Michael Jackson: Never say Neverland
Se sei uno sceneggiatore e decidi di fare un biopic, forse potrebbe non esserci una figura più interessante di Michael. Ci puoi trovare il trauma infantile, fil rouge della sua intera esistenza, il successo vero conquistato con la fatica e le idee brillanti, il perfezionismo, il sogno e gli eccessi, la malattia, l’amore, lo scandalo, il gossip, i figli legittimi avuti con l’assistente ma non somiglianti esposti alla finestra in condizioni precarie, la maternità surrogata, il lato oscuro con le accuse di pedofilia fondate forse sì o forse no, le collaborazioni da mille e una notte, i diritti d’autore comprati e quelli maturati mai abbastanza per mantenere quello stile di vita da favola, la fine tragica ed il pubblico che sì, gli perdona tutto. Perché ai grandi si fa così.
E invece no. Quando scrivi il film, devi farci i conti con la famiglia Jackson. E allora ecco che quel film colossal si trasforma nella cena di Natale in cui non puoi parlare di questo e di quello, perché Michael non c’è più e lui di se stesso aveva detto praticamente ogni cosa, ma di chi rimane bisogna proteggere l’identità, la carriera, i contatti, e soprattutto il cognome.
Sulla scelta del protagonista mi sento di dire che siamo tutti d’accordo: Jafaar si chiamerà pure Jackson, ma è proprio bravo. Il nipote protagonista del film lo interpreta magistralmente, e mi viene da dire, ci mancherebbe, non glielo avremmo mai perdonato.
Sulla narrativa invece si sa: il Michael di dominio pubblico, soprattutto da questo lato del mondo, è stato successivo a “Bad” e dei Jackson 5 la massa ha sempre sentito parlare solo marginalmente. E’ un peccato perché musicalmente hanno praticamente steso i fondamentali da cui tutta la produzione di Michael nasce: la disciplina. L’esecuzione, la performance, sarà una costante ossessiva nella vita di Michael. Questo il film lo racconta bene.
Dal punto di vista del marketing i Jackson 5 fanno una cosa che oggi sarebbe impensabile: uccidono ogni regola di targeting e con il contrasto tirano fuori un prodotto che piace a tutti. Una band musicale con leader un bambino. Non gli fa cantare le canzoni dei piccoli, ma quelle dei grandi, lo fa parlare d’amore, e lo fa ballare fino a tarda notte. L’età non è più rilevante, e questo racconto free-aging è assolutamente americano e anticonvenzionale; si rivelerà un’intuizione grandiosa.

Da musicista avrei voluto che tutta la parte musicale di influenze fosse stata maggiormente esplorata in questo biopic, in cui viene solo accennata. I Jackson 5 avevano dentro il funk sudato di James Brown, i movimenti di Prince, le armonie fusion sporche del jazz più bluesy, il groove.
La voce usata come strumento percussivo, le doppie, triple voci, registrate a volte all’unisono nella produzione moderna, per dare corpo, sostanza, a quel bambino dal timbro sottile che la sua famiglia se la costruiva così, a suon di takes. Parlava e cantava così, con quella voce rubata all’infanzia, ma con la voglia di giocare a fare il grande con ogni tanto, al momento giusto, il graffio del blues, e la voglia di poter fare tutto ciò che voleva, come i bambini al parco giochi che urlano (come i suoi noti “uh”) , ridono, e che poi, avvolti dalle convenzioni sociali crescendo dimenticano di saper fare, o quantomeno limitano alle proprie aree di comfort, dove si sentono protetti dallo sguardo indiscreto delle regole.
La tenerezza di quel bambino in studio, incapace di trattenere i piedi in movimento, è la cosa più bella che questo film lascia addosso: la necessità di sentirsi sempre bambini, con il piacere di fare cose senza secondi fini, ma per il puro desiderio di farle perché ci piace.
Un po’ esasperato il lato filantropico del personaggio Michael, spesso ritratto a supporto delle persone in difficoltà. Non fraintendetemi: sono dell’idea che canzoni come “Man in the mirror”, per altro nemmeno lontanamente citata, possano realmente cambiare il mondo. Ma alcune cose non si raccontano, o perdono di valore. Basta la sensazione che ti lasciano addosso, lo specchio in cui consapevolmente ci riflettono migliorando la parte peggiore di noi. Altrimenti diventa un po’ come la beneficienza spiattellata in prima pagina.
La totalizzante famiglia Jackson è riuscita ad esserlo anche in questo film, sottraendo ed omettendo alcune delle relazioni di Michael più significative nella vita, come quella con Paul McCartney, e trattandone marginalmente altre professionalmente fondamentali, come quella con Quincy Jones, che prende le idee di Michael e le colora, le struttura, le rende credibili e tangibili, costruendo l’album più grandioso di tutti i tempi : “Thriller”.
Di Neverland, solo una lontana ombra sullo sfondo, forse perché tutto sommato parlarne sarebbe troppo difficile, proprio dal punto di vista della sceneggiatura. Si rischierebbe troppo, ed il brand Jackson potrebbe soffrirne. Per il bene di tutti, meglio una scelta comoda.
Anche l’aspetto estetico viene trattato un po’ marginalmente. Nell’epoca moderna del grido al body shaming, poteva essere un ottimo spunto di confronto il film in cui in tempi passati Michael, super star della musica, affetto da vitiligine non ha potuto che procedere con creme sbiancanti e trucchi di scena. Poteva esserci un implicito paragone a come invece oggi siamo fortunati a vivere in una società che anzi enfatizza le nostre caratteristiche fisiche, e se siamo bravi abbastanza oggi possiamo anche farne un brand, come alcune bellissime modelle affette da vitiligine contese da marchi della moda prestigiosi e altisonanti. Non erano così gli anni ’80. Quella bellezza stereotipata, quei canoni tragicamente scanditi da un’estetica che non concedeva deroghe, poteva essere oggetto di critica nel film. E invece no, un’altra occasione persa, forse perché tutto sommato anche i restanti Jacksons a quelle regole hanno deciso di uniformarsi e ne hanno creato la propria immagine riconoscibile.
La costruzione dei pezzi vede il suo climax nella sola determinazione del titolo dell’album Thriller, ma quanto altro ancora c’era da raccontare. In pochi sanno ad esempio che buona parte delle canzoni di Michael nascevano dalla creazione della drum and bass vocale al 100%. E’ una caratteristica che poteva da sola fare da ritmo alle 2 ore di film.
Questo biopic vale comunque la pena vederlo. E’ leggero, è piacevole. E’ una foto in 2D. Manca un po’ di profondità, è un po’ come a dire: fin qui ti puoi spingere, ma oltre no. In fondo, in effetti, si possono trovare gli abissi, e nei racconti troppo oscuri si potrebbe far fatica a tornare su, su quel brand protetto, plastificato, illeso nel tempo.
Nulla ha potuto scalfirlo, ed allora lasciamo che i più introspettivi facciano affidamento a quel “To be continued” alla fine del film, con la speranza che al prossimo giro le carte, i diritti, le concessioni contrattuali, possano lasciare finalmente spazio alla storia: quella cruda, nuda e difficile da raccontare che ognuno di noi vorrebbe ascoltare al cinema.
A chi come Michael ha costruito la storia della musica contemporanea, non fanno paura le ombre più o meno verificate, e quelle pubbliche, che hanno presenziato nel ritratto della vita. Il groove è più forte, sempre, e nonostante quel bambino non stia più battendo i piedi a terra a ritmo di musica, noi continuiamo a sentirlo in testa.
Michael è un film del 2026 diretto da Antoine Fuqua.
(foto fonte sentieriselvaggi.it
foto copertina Lionsgate Publicity- by Glen Wilson)























