K-POP THE PERFECT MACHINE

La musica è sempre prima di tutto un racconto culturale, e solo dopo artistico.

Ogni epoca ha le sue atmosfere, le sue bolle, le cuffie in cui vogliamo e abbiamo bisogno di chiudere le nostre orecchie, ed immergerci. Negli anni 70 reduci dalle tematiche importanti delle rivoluzioni e dei movimenti giovanili, dalle guerre come quella del Vietnam in procinto di chiudersi nel ’75, la neces-sità dell’essere umano era, senza ombra di dubbio, quella di distrarsi. Serviva il funky, il risveglio delle emozioni più primordiali, più primitive dell’uomo. La funky music, come arma di distrazione di massa è di fatto una leggenda metropolitana confermata dai fatti. Il funky ti porta a dimenticare i problemi, ad alleggerire; le sue tematiche sono spesso legate all’amore, all’istinto, al piacere. A rendere tutto più ipnotico anche il design dell’epoca richiama come un grande caleidoscopio il ripetersi di quel ritmo incessante, e l’ascoltatore ci è completamente dentro. Si sente quasi precipitare in mezzo a tutti quei violini, in quegli arrangiamenti che lo fanno volare. E’ tutto vero, o forse no. Ma che importanza ha?

La realtà di oggi è completamente diversa rispetto a quella di allora. Il nostro mondo moderno ci distrae anche troppo, tanto che le nostre stesse distrazioni sono diventate da un giorno all’altro dipendenze nonsense da cui non riusciamo a fare a meno. C’è un intero mondo attorno a noi da cui poter essere distratti, ma è troppo difficile viverci dentro. Il nostro conoscente virtuale o reale racconta sempre e solo la parte migliore della sua vita, facendoci ogni volta sentire inadeguati, mai arrivati, mai felici. In questo mondo la priorità è produrre, è fare soldi. Farlo più velocemente di ieri, e possibilmente più degli altri. In questo incessante apocalittico sistema di infinite possibilità e di nessuna conquista degna di farci provare piacere per più di 1 secondo, il confronto è il vero protagonista. La musica deve anestetizzare. Sentire rende deboli, le nostre emozioni sono diventate i veri nemici da combattere.


La musica risponde a questa necessità. Si chiama K-Pop, è in realtà molto simile al Pop degli anni 2000, con qualche minuscola variazione stilistica sugli effetti vocali, ma ha quel gusto alla Lizzie McGuire, ai racconti sul diario segreto, e le scale antincendio all’americana, con qualche attualizzazione rap qua e là, già comunque sorpassata nelle scelte musicali. Le linee melodiche sono quelle dei teenagers, e volutamente si vestono di una, forse ritrovata, infanzia.


Il mondo spirituale dell’oriente indossa fast fashion e rivendica la possibilità di proporre un prodotto commerciale su larga scala, che quel mondo occidentale aveva buttato via nell’album dei ricordi. Lo riprende, lo riveste, ha dentro quel gusto (sicuramente consapevole) vintage che lo targettizza intelligentemente su una fascia mai vista: dai 13 ai 35 anni.


L’oriente moderno si è occidentalizzato più di quanto possiamo percepire: spopolano le boy e le girls bands. Eseguono roboticamente i passi studiati per mesi. Quello stupido occidente ha passato il tempo a vestirsi di ragaetton e trasgressione, senza comprendere che la più grande trasgressione dell’uomo è la capacità di straniarsi come bambini davanti ad una realtà troppo difficile da comprendere, e giocare a nascondino nel colorato mondo dei videogiochi senza distinguere più cosa sia realmente vero e cosa no.


Davanti a quel POP hanno voluto dichiarare con spirito nazionalista quella K che sta per Korea. Della serie: se questa cosa vi ricorda qualcosa che già riconoscete, vi sbagliate. Questa è roba nostra. I brani però sono per la maggior parte in inglese, a voler rivendicare con intelligenza la possibilità di potersi imporre worldwide.


Le performances sono perfetti balletti eseguiti da umani-umanoidi. Non c’è spazio nel nuovo Oriente per l’improvvisazione, per la sporcatura emotiva né fisica. Non c’è tempo per virtuosismi vocali, nemmeno selettivi su alcuni di loro. E’ tutto riproducibile, vocalmente e fisicamente, da chiunque. Non devi essere bravissimo, ma “solo” un preciso esecutore. Le stars delle bands sono sostituibili istantaneamente da chiunque altro: è il business che bisogna portare avanti, non il personaggio. Se ci pensiamo, è un racconto completamente opposto alle strategie artistiche occidentali, dove siamo abituati a dimenticarci della performance ma ad osservare le peculiarità singolari degli artisti, necessariamente inclusivi, a volte forzatamente.


Talvolta il personaggio, in occidente, è obbligato a raccontare le sue fragilità, i suoi tormenti. L’Oriente non ha tempo per questo: la massa non ha bisogno di enfatizzare i propri problemi, ma dimenticarli, anche se solo temporaneamente sotto qualche goccia di propofol-Pop. Il consapevole allontanamento da se stessi, l’accessibilità di quello che si vede, rende tutto più semplice. In quel mondo posso esistere anch’io, e siamo tutti troppo uguali per percepire chi fra noi è il più cool. Non esistono classifiche, posso stare tranquillo.

L’algoritmo ha scelto il K-Pop. E’ più facile, standardizzabile, e non è del tutto nuovo. C’è materiale a sufficienza per generare il più possibile, e farlo con il minimo sforzo.

La priorità non era forse quella di produrre? E allora, diamoci una mossa.