017/18 di Alberta Ferretti:
I giochi delle sovrapposizioni non sono finiti e Wunderkind per la stagione autunno/inverno 2017/18 fa il bis. Quindi vestitevi partendo dalla fine, prima il maglione e sopra l’abito/sottoveste, possibilmente lungo che dia l’idea di intimità, dell’avvicinarsi alla buona notte.
Dopodichè se volete confondere le acque e vi divertite ad essere ambigui, mixate capi maschili come le giacche strutturate, a quelli femminili, come i long dress in seta e dalle stampe floreali e romantiche, che molto andranno di moda nella prossima stagione.
Il velluto torna nei completi e abbinato al rosso metalizzato che lo illumina; Wunderkind osa anche nei mix & match di stampa fantasia a quella japan, righe e tartan, quadri e finestrati.
La donna Wunderkind mostra potere e carattere scegliendo il militare, il camouflage, cappucci in testa e mani in tasca, foulard al collo da cowboy e cavallo basso. E come accessorio? Una morningstar bag, quindi attenzione a non innervosirla!
Guarda qui l’intera collezione autunno/inverno 2017/18:
C’è bisogno di profondità, c’è bisogno di comprensione, c’è bisogno di cose belle e nobili, questo Trussardi lo ha capito e si è fatto fautore di una originale presentazione, avvenuta presso la Pinacoteca di Brera, della collezione uomoautunno inverno 2017/18.
Un luogo prestigioso storico e artistico ha fatto da cornice al “teatro modaiolo” di Trussardi, attori e modelli hanno interpretato l’uomo Trussardi recitando i personaggi dei tarocchi. Autoritari Imperatori, riflessivi Eremiti, giovani Pazzi, hanno recitato tra le sale del Palazzo una collezione che non è più solo moda.
C’è bisogno di simboli, come il fedele necessita della croce, oggi l’uomo moderno ha sete di conoscenza, e la moda non è relegata al solo abito, all’accessorio, ma narra tradizione, cultura e pensiero.
Piccolo palcoscenici si fanno spazio tra le opere antiche e quelle moderne dei maestri della pittura, è uno spettacolo suggestivo dove l’atmosfera diviene protagonista.
Il guardaroba dei diavoli di Trussardi si compone di trench imponenti con collo in pitone; i santi indossano cappotti con linea a vestaglia in lana e suede. Le silhouette sono sartoriali ma decostruite, rese più leggere e morbide.
I colori sono quelli della terra, cervo testa di moro, il fitto nero della notte e il blu Trussardi; i capi sono marchiati da una “T” sormontata da una corona in canottiglia e da stemmi araldici, stampo di una voglia di eleganza e gusto retrò.
Il video della presentazione presso la Pinacoteca di Brera:
Per quanto tempo ci è rimasta impressa nella mente l’immagine macabra del teschio della signora Bates e quanto l’espressione inquietante negli occhi di Norman, quel ghigno maligno e pieno di misteri e di allusioni che solo un malato può avere?
La risposta è in tasca a chi “Psycho” l’ha visto anche per una sola volta, perché certo è un capolavoro difficilmente dimenticabile. Il maestro del brivido Alfred Hitchcock ha lasciato un’impronta ingombrante quanto la sua persona con questa pellicola, un film che ha influenzato registi delle generazioni che lo hanno succeduto, divisi da chi tenta di emularlo, chi lo idolatra e ritiene le sue opere intoccabili e chi invece, uno su tutti, ha deciso di rendergli omaggio con una “copia dichiarata”. Il nome dell’impavido fautore è Gus Van Sant, che con “Psycho” del 1998 ha girato un film identico per trama, luoghi e dialoghi, ma con delle modifiche “studiate” che parlano con l’occhio del regista contemporaneo.
Anthony Perkins interpreta Norman Bates in Psycho del 1960 di Alfred Hitchcock
“Psycho” di Van Sant è stato oggetto di numerose polemiche, come volevasi dimostrare, certamente attese dall’autore, ha ricevuto elogi ma anche pomodori marci, non si può però non premiare il coraggio di chi ha voluto recuperare la Sacra Sindone e colorarla con tempere acriliche.
Quando lo si guarda, il remake, si è sconcertati. In primis perché davvero non ci si capacita sulla temerarietà di Van Sant, in secondo luogo perché si tenta di capire l’azione che, alla prima visione, pare disperata come il salvataggio del Titanic. Tutto quello che vediamo, i dettagli, gli attori, i colori, sprofondano nel mare dei dubbi e dei perché. Credo che per poter dare un giudizio per lo meno “lucido”, lo si debba riguardare due, tre, quattro volte, cercando di entrare nel vivo dell’intento e forse si giungerà ad impressioni diverse dai preconcetti che urlano al disastro.
Visto a distanza di tempo, Psycho di Van Sant vi sembrerà un semplice omaggio, come quello che la devota porta all’altare della chiesa, come il petit cadeau che l’alunno iniziato alle arti porta al suo maestro, saggio dei consigli appresi.
Cosa vuole aggiungere e cosa vuole togliere Gus Van Sant al Sacro Graal hitchcockiano? Niente. Esattamente niente. Pare invece voglia dire “ti idolatro e questo film avrei voluto farlo io”, una sorta di gelosia che non è invidia, ma rispetto, devozione e stima.
Van Sant ha reso tutto “moderno”. Ha girato la pellicola a colori, togliendo il fascino e il mistero e i chiaro scuri così potenti del bianco e nero, ha aggiunto un sottotesto di omosessualità in Norman, il protagonista, tenendo la camera su di lui mediante i suoi passi, i gesti, alcuni delicati movimenti, ha esplicitato alcune scene, come quella iniziale dove compaiono dei nudi e quella in cui Norman Bates spia Marion nuda, masturbandosi, mentre Hitchcock lasciava tutto elegantemente sottinsteso.
l’attore Vince Vaughn interpreta Norman in Psycho di Van Sant
Gus Van Sant sceglie poi un attore troppo bello e troppo maschio per il personaggio di Norman, l’attore Vince Vaughn, mentre Anthony Perkins, con la sua magrezza, le spalle ricurve, riesce a interpretare meglio il profilo psicologico malato di Norman.
Ma il fatto di cronaca vera su cui si basa Psycho, relativa al serial killer Ed Gein, ha infettato anche il filmmaker Paolo Ranieri, che si è cimentato in un ancor più rocambolesco giro di fune con “Psyco Twice“.
Cos’è Psyco Twice? La sovrapposizione dell’originale alla copia, un cortometraggio di 20 minuti dove due donne simili ma di epoche differenti, subiscono e affrontano gli stessi fatti.
Ne esce un brulicare di voci, un brusio di suoni che a poco a poco diventano indistinguibili e somigliano più alla confusione mentale del personaggio Norman Bates che ad un film. A rendere ancora più inquietanti le scene, le musiche di Alberto Modignani.
Qual è l’intento di Paolo Ranieri? Creare un’opera nuova, da due già esistenti, un po’ come fanno alcune stylist cucendo due capi di guardaroba vintage differenti, realizzando un capo moderno ma dal sapore retrò.
Una fermo immagine dal corto “Psyco Twice” di Paolo Ranieri
Il profilo del serial killer Ed Gein ha ispirato molti altri film, tra cui “Non aprite quella porta“, “Il silenzio degli innocenti“, “Deranged“…, la malattia e la psicosi entrano nel nostro immaginario collettivo attraverso uno schermo, un filtro, un riparo; l’uomo che ha ucciso molte donne e ne ha conservato le pelli per tappezzare la proprio parete di casa affascina e intimorisce, i teschi appesi alle mura come trofei sono solo la diapositiva di un film, il cannibalismo una predilezione culinaria eppure…tutto questo è realmente accaduto!
Il serial killer Ed Gein la cui storia ha ispirato Psycho
Sono gli eccessi ad affascinare il designer di JF London, l’eccesso dell’oro, l’eccesso delle borchie, l’eccesso nei neri, l’eccesso dei colori, l’eccesso dei dettagli.
La nuova collezione uomo fall winter 2017/18 è un grido all’esistenza, lo stesso grido che scatenava le masse, quello di Michael Jackson, perché al personaggio più amato ed eccessivo per l’appunto, della musica, è dedicata la collezione.
Un tributo ai miti che hanno influenzato culture e gusti musicali, dai Rolling Stones al trasformista Michael Jackson. Tendenze che prendono i colori delle notti brave, quelle delle discoteche degli anni ’80, tra le mille cromie dello strobo e le fredde e lucide tinte metallizzate.
Oro, argento e nuance fluo si intrecciano ai dettagli di cerniere, fibbie, stemmi e sagome a forma di fulmine. Ma sappiamo quanto per il brand JF London questo non basti, perché alla base di ogni collezione permane il nobile interesse per la qualità; i materiali utilizzati sono pregiati, dal camoscio ai nabuk morbidissimi, dagli scamosciati ai velluti, dai pellami alle applicazioni Swarovski per i modelli MICHAEL e LOWE della capsule “By Fenu”, omaggio al re del Pop.
E per tornare tra le strade degli anni ’80, un tributo agli anfibi e stivaletti rivisitati in versione casual con tinte autunnali e pellami pregiati o con dettagli pelliccia, altro “mai più senza” della stagione autunno-inverno 2017/18.
Tocco di classe le slipper in camoscio e pelle, punta di diamante del marchio, che prendono carattere e forza grazie ad inserti, a tocchi di colore bordeaux e a rifiniture esclusivamente in oro, ma questa volta senza eccessi.
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Contaminazioni orientali ma anche illusioni ottiche della mano olandese di Escher, la collezione fall winter 2017/18 di Ermanno Scervino mixa eleganza e originalità.
Mantenendo un’allure classica e classy, l’uomo Scervino veste le visioni escheriane dalle prospettive invertite, sui maglioni in cashmere e capispalla, ma anche sulle maxi sciarpe.
Di gran gusto l’utilizzo delle texture maschili quali il Principe di Galles e il pied-de-poule trattati, il colore preponderante della collezione rimane il grigio, serietà, affidabilità, nessun eccesso, anche se le vestibilità sono contemporanee e i capi metropolitani, dalle camicie senza colletto in pashmina ai pantaloni a vita alta, dai parka al bomber rivisitato.
Per la sera l’uomo Scervino sceglie lo smoking dal fit strutturato, il cappotto cammello e il velluto nero.
La contaminazione orientale, con i draghi e le sue alchimie, si fa strada sui bomber ricamati e sui maglioni. Ermanno Scervino ama unire capacità e stili, accostando leisurewear e sartoriali, modernità ed eleganza retrò, rock e sobrietà, per una collezione autunno inverno 2017/18 che non rinuncia mai alla qualità dei materiali e al processo tecnologico di lavorazione.
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Ci sono passate mode, idee e culture musicali. Sotto la piramide di acciaio e vetro della nostra penisola, dall’89 ad oggi, il Cocoricò ha dettato tendenze.
E’ da Riccione che a noi arriva la prima musica house, la techno, che ha accompagnato le performance di Isabella Santacroce al club e i défilé di Rifat Ozbek.
Un’era che, piacente o meno, ha segnato un periodo, soprattutto quello notturno, i ’90 dai maxi bomber, dai tessuti tecnici, dai mega tasconi e gli accessori in metallo e rete; gli stessi che il brand Malibu 1992 reinterpreta per la stagione autunno/inverno 2017/18.
Malibu 1992 attinge a quello stile e remixa il giaccone over in variante coccodrillo, cincillà vegan, porcospino di mohair, pitone vegetale, lana tecnica, cotone cerato inglese, nylon accoppiati.
I pantaloni dalla vestibilità importante con doppie pince profonde e stirate, presentano dettagli ultra futuristici. Le giacche urban sembrano prese da un’uscita di snowboard in montagna, i cappotti segnaletici e le giacche a tre bottoni arricchite da coulisse e cerniere.
Malibu 1992 collabora con Meltin Pot per la creazione di una capsule jeans essenziale che riproduce modelli rarissimi del periodo 1994-1998, un vero tuffo nel passato per nostalgici.
Su t-shirt e pile, la firma di un’epoca: “EXPERIENCE“; come il segno che lascia l’esperienza passata al Cocoricò, tra la folla, i migliori dj del mondo, la magia della musica, l’autorevolezza del luogo, le generazioni passate che lasciano spazio a quelle future.
“Il troppo stroppia” dice un vecchio proverbio.
Quando si è bravi e si punta l’asticella ancora più in alto, ogni tanto si casca, forse è successo anche a Daks, che nonostante abbia riconfermato eleganza e gusto nella sua collezione uomo, ha mescolato sale nel caffè al posto dello zucchero.
Il pantalone a vita alta è la pecora nera. NO assoluto a un pezzo che è e dovrebbe rimanere capo nel guardaroba femminile, soprattutto se la vita arriva fin sotto al petto, richiamo più al boxer fantozziano che al pantalone da gentleman.
Eliminato questo scivolone, la collezione è un inno alla virilità elegante e classica dell’uomo british, esattamente come ci si aspetta il worker londinese, con il tre pezzi e cappotto di lana, 24 h in pelle, guanti, ma con la sciarpa black in pelo.
Stesso rigore la scelta dell’apertura al fashion show milanese: una schiera di uomini che uno ad uno formano una colonna, dove Principe di Galles, pied de poule, spina di pesce e gessato, risaltano lo stile DAKS.
La palette colori della collezione autunno-inverno 2017/18 prevede una gamma di grigi e neri, e intense tonalità di blu per i dolcevita, da abbinare sotto la giacca.
L’identità dell’uomo DAKS si rivela anche nella scelta degli accessori: le calzature sono in lussuosa pelle di vitello spazzolato e le borse, di varie dimensioni – buste, cartelle, zaini o da portare a mano – presentano chiusure in argento. Una linea ideale per l’uomo moderno, super impegnato, che segue le tendenze ma non rinuncia all’eleganza retrò.
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Un’eleganza sobria ma non severa, pulita ma non banale, Miguel Vieira è la piacevole scoperta della settimana della moda maschile a Milano.
La sartorialità è protagonista, nei completi slim fit e strutturati, nei cappotti over e sui pantaloni.
La collezione autunno-inverno 2017/18 di Miguel Vieira propone distinte gradazioni di grigi, di neri e di bianchi, con qualche accenno di colore: il rosso.
I tessuti sono pregiati: cachemire, mohair, alpaca, lana e tessuti check a righe sottili; grande attenzione anche agli accessori e ai dettagli, l’attenzione professionale di un designer che inizia la sua carriera con collezioni scarpe uomo e donna.
Piccolo feticcio della collezione, il foulard annodato al collo, rigorosamente black, che ricorda la divisa del gondoliere veneziano. Un nodo per ogni bel ricordo. E sicuramente questo nome non ce lo scorderemo: Miguel Vieira.
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