Luca Cantore D’Amore

INTERVIEW BY MIRIAM DE NICOLÒ
PHOTOGRAPHY GIANLUCA GATTA
PRESS OFFICE MARIA GRAZIA VERNUCCIO

Se oltrepassando la soglia di una casa che non è la tua, intravedi sulle pareti (nell’arco di quei dieci secondi in cui cerchi di fotografarla) le opere che hanno cambiato la tua esistenza, il legame che nasce con chi quelle immagini ha scelto di vederle ogni giorno della sua vita, ha la stessa naturalezza di quel cucciolo d’animale che, appena nato e aperti gli occhi, crede sia “madre” l’uomo visto per la prima volta e lo segue con istinto filiale.

Nella grande sala illuminata dalle ampie finestre, su quelle pareti, L’isola dei morti (Die Toteninsel) di Arnold Böcklin, dalla cui tenebrosa enigmaticità furono attratti diversi artisti, pensatori e letterati, come Freud, D’Annunzio e non ultimo Hitler, che ne acquistò una copia portandola con sé nel bunker dove si tolse la vita; il Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich; e una serie di Jack Vettriano, il pittore dell’eros, della sensualità, del desiderio, che il proprietario di casa scoprì a 18 anni sfogliando una rivista, ed il primo autore ad appassionarlo all’arte.
Soffermandosi su quei dipinti pensò: “Allora le immagini possono raccontare qualcosa che io non so di avere dentro”.

Vettriano ed il languore, l’insinuante, la sessualità, il pittore del sospetto. 
Vettriano che desidera, e desidera che il mondo si ami in maniera anche un po’ noir.
Vettriano che racconta le coppie che si amano, ma che siano clandestine o che si abbraccino da vent’anni, questo, la vera opera d’arte, siamo noi a definirlo, nel nostro intimo, attraverso la nostra personale esperienza.
Se non fosse stato per lui, non avrei mai fatto il critico d’arte”.

A parlare è Luca Cantore D’Amore, il destino nel nome, refrattario alle definizioni, e una casa che parla: una sorta di galleria d’arte dove colleziona passioni, traguardi raggiunti, le opere che lo ritraggono, come “A Luca cantore di se stesso“, il ritratto ermetico e un po’ critico che gli fece Marco Nereo Rotelli, uno dei più grandi artisti italiani viventi, 10 Biennali di Venezia e da lui soprannominato il Doge, suo padre artistico.

Luca Cantore D’Amore odia le etichette, si sottrae alla definizione di curatore d’arte, di critico, di intellettuale, di scrittore, anche se in definitiva ha pubblicato un libro (L’estetica del decanter, 2019 – oltre a volumi e cataloghi artistici), curato diverse importanti mostre (è Direttore Artistico di Gad, della fondazione «Bartolomeo Gatto», de «Il Prisma» lo studio di architettura internazionale di Milano) e giocato come un paroliere, ma l’aura del poeta è quella che preferisce, forse perchè il poeta fa tutto questo, ma con il cuore.


Tre parole per descriverti.

Tre parole sono pochissime. Furioso, inesauribile, appassionato.
L’inesauribilità a volte si paga anche con lo scotto di ritmi troppo frenetici, talvolta nevrotici, ma la furia ti fa sostenere l’inesauribilità, tutto sul letto della passione che regge ogni cosa. 

Perché non ti piace essere definito “curatore d’arte?

Non mi ritrovo nella definizione di specialismo. Un grandissimo antropologo contemporaneo parlava di idiotismo specialistico. L’intellettuale 3.0, a mio parere, deve avere una liquidità tra gli ambiti, quindi essere solo un curatore ci riporta sempre a una definizione che spiega perfettamente José Mourinho nella frase “chi capisce solo di calcio non capisce nulla di calcio”.

Questo in termini paradigmatici è applicabile a qualsiasi disciplina. Chi capisce solo d’arte non capisce nulla d’arte, chi capisce solo di cinema non capisce nulla di cinema. La cultura o è tutto o non è. È intersecata, intrecciata, deve necessariamente essere elastica.

Hai più volte dichiarato di aver dedicato la tua vita allo studio della bellezza. Qual è la tua definizione di bellezza? 

Thomas Mann diceva che può trafiggerci come un dolore. Mentre Paolo Sorrentino insegna che la bellezza include anche lo squallore, che non è bruttezza, è asimmetria, ritualità che non hanno sempre un’armonia ma hanno un senso.

Bellezza è quello slancio emotivo che una volta intercettato ci dà la possibilità di spostare l’asse di noi stessi per qualche millimetro. E non siamo più quelli di prima.

All’altro polo troviamo il concetto di morte, che nelle tue elucubrazioni rimandi spesso quale accettazione della vita, con un approccio quasi artistico ed estetico. È corretto? 

Assolutamente sì.
La morte è uno spettro perenne, costante, che ingombra e ci invade nel momento in cui finisce la giovinezza, che fa rima con eternità.
Io credo che uno dei tempi più affascinanti, in quanto umani, sia la finitezza che ci caratterizza. Essere destinati a perire conferisce valore all’attimo e credo che la vita vada vissuta per ampiezza, cioè articolando ogni senso, ogni dimensione sentimentale, emotiva, delle cose; vivere per fronte, non come in una retta, come in una linea.

Diceva De Crescenzo, grande filosofo contemporaneo, che non ha grandi meriti innovativi perché la filosofia è stata scritta tutta prima di lui, ma ha grandi meriti divulgativi, “se noi vedessimo la vita come qualcosa che si svolge sull’asse delle ascisse e delle coordinate, vedremmo che dopo aver vissuto 60 anni, se non avessimo provato mai alcuna emozione, il tempo sarebbe stato appunto un sessantenario. Ma se noi invece svolgessimo la nostra vita deludendoci, soffrendo, amando, gioendo, patendo, immalinconendoci, si genererebbe una retta che non è più lineare, ma va su, giù, su, giù, e questo genererebbe una compressione del tempo. Quindi l’eterna giovinezza passa per la capacità di emozionarsi, sempre.

Night and Day sono i due macrotemi di questo numero. Qual è la tua natura più profonda? Sei più un animale notturno o vivi con e attraverso la luce? 

Devo risponderti con due citazioni. La prima è di Walt Whitman «Mi contraddico, poiché contengo moltitudine». E l’altra è un meraviglioso verso di Shakespeare «di notte e di giorno d’intorno girando».

Questa vita frenetica è una montagna russa sentimentale che gira e rigira di notte e di giorno avendo un funzionamento costante ma diverso. Di notte si crea. Immaginare che Mascagni abbia scritto «La Cavalleria Rusticana» di giorno è poco credibile, La Cavalleria Rusticana si scrive di notte, così come Dante scriveva di notte, ne sono sicuro, come lo era Shakespeare: «notte fatta non fosti per dormire».

Io sono un animale notturno dal punto di vista intellettuale e un animale diurno dal punto di vista manageriale. Però la notte per me è un rifugio, un grande involucro poetico e legittimante. 

Che ruolo ricopre oggi l’arte in questo esatto momento storico attraversato dall’intelligenza artificiale? E’ cambiato dal Cinquecento Fiammingo o in qualche modo il suo significato più profondo è sempre lo stesso? 

È cambiato completamente e il suo significato più profondo quasi non esiste più. Si intreccia con il marketing, la comunicazione, con quello che viene nomenclato art-washing, cioè un pulitore di coscienza e di economia, di sistemi e meccanismi aziendali. L’arte vera presuppone la solitudine, la lentezza, la sofferenza, ma oggi queste sono tematiche che tutti scacciano, rigettano, rifuggono.

Non si va a fondo, perché andare a fondo significa dover fare i conti con noi stessi. Spesso anch’io sono vittima di questo circo, dell’enorme carillon sempre funzionante che è Milano, da me ribattezzata Eventopoli. Quando tutto accade e ognuno sente la necessità di fare eventi, di manifestare cose, il paradosso è che la qualità si rivela a ribasso perché nulla si distingue più, è tutto omogeneo.

Il vero dramma è dover sottostare ad una serie di dinamiche che quasi inevitabilmente ti espongono alla velocità e di conseguenza alla superficialità, sfugge quella che in filosofia estetica si chiama l’essenza delle cose, l’essenza del pensiero.

Leopold von Sacher-Masoch ci ha parlato, senza mentire, delle suo ossessioni, lasciandoci un caposaldo letterario, “Venere in pelliccia” 1870. Citi spesso il termine “ossessione” quando parli di arte, svelaci le tue.

Sin da bambino sono stato felicemente sopraffatto dall’insensatezza dell’esistenza, dentro cui oggi svolgo un’attività ancora più insensata, ma con delle impalcature per non sentirmi smarrito e dove c’è spazio anche per il divertimento, da cui derivano tante mie manìe che deflagrano oltre il tema dell’arte, come il mio ordine ossessivo, preparo i vestiti dal lunedì alla domenica, per tutta la settimana saprò come vestire.

Ti pensavo caotico. 

Sono caotico a livello mentale, non a livello operativo. L’architettura del mio tempo è ben scandita, altrimenti la creatività, se non affiancata al metodo, diventa delirio. Essere artisti non legittima la casualità.

Tra le figure che continuano ad ispirarmi nel mondo dell’arte c’è senza dubbio quella di Philippe Daverio, che l’ha democraticizzata entrando nelle case di tutti gli italiani con “Passpartout”, un programma televisivo che l’ha resa semplice e comprensibile. So che è stato un tuo caro amico, puoi raccontarci un aneddoto a lui legato? 

Assolutamente, tengo anzitutto a ringraziarlo, da qualche parte nel cosmo sono sicuro mi starà ascoltando. Philippe ha introdotto nella storia dell’arte e nella cultura una cosa che prima di lui non esisteva: il sorriso. L’intellettuale, prima di lui, era visto come qualcuno di gobbuto, noioso, ghettizzato dal mondo dello sfavillio, mentre lui viveva la cultura in un modo così disinvolto, così raggiante e canzonatorio che te ne faceva appassionare. La cultura è uno di quegli ambiti che non puoi dire di conoscere se non sai trasmetterla, e lui in questo era un monumento vivente.

Il vero aneddoto è molto personale. La prima volta che mi invitò a casa sua, prima ancora di farmi entrare in casa mi fece attendere 30 secondi sul pianerottolo, pioveva in un modo vertiginoso e notai fuori la sua porta di casa un ombrello, un oggetto così semplice che lo rese però umano ai miei occhi e pensai che alla fine anche Philippe, nei giorni di pioggia, avesse bisogno dell’ombrello. Varcando quella porta, entrando in quel trionfo vivente che era la sua casa studio, capii una cosa molto forte senza che lui me la spiegasse, e cioè che se te lo metti in testa puoi rendere la tua vita un vero capolavoro. 

Gabriele D’Annunzio, vero dandy e grande snob, scrisse “vivere non significa semplicemente esistere, ma trasformare ogni momento in un’opera d’arte”. Cosa rispondi agli anemici di creatività, convinti che sia impossibile avere una vita capolavoro, che loro ingenuamente credono possibile solo nei film? 

Non sanno cosa si perdono.
Ricordo, senza fare nomi, una grandissima scienziata astronauta che durante una conferenza si schierò contro la creatività, dicendo che solo la scienza avrebbe salvato il mondo, ed elogiava se stessa e questa sua smania di capire l’universo, le stelle, gli altri pianeti, magari visitarli. Un attimo dopo il professor Riccardo Valentini, Premio Nobel per la Pace, membro dell’Intergovernmental Panel on Climate Change e mio caro amico, si interrogò “Non è che forse questa sua passione per il mondo, per l’universo, per le stelle, per i sogni, deriva da quella creatività fumettistica dei cartoni animati, quindi dall’arte da cui inevitabilmente è stata condizionata da bambina!?

Lo snob che più ami nella storia? 

Philippe Daverio, uno snob democratico.
Sabino Cassese dice che l’intellettuale non deve trincerarsi sulla sua torre d’avorio, nonostante il suo sapere, altrimenti diventa snob. Snob può avere una definizione sia mortificante che lucente, ovviamente, e tu sei capostipite di questa definizione, SNOB può essere la volontà di elevare a una potenza X noi stessi, una versione migliore di noi; in questo Daverio era fortissimo perché estremamente selettivo in termini culturali ed intellettuali, ma ascoltava tutti, sorridendo, e poi faceva l’operazione più difficile degli snob, che faceva anche D’Annunzio, cioè scremare, sfrondare. Essere snob non vuol dire avere pregiudizi, vuol dire scegliere, allora lì sei uno snob vistoso. 

Domanda di rito, quanto sei snob? 

Con i pescatori nei porticcioli a Salerno, quando fuggo dal caos di Milano e dalla mia vita isterica, parlo della tonalità vaporosa del tramonto; le loro storie contengono verità poiché affondano le radici sul terreno fertile dell’autenticità che nessuna modernità, nessuna cultura, nessun libro può darti.

Sono Snob perchè scelgo e anch’io seleziono, come si selezionano gli amori, gli amici, i vestiti, le automobili che compriamo, gli orologi che produciamo, però ascolto tutti, perché la verità viene dal basso, non dall’alto, mai.

Imprenditoria, intelligenza artificiale e il ritorno del networking reale

Imprenditoria, intelligenza artificiale e il ritorno del networking reale

Intervista a Christian Gaston Illan
di Alessandra Chianese

In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale accelera processi, contenuti e decisioni, il vero discrimine tra chi subirà il cambiamento e chi lo guiderà non sarà la tecnologia in sé, ma la capacità di restare umani, credibili e connessi nel mondo reale.

Christian Gaston Illan, imprenditore e co-owner di Beesness Magazine, da anni osserva e interpreta l’evoluzione del business, del networking e dei media con uno sguardo trasversale che unisce strategia, relazione e visione. In questa intervista racconta come l’IA stia ridisegnando le regole del gioco e perché, paradossalmente, il futuro sarà sempre più fisico, diretto e selettivo.

1. Christian, oggi si parla molto di intelligenza artificiale applicata all’imprenditoria. Dal tuo punto di vista, qual è il vero impatto che stiamo vivendo?

L’impatto reale dell’intelligenza artificiale non è solo tecnologico, è culturale. L’IA sta abbattendo le barriere d’ingresso: oggi chiunque può produrre contenuti, presentazioni, analisi, perfino strategie. Questo livella la superficie, ma al tempo stesso rende molto più evidente chi ha una visione e chi no.

Nel breve periodo vedremo efficienza, nel medio periodo una saturazione enorme. Nel lungo periodo emergerà una selezione naturale: resteranno credibili solo le persone che sapranno usare l’IA come amplificatore del proprio pensiero, non come sostituto.

2. Molti temono che l’IA possa “disumanizzare” il business. Tu sembri sostenere il contrario. Perché?

Perché ogni tecnologia spinge sempre nella direzione opposta al suo eccesso. Più i processi diventano automatici, più il valore umano diventa raro.

La fiducia, l’intuizione, la lettura del contesto, la relazione costruita nel tempo non sono replicabili da un algoritmo. L’IA può simulare, ma non può vivere le conseguenze delle decisioni. Chi farà impresa dovrà essere ancora più presente, più coerente, più riconoscibile. In questo senso, l’IA non elimina l’elemento umano: lo rende centrale.

3. Secondo le tue stime, i social network cambieranno radicalmente. In che modo?

I social network saranno sempre più popolati da contenuti generati dall’intelligenza artificiale: post, reel, commenti, perfino interazioni simulate. Questo produrrà una grande quantità di rumore.

Di conseguenza, il valore percepito dei social diminuirà come strumento di relazione profonda. Diventeranno vetrine, non luoghi di fiducia. Le persone impareranno a distinguere ciò che è costruito da ciò che è reale, e inizieranno a cercare conferme altrove.

4. Ed è qui che entra in gioco il networking reale?

Esattamente. Il networking tornerà ad essere fisico, diretto, selettivo. Non di massa, ma di qualità.

In un mondo dove tutti possono apparire competenti online, conterà chi riesce a esserlo dal vivo. Uno sguardo, una stretta di mano, una conversazione non mediata non sono replicabili. Il futuro del networking non sarà “più grande”, sarà “più vero”.

5. Che ruolo avranno eventi, incontri e comunità nel nuovo scenario imprenditoriale?

Un ruolo strategico. Gli eventi non saranno più semplici occasioni sociali, ma veri e propri ecosistemi di valore. Chi saprà creare contesti credibili, curati e coerenti attirerà persone di livello.
Le comunità diventeranno filtri: non tutti entreranno, non tutti resteranno. Questo aumenterà il valore delle relazioni e renderà il networking uno strumento di crescita reale, non solo di visibilità.

6. Come deve cambiare la mentalità dell’imprenditore per affrontare questo futuro?

L’imprenditore dovrà smettere di inseguire tutto e iniziare a scegliere. Scegliere dove essere, con chi parlare, cosa rappresentare.

La reputazione diventerà più importante dell’esposizione. La coerenza più importante della velocità. E soprattutto, sarà fondamentale sviluppare una visione che tenga insieme tecnologia e umanità, senza delegare all’IA il pensiero critico.

7. Se dovessi sintetizzare la tua visione in una frase, quale sarebbe?

L’intelligenza artificiale moltiplicherà i contenuti, ma solo l’intelligenza umana costruirà valore. Chi saprà restare reale in un mondo sempre più artificiale avrà un vantaggio competitivo enorme.

ARTIFICIAL BEAUTY di Andrea Crespi

Bellezza e illusione: l’arte di Andrea Crespi tra umano e macchina

Dal braccio robotico agli ambienti immersivi in cui l’Amore e Psiche di Canova si declina in chiave futuristica – umanoide, moltiplicandosi in un gioco infinito di specchi, passando attraverso dipinti a olio che incontrano ipotetici furti d’identità hacker, sculture di nuove Veneri, avveniristiche Nike di Samotracia e video installazioni. Dal 23 ottobre 2025 al 25 gennaio 2026, negli spazi post-industriali della Fabbrica del Vapore di Milano, prende forma Artificial Beauty di Andrea Crespi: oltre trenta opere per un percorso articolato e multi-linguaggio che indaga la metamorfosi della bellezza tra il classico e l’AI.

Dopo le presenze alla Triennale di Milano, al CAFA Art Museum di Pechino, al MAGA, a Times Square e ad Art Dubai, Andrea Crespi arriva a Milano con la sua prima grande esposizione istituzionale – curata da Alisia Viola e Sandie Zanini e co-prodotta da Fabbrica del Vapore e Comune di Milano con il patrocinio di Regione Lombardia. Un corpus di opere site specific che indagano il concetto di bellezza, osservato oggi nella sua trasformazione più radicale: non più armonia delle forme, ma territorio di sperimentazione e campo di tensione continua tra fisico e digitale, umano e macchina, emozione e algoritmo.

Have no fear of perfection è l’opera-manifesto che apre la mostra Artificial Beauty; indaga il concetto di bellezza nell’era tecnologica, dove l’estetica è filtrata, manipolata e ridefinita da nuovi canoni, resa artificiale da strumenti digitali che trasformano la percezione del reale.

Il percorso espositivo prosegue con The Artist and The Thief, un’opera simbolica e fortemente evocativa che introduce i temi centrali dell’intero progetto. Il titolo, volutamente ambiguo, innesca un cortocircuito semantico e concettuale che accompagna il visitatore lungo l’intera mostra: chi è, oggi, il vero artista?

Tra il nuovo ciclo di opere presentato, The Transition rappresenta la sintesi tra memoria classica e visione tecnologica. L’opera nasce da un avanzato processo di scansione 3D realizzato su un calco restaurato in scala 1:1 della Nike di Samotracia. Attraverso tecniche di modellazione e prototipazione, l’artista genera un dialogo che rivela la sostanza più profonda del tempo presente: una bellezza che nasce nell’intersezione tra ciò che è stato e ciò che diventerà.

Digital Labyrinth è un’opera che nasce da un’azione di incursione contemporanea al sistema tradizionale dell’arte. Nel 2022, l’artista hackera fisicamente il MoMA di New York attraverso un atto performativo che si trasforma in docufilm. Un’indagine sul confine tra reale e illusorio, dove la comunicazione si rivela più forte dell’essenza e la percezione diventa ciò che scegliamo di credere.

La mostra prosegue con l’ultimissima serie Future Magazine. Celebri copertine del domani, come numeri zero di una rivista ancora inesistente, in cui le protagoniste non sono più modelle o celebrità, ma umanoidi levigati, algoritmi di bellezza. Le figure appaiono come icone di un futuro prossimo, reliquie di una civiltà che ha delegato la propria immagine alla macchina. L’artista trasforma la superficie lucida della cultura pop in uno specchio critico del presente, dove la distinzione tra naturale e artificiale si dissolve in un’estetica dell’iper-reale. Attraverso questa serie, Andrea Crespi invita a una riflessione profonda sull’umanizzazione della macchina e la meccanizzazione dell’uomo. Più rendiamo la tecnologia simile a noi, più le concediamo di sostituirci.

Questa retrospettiva è concepita come un osservatorio sull’evoluzione culturale del nostro tempo, dove arte e tecnologia si intrecciano in un dialogo articolato e multidisciplinare. Il percorso conduce a esplorare il presente attraverso prospettive trasversali e a immaginare scenari futuri. Le opere di Crespi restituiscono un attuale stato dell’arte dell’incontro tra pratiche tradizionali e innovazione tecnologica, delineando un itinerario eterogeneo, animato dalla pluralità di linguaggi e media. Al contempo, il pubblico è invitato a interrogarsi su come la nozione di bellezza possa trasformarsi, adattarsi e riflettersi nella relazione, in costante evoluzione, tra naturale e artificiale” Alisia Viola.

“Per Andrea Crespi la sperimentazione è un mezzo per conoscersi e, attraverso la comprensione del sé, dare sfogo alla propria creatività, per scuotere l’io dello spettatore, in un processo di liberazione reciproca. In questa mostra ci conduce attraverso salti temporali inediti, mediante l’esplorazione poliedrica di media differenti, mantenendo sempre un filo conduttore nella riconoscibilità del suo segno. Un sorprendente viaggio nell’altrove della dicotomia, per ridefinire il concetto di bellezza” Sandie Zanini.

La mia poetica vive nel contrasto. Unisco passato e futuro, visibile e invisibile, artificiale e umano. Mi ispiro alla storia dell’arte, alla cultura pop e alle fratture della società contemporanea per creare opere che siano specchi e glitch della nostra realtà. In un mondo complesso, credo che la semplificazione sia l’unica strada possibile, ed è proprio ciò che cerco di fare attraverso la Neosintesi: rivelare l’essenziale” Andrea Crespi.

Andrea Crespi è un artista italiano il cui lavoro si concentra sull’indagine della trasformazione sociale e della rivoluzione digitale, tematiche che affronta attraverso un linguaggio visivo innovativo e multidisciplinare. La sua ricerca artistica traduce i cambiamenti culturali del presente in opere capaci di evocare riflessioni profonde. Considerato tra i giovani artisti italiani più influenti a livello nazionale e internazionale, Crespi opera tra Milano e Miami, portando avanti una produzione in costante evoluzione. La sua pratica si distingue per la capacità di fondere media fisici e digitali in un’estetica riconoscibile e contemporanea, che interpreta la realtà con precisione e senso critico. Le sue opere sono state esposte in prestigiosi contesti espositivi, tra cui la Triennale di Milano, il CAFA Art Museum di Pechino, il MAGA di Gallarate, Times Square a New York e Art Dubai.

L’AMBROSIANA VOLA. MEZZO MILIONE DI VISITATORI E BILANCIO POSITIVO PER LA TERZA VOLTA: UNA RIVOLUZIONE CULTURALE A MILANO

La Pinacoteca Ambrosiana, in soli 4 anni, passa da 60.000 visitatori a circa mezzo milione e chiude il bilancio in positivo per il terzo anno consecutivo. Più del 50% degli ingressi rispetto al 2024: un risultato straordinario che consolida il ruolo di questa istituzione come punto di riferimento culturale, sia in Italia sia a livello internazionale.

Non si tratta di un miracolo ambrosiano, afferma Antonello Grimaldi Segretario Generale della Veneranda Biblioteca Ambrosiana, ma del frutto di una gestione della “cultura” manageriale ed inclusiva non elitaria ed autoreferenziale. Una gestione che si basa su pilastri fondamentali: preservare, valorizzare, innovare e comunicare, sempre all’insegna della sostenibilità finanziaria, culturale e sociale. Tutto questo all’insegna di uno spirito appartenenza che contraddistingue l’operato di tutto il mio staff”.

“Tutta l’Ambrosiana s’impegna a proseguire nel 2026 il proprio lavoro e a migliorarlo. Gli ottimi risultati ottenuti nell’anno che finisce ci fanno ben sperare per il prossimo, ma non ci dobbiamo accontentare dei numeri: è necessario preparare e mettere in pratica un progetto culturale adeguato alla storia della nostra istituzione, che sia in grado di comunicare a un pubblico sempre più ampio con la ricchezza del suo patrimonio. Non trascureremo le domande profonde che arrivano da Milano e dal mondo che ci circonda: la nostra città vive un periodo di grande notorietà e attira l’attenzione universale, però soffre di una rappresentazione spesso troppo superficiale. L’Ambrosiana deve colmare, collaborando con le altre realtà culturali, un vuoto di pensiero e di cuore.” aggiunge Andrea Canova Presidente della Congregazione dei Conservatori della Veneranda Biblioteca Ambrosiana.

Un 2025 ricco di eventi all’insegna della valorizzazione e dell’innovazione

Quest’anno la Pinacoteca Ambrosiana ha saputo conquistare nuovi visitatori grazie a una serie di iniziative di grande impatto: sul fronte contemporaneo: una tra tutte, la mostra di Pietro Terzini (più di 35.000 visitatori in meno dei 25 gg di apertura nella sala del Foro Romano. Determinante il ruolo di “non curatore di Antonello Grimaldi: “una dichiarazione di liberà artistica: una scelta coraggiosa e visionaria che ha permesso all’artista di esprimersi senza filtri e/o condizionamenti, dimostrando che anche il Museo più antico di Milano può essere un laboratorio di idee contemporanee); il riallestimento espositivo e multimediale della sala 7, dedicata ai pittori Fiamminghi, in collaborazione con Intesa Sanpaolo. Il percorso espositivo della Pinacoteca sta accogliendo adesso la mostra diffusa di Nicola Samorì Classical Collapse, senza dimenticare la mostra di Filippo Sorcinelli, stilista noto per aver vestito gli ultimi tre Papi e il dialogo tra la canestra di Jago e la Canestra del Caravaggio.

Le aperture straordinarie e prolungate al pubblico a 3 euro, i concerti di musica classica e la partecipazione a Bookcity, Museo City, Orticola ed Open House hanno reso ancora più fruibile il museo e arricchito l’offerta per il visitatore.

L’Ambrosiana, nel 2025, oltre ad essere attiva su tutti i canali social e ad avere un canale podcast dedicato alla collezione artistica, ha realizzato dei video in lingua dei segni LIS. Un’importante attività di comunicazione attraverso i media tradizionali e i new media, sia a livello nazionale che internazionale, ha consolidato l’immagine dell’Istituzione nel mondo.

Progetti istituzionali ed internazionali

Nell’ambito del progetto “Milano e Leonardo”, realizzato dal Comune di Milano e finanziato dal Ministero del Turismo, l’Ambrosiana mette in mostra, a rotazione da marzo a ottobre, presso il Padiglione Italia Expo 2025 Osaka-Giappone, quattro disegni del Codice Atlantico di Leonardo Da Vinci. Un’ulteriore straordinaria opportunità per esportare nel mondo le meraviglie di Leonardo da Vinci.

A seguito del successo avuto durante Expo Osaka 2025, ulteriori fogli sono esposti a OsakaCity Museum of Fine Arts fino 12 gennaio 2026. La mostra, intitolata “Atlante Farnese and the Treasures of the Italy Pavilion from the Expo 2025 Osaka”, permetterà ai visitatori di continuare ad ammirare due nuovi fogli del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci.

Dal 10 dicembre fino a marzo 2026 la mostra “Leonardo alla IULM”. Tre fogli del Codice Atlantico sono esposti per la prima volta in un ateneo universitario, in un’ottica di avvicinamento all’arte, in maniera gratuita, a studenti e territorio.

Nel 2026 progetti e mostre e auspici

Il 2026 si preannuncia altrettanto entusiasmante: a gennaio, per rispondere con uno spazio ancora più adeguato all’incremento dei visitatori verrà riallestito l’atrio d’ingresso della Pinacoteca Ambrosiana.

Terminata la mostra di Nicola Samorì (marzo 2026), nella sala del Cartone di Raffaello arriva Sidival Fila, frate francescano e artista che fonda la sua ricerca partendo dai materiali in disuso.

In primavera, in collaborazione con la Fondazione Rava, nella sala del Foro Romano, si terrà la mostra Remake. Ragazzi di alcuni penitenziari italiani e donne del carcere della Giudecca di Venezia realizzeranno dei disegni ispirati al Cartone di Raffaello, che verranno assemblati e cuciti in un’opera delle dimensioni reali del cartone rinascimentale.

A maggio, sempre nella sala del Foro Romano della Veneranda Biblioteca Ambrosiana, è prevista la mostra del tape artist No Curves, che prosegue il filone di mostre pop e gratuite dell’Ambrosiana.

La Veneranda Biblioteca Ambrosiana si conferma quindi una delle Istituzioni culturali più importanti a livello internazionale: la prima Biblioteca Europea aperta al pubblico, il Museo più antico di Milano e l’Accademia, fondata nel 1620 dal Cardinal Federico Borromeo, oggi luogo dedicato a promuovere l’incontro e il dialogo tra diversi popoli e culture.

L’Ambrosiana, punto di riferimento per tutti i milanesi da quattro secoli, continua ad essere un luogo vivo, ricco di storia e arte.

Conclude Antonello Grimaldi: “sono un Manager prestato al mondo della cultura: diceva Bunuel che i buoni risultati sono quanto di più pericoloso possano capitare ad un uomo, perché lo porta a credere di essere infallibile, e questo è il principio dell’illusione. Ritengo che in Ambrosiana si possa fare sempre di più e meglio”.

RACCOLTI OLTRE 150 MILA EURO ALLA CENA BENEFICA DELLA FONDAZIONE DE MARCHI

RACCOLTI OLTRE 150 MILA EURO ALLA CENA BENEFICA DELLA FONDAZIONE DE MARCHI

Si è tenuta il 30 novembre, nella cornice di Palazzo Parigi la tradizionale serata benefica della Fondazione G.e D. De Marchi, realtà da anni impegnata nel sostegno ai piccoli pazienti della pediatria del Policlinico di Milano. Il ricavato dell’evento contribuirà allo sviluppo del progetto di umanizzazione della nuova pediatria, firmato dallo studio d’architettura di Fabio Novembre

Un appuntamento che ha riscosso grande successo e partecipazione anche quest’anno e che ha visto il coinvolgimento di autorità istituzionali e numerosi esponenti del mondo dell’impresa. Durante la serata – svoltasi negli eleganti spazi di Palazzo Parigi sono stati raccolti oltre 150 mila euro, risorse che la Fondazione destinerà alle iniziative rivolte alla costruzione de “la pediatria più bella del mondo”. 

Un’iniziativa di umanizzazione degli spazi pediatrici del nuovo Policlinico di Milano, che       saranno inaugurati nei primi mesi del 2026 su progetto dello studio di architettura di Fabio Novembre.

La bella serata di ieri sera ha testimoniato quanto Milano sia vicina ai bambini che più hanno bisogno di aiuto. Agli oltre 350 generosi amici presenti abbiamo potuto far vedere in anteprima le immagini del nuovo reparto pediatrico che grazie anche a loro sarà presto inaugurato e chiesto un nuovo aiuto per dotare il Policlinico di uno strumento unico in Europa per la cardiochirurgia pediatrica.”  Ha sottolineato Francesco Iandola, direttore esecutivo della Fondazione G. e D. De Marchi.

La serata, articolata in un aperitivo e una cena placée e firmata dallo chef stellato Enrico Bartolini, è stata condotta da Rocio Munoz Morales insieme a Enrico Bertolino, a loro volta affiancati da Manuela Donghi, tutti sostenitori della Fondazione. Con loro Christie’s che ha gestito l’asta benefica, resa possibile grazie alla generosità di importanti brand, case di moda, grandi chef e campioni dello sport. Nel corso dell’asta sono stati battuti oltre 100 lotti, una decina dei quali in modalità live, con un ruolo di primo piano per Cristiano De Lorenzo, managing director di Christie’s Italia, che ha personalmente aggiudicato cinque dei lotti più prestigiosi. Una pesca benefica ha inoltre coinvolto gli ospiti seduti ai tavoli.

  • Miriam De Nicolò; Francesco Iandola

Cuore del progetto è La città dei bambini, il concept architettonico sviluppato da Novembre Studio, che mira a trasformare gli spazi ospedalieri in un ambiente più accogliente a misura di bambino. 

Il progetto nasce dal desiderio di offrire ai bambini un luogo che li abbracci, non che li spaventi. Grazie al sostegno della Fondazione De Marchi abbiamo immaginato l’ospedale come una vera e propria ‘città dei bambini’, trasformando l’intero reparto pediatrico in una metafora urbana capace di rendere gli spazi più familiari, riconoscibili e vicini alle loro esperienze quotidiane. Ogni area diventa così un luogo simbolico della città, pensato per accompagnare tutte le età della crescita. In questo modo l’ospedale diventa casa, perché la cura è anche sentirsi al sicuro: uno spazio che ascolta, accoglie e mette al centro i bisogni dei bambini e delle loro famiglie”, ha raccontato l’architetto Fabio Novembre.

Ogni ambiente è stato immaginato per ridurre la distanza percepita tra l’ospedale e la quotidianità, ricreando idealmente il quartiere di ciascun bambino. Piazze, skatepark, viali decorati, un giardino pensile pensato come uno “zoo” immaginario comporranno una vera casa lontano da casa. Anche i genitori avranno a disposizione spazi più confortevoli, inclusa un’area dedicata allo smartworking. A impreziosire il progetto, i disegni dell’illustratore Emiliano Ponzi.  

Mobili bagno sospesi: eleganza, praticità e massima pulizia

Mobili bagno sospesi: eleganza, praticità e massima pulizia

Nel panorama dell’arredamento contemporaneo, il bagno ha compiuto un vero e proprio salto di qualità, superando il suo ruolo storico di semplice locale di servizio per diventare una zona chiave dedicata al benessere e al design. Al centro di questa trasformazione stilistica, i mobili sospesi hanno conquistato la scena, rivelandosi un elemento che sa rispondere brillantemente sia all’esigenza di pura estetica che a quella di funzionalità. L’effetto visivo creato dall’assenza di basi a terra dona subito all’ambiente un senso di grande leggerezza e modernità, elevando istantaneamente la qualità percepita di tutto lo spazio. Scegliere questa tipologia di arredo non è, quindi, solo un seguire la moda, ma rappresenta una scelta molto intelligente per organizzare gli ambienti moderni. Optare per i mobili bagno di Iperceramica consente di unire il gusto minimalista con le necessità concrete legate alla manutenzione e alla pulizia quotidiana.

Il fattore estetico e la percezione dello spazio

Il pregio estetico più evidente dei mobili sospesi è la loro straordinaria capacità di amplificare visivamente lo spazio. Lasciando completamente libero il pavimento, il mobile offre la sensazione di fluttuare, contribuendo a un look essenziale e pulito che si sposa alla perfezione con le linee del design contemporaneo. Questa percezione di leggerezza è particolarmente preziosa nei bagni di dimensioni contenute, dove ogni soluzione per allargare lo sguardo è benvenuta. Le forme rigorose e geometriche, spesso rifinite con materiali opachi o con venature lignee lasciate naturali, esaltano la pulizia formale dell’arredo. Non secondario è il vantaggio di poter regolare l’altezza di installazione dal pavimento, un dettaglio che permette di adattare il mobile alle specifiche esigenze ergonomiche di chi lo userà.

Praticità e facilità di igiene

Oltre al solo impatto estetico, la praticità offerta da questa tipologia di arredo è un aspetto che ne motiva profondamente la scelta. I mobili bagno sospesi eliminano di fatto l’ostacolo creato da battiscopa e basi appoggiate a terra. Questa caratteristica facilita enormemente le operazioni di igienizzazione: la zona sottostante al mobile diventa pienamente accessibile a qualsiasi strumento di pulizia, garantendo una maggiore salubrità e impedendo in modo efficace l’accumulo di polvere, umidità o detriti, che in un ambiente come il bagno possono essere problematici. Questa semplicità di manutenzione si rivela un fattore determinante per mantenere uno spazio curato e igienico nel lungo periodo.

Soluzioni contenitive e integrazione funzionale

Nonostante l’aspetto aereo e leggero, i mobili sospesi sono progettati per massimizzare la capacità di stoccaggio. La profondità dei cassetti è attentamente studiata per sfruttare ogni centimetro utile, mentre l’integrazione di sistemi di apertura moderni, come il push-pull o le guide ammortizzate a chiusura rallentata, rafforza la percezione di qualità costruttiva. Inoltre, la modularità tipica di molti sistemi sospesi concede una grande libertà compositiva. È possibile accostare basi lavabo a colonne e pensili laterali, creando così una parete attrezzata che risponde con grande precisione alle esigenze di organizzazione e archiviazione. Questo approccio componibile permette di progettare un bagno che sia, simultaneamente, un piacere per gli occhi e uno spazio perfettamente organizzato per la routine quotidiana.

Bollette, stabilità e nuove opportunità: come orientarsi oggi tra luce e gas

Bollette, stabilità e nuove opportunità: come orientarsi oggi tra luce e gas

Negli ultimi mesi il mercato dell’energia ha mostrato segnali di maggiore equilibrio dopo un lungo periodo di tensioni e forti rialzi. Questa rinnovata stabilità non significa però che le bollette siano diventate automaticamente leggere o prevedibili per tutti. La differenza, oggi, la fanno soprattutto le scelte contrattuali, nonché la capacità di leggere i dati di mercato e la consapevolezza con cui si accettano le offerte.

Famiglie e imprese, di questi tempi, si ritrovano a dover imparare a sfruttare le dinamiche del mercato libero. È proprio per questo che serve affidarsi a strumenti di confronto come bollettecasa.it, ideali per analizzare le proposte energetiche disponibili e confrontarle con i reali valori di mercato, oltre che per informarsi su norme, cambiamenti e andamenti dei prezzi. 

Il gas in calo: nuova fase di consolidamento

Uno dei segnali più interessanti degli ultimi tempi arriva dal mercato del gas. Il valore del PSV, cioè il principale riferimento per il prezzo del gas naturale in Italia, ha registrato un calo fino ai 0,353 €/Smc, con una flessione di circa il 5% ad ottobre 2025.

Le temperature più miti hanno ridotto la domanda, mentre i livelli di stoccaggio elevati e la discesa del prezzo del TTF europeo hanno contribuito a mantenere sotto controllo le quotazioni. A questo si aggiunge una fase di relativa stabilità geopolitica, che ha evitato scossoni improvvisi nei flussi di approvvigionamento.

Energia elettrica e PUN

Il valore medio del PUN si è attestato poco sopra gli 0,11 €/kWh, il che testimonia una lieve crescita rispetto al mese precedente, pur restando su livelli più contenuti rispetto ai picchi del biennio precedente.

Per le famiglie, l’impatto di queste variazioni è spesso graduale. Chi ha un prezzo fisso vede effetti solo al rinnovo, mentre chi ha un contratto indicizzato nota piccoli aggiustamenti mensili. In ogni caso, leggere il PUN permette di capire se la propria tariffa è in linea con il mercato oppure se esistono margini di risparmio.

Come valutare le offerte e difendersi dai rincari 

La fase attuale può essere letta come un’opportunità per riprendere il controllo della spesa energetica, ma solo a patto di adottare un approccio attivo. Conoscere gli indici di riferimento, come PSV e PUN, aiuta a comprendere perché una bolletta sale o scende, evitando di attribuire tutto a generiche “colpe del mercato”.

Un altro aspetto importante per la scelta riguarda la struttura delle offerte. Spesso la differenza non sta solo nel prezzo dell’energia, ma nello spread applicato, nei costi fissi e nella durata delle condizioni economiche. È qui che bisogna saper confrontare, perché due proposte apparentemente simili possono produrre risultati molto diversi nel medio periodo.

Infine, non si deve sottovalutare mai l’impatto dei consumi. Se si prova a spostare l’uso degli elettrodomestici nelle fasce più convenienti, a ridurre gli sprechi invisibili e a monitorare l’andamento si potrà notare, sul medio e lungo periodo, l’effettività del risparmio. Parliamo di cifre non consistenti, certo, ma che sommate tra loro possono fare la differenza a fine mese. 

Langosteria St. Moritz: al via dal 5 dicembre la nuova stagione

Langosteria St. Moritz riapre la suggestiva location nella prestigiosa località dell’Engadina a Chesa Chantarella il 5 dicembre.

Aperto nel 2023, accoglie gli ospiti in una suggestiva baita con un’ampia terrazza, affacciata su un panorama montano mozzafiato, e un accesso diretto alle piste del comprensorio sciistico del Corviglia.

In un’atmosfera calda e raffinata, in perfetto equilibrio tra tradizione e modernità, il legno domina la scena conferendo allo spazio un’estetica avvolgente e armoniosa, mentre le pareti sono impreziosite da oblò decorati con gli ormai iconici mosaici di Langosteria. Dalla sala principale, con la sua straordinaria vista sulle Alpi, agli spazi dedicati al private dining e alla terrazza Langosteria St. Moritz è il luogo ideale per vivere la magia dell’inverno.

Nel menu, signature dishes come lo Chateaubriand di cernia nera e i Paccheri con branzino si affiancano a proposte studiate ad hoc come la Polenta con frutti di mare. L’offerta culinaria è arricchita da una selezione di vini pregiati ed etichette ricercate curata da Valentina Bertini, Corporate Wine Manager del Gruppo. Novità assoluta della stagione il Moncler Grenoble Bar situato sulla terrazza di Langosteria, una location d’eccezione che si affaccia sulle piste da sci evocando il DNA montano del brand. Qui è possibile concedersi una pausa grazie ad una curata selezione di drink, incluso un cocktail caldo, e un menu di piatti e snack che reinterpretano i sapori della tradizione con un tocco contemporaneo: Pizza al tartufo, Patatine fritte al gruyère, Baguette con pastrami e salsa tartara e Melanzane “in carrozza”.

Donnafugata e Dolce&Gabbana presentano Bollicina Gold

Nel 2025 Donnafugata e Dolce&Gabbana presentano Bollicina Gold, lo spumante rosé metodo classico nato per celebrare momenti importanti con stile, personalità e autenticità. È l’ultima creazione di una collezione di vini che, in pochi anni, è diventata ambasciatrice di un’idea di Sicilia contemporanea, creativa e raffinata, portando l’eccellenza artigianale del Made in Italy in oltre 60 mercati internazionali.

Bollicina Gold rappresenta molto più di una nuova etichetta: è il punto di arrivo di un progetto che ha saputo unire due visioni, quelle di Donnafugata e Dolce&Gabbana, in un percorso coerente e sorprendente. Uno spumante nato da uve Nerello Mascalese coltivate alle pendici del vulcano Etna, selezionate nella vendemmia 2019. Una lunga attesa – oltre cinque anni di affinamento – che ha dato vita a un brut rosé di rara eleganza, caratterizzato da un colore rosa antico con riflessi dorati, da un bouquet complesso con note di crosta di pane, agrumi e ribes, e da una mineralità decisa e persistente, che racconta la peculiarità del territorio vulcanico.

“La collaborazione con Dolce&Gabbana nasce proprio nel 2019 – afferma Antonio Rallo, winemaker dell’Azienda di famiglia – quando ci è stato proposta la partnership e la produzione di uno spumante rosé. Così abbiamo fatto la prima vendemmia, pensando già a quello che oggi è Bollicina Gold. Sapevamo che ci sarebbe voluto tempo perché un metodo classico di pregio richiede anni di affinamento. Nel frattempo, abbiamo dato vita a tutta la collezione: prima con il rosato Rosa, poi con le edizioni limitate di Tancredi, quindi con Isolano e Cuordilava. Bollicina Gold chiude idealmente questo percorso, portando nel calice tutta la mineralità dei terreni vulcanici, la finezza del Nerello Mascalese e l’eleganza che solo una lunga evoluzione sui lieviti può regalare.”

Con Donnafugata e Dolce&Gabbana, il vino incontra lo stile: presentato in una veste esclusiva caratterizzata da un’etichetta applicata a mano ispirata alla preziosa finitura liquid gold della Collezione Dolce&Gabbana Casa Oro24K, Bollicina Gold incarna l’iconico stile di Dolce&Gabbana ed è un tributo all’eccellenza dell’artigianato italiano che si riflette in ogni aspetto di questo pregiato spumante.

“La presentazione di Bollicina Gold – dichiara José Rallo di Donnafugata – è anche l’occasione per ripercorrere le tappe di una collaborazione che ha unito due realtà con radici siciliane e una visione internazionale. Dalla moda al vino, dalla creatività alla ricerca enologica, il progetto Donnafugata e Dolce&Gabbana è nato da profondi valori condivisi. La nostra collaborazione con Dolce&Gabbana si fonda su una forte affinità valoriale: l’amore per la Sicilia, la creatività e la maestria artigianale.”

“La partnership con Dolce&Gabbana ha aperto le porte dei nostri vini a un pubblico nuovo, soprattutto all’estero – dichiara Gabriella Favara, 6a generazione della famiglia di Donnafugata –. Abbiamo raggiunto persone affascinate dallo stile di vita italiano, curiose e attente alla qualità, ma anche giovani winelover. Il lavoro creativo di Dolce&Gabbana sulle etichette e sul packaging ha reso ogni vino un’esperienza memorabile, estetica oltre che sensoriale.”

Oltre il vino, uno stile, un’identità, un messaggio. Con Bollicina Gold, Donnafugata e Dolce&Gabbana chiudono il cerchio di un progetto avviato nel 2019 e arrivato, oggi, a essere riconosciuto a livello internazionale. Un modo nuovo di parlare di vino, che ha saputo affascinare mercati, consumatori e collezionisti, e che continua a ispirare nuove direzioni per il Made in Italy nel mondo.

SNOB ROOM: “L’arte del racconto” – L’ultima lezione del Made in Italy

SNOB ROOM: “L’arte del racconto” – L’ultima lezione del Made in Italy

Il terzo e ultimo panel chiude Mercanteinfiera con una domanda scomoda: il Made in Italy è ancora capace di raccontare la propria anima, o ha venduto solo l’etichetta?

A cura del Fondatore e Direttore Responsabile di SNOB magazine, Miriam De Nicolò


Dopo “Cultura che cambia” e “Valore Sociale e Mercati Globali“, la SNOB ROOM ha chiuso il suo trittico culturale a Mercanteinfiera con il panel più creativo, più necessario, più autentico: “L’arte del racconto”.

Un panel che non ha avuto paura di toccare il nervo scoperto del Made in Italy: la perdita di senso. Non più solo questione di origine produttiva o di certificazioni, ma di narrazione culturale, di identità trasmessa, di valori incarnati e non solo dichiarati.

Il panel, curato e moderato da Miriam De Nicolò, Fondatore e Direttore Responsabile di SNOB magazine, ha riunito voci straordinarie per rispondere domande che attraversano tutto il progetto SNOB ROOM e il significato più profondo di rivalorizzazione del Made in Italy:
“Quanto è necessario trasmettere il sapere, che per dna ci appartiene?
Come salvare il nostro paese dall’omologazione?”

Ilaria Dazzi, Brand Manager di Mercanteinfiera, ha aperto il dibattito ricordando l’origine di tutto: “Questo progetto è nato da una call tra me e Miriam. Abbiamo creduto che il contenitore fieristico potesse diventare luogo di messaggi culturali, non solo commerciali. Oggi, con questo ultimo panel, chiudiamo un cerchio che è solo l’inizio di qualcosa di più grande.”




PIA LANCIOTTI: “Il teatro è alfabetizzazione emotiva – senza di esso, la cultura è solo informazione

Pia Lanciotti, attrice di fama internazionale di cinema e teatro, della formazione Giorgio Strehler, è stata chiamata a rispondere alla domanda più radicale: Iil teatro può diventare ambasciatore della cultura italiana? E come?

La sua risposta è stata un manifesto:

Il teatro è vita densa, amplificata. È cultura come tessuto di riferimenti che coltivano la nostra anima e coscienza. È alfabetizzazione emotiva, concretizzazione di idee, spazio e luogo e tempo in cui gli spettatori mutano. Il teatro è nato per purificare la comunità e fare politica – cioè governare l’esistenza profonda. I grandi poeti e drammaturghi hanno scritto pezzi teatrali e hanno cambiato il nostro pensiero.

Poi, ha raccontato un’esperienza che ha incarnato il senso profondo del teatro come esperienza irriproducibile:

Stavo lavorando al Faust. Mefistofele faceva vedere a Faust che siamo solo materia. Strehler aveva costruito uno spazio completamente buio – non vedevo nulla. Improvvisamente una luce comincia a vivere in alto, vedo sagome luminose, musica dodecafonica, il coro degli angeli… ma io non capivo dove fossero. Ho vissuto una specie di vertigine. Oggi è impossibile rivivere quella sensazione. Questo è il teatro.

La provocazione finale ha colpito nel segno: “Grandi registi come lo svizzero Milorad sono audaci, ma sono pochi. Il teatro vero, quello che trasforma, non è riproducibile. È atto unico, irripetibile.”


PIERO MUSCARI: “Le eccellenze italiane non sono quelle che si raccontano – sono quelle che nessuno vede”

Piero Muscari, fondatore di Eccellenze Italiane, ha risposto alla domanda di Miriam con una confessione spiazzante: Come si raccontano le persone dietro i brand?

Siamo abituati a vedere persone che si raccontano con un cellulare. Ma resta innaturale – mettono una maschera, provano a performare. Io ho scoperto che le persone hanno bisogno di uno specchio che abbia curiosità. La curiosità è lo strumento principale per raccontare storie. Attraverso le domande, tiri fuori le storie.

Poi, la rivelazione sul suo progetto:

“Ne ho raccontate più di 200. Ma non le classiche eccellenze italiane – il progetto è nato per rompere le eccellenze. Vengo dalla periferia calabrese, e la sfida è dimostrare che le periferie hanno eccellenze che non si raccontano. Intervisto sconosciuti. Nove su dieci mi dicevano: Ma a chi interessa la mia storia? Io in dieci anni mi sono sforzato di dire che non è vero.”

Muscari ha poi lanciato una domanda al pubblico: “Quante volte vi ha tradito un brand?” E ha continuato: “Io voglio sapere chi produce quel brand. I grandi della moda sono stati grandi narratori di se stessi – si sono raccontati. Versace, Armani… la Fiat di Agnelli è diversa da quella di Elkann, diversa da quella di Marchionne. Il brand è la persona.


MICHELANGELO TAGLIAFERRI: “Comunicare non si insegna – si trasmette come si trasmette l’amore

Michelangelo Tagliaferri, sociologo e fondatore di Accademia di Comunicazione, ha affrontato il tema della crisi creativa e comunicativa con una metafora potente:

Nei panel precedenti si è parlato di crisi creativa. Ma come si comunica l’arte del comunicare? È come insegnare ai propri figli a camminare e sperare che inizino a camminare. Ci si attacca al seno della madre in maniera diversa, senza comunicare. Comunicare è una competenza naturale.

Poi, la diagnosi:

Viviamo una crisi potentissima della capacità di comunicare. Siamo più capaci di informare, ma non siamo capaci di comunicare come intorno al fuoco si raccontavano storie per far capire a chi voler somigliare. Qualcuno insegni al proprio nipote, al proprio figlio, qual è la parte del racconto mitico della sua vita.”

Tagliaferri ha concluso con una riflessione amara sulla modernità:

Noi siamo stati capaci di partire per le Indie con Cristoforo Colombo. Siamo bravissimi. Ma il gioco economico fatto dal denaro ci impedisce di vedere che c’è dell’altro – come se il bambino fosse più felice con 10 euro, quando in fondo voleva solo una carezza, voleva che raccontassi la storia. Non i fallimenti.


ALESSANDRO NARDONE: “Comunicare significa essere – e oggi vince chi riscopre il tratto umano

Alessandro Nardone, consulente di strategia e marketing per i mercati esteri, ha trasformato tutto il discorso in un atto pratico: Come si trasforma tutto questo in comunicazione nei mercati globali?

La sua risposta è stata una dichiarazione di guerra alla superficialità:

Comunicare significa essere. Non c’è nulla che comunichi meglio che dare l’esempio. Le storie ci hanno aiutato a distinguere tra bene e male. Io dico sempre ai clienti e agli studenti: coerenza, costanza, creatività. E tenere presente il contesto.”

Poi, la verità scomoda:

Viviamo il declino della qualità – musica, arte, salvo eccezioni. È un dato oggettivo se paragoniamo rispetto a 20 anni fa i Versace, Armani, Valentino Ferré davanti al Duomo di Milano… chi sono gli eredi oggi? Facciamo fatica ad elencarli. Viviamo un’epoca di omologazione e tutti si autolimitano, si livellano nella massa.”

Nardone ha puntato il dito contro i meccanismi della modernità:

Ci dobbiamo misurare con i media. McLuhan diceva che il medium è il messaggio. Oggi sono gli algoritmi a decidere cosa farci vedere in base a profilazioni per tenerci collegati il più possibile. Perdiamo così attitudine al pensiero critico, alla diversità, e siamo di fronte alla standardizzazione della comunicazione.

Ma…la conclusione è un manifesto di speranza:

Oggi vince la verità, l’empatia, l’umanità. Chi riscopre il tratto umano, chi è in grado di raccontarsi per ciò che è, arriva.”


PATRIZIO DE FERRI: “Il Made in Italy è il paese più contraffatto al mondo – ci stanno rubando l’etica, non solo il prodotto

Patrizio De Ferri, consulente senior di Jacobacci and Partners, leader mondiale nella registrazione di marchi e brevetti, è stato chiamato a rispondere alla domanda più dura: Cosa perdiamo davvero quando qualcuno copia un marchio italiano?

La risposta di De Ferri è stata chirurgica:

Il lucro cessante è il danno economico che subiamo. Ma la persona che compra il contraffatto non comprerà mai l’originale, perché il marchio è in primo luogo un messaggio – un segno distintivo che riconosce origine imprenditoriale, qualità, ricerca, creatività, storia. Tutto questo si chiama asset intangibile.

Poi, la provocazione:

Vi sfido a dirmi qui qualcosa che non sia coperto da proprietà intellettuale. Non c’è nulla che non abbia un brevetto, un modello di utilità. Perché proteggerci? Non è solo questione economica – perdiamo valore, la leva.

De Ferri ha individuato il punto critico del Made in Italy oggi:

La globalizzazione ci porta a vedere servizi e prodotti uguali. Cala la qualità e intercettiamo l’esigenza impulsiva di avere un determinato marchio, non più riconoscersi nel suo valore, ma perché vogliamo sfoggiare. E allora proteggere non è solo coprire investimenti e avere ritorno economico – ma significa programmare un futuro che ci darà sfide sempre più difficili da affrontare.”

De Nicolò ha domandato “Nel presente controverso del metaverso e degli nft, come possiamo proteggere il Made in Italy come progetto culturale?

De Ferri ha risposto con nostalgia e visione: “Serve tornare al passato, agli illuminati, ai visionari, come Dallara, che non cerca solo fatturato nella vendita delle automobili ma le sviluppa per passione, dopo la gavetta, il sogno. Necessario è un cambio di mentalità tornando indietro al tempo dei valori.


LA CHIUSURA DI MIRIAM DE NICOLÒ: “Questo non è un format – è un movimento

A chiudere il panel della SNOB ROOM, Michelangelo Tagliaferri ha posto a Miriam De Nicolò la domanda finale: Dove ci vuoi portare?

La risposta è un manifesto di visione e passione:

In un mondo meraviglioso dove c’è amore per la nostra terra. Questo è un movimento, non è un format, e non sarà l’ultimo, ma un inizio. Oggi abbiamo ricordato quanto arte, teatro e autenticità del brand siano importanti, perché il brand è anche cultura, è senso civico. E se il Made in Italy tornasse a raccontarsi come oggi noi abbiamo raccontato le nostre storie, i nostri aneddoti, sarebbe irresistibile e indimenticabile. Vi do un arrivederci a un altro bellissimo racconto.


Un progetto che diventa movimento

Il terzo panel della SNOB ROOM ha confermato ciò che i primi due avevano intuito: il Made in Italy non è un problema di marketing, è un problema di autenticità. Non serve comunicare meglio – serve essere meglio, raccontarsi con verità, trasmettere valori invece che esibire etichette.

Mercanteinfiera, grazie alla visione di Ilaria Dazzi e al coraggio di SNOB Magazine, si è trasformata in qualcosa di più di una fiera: un luogo di pensiero, un laboratorio culturale, uno spazio dove l’eccellenza materiale incontra la riflessione profonda.


IL VIDEO INTEGRO

Info: info@snobnonpertutti.it
(Foto e Video Danny Torres)

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The Bridge presenta la Pearl District Holiday Capsule

Per il Natale 2025, The Bridge accende l’atmosfera delle feste con una capsule esclusiva che combina artigianalità toscana, eleganza senza tempo e un tocco di luce contemporanea. Protagonista assoluta: la Pearl District, reinterpretata in due versioni baby pensate per le occasioni speciali.

I due modelli, Luce e Briglia, esprimono in modo diverso ma complementare l’essenza di questa capsule: materiali preziosi, lavorazioni raffinate e spirito festivo. Entrambi realizzati in edizione limitata, sono impreziositi da infilature decorative fatte a mano, ispirate all’antica arte della selleria.

Luce, sofisticata e brillante, è pensata per le serate eleganti: la pelle laminata bronzo disegna motivi luminosi sulla pattina e sul manico, regalando al modello un allure raffinato e contemporaneo. Briglia, invece, interpreta un’eleganza più boho chic: la lavorazione tono su tono in cuoio naturale The Bridge ne sottolinea l’autenticità, mentre il manico intrecciato interamente a mano la rende ancora più ricercata. Questo modello, inoltre, è numerato.

Icona del brand, la Pearl District nasce da una storica tracolla The Bridge degli anni Settanta. Con la sua silhouette a mezza luna, rappresenta l’equilibrio ideale tra heritage e design moderno. Le edizioni speciali della Holiday Capsule ne mantengono intatti i tratti distintivi: il cuoio pieno fiore conciato al vegetale, le cuciture selleria, la nappina in pelle e la doppia portabilità con manico e tracolla.

Disponibile esclusivamente nelle boutique monomarca The Bridge, questa capsule natalizia è un inno all’eccellenza artigianale e all’autenticità del Made in Italy. Due borse compatte, luminose e disinvolte, pensate per accompagnare con stile i momenti più speciali delle feste.