The Art I Wear


INTERVIEW BY ALICE FALSAPERLA
PHOTOGRAPHY  CLAUDIO DONATI

Oriente e Occidente intessono nell’arte un reticolo secolare di fascinazione, scambio e reinterpretazione. Si intrecciano il concetto antico dell’esotismo e quello moderno dell’astrattismo, dove l’essenzialità spirituale e il rigore calligrafico si influenzano in un unico linguaggio formale. Se l’Oriente, con la sua levitas, conserva la memoria di tradizioni e contraddizioni post-industriali, l’Occidente mantiene la definizione dei suoi contorni individuali, tra anatomie del corpo e scienze esatte.

In esclusiva per questo numero di SNOB e in anteprima assoluta, un estratto della mostra fotografica di Claudio Donati, “L’arte che abito“, da me curata; un excursus che attraversa, per mezzo degli abiti indossati dagli artisti, il periodo storico degli Anni Sessanta fino a quello più odierno del panorama artistico contemporaneo. I vestiari diventano, così, testimonianze di scelte artistiche e performative; emblemi che possono ripetersi, assumendo connotati di storie e codici, persino di brand, ma pur sempre dell’adesione a sé stessi. Con le interviste a due artisti-cardine del panorama contemporaneo italiano, Jago e Paolo del Gallo, attraverseremo i temi dell’esposizione.

Jago, scultore di fama internazionale, ha trasformato il suo studio di Napoli in un Museo che prende il suo nome. Sceglie il marmo come materiale distintivo del suo operato; utilizza il “simbolo” come strumento per rielaborare la cultura classica, restituendola in chiave contemporanea, con un’attenzione rivolta al sociale. Paolo del Gallo, collezionista di antichità, ha fatto del suo studio un wunderkammer e della sua indagine un’entomologica, capace di spaziare non solo tra le sfaccettature della natura ma anche in quelle dell’uomo.

Simbolo di una solida influenza occidentale Jago, e di un raffinato influsso orientale Paolo, con entrambi ho avuto la possibilità d’indagare, in maniera differente, le ragioni che muovono scelte creative (e non solo), a partire proprio dal loro abito.

JAGO – L’arte che abito

In molte tue opere compare una piccola pietra: in mano, accanto, alla base delle sculture. Un dettaglio ricorrente a racchiudere il senso della creazione stessa. Con quella monumentale de La Pietà, ad esempio, quella circostanza minuta sembrerebbe sintetizzare tutto il suo dolore e la sua intimità. Qual è stato, invece, il tuo intento?

Fino a oggi non ho mai voluto sbilanciarmi sul significato di quel simbolo che ritorna in diverse opere: dalla Pietà ad Aiace e Cassandra, dal David a Narciso (dove forse non si vede, ma la mano che entra nell’acqua potrebbe comunque stringere un sasso), fino al Figlio Velato. Non l’ho fatto perché sento di non avere, o forse di non voler usare, gli strumenti per definire qualcosa che vive prima delle parole e che, in qualche modo, va protetto da una spiegazione troppo precisa. Dare una definizione unica significherebbe ridurre la molteplicità dei significati che quell’elemento può assumere per chi guarda. Ogni spettatore porta con sé una lettura diversa, un’intuizione personale e, in questo senso, il simbolo resta aperto. Ciò che posso dire è che esiste un legame profondo tra tutte queste opere: non sono immagini isolate o casuali, ma parti di un unico racconto. Un racconto che intreccia la mia storia personale, i luoghi in cui le opere sono nate e, forse ancora di più, il tempo in cui sono state realizzate. Cerco spesso di fare un passo indietro rispetto al desiderio di spiegare o di imporre un significato. Rinunciare a chiarire tutto, per me, è un esercizio quotidiano: significa lasciare spazio allo sguardo dell’altro, accettare che l’opera possa dire qualcosa che io stesso non avevo previsto. Ed è proprio in questo scarto che sento di poter imparare di più. Per questo anche oggi non mi sbilancio, se non per dire che quella presenza ha un senso che va oltre le parole.

Come quella pietra, isolata ed emblematica, che è elemento costante tra le sculture, anche il tuo nome sembra avere la stessa valenza identificativa e unificatrice. Come se il simbolo che indaghi con le tue opere partecipasse alla tua firma. 
Da cosa nasce l’intento di creare un “logotipo” che sottintenda il tuo operato?

In generale, ho sempre riconosciuto un elemento ricorrente negli artisti che ho amato, nei grandi pensatori e nei maestri della tradizione: una dimensione quasi profetica. La loro arte lo è stata, e loro stessi sono stati in qualche modo profeti, attraverso ciò che facevano. Parlano per conto di qualcosa che li abita, in uno stato di entusiasmo profondo che ha molto a che fare con la capacità di restare bambini. Questo riguarda direttamente la ricerca di un’identità: riuscire ad abitarla davvero. Un’identità che va oltre il nome ricevuto alla nascita, oltre le convenzioni, e soprattutto oltre la sola ragione. È un processo che passa dal gesto, dal fare, dal lasciar emergere qualcosa di naturale e necessario. In questo senso, costruire una dimensione personale può tradursi anche in un segno, in un suono che diventa nome: una sorta di “logotipo” che tenta di rispecchiare il sentimento che si mette nelle cose che si fanno. Non come strategia, ma come conseguenza. Mi rendo conto che, nel provare a spiegarlo, il discorso si complica: ciò che interiormente è molto chiaro, quando viene tradotto in parole tende a perdere immediatezza. Ma forse va bene così. In fondo, le cose sono tutte collegate o almeno provano a esserlo.

La tua firma sembrerebbe collegabile alla forza di un brand, una forma di riconoscimento visivo, in qualche modo decifrabile e memorizzabile a livello internazionale. Pensi di aver voluto attuare questo tipo di operazione anche col tuo vestiario?

Forse, a un certo punto, si smette di cercare. Frequentando a lungo la propria interiorità, ci si ritrova naturalmente dentro un modo di essere, e quindi anche di vestirsi, che diventa autentico, senza il bisogno di inseguire interpretazioni esterne. È un processo che appartiene alla crescita: oggi mi sento centrato ma, allo stesso tempo, sempre in ricerca, curioso di capire come anche la mia persona possa evolversi insieme a ciò che faccio. Se dovessi dire qual è il senso della vita, direi che “sta nel fare”. È ciò che fai a qualificarti, a dare forma e significato alla tua esistenza. Per questo, da un punto di vista più materiale, mi interessa sempre meno la “firma” dell’abito: non penso al brand, penso alla comodità, a ciò che mi fa stare bene. Poi, è inevitabile che tutto questo venga letto anche come un segno riconoscibile, quasi come un brand. Ma in fondo cos’è un brand, se non una promessa che nasce da un’identità chiara e coerente?

Non posso che trovarmi d’accordo. A proposito di promessa, credi che l’icona rimanga oggi un modo attuale per veicolare un messaggio più alto?

Lo spero, non tanto da parte mia quanto da chi impiega tempo per guardare la mia opera, aiutandomi ad osservarla in modo diverso. Io credo molto nel simbolo che non si muove. Ad esempio, la mostra, che è un format che tu conosci bene, è qualcosa che inizia e se ne va. Invece vorrei creare cose che rimangano lì, come valore simbolico che perdura. Magari questa mano continuerà a comunicare a distanza di anni; si saranno perse queste parole che diciamo ora, ma il contenuto dell’opera rimarrà.

Rispetto al panorama contemporaneo, il tuo lavoro, da un punto di vista formale, è in stretto rapporto con la tradizione, pur comunicando con un linguaggio attuale. In che modo coniughi questi due aspetti?

Non credo che la trazione abbia esaurito i suoi argomenti, anzi, la trovo in stretta connessione con la nostra contemporaneità. Gli andamenti, certamente, sono cambiati; un tempo chi si poteva permettere un ritratto, diveniva immortale. L’artista aveva la funzione fondamentale di restituire una forma di eternità. Oggi penso che bisognerebbe allontanare il concetto odierno di contemporaneo, è trattato come se fosse una corrente. L’arte non appartiene mai solo al nostro tempo, e se riuscissimo a uscire da questa idea, come tentativo, si potrebbero includere più aspetti possibili. Io mi sento in comunicazione con il linguaggio dell’antichità, tento di apprenderne le sfumature che sento aggiungersi al mio vocabolario e all’attualità che ci circonda. Vorrei che l’arte generasse dinamiche altre, quasi un tornare ad essere monumento, un punto di riferimento per più persone. In questo modo, diventa un simbolo potentissimo.

PAOLO DEL GALLO – L’arte che abito

«L’artista ha voluto portare la creatura delle trasparenze e delle vesti cangianti nelle case e nelle stanze, e le ha reinventate, dipinte, accolte in segni veloci e vorticanti: per chiuderla in un ostensorio come fulcro del sacro, per fermarne il battito sullo schienale di una sedia, per duplicarne la bellezza in una specchiera, per farne misura del tempo in una clessidra, e tutto mai per imprigionarla in una teca di morte, ma per affidarne il mistero e la grazia all’altrove dell’arte e nel segno della poesia».

(Elio Pecora 2025)

Specie animali e vegetali dominano le tue opere come un microcosmo dove coesistono paesaggio, memoria e ornamento. Tra le varie rappresentate, emerge quella della farfalla, a emblema delle altre. Essa non appare solo espressione delle sfaccettature presenti in natura, ma di una bellezza che permane pur nella sua transitorietà, il cui gesto, seppur piccolo, potrebbe anche generare conseguenze immense. La farfalla cosa rappresenta per te?

La rappresentazione della farfalla è la più gentile che conosca per riportare l’attenzione sull’importanza della bellezza. Si tratta di un miracolo di forme e combinazioni cromatiche, a ricordarci quanto la natura sia, da sempre, la più grande artista. È come se la farfalla, nel suo elegante volo, si sottraesse al peso della terra senza perdere la propria delicatezza, incarnando desideri di leggerezza e libertà. Tale creatura ci rammenta quanto possa essere facile spezzare un equilibrio e quanto sia, invece, necessario imparare a proteggere ciò che appare più lieve, “imponendo” un rispetto nuovo. Molte specie, infatti, sono oggi in via di estinzione, e la loro scomparsa si consuma spesso in silenzio, come una bellezza che rischiamo di perdere senza accorgercene. Nella sua breve e intensa esistenza, la farfalla è capace di racchiudere un’intera idea di tempo, insegnando che ciò che dura meno, spesso può lasciare il segno più profondo. Si tratta di un essere fragile e transitorio, eppure veramente capace di generare conseguenze immense, come dici, proprio come un gesto, un pensiero, un’opera.

“L’artista ha voluto portare la creatura delle trasparenze e delle vesti cangianti nelle case e nelle stanze”, così scrive il poeta Elio Pecora in occasione della personale Butterfly Effect alla Galleria La Nuvola di Via Margutta. Anche tu immagini che le farfalle abbiano un abito? Se si, che cosa rappresenterebbe?

Sì, immagino che le farfalle abbiano un abito, ma non nel senso umano del termine. Il loro abito non è qualcosa che si indossa: è qualcosa che si è. Il manto è la loro pelle, la loro memoria. È una superficie viva che racconta la trasformazione e l’appartenenza a un paesaggio. Nelle ali si intrecciano bellezza e necessità, seduzione e difesa. Molte farfalle, ad esempio, indossano un abito che imita occhi più grandi, presenze minacciose, tracce di predatori. È un linguaggio primordiale, una forma di intelligenza visiva dove l’immagine si fa protezione e l’apparenza si trasforma in sopravvivenza. L’abito, in questo senso, non nasconde: agisce.

Nel tuo lavoro, quindi, la farfalla sembrerebbe indossare un abito che non è solo decorazione, ma linguaggio e difesa. Che rapporto vedi tra il “vestire” della farfalla e il modo in cui l’essere umano costruisce la propria identità attraverso ciò che indossa?

L’abito è il primo linguaggio visivo che l’essere umano ha inventato per stare al mondo.
Prima ancora delle parole, abbiamo usato superfici, colori, simboli per dire chi siamo, da dove veniamo, e come vogliamo essere visti. È qui che la farfalla si avvicina all’umano. Anche noi costruiamo abiti per esistere e difenderci, per affermare un’identità o per celarla. L’abito umano come quello animale spesso mente. Le sue ali non sono solo belle: sono codici. Macchie che imitano occhi, colori che avvertono la temperatura da cui nascono, pattern che seducono o spaventano. La farfalla “si veste” per vivere. Il suo abito è un atto di sopravvivenza e un gesto estetico inevitabile. Dipingerla con un manto sgargiante significa affermare che la bellezza non è mai superflua, ma necessaria. È una strategia vitale.

Raccontami quali aneddoti del tuo trascorso ti hanno permesso per la prima volta di riflettere su questi temi.

In campagna, da piccoli, coi miei fratelli, giocavamo sempre con abiti antichi rinvenuti da grossi armadi polverosi. I più vecchi avevano 300 anni. C’erano giacche da uomo ricamate con fili in metalli preziosi, divise militari coperte di medaglie, livree per i cocchieri con bottoni dorati i cui stemmi imponevano un significato d’appartenenza. Poi la divisa da guardia pontificia con addirittura il crine di cavallo che spiccava dal suo elmo lucidissimo. Mi rendevo conto che tutto ciò era l’equivalente di “ali umane”. Come le ali delle farfalle, anche questi abiti dichiaravano provenienza, costruivano identità; mettevano in scena il potere, il ruolo, la grazia, trasformando il corpo in simbolo. Il bottone dorato con lo stemma sembrava un occhio che guardava il mondo, dicendo: “io esisto, io appartengo”. I ricami non erano solo decorazione, ma affermazione visiva.

In che modo il concetto di abito dialoga, oggi, con la tua pratica artistica?

Secondo me, la farfalla fa lo stesso con la natura, senza coscienza genetica, ma per una necessità biologica. Nel mio lavoro, dunque, le farfalle non indossano abiti per mostrarsi potenti, ma per ricordarci che la vera eleganza non è costruita, bensì è una conseguenza naturale dell’anima. Le loro ali si fanno metafora di ciò che siamo quando smettiamo di sovraccaricarci di segni esteriori.

Dall’opulenza delle livree si arriva a una verità più semplice e radicale: l’abito siamo noi. Non è il peso del materiale a definire l’identità, ma lo è il nostro modo di muoverci, di guardare, di entrare in relazione con il mondo. È il gesto, non la stoffa. È l’aura, non lo stemma.

Erotismo religioso

Gian Lorenzo Bernini, tra il 1647 e il 1652, fece un vero miracolo, riuscì a scolpire uno stato dell’essere che fino ad allora esisteva solo nell’invisibile: L’Estasi di santa Teresa d’Avila, o meglio la Transverberazione di santa Teresa d’Avila, collocata nella cappella Cornaro, presso la chiesa di Santa Maria della Vittoria, a Roma. 

Non la rappresentazione di una santa, ma il momento esatto in cui il confine tra l’anima e la carne si dissolve in un gemito che il marmo ha trattenuto per tre secoli e mezzo senza consumarsi, senza perdere un grammo della propria violenza emotiva. 

Teresa d’Avila scrisse, nei suoi diari, con la precisione allucinata di chi ha vissuto qualcosa che il linguaggio non era ancora attrezzato a nominare: «È inesprimibile il modo con cui Dio ferisce l’anima. Il tormento è così vivo che l’anima esce fuori di sé, benché insieme sia tanto dolce da non poter essere paragonato ad alcun piacere sulla terra. Lo spasimo della ferita era così vivo che mi faceva uscire nei gemiti — ma insieme tanto dolce da impedirmi di desiderarne la fine. Benché non sia un dolore fisico ma spirituale, vi partecipa un poco anche il corpo, anzi molto. Allora tra l’anima e Dio passa come un soavissimo idillio» 

Parole che avrebbero scandalizzato qualsiasi censore laico se trovate in un romanzo libertino dell’epoca, ma che circolarono liberamente perché erano indirizzate a Dio, il che ci dice qualcosa di fondamentale non soltanto sulla doppia morale del Seicento ma sulla natura perenne del desiderio umano, sulla sua capacità di travestirsi da elevazione spirituale ogni volta che la società gli nega una via diretta, ogni volta che la norma lo costringe a trovare un altro nome per la stessa cosa.

Bernini lesse quelle parole e le scolpì con una fedeltà che i suoi contemporanei non seppero se interpretare come devozione o come provocazione — e forse, nella mente di un uomo tanto intelligente da capire che le due cose non si escludono ma si alimentano a vicenda, la distinzione era deliberatamente irrisolvibile.

Il Concilio di Trento aveva affidato all’arte il compito brutalmente pragmatico di persuadere i fedeli, di ricondurli alla Chiesa attraverso la forza visiva dell’immagine — ed è lo stesso meccanismo, immutato nella struttura profonda attraverso i secoli, di chi governa l’attenzione delle masse non attraverso la ragione ma attraverso il corpo, attraverso quella grammatica del desiderio che precede qualsiasi elaborazione intellettuale (le gonnelline in tv che ammiccano seduttive). 

Gli artisti del Seicento non potevano fare opere erotiche — ma la Chiesa stessa commissionava opere che erano, nella loro sostanza visiva e emotiva, esattamente questo: corpi l’ abbandono totale della volontà individuale a una forza superiore che veniva chiamata Dio ma che aveva la stessa fenomenologia sensoriale dell’amore fisico, della resa, del piacere che tocca la soglia del dolore – risuona una certa sensazione sensuale dell’amplesso amoroso – e per questo i pittori legati dalle regole – ci sguazzavano. 

È interessante l’espressione del serafino — gioioso, quasi capriccioso nel suo atto di trafiggere e penetrare — non mitiga ma amplifica, poiché anche lui partecipa di quella complicità sottile tra il dolore e il piacere – prima ancora che il barone Leopold von Sacher-Masoch ne scrivesse un capolavoro. 

Quello di Bernini è il vero miracolo: il momento in cui la sofferenza e il piacere cessano di essere opposti e diventano la stessa cosa, in cui l’amore — che sia divino o umano, che si chiami grazia o desiderio — travolge ogni confine tra l’anima e il corpo, tra il sacro e il carnale, tra il gemito e la preghiera, lasciando il soggetto in quello stato di sospensione totale che Teresa chiamava idillio e che noi, guardando quella bocca dischiusa, quella testa rovesciata all’indietro, quelle vesti scomposte nel momento esatto della resa, riconosciamo con una certezza che non passa per il pensiero ma arriva prima, più in profondità, in quel luogo del corpo in cui la bellezza e il desiderio hanno la stessa residenza.


(immagini Wikipedia)

Luca Cantore D’Amore

INTERVIEW BY MIRIAM DE NICOLÒ
PHOTOGRAPHY GIANLUCA GATTA
PRESS OFFICE MARIA GRAZIA VERNUCCIO

Se oltrepassando la soglia di una casa che non è la tua, intravedi sulle pareti (nell’arco di quei dieci secondi in cui cerchi di fotografarla) le opere che hanno cambiato la tua esistenza, il legame che nasce con chi quelle immagini ha scelto di vederle ogni giorno della sua vita, ha la stessa naturalezza di quel cucciolo d’animale che, appena nato e aperti gli occhi, crede sia “madre” l’uomo visto per la prima volta e lo segue con istinto filiale.

Nella grande sala illuminata dalle ampie finestre, su quelle pareti, L’isola dei morti (Die Toteninsel) di Arnold Böcklin, dalla cui tenebrosa enigmaticità furono attratti diversi artisti, pensatori e letterati, come Freud, D’Annunzio e non ultimo Hitler, che ne acquistò una copia portandola con sé nel bunker dove si tolse la vita; il Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich; e una serie di Jack Vettriano, il pittore dell’eros, della sensualità, del desiderio, che il proprietario di casa scoprì a 18 anni sfogliando una rivista, ed il primo autore ad appassionarlo all’arte.
Soffermandosi su quei dipinti pensò: “Allora le immagini possono raccontare qualcosa che io non so di avere dentro”.

Vettriano ed il languore, l’insinuante, la sessualità, il pittore del sospetto. 
Vettriano che desidera, e desidera che il mondo si ami in maniera anche un po’ noir.
Vettriano che racconta le coppie che si amano, ma che siano clandestine o che si abbraccino da vent’anni, questo, la vera opera d’arte, siamo noi a definirlo, nel nostro intimo, attraverso la nostra personale esperienza.
Se non fosse stato per lui, non avrei mai fatto il critico d’arte”.

A parlare è Luca Cantore D’Amore, il destino nel nome, refrattario alle definizioni, e una casa che parla: una sorta di galleria d’arte dove colleziona passioni, traguardi raggiunti, le opere che lo ritraggono, come “A Luca cantore di se stesso“, il ritratto ermetico e un po’ critico che gli fece Marco Nereo Rotelli, uno dei più grandi artisti italiani viventi, 10 Biennali di Venezia e da lui soprannominato il Doge, suo padre artistico.

Luca Cantore D’Amore odia le etichette, si sottrae alla definizione di curatore d’arte, di critico, di intellettuale, di scrittore, anche se in definitiva ha pubblicato un libro (L’estetica del decanter, 2019 – oltre a volumi e cataloghi artistici), curato diverse importanti mostre (è Direttore Artistico di Gad, della fondazione «Bartolomeo Gatto», de «Il Prisma» lo studio di architettura internazionale di Milano) e giocato come un paroliere, ma l’aura del poeta è quella che preferisce, forse perchè il poeta fa tutto questo, ma con il cuore.


Tre parole per descriverti.

Tre parole sono pochissime. Furioso, inesauribile, appassionato.
L’inesauribilità a volte si paga anche con lo scotto di ritmi troppo frenetici, talvolta nevrotici, ma la furia ti fa sostenere l’inesauribilità, tutto sul letto della passione che regge ogni cosa. 

Perché non ti piace essere definito “curatore d’arte?

Non mi ritrovo nella definizione di specialismo. Un grandissimo antropologo contemporaneo parlava di idiotismo specialistico. L’intellettuale 3.0, a mio parere, deve avere una liquidità tra gli ambiti, quindi essere solo un curatore ci riporta sempre a una definizione che spiega perfettamente José Mourinho nella frase “chi capisce solo di calcio non capisce nulla di calcio”.

Questo in termini paradigmatici è applicabile a qualsiasi disciplina. Chi capisce solo d’arte non capisce nulla d’arte, chi capisce solo di cinema non capisce nulla di cinema. La cultura o è tutto o non è. È intersecata, intrecciata, deve necessariamente essere elastica.

Hai più volte dichiarato di aver dedicato la tua vita allo studio della bellezza. Qual è la tua definizione di bellezza? 

Thomas Mann diceva che può trafiggerci come un dolore. Mentre Paolo Sorrentino insegna che la bellezza include anche lo squallore, che non è bruttezza, è asimmetria, ritualità che non hanno sempre un’armonia ma hanno un senso.

Bellezza è quello slancio emotivo che una volta intercettato ci dà la possibilità di spostare l’asse di noi stessi per qualche millimetro. E non siamo più quelli di prima.

All’altro polo troviamo il concetto di morte, che nelle tue elucubrazioni rimandi spesso quale accettazione della vita, con un approccio quasi artistico ed estetico. È corretto? 

Assolutamente sì.
La morte è uno spettro perenne, costante, che ingombra e ci invade nel momento in cui finisce la giovinezza, che fa rima con eternità.
Io credo che uno dei tempi più affascinanti, in quanto umani, sia la finitezza che ci caratterizza. Essere destinati a perire conferisce valore all’attimo e credo che la vita vada vissuta per ampiezza, cioè articolando ogni senso, ogni dimensione sentimentale, emotiva, delle cose; vivere per fronte, non come in una retta, come in una linea.

Diceva De Crescenzo, grande filosofo contemporaneo, che non ha grandi meriti innovativi perché la filosofia è stata scritta tutta prima di lui, ma ha grandi meriti divulgativi, “se noi vedessimo la vita come qualcosa che si svolge sull’asse delle ascisse e delle coordinate, vedremmo che dopo aver vissuto 60 anni, se non avessimo provato mai alcuna emozione, il tempo sarebbe stato appunto un sessantenario. Ma se noi invece svolgessimo la nostra vita deludendoci, soffrendo, amando, gioendo, patendo, immalinconendoci, si genererebbe una retta che non è più lineare, ma va su, giù, su, giù, e questo genererebbe una compressione del tempo. Quindi l’eterna giovinezza passa per la capacità di emozionarsi, sempre.

Night and Day sono i due macrotemi di questo numero. Qual è la tua natura più profonda? Sei più un animale notturno o vivi con e attraverso la luce? 

Devo risponderti con due citazioni. La prima è di Walt Whitman «Mi contraddico, poiché contengo moltitudine». E l’altra è un meraviglioso verso di Shakespeare «di notte e di giorno d’intorno girando».

Questa vita frenetica è una montagna russa sentimentale che gira e rigira di notte e di giorno avendo un funzionamento costante ma diverso. Di notte si crea. Immaginare che Mascagni abbia scritto «La Cavalleria Rusticana» di giorno è poco credibile, La Cavalleria Rusticana si scrive di notte, così come Dante scriveva di notte, ne sono sicuro, come lo era Shakespeare: «notte fatta non fosti per dormire».

Io sono un animale notturno dal punto di vista intellettuale e un animale diurno dal punto di vista manageriale. Però la notte per me è un rifugio, un grande involucro poetico e legittimante. 

Che ruolo ricopre oggi l’arte in questo esatto momento storico attraversato dall’intelligenza artificiale? E’ cambiato dal Cinquecento Fiammingo o in qualche modo il suo significato più profondo è sempre lo stesso? 

È cambiato completamente e il suo significato più profondo quasi non esiste più. Si intreccia con il marketing, la comunicazione, con quello che viene nomenclato art-washing, cioè un pulitore di coscienza e di economia, di sistemi e meccanismi aziendali. L’arte vera presuppone la solitudine, la lentezza, la sofferenza, ma oggi queste sono tematiche che tutti scacciano, rigettano, rifuggono.

Non si va a fondo, perché andare a fondo significa dover fare i conti con noi stessi. Spesso anch’io sono vittima di questo circo, dell’enorme carillon sempre funzionante che è Milano, da me ribattezzata Eventopoli. Quando tutto accade e ognuno sente la necessità di fare eventi, di manifestare cose, il paradosso è che la qualità si rivela a ribasso perché nulla si distingue più, è tutto omogeneo.

Il vero dramma è dover sottostare ad una serie di dinamiche che quasi inevitabilmente ti espongono alla velocità e di conseguenza alla superficialità, sfugge quella che in filosofia estetica si chiama l’essenza delle cose, l’essenza del pensiero.

Leopold von Sacher-Masoch ci ha parlato, senza mentire, delle suo ossessioni, lasciandoci un caposaldo letterario, “Venere in pelliccia” 1870. Citi spesso il termine “ossessione” quando parli di arte, svelaci le tue.

Sin da bambino sono stato felicemente sopraffatto dall’insensatezza dell’esistenza, dentro cui oggi svolgo un’attività ancora più insensata, ma con delle impalcature per non sentirmi smarrito e dove c’è spazio anche per il divertimento, da cui derivano tante mie manìe che deflagrano oltre il tema dell’arte, come il mio ordine ossessivo, preparo i vestiti dal lunedì alla domenica, per tutta la settimana saprò come vestire.

Ti pensavo caotico. 

Sono caotico a livello mentale, non a livello operativo. L’architettura del mio tempo è ben scandita, altrimenti la creatività, se non affiancata al metodo, diventa delirio. Essere artisti non legittima la casualità.

Tra le figure che continuano ad ispirarmi nel mondo dell’arte c’è senza dubbio quella di Philippe Daverio, che l’ha democraticizzata entrando nelle case di tutti gli italiani con “Passpartout”, un programma televisivo che l’ha resa semplice e comprensibile. So che è stato un tuo caro amico, puoi raccontarci un aneddoto a lui legato? 

Assolutamente, tengo anzitutto a ringraziarlo, da qualche parte nel cosmo sono sicuro mi starà ascoltando. Philippe ha introdotto nella storia dell’arte e nella cultura una cosa che prima di lui non esisteva: il sorriso. L’intellettuale, prima di lui, era visto come qualcuno di gobbuto, noioso, ghettizzato dal mondo dello sfavillio, mentre lui viveva la cultura in un modo così disinvolto, così raggiante e canzonatorio che te ne faceva appassionare. La cultura è uno di quegli ambiti che non puoi dire di conoscere se non sai trasmetterla, e lui in questo era un monumento vivente.

Il vero aneddoto è molto personale. La prima volta che mi invitò a casa sua, prima ancora di farmi entrare in casa mi fece attendere 30 secondi sul pianerottolo, pioveva in un modo vertiginoso e notai fuori la sua porta di casa un ombrello, un oggetto così semplice che lo rese però umano ai miei occhi e pensai che alla fine anche Philippe, nei giorni di pioggia, avesse bisogno dell’ombrello. Varcando quella porta, entrando in quel trionfo vivente che era la sua casa studio, capii una cosa molto forte senza che lui me la spiegasse, e cioè che se te lo metti in testa puoi rendere la tua vita un vero capolavoro. 

Gabriele D’Annunzio, vero dandy e grande snob, scrisse “vivere non significa semplicemente esistere, ma trasformare ogni momento in un’opera d’arte”. Cosa rispondi agli anemici di creatività, convinti che sia impossibile avere una vita capolavoro, che loro ingenuamente credono possibile solo nei film? 

Non sanno cosa si perdono.
Ricordo, senza fare nomi, una grandissima scienziata astronauta che durante una conferenza si schierò contro la creatività, dicendo che solo la scienza avrebbe salvato il mondo, ed elogiava se stessa e questa sua smania di capire l’universo, le stelle, gli altri pianeti, magari visitarli. Un attimo dopo il professor Riccardo Valentini, Premio Nobel per la Pace, membro dell’Intergovernmental Panel on Climate Change e mio caro amico, si interrogò “Non è che forse questa sua passione per il mondo, per l’universo, per le stelle, per i sogni, deriva da quella creatività fumettistica dei cartoni animati, quindi dall’arte da cui inevitabilmente è stata condizionata da bambina!?

Lo snob che più ami nella storia? 

Philippe Daverio, uno snob democratico.
Sabino Cassese dice che l’intellettuale non deve trincerarsi sulla sua torre d’avorio, nonostante il suo sapere, altrimenti diventa snob. Snob può avere una definizione sia mortificante che lucente, ovviamente, e tu sei capostipite di questa definizione, SNOB può essere la volontà di elevare a una potenza X noi stessi, una versione migliore di noi; in questo Daverio era fortissimo perché estremamente selettivo in termini culturali ed intellettuali, ma ascoltava tutti, sorridendo, e poi faceva l’operazione più difficile degli snob, che faceva anche D’Annunzio, cioè scremare, sfrondare. Essere snob non vuol dire avere pregiudizi, vuol dire scegliere, allora lì sei uno snob vistoso. 

Domanda di rito, quanto sei snob? 

Con i pescatori nei porticcioli a Salerno, quando fuggo dal caos di Milano e dalla mia vita isterica, parlo della tonalità vaporosa del tramonto; le loro storie contengono verità poiché affondano le radici sul terreno fertile dell’autenticità che nessuna modernità, nessuna cultura, nessun libro può darti.

Sono Snob perchè scelgo e anch’io seleziono, come si selezionano gli amori, gli amici, i vestiti, le automobili che compriamo, gli orologi che produciamo, però ascolto tutti, perché la verità viene dal basso, non dall’alto, mai.

“We need colours to survive this world”, la mostra di Monica Silva a Venezia

“We need colours to survive this world”, la mostra di Monica Silva a Venezia
Quando i colori diventano salvezza

We need colours to survive this world” – abbiamo bisogno dei colori per salvarci in questo mondo. Non è solo il titolo della mostra che la Fondazione Giorgio e Armanda Marchesani di Venezia ospita dal 16 ottobre al 9 novembre, ma il manifesto esistenziale di Monica Silva, fotografa italo-brasiliana che ha fatto del colore la sua lingua madre e della fotografia uno strumento di riscatto.

Nata a San Paolo con radici nella tribù Guaraní, Monica arriva in Italia oltre trent’anni fa portando con sé un bagaglio di sogni impossibili. «Provengo da una famiglia povera, dove studiare sembrava impossibile», racconta. Ma è proprio l’arte a salvarla: prima modella, poi conduttrice e assistente alla regia, scopre la fotografia a Londra nel 1986 e non la abbandona più.

Il colore come terapia

I colori di Monica Silva non sono mai innocui: rassicurano e spaventano, esplodono in tonalità vivide e si confrontano costantemente con l’ombra, il buio, la morte. È un’eredità caravaggesca riletta in chiave pop, scoperta a Napoli e poi reinterpretata nel progetto “Lux et Filum” del 2014. «Ho voluto lasciare spazio a quel margine interpretativo che non esplicita tutto», spiega l’artista, che nei suoi scatti gioca continuamente con il contrasto tra luce e tenebra, presenza e assenza, vita e morte.

La fotografia diventa per lei strumento terapeutico già nel 2003, quando inizia a realizzare autoritratti – “selfie” ante litteram – per ritrovare se stessa in un momento di crisi. «Mi guardavo allo specchio e non mi riconoscevo. Quei racconti per immagini mi hanno dato la possibilità di capire me stessa».

L’angelo che diventa pop

Il fulcro della mostra veneziana è “Gabriel Angel’s White Light“, evoluzione di un progetto nato nel 2022 con l’artista Valerio Fausti. Un angelo ligneo trecentesco viene trasformato in un trittico pop con i colori RGB, avvolto in luci led e retroilluminato: nello spettro luminoso, accompagnato da installazioni sonore, diventa luce bianca pura. «Come una farfalla che rompe il bozzolo», l’angelo abbandona la sua sacralità per abbracciare una nuova identità libera.

Accanto a questo, la mostra presenta circa 25 opere tra fotografie celebri e inediti: ritratti di icone del cinema come Brad Pitt, Tilda Swinton, George Clooney e Willem Dafoe, ma anche volti comuni, filosofi, dirigenti e persone della strada. Tra le immagini più iconiche, “Banana Golden Pop Art” – omaggio a Warhol che racconta la fugacità del tempo e la bellezza nascosta – e il ritratto di Gillo Dorfles, premiato alla Biennale di Venezia 2011.

Dai lavori per Corriere della Sera, Vogue, Vanity Fair e Le Figaro ai progetti “Sacro e Profano” (2019) e “Absence” (2022), Monica Silva costruisce un universo visivo dove ogni colore è una storia, ogni ombra un interrogativo. «L’arte mi ha salvato la vita», ammette. E attraverso i suoi colori forti, le sue luci accecanti e le sue ombre profonde, continua a salvare anche chi guarda.



(foto concesse dall’ufficio stampa)

Titanic – Una mostra sotto il livello dell’oceano

Affascinante è l’impressione di trovarsi in un luogo a cui non si è mai appartenuti e, al contempo, essere spinti dalla curiosità morbosa di calarsi in un’altra epoca e vivere una storia. 

La mostra Titanic: An Immersive Voyage, fa da cantastorie a una delle tragedie più leggendarie del ventesimo secolo. L’Exhibition Hub Art Center di Milano, a Scalo Farini, ha svelato agli spettatori aneddoti e segreti in una accurata e quanto mai ricca esibizione sulla grande vicenda del Titanic.
Grazie a un’eccezionale esperienza multimediale immersiva si viene teletrasportati in un viaggio nel Novecento, la cui percezione così autentica è quella di trovarsi fisicamente a bordo del transatlantico tra i più grandi al mondo, “l’inaffondabile”.

Il percorso si divide in 13 sale raffiguranti il dualismo tra la celebre pellicola di James Cameron del 1997, e l’effettivo Grand Hotel galleggiante concepito al tempo come un miracolo di meccanica, lusso e tecnologia

Una volta ottenuto il biglietto d’imbarco (lo stesso di allora e provvisto di un personale identikit da scoprire), le porte della mostra si aprono sulla ricostruzione scenica più romantica tratta dal film, la prua dove Jack e Rose si scambiano il loro primo bacio. Molto gettonata per fotografie, la sala è inoltre allestita con una collezione memorabile di alcuni accessori e oggetti di scena autentici e riproduzioni riconoscibili, come l’incredibile Cuore dell’oceano (gioiello indossato dalla protagonista Rose, interpretata da Kate Winslet). Da qui in poi ci si prepara a un’escursione entusiasmante all’insegna di una storia piena di grandi promesse e grandi speranze verso il futuro.


La traversata continua ripercorrendo le orme lasciate dal tempo, il prima e dopo la tragica collisione avvenuta nell’oceano Atlantico la notte fra il 14 e il 15 aprile del 1912. Osserviamo passo passo i documenti della sua costruzione, e notiamo che il titanico transatlantico salpò con le dispense piene per ogni classe e ogni occasione (nella lista uova e latte in quantità); una serie di oggetti appartenuti all’equipaggio tra cui il cappello del capitano e uniformi e accessori dei marinai; delle planimetrie digitali degli spazi e degli ingranaggi utilizzati, insieme agli strumenti di lavoro originali e un modellino in scala dell’imbarcazione.

In uno spazio dedicato, con enormi schermi animati, un video racconta l’impatto dell’iceberg con il Titanic all’ora esatta della collisione. Scopriamo la curiosa ipotesi di una “nascita gemellare”, in quanto l’iceberg si sarebbe staccato dalla banchisa nello stesso anno in cui è stato firmato il contratto per la costruzione della nave. Il blocco di ghiaccio sarebbe andato alla deriva lungo l’Atlantico per i successivi cinque anni, mentre il transatlantico prendeva forma sugli scali di Belfast: le due masse avrebbero vissuto vita propria sino al loro tragico scontro.

Oltrepassando una scaletta d’imbarco si arriva nella sala dove la tragedia ha avuto inizio. Fra gli stupefacenti reperti in mostra recuperati dalla nave di lusso e dalle sue due navi gemelle (l’Olympic e il Britannic), ci troviamo di fronte a una collezione di 300 oggetti d’uso comune provenienti da alcune fra le più note collezioni del mondo volute dalla White Star Line per il suo RMS Titanic. Magnifici sono i ritrovamenti di porcellane autentiche, argenti per la prima classe e acciaio per la seconda classe. Per ognuna di queste segue uno schermo digitale con ricostruzioni delle sale da pranzo (diverse per ogni classe) e l’esclusiva sala fumatori riservata solo agli uomini, che fungeva anche da locale notturno, una sorta di gentleman’s club. Superando le camere da letto arriviamo alla parte più opulenta della nave: lo scalone centrale, unica zona mai fotografata nella realtà. Un progetto di maestria artigianale decorato con angeli ispirati alla reggia di Versailles che attraversava sei ponti, tra cui quello delle scialuppe. L’assurdità è che il Titanic era equipaggiato con scialuppe sufficienti per passeggeri ed equipaggio, anche se passate in secondo piano perchè considerato inaffondabile data la struttura a compartimenti stagni, ma che non vennero utilizzate nel totale perchè alcuni passeggeri, all’allarme, preferirono vivere le ultime ora giocando a carte, bevendo o passando momenti insieme ad amici e parenti

L’affascinante tour si conclude con un’esperienza virtuale davvero realistica e ricca di proiezioni e riproduzioni in 3D (con l’uso di visori per la realtà virtuale), tramite cui riviviamo in prima persona gli ultimi attimi di vita del Titanic da una scialuppa di salvataggio, per poi immergerci a bordo di un sommergibile e scoprire il relitto dell’inaffondabile così come viene mostrato oggi sul fondo dell’oceano. 

Con la mostra Titanic: An Immersive Voyage è possibile ricostruire un universo che da oltre 112 anni giace a quasi quattromila metri di profondità. Un’esposizione che ha scelto l’Italia per debuttare in Europa, e la cui tragica fama ha scosso l’animo di tante persone in tutto il mondo e che ancora oggi fa discutere.

La storia del Titanic, ormai indimenticabile, sarà ricordata come una terribile fatalità e non certo come un incidente meccanico o un errore di progettazione. Vivere l’esperienza da protagonisti — come attori e non più spettatori —  ci permette di ricordare con commozione un grande sogno trasformatosi purtroppo in tragedia.

Max Papeschi, arte pericolosa

MAX PAPESCHI – ARTE PERICOLOSA

Ha venduto sua madre all’asta, ha deflorato Minnie lanciandone il video integrale su YouPorn per poi ricorrere al matrimonio riparatore, ha ricoperto il ruolo di Ambasciatore Culturale della Corea del Nord, se pensate di aver vissuto un periodo pulverulento dell’arte, allora non conoscete Max Papeschi, il genio del marketing.

Artista italiano tra i più conosciuti all’estero, Max Papeschi ha un passato da autore e regista teatrale, cinematografico e televisivo; buca il mondo dell’arte contemporanea nel 2008 per lasciare il segno. Per sempre.

Racconta le sue marachelle artistiche in “Vendere Svastiche e Vivere Felici” l’autobiografia edita da Sperling & Kupfer (Gruppo Mondadori) uscita nel 2014. Che è matto da legare lo ammette, forse non si rende ancora conto del clangore che risuona oggi, dopo aver lanciato sul mercato l’Eau de Parfum Hitler n.5, vestito Topolino con la divisa fascista, beffeggiato il leader nordcoreano Kim Jong-un, dissacrato ogni simbolo della storia, esorcizzandone il significato attraverso l’uso delle arti.

Max Papeschi

Non ti manca tua madre, dopo averla venduta all’asta per due spicci?

Quello è stato il momento più divertente. Era un periodo di grande successo, titoli di giornale da ogni parte del mondo, rientravo dal successo mediatico della deflorazione di Minnie su Youporn, durante una cena dico al mio agente “Ma sì, in fondo chi se ne frega della notorietà” e lui mi risponde “Ma se venderesti tua madre per avere un altro anno così“.

Nasce quindi da una battuta.

Esatto, ma tutto il polverone mediatico di news è stato realissimo, giornalisti che chiamavano a tutte le ore e da ogni parte del mondo, nessuno a cui interessava smentire la notizia, piuttosto era importante che i giornali per cui lavoravano facessero clickbait.

Ma tua madre come l’ha presa?

Mia madre si è rifiutata di interpretare mia madre in galleria (ride), al Rinascimento Contemporaneo di Genova, per cui ho dovuto ingaggiare un’attrice datata che sedesse su una sedia, con accanto un trolley e un cartello che citava così “Mamma di Max Papeschi”. E’ stato divertentissimo. In Italia mi chiamò anche Giancarlo Magalli per invitarmi alla trasmissione I Fatti Vostri, ovviamente accompagnato dalla mia vera madre e lei ha risposto “Neanche morta”.

Ma qualcuno l’ha comprata?

L’abbiamo messa fuori a un milione di Euro per essere certi che nessuno la comprasse veramente. (ride)

E se si fosse presentato uno sceicco per riscattarla?

Pensa che imbarazzo, avrei dovuto dire all’attrice “Scusi signorina, mi spiace ma deve seguirlo”.

NaziSexyMouse, Max Papeschi artwork

Perchè non hai lasciato Minnie alla sua illibatezza?

Volevo fare sesso con uno dei miei personaggi, e ho scelto Minnie. Ha seguito le stesse orme di Paris Hilton e Pamela Anderson, sai quelle scelte di marketing studiate a tavolino, lanciate quasi per caso sui canali porno per poi regalare al personaggio notorietà e visibilità immediate, contratti, e lavoro. Abbiamo caricato un video integrale su YouPorn, (la Minnie reale era un’attrice porno), abbiamo pensato che Disney, una volta uscito il video, l’avrebbe licenziata poverina, così sono stato costretto a sposarla, per ridarle onestà e dignità.
Ultimamente ho ricevuto una mail di una pagina e mezzo di un fan che elogia il progetto e che mi chiede di spedirgli il video perchè non lo trova più su Youporn, proverei su Redtube.

Un mockumentary?

Esattamente, come quando nel 2016 sono stato nominato Ambasciatore del Ministero della Propaganda Sociale e Culturale della Repubblica Popolare Democratica di Corea del Nord da Kim Jong Un in persona. Si sono scomodati tutti i giganti dell’arte per omaggiarlo, Marina Abramovic, Banksy, Vanessa Beecroft, Maurizio Cattelan, Lucio Fontana, Piero Fornasetti, Damien Hirst, Jeff Koons e Andy Warhol.

E sei ancora vivo?

Il Consolato della Corea del Sud ha richiesto subito un incontro, mi hanno confiscato il cellulare per evitare che registrassi. Sul tavolo la console aveva un dossier grosso quanto una casa, con su il mio nome.
La foto di Kim Jong Un che mi stringe la mano era su tutti i giornali sudcoreani che dicevano “Artista italiano finge di essere l’Ambasciatore della Corea del Nord”. Mi sono divertito un sacco.

Avrai dei legali che ti tutelano in casi come questi?

No. Io sono proprio spericolato.

Sei matto. Ma quante volte sei finito nei casini?

Dipende cosa intendi per casini, perché quei casini sono gli stessi che mi divertono.

Casini economici, anche.

Nessuno. La Corea del Nord non ti fa causa per una buffonata. Al massimo ti fa ammazzare.

The Leader is Present

Hai fatto niente che fosse realmente pericoloso per la tua incolumità?

Il grande vantaggio dell’ arte contemporanea è che si ha la possibilità di utilizzare brand, loghi, personaggi noti, per il tuo racconto, per giocare su una realtà distopica. Anche se le minacce, mi sono arrivate eccome.

Minacce da chi?

Nazisti polacchi. Si sono offesi perchè ho denudato Minnie che posa davanti ad una svastica. “Quando vieni in Polonia, vedrai”. Insomma in Galleria avevo le guardie del corpo.
Ma si è offesa anche la comunità ebraica perchè “usi la svastica per le tue cazzate”. Poi i patrioti americani che hanno detto “non è una svastica, stai dicendo che gli americani sono dei mezzi nazisti”. E la pagina di giornale “Max Papeschi must die.” Un pochino fa paura, ho pensato, potrebbe spararmi uno psicopatico con disturbi mentali durante una mostra.

Just Married 2008

Il tuo linguaggio è la provocazione?

Il mio linguaggio è racconto. E’ satira. Io arrivo dal teatro, ho giocato sulle nevrosi e sulle ipocrisie della civiltà occidentale. Erano gli anni ’90, periodo di grandi pubblicità e consumismo; la tv era l’Internet di oggi, dove c’è sempre qualcuno che ti indirizza ad una scala valoriale che gli porta soldi.

“Extinction”, il tuo ultimo lavoro artistico, sta toccando diverse tappe, dalle gallerie di Milano alla “Soglia Magica” di Malpensa. 54 statue con il corpo dei guerrieri di Xi’an e le teste di nani da giardino scoperti da una razza aliena. E’ un monito contro il rischio di estinzione della razza umana?

Io credo che la razza umana tenderà sempre a cavarsela, ma non senza aver subìto sofferenza, così come ci insegna la storia. La povertà che ci toccherà non sarà solo economica, ma culturale, e la stiamo già vivendo.

Max Papeschi artwork, cover creata appositamente per il numero cartaceo di SNOB


Credi che l’AI aiuterà la razza?

Credo che il 50% della popolazione perderà il proprio lavoro e faticherà ad arrivare a fine mese, oltre a perdere stimoli intelligenti. L’AI entrerà senza dubbio nella vita di tutti i giorni, i cellulari l’avranno integrata, i taxi si guideranno da soli (A San Francisco è già realtà), soppianterà le macchine e i lavori noiosi che possono logorare l’essere umano, come quello del mulettista, del corriere o del magazziniere. Se queste persone, una volta perso il mestiere, saranno in grado di soddisfare i bisogni secondari e terziari altrove, quindi gratificandosi, allora sarà meraviglioso, in caso contrario ci sarà una grande crisi e senza dubbio un’evoluzione della razza.
Spero solo che non entri di petto nella creatività.

Perchè?

Perchè è tutto troppo perfetto e noioso.
Anche io ho iniziato a studiare le dinamiche di Midjourney, un’estetica effetto marmellata, dieci macro categorie
che si ripetono. L’AI deve essere un mezzo per elaborare tempi complessi, diventa uno strumento meraviglioso solo se lo guidi tu, non se lo lasci all’anarchia.

Domanda di rito. Quanto sei snob?

Comincio a soffrire il disinteresse dilagante alla cultura, la totale ignoranza della storia e del tempo presente, arma utilissima per la risoluzione dei problemi, la comprensione dei macrofenomeni e dello spirito del tempo, il concetto di zeitgeist. Se tutto questo manca, si rimane totalmente indifesi.
Questo snobismo culturale, ti devo dire la verità, ce l’ho.

Rien 2023, seconda cover del numero cartaceo di SNOB 2024

MARIO SCHIFANO. COMPAGNI IN UN’OASI SOTTO IL CIELO STELLATO

Un vero atto di mecenatismo come non si vedevano ai tempi della Guggenheim, la mostra “Mario Schifano. Compagni in un’oasi sotto il cielo stellato”, è il vero regalo che dovreste farvi in questa quanto mai caotica Milano Design Week, uno spazio surreale dove per la prima volta in assoluto, avrete l’occasione unica di vedere le opere mai fotografate e mai esposte prima, del grande artista Mario Schifano.

La location, un ex convento ristrutturato e oggi adibito a spazio multifunzionale, head quarter di Hopafin S.P.A., società specializzata in rent luxury appartment, è aperta al pubblico fino al 19 maggio 2024 ed ospita ben venti tele realizzate dal maestro della Pop Art negli anni Sessanta.
“Inevitabile viaggio a Marrakesh” – “Compagni” (bacio), del 1968 – Oasi (o Palme) – e 8 incredibili tele “Tutte stelle”  del 1967 – che furono le pareti della stanza di Patrizia Ruspoli, principessa la cui dimora romana fu dipinta da Mario Schifano con stelle realizzate a stencil spray.

La mostra è forse un evento che non si ripeterà mai più nella storia, una chicca dal cogliere al volo per poter rivivere il percorso artistico e il pensiero di Mario Schifano, che fu il primo vero sperimentatore delle tecniche pittoriche; opere provenienti da collezioni private e proprietà di Roseto, vi faranno viaggiare nei luoghi deserti in cui Schifano riproduceva le famose palme. Di ogni dimensioni e colore, le palme forse sono il ricordo lontano delle radici d’infanzia, quelle libiche della nascita, zone di luce e d’ombra attaccate all’artista come una sorta di nostalgia, la dolce-amara melanconia che cercò di scacciare con le cattive abitudini. Ma lo sanno bene le nature saturnine, che è in questi anfratti che si sveglia la coscienza e l’intuizione, lì dove il dolore non passa.

Di rosso e nero laccata, l’opera “Compagni Compagni” cattura magneticamente l’attenzione; qui c’è tutto il pensiero politico di Schifano e la cronaca del suo tempo, una tela coperta da una lastra di plexiglass che riflette il paesaggio circostante (una scelta voluta?).

Non c’è mai in me il desiderio di ricreare la realtà, le cose sono tutte diverse tra loro ed io voglio rappresentarle nella loro diversità; la mia maniera è guardare.”

In questa affermazione, Schifano ci accompagna alla visione di una realtà personale e personalizzata, il nostro sguardo all’interno della mostra converge nell’esperienza che abbiamo dell’arte e nella conoscenza della vita dell’artista ma, se rispettiamo il suo concetto di “reale”, allora, forse, avremo la possibilità di viaggiare in quei luoghi che egli stesso ha voluto immortalare per donarceli. E allora una palma non sarà una semplice palma, ma una fotografia di Marrakesh che lo ha fatto innamorare. E il gesto di una bomboletta spray non sarà un semplice schizzo istintivo, ma la padronanza della tecnica che viene semplificata e modernizzata dal presente, un presente che Mario Schifano viveva come fosse l’ultimo presente, assorbendone tutta l’energia e la vitalità.

Mario Schifano. Compagni in un’oasi sotto il cielo stellato” è una mostra promossa da Roseto e Harves, nuova società specializzata nell’intermediazione di proprietà di pregio del segmento luxury real estate sostenuta da Hopafin, holding leader in Italia e una delle più importanti in Europa a governo di un gruppo con core business nel settore immobiliare e creditizio.

Curata da Monica De Bei Schifano e Marco Meneguzzo, e organizzata da Art Relation di Milo Goj, società leader nella consulenza per il mondo dell’arte, in collaborazione con l’Archivio Mario Schifano, la mostra ripercorre temi importantissimi della narrazione d’artista, dal periodo musicale psichedelico (è nel 1966-67 in collaborazione con Ettore Rosboch che Schifano forma la band “Le stelle di Mario Schifano”) ai movimenti della contestazione politica.

La mostra riguarda un periodo breve e intenso di Schifano, che lo vedeva da un lato impegnato a vivere, a condividere e a registrare in pittura i cambiamenti nel costume – a partire dalla conquistata libertà nelle relazioni e dalla liberazione sessuale” afferma il curatore della mostra, Marco Meneguzzo. “Inoltre costituisce un unicum e una prospettiva assolutamente nuova nella pur vastissima serie di mostre su di lui. In mostra sono esposte opere di grandi dimensioni, realizzate appositamente per personaggi che come lui stavano vivendo le stesse sensazioni, e mai più esposti da allora, come la stanza “Tutte stelle” – dal pavimento al soffitto un ambiente psichedelico – realizzato per Patrizia Ruspoli”.

Siamo orgogliosi di ospitare questa mostra nel nostro spazio, un ex convento, gioiello nascosto nel cuore di Milano. chiostro diventato oggi uno spazio privilegiato per sviluppare connessioni tra l’universo artistico e il contesto cittadino – afferma Andrea Pasquali, Amministratore Delegato di Hopafin S.P.A.

E la sensazione che vi porterete addosso, dopo la visita alla mostra, è di leggerezza autentica, un riassunto di tutta la sua vita, dagli incontri al Caffè Rosati di Roma, con gli altri Fellini, Moravia e Pasolini, ci si ritrova l’eco di quelle conversazioni; dai colori della Factory di New York, si sente il profumo della psichedelia e tutto quell’apparente caos della sperimentazione ossessiva e assetata che l’immensa e numerosa produzione artistica può confermare.

Mario Schifano. Compagni in un’oasi sotto il cielo stellato” è forse quella cuspide di civiltà che gli affamati d’arte e di vita come noi aspettavano.

MARIO SCHIFANO. COMPAGNI IN UN’OASI SOTTO IL CIELO STELLATO
DATE: 17 aprile – 19 maggio 2024
LUOGO: SPAZIO ROSETO, corso Garibaldi 95, Milano
Dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 19.00

La Galleria Negropontes partecipa per la prima volta alla fiera NOMAD di St. Moritz, Svizzera

Prima partecipazione a NOMAD St. Moritz
22-25 febbraio 2024

Dal 22 al 25 febbraio 2024, la Galerie Negropontes parteciperà, per la prima volta, a NOMAD St. Moritz, fiera itinerante e internazionale dedicata all’arte contemporanea e al design. Per questa edizione, la Galerie Negropontes ha deciso di presentare un’esposizione che richiama a Mouvements, l’esposizione presentata in parallelo nello spazio di Parigi della galleria dal 20 gennaio al 29 marzo 2024. Mouvements è un inno alla trasformazione artistica e celebra il gesto dell’artista come primo movimento, l’origine di tutta la creazione, dove la materia si trasforma e dà vita all’arte.

Per l’edizione del 2024, la Galerie Negropontes ha scelto delle opere che riflettono lo spirito del movimento, come l’installazione luminosa Pilotis di Éric de Dormael, che si distingue per la leggerezza e la fluidità delle forme, ed è caratterizzata da un sottile gioco di luci e ombre, riflessi e vibrazioni danzanti.

Il ritmo è al centro dei dipinti di Daniel Humair e delle opere scultoree Dune e Arabesque III di Etienne Moyat. Queste opere d’arte e di design, con i loro movimenti interrotti, danno vita a una dinamica visiva che si manifesta nel percorso espositivo.

L’Oval Cremino di Gianluca Pacchioni, che ricorda una ballerina congelata su una nota, cattura un momento di grazia ed equilibrio, mentre il dipinto monumentale di Benjamin Poulanges, grazie al suo stile di pittura innovativo, evoca la fluidità e la continuità del movimento.

Le due opere, Movimento di Mauro Mori e Présence Rubis di Ulrika Liljedahl, utilizzano diversi materiali, come il marmo, il rame e il crine di cavallo, per creare delle forme in movimento che superano i confini dell’arte tradizionale.

Story Board, una scultura realizzata dagli scultori Perrin & Perrin, gioca con le vibranti sfumature di bianco e blu, che creano dei magnifici effetti luminosi e di trasparenze.

Erwan Boulloud conferisce alla materia grezza del gesso un aspetto unico e raffinato, nella sua scultura Traces Anthropo-décadentes, le crepe simboleggiano la bellezza e la ricchezza della trasformazione della materia.

A proposito Galerie Negropontes

Situata tra il Louvre e la Collezione Pinault di Parigi, la Galerie Negropontes occupa una posizione emblematica che unisce l’esperienza del passato alla scoperta del futuro. Il suo obiettivo primario è quello di dare nuova vita alle arti decorative francesi, unito al desiderio di mostrare il lavoro di artisti con esperienze e approcci diversi. Fondata e diretta da Sophie Negropontes, la Galleria si distingue per la scelta accurata di materiali rari e atipici e per la sua capacità di dare risonanza ai principali movimenti artistici del XX secolo. Presenta una quindicina di creatori, tra cui designer, fotografi, pittori e scultori. Questi artisti hanno in comune la capacità di esplorare e di superare i limiti della propria arte, di ricercare la perfezione attraverso un’apparente semplicità o, al contrario, un’esplosione di mezzi artistici. Sotto la guida di Sophie Negropontes, la Galleria pone il dialogo, lo scambio e l’esperienza al centro della sua programmazione. Grazie alla sua decennale esperienza nel settore, la Galerie Negropontes è un santuario dell’estetica e dell’innovazione, dove le opere esposte rispettano tutte degli alti standard di eccellenza. Sono questi gli elementi che hanno reso la Galerie Negropontes una galleria unica nel suo genere e caratterizzata da una forte identità.

La 15ma personale dell’artista Andrea Bianconi, “Invisible dance”, approda a Houston

ANDREA BIANCONI | INVISIBLE DANCE  

BARBARA DAVIS GALLERY, HOUSTON – TEXAS

12 GENNAIO- 2 MARZO 2024 

OPENING VENERDÌ 12 GENNAIO 2024 – 18.00 – 20.30

19.30 PERFORMANCE BY ANDREA BIANCONI & RICHARD HUBSCHER


La Galleria Barbara Davis, prestigioso indirizzo al 4411 Montrose Blvd, Houston, in Texas, presenta “Invisible Dance”, la quindicesima mostra personale di Andrea Bianconi organizzata dalla Galleria per l’artista italiano che si aprirà venerdì 12 gennaio 2024 dalle 18.00 alle 20.30.

Durante l’opening, alle 19.30 si svolgerà la performance di Andrea Bianconi e Richard Hubscher.

In questa mostra, Andrea Bianconi introduce un’irresistibile sfocatura: cosa esiste tra l’anima e il corpo? Dove si allineano il razionale e l’irrazionale? Quando la finzione diventa realtà?

L’artista esamina in modo giocoso il nucleo del suo io, mescolando magistralmente una creatività leggera con idee profondamente introspettive. Per Bianconi, il velo diventa un veicolo ovvio per esplorare i suoi concetti fantastici e allo stesso tempo fondati. Il velo stuzzica la comprensione, dando un’idea di ciò che sta sotto. Oltre alle sue frecce, Andrea Bianconi manipola la trasparenza morbida nei suoi disegni, nelle sculture e nelle performance. Esplora la dissonanza cognitiva creata dal vivere l’esperienza umana e, così facendo, ci permette di sbirciare sotto il suo velo. Seguiamo la sua interminabile linea di interrogazione, perdendoci nelle pieghe delicate e negli strati misteriosi. Il velo stesso presenta una verità nascosta che danza con la fisicità: cos’è che non riusciamo a vedere completamente? Non riusciamo a comprendere appieno? È quella cosa che stiamo inseguendo, come le frecce inquiete di Bianconi.

In un corpo di lavoro veramente contemplativo, Andrea Bianconi decide che questa meraviglia profondamente umana è una storia d’amore elettrica con il proprio mondo. Ad ogni nuova prospettiva, camminando intorno alle sue opere, si scopre un nuovo strato di significato e un nuovo livello di connessione. Con le sue sculture, Bianconi considera la vita e la sua fragilità temporale giustapposta alla celebrazione estetica della vita.

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La Repubblica del Benin alla 60ma Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia.

La Repubblica del Benin svela il titolo e il concept del suo padiglione nazionale in vista della sua prima partecipazione alla 60. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia.
 

La Repubblica del Benin è lieta di annunciare il titolo e il concept del suo padiglione nazionale in vista della sua prima partecipazione alla 60. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, in programma da sabato 20 aprile a domenica 24 novembre 2024.
 

Intitolata Everything Precious Is Fragile, la mostra ripercorrerà la ricca storia del Benin approfondendo tematiche quali la tratta degli schiavi, la figura dell’Amazzone, la spiritualità e la religione Voodoo. Si addentrerà inoltre nella realtà contemporanea raccontando il pensiero Gèlèdé, incentrato sul concetto di rematriation: un’interpretazione femminista dell’idea di “restituzione”, non solo legata agli oggetti, ma anche riferita al ritorno alla filosofia e agli ideali di questa terra antecedenti all’epoca coloniale.

Il curatore Azu Nwagbogu e il suo team – la curatrice Yassine Lassissi e lo scenografo Franck Houndégla – hanno selezionato quattro grandi artisti che rappresenteranno il Benin alla Biennale Arte 2024: Chloé Quenum, Moufouli Bello, Ishola Akpo Romuald Hazoumè.
 
Sotto la guida di Azu Nwagbogu, gli artisti racconteranno il femminismo africano ponendo l’accento sulla sua declinazione in Benin. Come afferma José Pliya, committente del padiglione, “il Benin parteciperà così al grande ‘appuntamento del dare e del ricevere’, per citare Léopold Sédar Senghor”.
 
Con la sua presenza all’evento, il Benin dimostra il suo impegno nel promuovere attivamente il proprio scenario artistico e culturale. La scelta di prendere parte alla Biennale Arte 2024, inoltre, è in qualche modo connessa alla recente restituzione, avvenuta nel 2021, di 26 tesori sottratti alla famiglia reale all’epoca della colonizzazione francese del regno di Danxomè. Sulla scia di questo avvenimento, la mostra Art du Bénin d’hier et d’aujourd’hui, de la restitution à la révélation (Arte del Benin di ieri e di oggi, dalla restituzione alla rivelazione), allestita a Cotonou e attualmente riproposta in diversi Paesi, ha preparato il terreno per la partecipazione del Benin alla 60. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia.
 
Il Padiglione del Benin alla Biennale Arte 2024 è gestito dall’Agence de développement des arts et de la culture (ADAC, l’agenzia beninese per lo sviluppo dell’arte e della cultura) per conto del Ministero beninese del Turismo, della Cultura e delle Arti.

Concept curatoriale:
Il curatore Azu Nwagbogu e il suo team, composto da Yassine Lassissi e Franck Houndégla, hanno individuato quattro tematiche legate alla storia e alla cultura del Benin: la schiavitù, la figura dell’Amazzone, la filosofia Gèlèdé e la religione Voodoo. A unire questi temi, il fil rouge del femminismo africano e, nello specifico, quello beninese.
 
La spiritualità Gèlèdé, rappresentata mediante l’uso di maschere, simboleggia il potere spirituale delle madri nella società beninese, mentre il soggetto iconico dell’Amazzone riporta alla memoria il potere politico e militare di cui godevano le donne ai tempi del regno di Danxomè.
 
Analizzando la storia della tratta degli schiavi emerge il ruolo fondamentale delle donne nella lotta contro la schiavitù: si sono infatti opposte con coraggio difendendo la loro stessa libertà. Infine, lo studio della religione Voodoo mette in luce il contributo determinante delle donne sia in veste di sacerdotesse sia come fedeli.

Gli artisti selezionati:

Moufouli Bello. Avvocata convertita all’arte, ha scelto il linguaggio artistico come mezzo di esplorazione delle identità e dei costrutti sociali. Giovane esponente delle arti visive e digitali, si è formata a Le Fresnoy – Studio National des arts contemporains ed è attualmente impegnata in un dottorato di ricerca nel campo
delle arti visive. È nota principalmente per i suoi dipinti figurativi: ritratti di grandi dimensioni raffiguranti figure femminili di tonalità brillanti su sfondi di colore blu acceso.

Chloé Quenum (nata a Parigi nel 1983) Dopo il diploma all’École nationale supérieure des beaux-arts de Paris, conseguito nel 2011, Chloé Quenum ha studiato Antropologia della scrittura all’École des hautes études en sciences sociales (EHESS). Il suo lavoro affronta in maniera sottile e poetica questioni politiche, sociali e legate all’ecologia.

Ishola Akpo (nato nel 1983, attualmente vive a Cotonou, nel Benin) è un artista visivo che sperimenta con diversi mezzi unendo tradizione e modernità, per dare vita a una varietà di metafore. Il confine tra realtà e finzione, tra identità fisse e plurime, rimane il punto focale del suo lavoro.

Romuald Hazoumè (nato nel 1962, attualmente vive a Cotonou, nel Benin) Apprezzato in tutto il mondo per le sue maschere, realizzate con taniche di benzina in plastica usate, Romuald Hazoumè è un artista impegnato socialmente; le sue opere sono saldamente radicate nel contesto socio-politico e culturale del Benin e del mondo globalizzato. Le maschere di Hazoumè veicolano un messaggio forte, che rappresenta le taniche come veri e propri oggetti iconici di Porto Novo, mentre le sue installazioni sono sempre dense di significato e rivelano profonde intuizioni sul mondo.

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Interview Miriam De Nicolò
Photography Marco Onofri

Qual è la caratteristica più apprezzata di un artista? Fosse la naturalezza, Andrea Bianconi vincerebbe l’oro. La genuinità (quasi infantile), pare l’abbia conservata in una scatola dall’infanzia per farne uso nella sua quotidianità adulta di artista e perfomer; Andrea Bianconi lavora sull’essenza del linguaggio e della (ir)razionalità umana.
Dove andiamo? Qual è la nostra direzione? Cosa ci piace? Perché parliamo? Perché viviamo? Chi siamo? Sono solo alcuni dei quesiti che nella ricerca ossessiva l’artista si pone, una indagine personale che parte dalle (dis)sezioni dantesche Inferno, Purgatorio, Paradiso con “Fantastic Planet“, installazione del 2018 esposta al Centro Arte Moderna e Contemporanea di La Spezia, dove le frecce, simbolo di direzione (dove stiamo andando?) formano paesaggi immaginari scuri e cupi ma che lasciano uno spiraglio di luce, la salvezza verso un potenziale Paradiso.

Un mondo bianco simbolo di libertà, espressiva, spirituale, umana, quella libertà che Bianconi rappresenta attraverso lo spazio, fedele alleato del viaggio immaginario e reale del personale “Fantastic Planet”.
Nel 2018 catalizza l’attenzione dell’ONU, nella sede del quartier generale del Palazzo delle Nazioni Unite di Ginevra, facendo strillare contemporaneamente 25 sveglie nella performance “Time to ring“, monito al rispetto del Pianeta e della situazione ambientale. 
Arriva nel 2020 la pubblicazione di “Diario di un pre-carcerato”, uno stralcio reale dei giorni precedenti la performance al Carcere di San Vittore, dove l’artista porta “libertà”. L’installazione prevede delle gabbie appese di fronte ai cancelli, chiaro rimando alla situazione carceraria, intonando insieme alle detenute, che diventano parte dell’opera, una filastrocca attraverso cui liberare i propri desideri. 

Ma è l’ultimo progetto di Bianconi a contaminare l’Italia intera, SIT DOWN TO HAVE AN IDEA, l’iconica poltrona che ha toccato tutte le più importanti città del Bel Paese, arrivata fino alla vetta più alta delle Piccole Dolomiti; “Spedizione Cima Carega” è l’installazione permanente che permette a chi vorrà raggiungere quelle alture, di godere non solo del panorama, ma della fortuna di poter ottenere l’IDEA che questo oggetto magico può donare. 

Siamo sotto i portici di San Luca a Bologna, Patrimonio Unesco, i più lunghi del mondo, 4 km concepiti come percorso devozionale di pellegrinaggio e divenuti una palestra a cielo aperto. La poltrona nera è al centro e Andrea Bianconi si esibisce in un rito propiziatorio: “Esci Sole, Sole Esci“, muovendo le mani come un mago davanti al cilindro, “Esci Sole, Sole Esci” concentrato verso l’alto, e quando il Sole è finalmente venuto in nostro soccorso per la foto perfetta, sorride fiero come quando da bambina raccontavo d’essere una strega mostrando ai compagni di classe un anello con una pietra viola, dentro cui ci si poteva specchiare, come fosse la prova della mia appartenenza al mondo mistico. La fierezza di chi è convinto che il Sole sia uscito a suo comando. E così Andrea Bianconi dimostra di avere potere. Il potere dei bambini.

Gli esordi della tua opera artistica?
Era il 1997, studiavo giurisprudenza e condividevo casa con altri 4 ragazzi, uno di questi appese un quadro che mi disturbava moltissimo, rappresentava un paesaggio banale, ma era invalidante per i miei occhi, così decisi di crearne uno io, immaginario. Da allora non ho mai smesso di disegnare e ho capito anche la grande importanza del colore.

Che cosa hai provato quando hai disegnato il tuo primo quadro?
Libertà totale, una felicità che arrivava fino alla punta del capello, sentivo la testa ballare.
Avevo vent’anni, l’età dell’onnipotenza, un giorno chiesi ad un signore: “Ma se volessi diventare famoso?” Mi rispose che avrei dovuto fare un monumento. E lo feci, due anni dopo, per la città di Arzignano. Si chiama “La scatola della realtà” ed è dedicato a los desaparecidos.

La gabbia è un oggetto ridondante nei tuoi lavori, era già dentro di te?
Sì, era già desiderio di evasione.

C’è un po’ di follia in tutto il tuo percorso creativo?
Tantissima follia e tantissima coscienza, che dall’alto controlla.

Come descriveresti il tuo stile?
In continua trasformazione.

Che cosa vuoi raccontare attraverso l’arte?
Indago le connessioni, la relazione tra l’uomo e le altre energie, la relazione tra l’uomo e il potere, che ho cercato di esprimere attraverso la performance “Time to ring”, la relazione tra la stupidità e l’essere umano descritto nel mio ultimo libro “Manuale per esercitare la propria stupidità”, edizione Skira. 

E cosa hai scoperto dell’essere umano attraverso queste ricerche?
Che ogni essere umano viaggia verso una direzione. 

Se fossi un simbolo?
Sarei una freccia, un simbolo universale. Indica una direzione, perché il nostro sguardo ha una direzione, il nostro respiro, il battito del cuore, il linguaggio, un gesto, bere una tazzina di caffè, il sorgere del sole, il tramonto, una foglia che cade, un fiore che nasce, la nostra stessa vita ha una direzione, come il nostro credo, i nostri passi, i nostri pensieri, le idee, i sogni e desideri. Io sono una direzione tra mille direzioni. 

Come vedi gli altri?
L’Altro è per me non solo indispensabile, ma vitale. 
Cerco nell’altro una potenziale connessione, vivo con l’Altro l’imprevisto entrando in culture e pensieri nuovi, diversi dai miei, che possano in qualche modo illuminarmi. Vivo dell’altro gioie e tristezze. L’Altro diventa la mia performance.