INTERVIEW BY ALICE FALSAPERLA
PHOTOGRAPHY CLAUDIO DONATI
Oriente e Occidente intessono nell’arte un reticolo secolare di fascinazione, scambio e reinterpretazione. Si intrecciano il concetto antico dell’esotismo e quello moderno dell’astrattismo, dove l’essenzialità spirituale e il rigore calligrafico si influenzano in un unico linguaggio formale. Se l’Oriente, con la sua levitas, conserva la memoria di tradizioni e contraddizioni post-industriali, l’Occidente mantiene la definizione dei suoi contorni individuali, tra anatomie del corpo e scienze esatte.
In esclusiva per questo numero di SNOB e in anteprima assoluta, un estratto della mostra fotografica di Claudio Donati, “L’arte che abito“, da me curata; un excursus che attraversa, per mezzo degli abiti indossati dagli artisti, il periodo storico degli Anni Sessanta fino a quello più odierno del panorama artistico contemporaneo. I vestiari diventano, così, testimonianze di scelte artistiche e performative; emblemi che possono ripetersi, assumendo connotati di storie e codici, persino di brand, ma pur sempre dell’adesione a sé stessi. Con le interviste a due artisti-cardine del panorama contemporaneo italiano, Jago e Paolo del Gallo, attraverseremo i temi dell’esposizione.
Jago, scultore di fama internazionale, ha trasformato il suo studio di Napoli in un Museo che prende il suo nome. Sceglie il marmo come materiale distintivo del suo operato; utilizza il “simbolo” come strumento per rielaborare la cultura classica, restituendola in chiave contemporanea, con un’attenzione rivolta al sociale. Paolo del Gallo, collezionista di antichità, ha fatto del suo studio un wunderkammer e della sua indagine un’entomologica, capace di spaziare non solo tra le sfaccettature della natura ma anche in quelle dell’uomo.
Simbolo di una solida influenza occidentale Jago, e di un raffinato influsso orientale Paolo, con entrambi ho avuto la possibilità d’indagare, in maniera differente, le ragioni che muovono scelte creative (e non solo), a partire proprio dal loro abito.
JAGO – L’arte che abito
In molte tue opere compare una piccola pietra: in mano, accanto, alla base delle sculture. Un dettaglio ricorrente a racchiudere il senso della creazione stessa. Con quella monumentale de La Pietà, ad esempio, quella circostanza minuta sembrerebbe sintetizzare tutto il suo dolore e la sua intimità. Qual è stato, invece, il tuo intento?
Fino a oggi non ho mai voluto sbilanciarmi sul significato di quel simbolo che ritorna in diverse opere: dalla Pietà ad Aiace e Cassandra, dal David a Narciso (dove forse non si vede, ma la mano che entra nell’acqua potrebbe comunque stringere un sasso), fino al Figlio Velato. Non l’ho fatto perché sento di non avere, o forse di non voler usare, gli strumenti per definire qualcosa che vive prima delle parole e che, in qualche modo, va protetto da una spiegazione troppo precisa. Dare una definizione unica significherebbe ridurre la molteplicità dei significati che quell’elemento può assumere per chi guarda. Ogni spettatore porta con sé una lettura diversa, un’intuizione personale e, in questo senso, il simbolo resta aperto. Ciò che posso dire è che esiste un legame profondo tra tutte queste opere: non sono immagini isolate o casuali, ma parti di un unico racconto. Un racconto che intreccia la mia storia personale, i luoghi in cui le opere sono nate e, forse ancora di più, il tempo in cui sono state realizzate. Cerco spesso di fare un passo indietro rispetto al desiderio di spiegare o di imporre un significato. Rinunciare a chiarire tutto, per me, è un esercizio quotidiano: significa lasciare spazio allo sguardo dell’altro, accettare che l’opera possa dire qualcosa che io stesso non avevo previsto. Ed è proprio in questo scarto che sento di poter imparare di più. Per questo anche oggi non mi sbilancio, se non per dire che quella presenza ha un senso che va oltre le parole.
Come quella pietra, isolata ed emblematica, che è elemento costante tra le sculture, anche il tuo nome sembra avere la stessa valenza identificativa e unificatrice. Come se il simbolo che indaghi con le tue opere partecipasse alla tua firma.
Da cosa nasce l’intento di creare un “logotipo” che sottintenda il tuo operato?
In generale, ho sempre riconosciuto un elemento ricorrente negli artisti che ho amato, nei grandi pensatori e nei maestri della tradizione: una dimensione quasi profetica. La loro arte lo è stata, e loro stessi sono stati in qualche modo profeti, attraverso ciò che facevano. Parlano per conto di qualcosa che li abita, in uno stato di entusiasmo profondo che ha molto a che fare con la capacità di restare bambini. Questo riguarda direttamente la ricerca di un’identità: riuscire ad abitarla davvero. Un’identità che va oltre il nome ricevuto alla nascita, oltre le convenzioni, e soprattutto oltre la sola ragione. È un processo che passa dal gesto, dal fare, dal lasciar emergere qualcosa di naturale e necessario. In questo senso, costruire una dimensione personale può tradursi anche in un segno, in un suono che diventa nome: una sorta di “logotipo” che tenta di rispecchiare il sentimento che si mette nelle cose che si fanno. Non come strategia, ma come conseguenza. Mi rendo conto che, nel provare a spiegarlo, il discorso si complica: ciò che interiormente è molto chiaro, quando viene tradotto in parole tende a perdere immediatezza. Ma forse va bene così. In fondo, le cose sono tutte collegate o almeno provano a esserlo.
La tua firma sembrerebbe collegabile alla forza di un brand, una forma di riconoscimento visivo, in qualche modo decifrabile e memorizzabile a livello internazionale. Pensi di aver voluto attuare questo tipo di operazione anche col tuo vestiario?
Forse, a un certo punto, si smette di cercare. Frequentando a lungo la propria interiorità, ci si ritrova naturalmente dentro un modo di essere, e quindi anche di vestirsi, che diventa autentico, senza il bisogno di inseguire interpretazioni esterne. È un processo che appartiene alla crescita: oggi mi sento centrato ma, allo stesso tempo, sempre in ricerca, curioso di capire come anche la mia persona possa evolversi insieme a ciò che faccio. Se dovessi dire qual è il senso della vita, direi che “sta nel fare”. È ciò che fai a qualificarti, a dare forma e significato alla tua esistenza. Per questo, da un punto di vista più materiale, mi interessa sempre meno la “firma” dell’abito: non penso al brand, penso alla comodità, a ciò che mi fa stare bene. Poi, è inevitabile che tutto questo venga letto anche come un segno riconoscibile, quasi come un brand. Ma in fondo cos’è un brand, se non una promessa che nasce da un’identità chiara e coerente?
Non posso che trovarmi d’accordo. A proposito di promessa, credi che l’icona rimanga oggi un modo attuale per veicolare un messaggio più alto?
Lo spero, non tanto da parte mia quanto da chi impiega tempo per guardare la mia opera, aiutandomi ad osservarla in modo diverso. Io credo molto nel simbolo che non si muove. Ad esempio, la mostra, che è un format che tu conosci bene, è qualcosa che inizia e se ne va. Invece vorrei creare cose che rimangano lì, come valore simbolico che perdura. Magari questa mano continuerà a comunicare a distanza di anni; si saranno perse queste parole che diciamo ora, ma il contenuto dell’opera rimarrà.
Rispetto al panorama contemporaneo, il tuo lavoro, da un punto di vista formale, è in stretto rapporto con la tradizione, pur comunicando con un linguaggio attuale. In che modo coniughi questi due aspetti?
Non credo che la trazione abbia esaurito i suoi argomenti, anzi, la trovo in stretta connessione con la nostra contemporaneità. Gli andamenti, certamente, sono cambiati; un tempo chi si poteva permettere un ritratto, diveniva immortale. L’artista aveva la funzione fondamentale di restituire una forma di eternità. Oggi penso che bisognerebbe allontanare il concetto odierno di contemporaneo, è trattato come se fosse una corrente. L’arte non appartiene mai solo al nostro tempo, e se riuscissimo a uscire da questa idea, come tentativo, si potrebbero includere più aspetti possibili. Io mi sento in comunicazione con il linguaggio dell’antichità, tento di apprenderne le sfumature che sento aggiungersi al mio vocabolario e all’attualità che ci circonda. Vorrei che l’arte generasse dinamiche altre, quasi un tornare ad essere monumento, un punto di riferimento per più persone. In questo modo, diventa un simbolo potentissimo.

PAOLO DEL GALLO – L’arte che abito
«L’artista ha voluto portare la creatura delle trasparenze e delle vesti cangianti nelle case e nelle stanze, e le ha reinventate, dipinte, accolte in segni veloci e vorticanti: per chiuderla in un ostensorio come fulcro del sacro, per fermarne il battito sullo schienale di una sedia, per duplicarne la bellezza in una specchiera, per farne misura del tempo in una clessidra, e tutto mai per imprigionarla in una teca di morte, ma per affidarne il mistero e la grazia all’altrove dell’arte e nel segno della poesia».
(Elio Pecora 2025)
Specie animali e vegetali dominano le tue opere come un microcosmo dove coesistono paesaggio, memoria e ornamento. Tra le varie rappresentate, emerge quella della farfalla, a emblema delle altre. Essa non appare solo espressione delle sfaccettature presenti in natura, ma di una bellezza che permane pur nella sua transitorietà, il cui gesto, seppur piccolo, potrebbe anche generare conseguenze immense. La farfalla cosa rappresenta per te?
La rappresentazione della farfalla è la più gentile che conosca per riportare l’attenzione sull’importanza della bellezza. Si tratta di un miracolo di forme e combinazioni cromatiche, a ricordarci quanto la natura sia, da sempre, la più grande artista. È come se la farfalla, nel suo elegante volo, si sottraesse al peso della terra senza perdere la propria delicatezza, incarnando desideri di leggerezza e libertà. Tale creatura ci rammenta quanto possa essere facile spezzare un equilibrio e quanto sia, invece, necessario imparare a proteggere ciò che appare più lieve, “imponendo” un rispetto nuovo. Molte specie, infatti, sono oggi in via di estinzione, e la loro scomparsa si consuma spesso in silenzio, come una bellezza che rischiamo di perdere senza accorgercene. Nella sua breve e intensa esistenza, la farfalla è capace di racchiudere un’intera idea di tempo, insegnando che ciò che dura meno, spesso può lasciare il segno più profondo. Si tratta di un essere fragile e transitorio, eppure veramente capace di generare conseguenze immense, come dici, proprio come un gesto, un pensiero, un’opera.
“L’artista ha voluto portare la creatura delle trasparenze e delle vesti cangianti nelle case e nelle stanze”, così scrive il poeta Elio Pecora in occasione della personale Butterfly Effect alla Galleria La Nuvola di Via Margutta. Anche tu immagini che le farfalle abbiano un abito? Se si, che cosa rappresenterebbe?
Sì, immagino che le farfalle abbiano un abito, ma non nel senso umano del termine. Il loro abito non è qualcosa che si indossa: è qualcosa che si è. Il manto è la loro pelle, la loro memoria. È una superficie viva che racconta la trasformazione e l’appartenenza a un paesaggio. Nelle ali si intrecciano bellezza e necessità, seduzione e difesa. Molte farfalle, ad esempio, indossano un abito che imita occhi più grandi, presenze minacciose, tracce di predatori. È un linguaggio primordiale, una forma di intelligenza visiva dove l’immagine si fa protezione e l’apparenza si trasforma in sopravvivenza. L’abito, in questo senso, non nasconde: agisce.
Nel tuo lavoro, quindi, la farfalla sembrerebbe indossare un abito che non è solo decorazione, ma linguaggio e difesa. Che rapporto vedi tra il “vestire” della farfalla e il modo in cui l’essere umano costruisce la propria identità attraverso ciò che indossa?
L’abito è il primo linguaggio visivo che l’essere umano ha inventato per stare al mondo.
Prima ancora delle parole, abbiamo usato superfici, colori, simboli per dire chi siamo, da dove veniamo, e come vogliamo essere visti. È qui che la farfalla si avvicina all’umano. Anche noi costruiamo abiti per esistere e difenderci, per affermare un’identità o per celarla. L’abito umano come quello animale spesso mente. Le sue ali non sono solo belle: sono codici. Macchie che imitano occhi, colori che avvertono la temperatura da cui nascono, pattern che seducono o spaventano. La farfalla “si veste” per vivere. Il suo abito è un atto di sopravvivenza e un gesto estetico inevitabile. Dipingerla con un manto sgargiante significa affermare che la bellezza non è mai superflua, ma necessaria. È una strategia vitale.
Raccontami quali aneddoti del tuo trascorso ti hanno permesso per la prima volta di riflettere su questi temi.
In campagna, da piccoli, coi miei fratelli, giocavamo sempre con abiti antichi rinvenuti da grossi armadi polverosi. I più vecchi avevano 300 anni. C’erano giacche da uomo ricamate con fili in metalli preziosi, divise militari coperte di medaglie, livree per i cocchieri con bottoni dorati i cui stemmi imponevano un significato d’appartenenza. Poi la divisa da guardia pontificia con addirittura il crine di cavallo che spiccava dal suo elmo lucidissimo. Mi rendevo conto che tutto ciò era l’equivalente di “ali umane”. Come le ali delle farfalle, anche questi abiti dichiaravano provenienza, costruivano identità; mettevano in scena il potere, il ruolo, la grazia, trasformando il corpo in simbolo. Il bottone dorato con lo stemma sembrava un occhio che guardava il mondo, dicendo: “io esisto, io appartengo”. I ricami non erano solo decorazione, ma affermazione visiva.
In che modo il concetto di abito dialoga, oggi, con la tua pratica artistica?
Secondo me, la farfalla fa lo stesso con la natura, senza coscienza genetica, ma per una necessità biologica. Nel mio lavoro, dunque, le farfalle non indossano abiti per mostrarsi potenti, ma per ricordarci che la vera eleganza non è costruita, bensì è una conseguenza naturale dell’anima. Le loro ali si fanno metafora di ciò che siamo quando smettiamo di sovraccaricarci di segni esteriori.
Dall’opulenza delle livree si arriva a una verità più semplice e radicale: l’abito siamo noi. Non è il peso del materiale a definire l’identità, ma lo è il nostro modo di muoverci, di guardare, di entrare in relazione con il mondo. È il gesto, non la stoffa. È l’aura, non lo stemma.



