La casa che torna a vivere: il rilancio del Museo Bagatti Valsecchi

La casa che torna a vivere: il rilancio del Museo Bagatti Valsecchi

Ci sono musei che custodiscono opere. Il Museo Bagatti Valsecchi, nel cuore di Milano, ha scelto di custodire qualcosa che trascende le collezioni: l’idea stessa di casa. È da questo principio che il Direttore Antonio D’Amico racconta la trasformazione che ha guidato negli ultimi anni, in un’intervista in cui il percorso del Museo si intreccia con il suo sguardo personale.

Da dimora privata a istituzione pubblica

La storia del Museo nasce da un gesto di lungimiranza della famiglia Bagatti Valsecchi. A partire dal 1974 viene costituita la Fondazione Bagatti Valsecchi, alla quale confluisce gran parte del patrimonio storico-artistico della casa. Dopo un lungo intervento di restauro promosso da Regione Lombardia, divenuta nel frattempo proprietaria del palazzo, nel 1994 il Museo Bagatti Valsecchi apre al pubblico, rendendo accessibile un patrimonio che ancora oggi conserva l’allestimento originariamente concepito dai due fondatori.

la cupola

Dal 2021 Antonio D’Amico assume dapprima l’incarico di conservatore e successivamente quello di Direttore del Museo, contribuendo a rafforzarne l’identità attraverso una programmazione culturale sempre più ricca e articolata.

Il Museo si trova a confrontarsi con un posizionamento peculiare: è internazionalmente noto soprattutto per la Santa Giustina di Giovanni Bellini, opera richiesta nelle principali mostre dedicate al Rinascimento in Italia e all’estero, ma risulta talvolta meno riconosciuto nel suo ruolo più ampio di casa museo, espressione della cultura collezionistica milanese di fine Ottocento.

la camera

Il progetto di Casa Bagatti Valsecchi nasce infatti negli anni Ottanta dell’Ottocento come rilettura consapevole del Rinascimento lombardo, attraverso la costruzione di un ambiente unitario in cui architettura, arredi e collezioni dialogano secondo un preciso programma culturale.

Pochi sanno, ricorda il Direttore, che fu la prima abitazione privata milanese ad avere l’energia elettrica – i lampadari passarono direttamente dalla candela alla luce elettrica – e la prima a disporre di doccia calda.

Il dato di partenza, all’arrivo del nuovo Direttore, è secco: circa sedicimila visitatori l’anno, dato pre-Covid, frutto di un museo “statico” che aveva smarrito la propria identità di luogo di cultura viva.

la sala da pranzo

Una filosofia: la casa come dimensione di vita

Il cuore della sua strategia si fonda su una convinzione che il Direttore esplicita con chiarezza: la casa, per chiunque, è “il luogo del comfort, il luogo dove stiamo bene, dove soffriamo, piangiamo, amiamo, viviamo: dove ognuno di noi scopre la propria identità, attraversando tutte le fasi della vita, dalla nascita alla vecchiaia“. Riportare il museo a questa dimensione, non più tempio silenzioso in cui si entra in punta di piedi, ma spazio di vita condivisa, è stato il primo obiettivo dichiarato.

Da qui nasce un lungo lavoro negli archivi di Casa Bagatti Valsecchi ed è proprio nelle raccolte di fotografie e disegni che il Direttore individua una vera miniera. I fratelli Bagatti Valsecchi, racconta, erano abilissimi disegnatori: viaggiavano per l’Italia disegnando ciò che li affascinava, per poi farlo realizzare su misura da artigiani milanesi. Non copie fedeli dell’antico, ma reinterpretazioni: un’anima quattro-cinquecentesca che dialoga con innovazioni di fine Ottocento, “un’Erma bifronte che guarda al passato e insieme si proietta nel futuro.” Decine di migliaia di disegni e fotografie, in gran parte ancora da catalogare, diventeranno oggetto di un progetto di valorizzazione che porterà, in futuro, a una mostra dedicata.

C’è anche un elemento ludico in questa filosofia del nascondere e del rivelare: i mobili della casa sono pieni di cassetti segreti, ante cieche, ripiani che non portano in nessun luogo. “L’idea era proprio quella di svelare“, spiega il Direttore – un invito permanente alla scoperta che il Museo ha scelto di trasformare in pratica curatoriale.

la sala da bagno

Il salotto ritrovato: arti sorelle e comunità

Un altro tassello della narrazione riguarda la vocazione storica della casa come luogo di incontro: vi transitarono, lasciando la propria testimonianza sugli storici libri delle firme, oggi digitalizzati, figure come Andrea Maffei, Giovanni Verga, Margherita di Savoia e Giuseppe Verdi. Vi si organizzavano serate di teatro, danza e musica, le “arti sorelle” nell’accezione rinascimentale, non confinate alla sola pittura o scultura.

È questa eredità che il Direttore ha scelto di riattivare con linguaggi contemporanei, dando vita al format Stasera al Museo il palinsesto di musica, teatro e danza che coinvolge anche produzioni teatrali originali, e a Tea Talks, un ciclo di conversazioni d’arte all’ora del tè con storici dell’arte e studiosi. L’obiettivo dichiarato è ambizioso quanto semplice: trasformare un visitatore occasionale – una visita ogni cinque anni – in un frequentatore abituale, capace di tornare cinque volte l’anno. Un modello debitore dei grandi musei americani, capaci di costruire pubblici differenziati per fascia d’età e interesse.

Il radicamento personale di questa visione affonda nella biografia del Direttore stesso, di origini siciliane (la famiglia di Nicosia, in provincia di Enna), dove la dimensione della comunità e dello stare insieme la sera, fuori casa, a raccontarsi, ha lasciato un’impronta che oggi ritrova nel concetto di museo come luogo di aggregazione.

salone

Oltre le mura: le periferie e la cura del territorio

Un capitolo non secondario della strategia riguarda l’uscita del Museo dai propri confini fisici: conferenze nelle biblioteche di periferia e laboratori con le scuole.
Se hai la consapevolezza di chi sei, non devi avere paura di andare“, osserva Antonio D’Amico, raccontando come gli stessi cittadini raggiunti nei quartieri, tornino poi a visitare il Palazzo di via Gesù, un meccanismo di fidelizzazione che capovolge il rapporto tradizionale tra museo e pubblico, portando la cultura a chi normalmente non varcherebbe la soglia di un’istituzione come questa.

camera verde
sala delle armi

Depero Space to Space: quando il futurismo incontra i fratelli Bagatti Valsecchi

Se c’è un progetto che riassume in pieno la filosofia di D’Amico, è la mostra dedicata a Fortunato Depero, nata da un’altra scelta strategica fortemente voluta: la creazione di un comitato scientifico, organo consultivo composto da cinque figure, ciascuna portatrice di una competenza specifica legata all’identità della Casa. Tra loro Nicoletta Boschiero, che per oltre vent’anni ha diretto la Casa d’Arte Futurista Depero a Rovereto: è da questo incontro che nasce l’intuizione curatoriale alla base del progetto.

L’idea muove da un parallelismo storico che risulta sorprendente nella sua precisione: il lavoro compiuto dai fratelli Bagatti Valsecchi a fine Ottocento e quello realizzato da Depero al ritorno dall’America, sul finire degli anni Quaranta, rispondono alla medesima tensione. Se i fratelli desideravano “vivere dentro un’opera d’arte totale, Depero si dedica con analoga ambizione allo spazio dell’abitare e allo spazio pubblico in ogni loro aspetto, fino a dar vita, negli anni Cinquanta, alla sua Casa d’Arte a Rovereto affidatagli dal Comune: non un’abitazione, ma il primo museo dedicato a un artista futurista. Da questa convergenza nasce il titolo della mostra, Depero Space to Space – lo spazio roveretano e lo spazio milanese, uniti dalla medesima vocazione alla costruzione della memoria, quella dei fratelli nell’Ottocento e quella di Depero nel Novecento, in un’unione “bifrontale”, tra antico e contemporaneo.

sala della stufa valtellinese

Si tratta inoltre di una mostra sonora, scelta coerente con l’insegnamento futurista secondo cui l’arte deve restare ancorata al suono e alla vocalità. Poiché non esiste alcuna registrazione della voce di Depero, il Museo si è rivolto al regista veneto Gaetano Cappa, già autore di lavori sul futurismo e su Depero stesso, chiedendogli di realizzare alcune installazioni sonore. Cappa ha costruito un plastico, collocato nella Biblioteca, che ricostruisce gli accadimenti newyorkesi tra la fine degli anni Venti e la metà degli anni Quaranta – in una sorta di “cinematografo” della città. 

Allo stesso regista è stato chiesto di dare voce all’artista: la prima opera che il visitatore incontra, Il Maggiordomo, è accompagnata da un estratto di So I Think, So I Paint,  testo che Depero durante i suoi viaggi a New York in cui racconta cosa significhi per lui fare arte.  Il regista, con un “sorry for my english” in un inglese volutamente maccheronico, dà il tono all’intera operazione.

Tra i prestiti più rilevanti, concessi dal MART, figurano le sette tarsie in panno che Depero realizzò per il ViBi Bar – V per vino, B per birra – su commissione delle Cantine Cavazzani: esposte tutte insieme per la prima volta a Milano, sono accompagnate da un paesaggio sonoro che riproduce la musica e il chiacchiericcio di un bar di metà Novecento, per immergere il visitatore nel clima dell’epoca.

Non manca, infine, un tocco di ironia che D’Amico e Boschiero rivendicano come fedele allo spirito dell’artista: lungo la Galleria delle Armi, è stata collocata L’elasticità dei gatti, dipinto di Depero accompagnato dal verso di un gatto – un piccolo scherzo museale che il Direttore racconta di essersi divertito a orchestrare personalmente, certo che lo stesso Depero, ne avrebbe approvato lo spirito.

La mostra si rivela così non un episodio isolato nel calendario espositivo, ma la traduzione più compiuta del principio che guida l’intero incarico: la casa-museo come spazio totale, dove memoria storica e linguaggio contemporaneo si parlano a un secolo di distanza.

La comunicazione che cambia

Dall’insieme del racconto emerge con chiarezza un cambio di paradigma nella comunicazione museale. Il museo non si rivolge più a un pubblico indistinto attraverso un linguaggio istituzionale e distante, ma costruisce pubblici differenziati studenti universitari, professionisti, famiglie, residenti di quartiere – con strumenti e momenti diversi: l’aperitivo culturale, la conversazione d’arte, il laboratorio con le scuole, e ora anche una mostra temporanea capace di tradurre il linguaggio futurista in un’esperienza sensoriale e narrativa contemporanea. La comunicazione, in altre parole, non è più annuncio ma relazione: un invito ricorrente, costruito nel tempo, a tornare. È un modello che rovescia la logica dell’evento isolato a favore di una presenza costante e riconoscibile – l’unica, secondo D’Amico, capace di trasformare un museo da meta occasionale a luogo di appartenenza.



Museo Bagatti Valsecchi
Via Gesù, 5 Milano
Merc-Gio-Ven-Sab-Dom 10.00 / 18.00
Depero Space To Space visitabile fino al 2 agosto 2026

(foto concesse dal Museo – ph. Ruggero Longoni ed Elena Datrino)