Parigi. Michèle Leblanc gestisce una società di videogiochi, ha un ex marito inoffensivo, un figlio irrisolto, un’amica del cuore di cui si prende (occasionalmente in qualche camera d’albergo) il compagno con la stessa nonchalance con cui si scola il vino; è una donna di potere temuta dal suo team di lavoro e amata da chi si sente sedotto dalla sua indipendenza maschia.
Il film si apre su uno stupro. La macchina da presa non indugia, non distoglie lo sguardo. Quando l’aggressore fugge, Michèle rimane sul pavimento un istante, poi si alza, sistema i vetri rotti, si fa un bagno caldo, ordina da mangiare. Ha appetito. E questo dettaglio è già un’analisi: il dolore lo conosce bene, la attraversa senza scomporla troppo, e diventa carburante.
A osservare lo stupro, il gatto con indifferenza felina, lo stesso sguardo immobile con cui Michèle, bambina, guardò i corpi delle vittime di suo padre, fanatico cattolico serial killer condannato all’ergastolo per aver ucciso 26 innocenti. La soglia del tollerabile in lei è stata spostata così in là da non essere più percepibile.
Lo stupratore in sé non è interessante. È la sua perversione a diventare lo specchio in cui Michèle si riconosce — l’unico registro in cui, forse, prova qualcosa di autentico; il sesso “convenzionale” non la riguarda, si accende solo quando naviga nell’abisso, una voragine morbosa che Paul Verhoeven descrive con la precisione di uno psicanalista che disseziona.
Isabelle Huppert è fuori categoria. Da Haneke in poi ha costruito un’intera grammatica della disturbata — con quell’aura nevrotica ma composta che seduce, inquieta, ammalia. Qui Verhoeven la libera dall’autorialità austera e le restituisce una vitalità diabolica.
Elle non è un solo uno dei thriller psico-erotici più intensi del cinema, ma un manuale sull’anatomia della sopravvivenza, dove perversione e nevrosi sono l’unico linguaggio in cui il desiderio è forma di autoconservazione .
ELLE — Paul Verhoeven, 2016



