The Art I Wear


INTERVIEW BY ALICE FALSAPERLA
PHOTOGRAPHY  CLAUDIO DONATI

Oriente e Occidente intessono nell’arte un reticolo secolare di fascinazione, scambio e reinterpretazione. Si intrecciano il concetto antico dell’esotismo e quello moderno dell’astrattismo, dove l’essenzialità spirituale e il rigore calligrafico si influenzano in un unico linguaggio formale. Se l’Oriente, con la sua levitas, conserva la memoria di tradizioni e contraddizioni post-industriali, l’Occidente mantiene la definizione dei suoi contorni individuali, tra anatomie del corpo e scienze esatte.

In esclusiva per questo numero di SNOB e in anteprima assoluta, un estratto della mostra fotografica di Claudio Donati, “L’arte che abito“, da me curata; un excursus che attraversa, per mezzo degli abiti indossati dagli artisti, il periodo storico degli Anni Sessanta fino a quello più odierno del panorama artistico contemporaneo. I vestiari diventano, così, testimonianze di scelte artistiche e performative; emblemi che possono ripetersi, assumendo connotati di storie e codici, persino di brand, ma pur sempre dell’adesione a sé stessi. Con le interviste a due artisti-cardine del panorama contemporaneo italiano, Jago e Paolo del Gallo, attraverseremo i temi dell’esposizione.

Jago, scultore di fama internazionale, ha trasformato il suo studio di Napoli in un Museo che prende il suo nome. Sceglie il marmo come materiale distintivo del suo operato; utilizza il “simbolo” come strumento per rielaborare la cultura classica, restituendola in chiave contemporanea, con un’attenzione rivolta al sociale. Paolo del Gallo, collezionista di antichità, ha fatto del suo studio un wunderkammer e della sua indagine un’entomologica, capace di spaziare non solo tra le sfaccettature della natura ma anche in quelle dell’uomo.

Simbolo di una solida influenza occidentale Jago, e di un raffinato influsso orientale Paolo, con entrambi ho avuto la possibilità d’indagare, in maniera differente, le ragioni che muovono scelte creative (e non solo), a partire proprio dal loro abito.

JAGO – L’arte che abito

In molte tue opere compare una piccola pietra: in mano, accanto, alla base delle sculture. Un dettaglio ricorrente a racchiudere il senso della creazione stessa. Con quella monumentale de La Pietà, ad esempio, quella circostanza minuta sembrerebbe sintetizzare tutto il suo dolore e la sua intimità. Qual è stato, invece, il tuo intento?

Fino a oggi non ho mai voluto sbilanciarmi sul significato di quel simbolo che ritorna in diverse opere: dalla Pietà ad Aiace e Cassandra, dal David a Narciso (dove forse non si vede, ma la mano che entra nell’acqua potrebbe comunque stringere un sasso), fino al Figlio Velato. Non l’ho fatto perché sento di non avere, o forse di non voler usare, gli strumenti per definire qualcosa che vive prima delle parole e che, in qualche modo, va protetto da una spiegazione troppo precisa. Dare una definizione unica significherebbe ridurre la molteplicità dei significati che quell’elemento può assumere per chi guarda. Ogni spettatore porta con sé una lettura diversa, un’intuizione personale e, in questo senso, il simbolo resta aperto. Ciò che posso dire è che esiste un legame profondo tra tutte queste opere: non sono immagini isolate o casuali, ma parti di un unico racconto. Un racconto che intreccia la mia storia personale, i luoghi in cui le opere sono nate e, forse ancora di più, il tempo in cui sono state realizzate. Cerco spesso di fare un passo indietro rispetto al desiderio di spiegare o di imporre un significato. Rinunciare a chiarire tutto, per me, è un esercizio quotidiano: significa lasciare spazio allo sguardo dell’altro, accettare che l’opera possa dire qualcosa che io stesso non avevo previsto. Ed è proprio in questo scarto che sento di poter imparare di più. Per questo anche oggi non mi sbilancio, se non per dire che quella presenza ha un senso che va oltre le parole.

Come quella pietra, isolata ed emblematica, che è elemento costante tra le sculture, anche il tuo nome sembra avere la stessa valenza identificativa e unificatrice. Come se il simbolo che indaghi con le tue opere partecipasse alla tua firma. 
Da cosa nasce l’intento di creare un “logotipo” che sottintenda il tuo operato?

In generale, ho sempre riconosciuto un elemento ricorrente negli artisti che ho amato, nei grandi pensatori e nei maestri della tradizione: una dimensione quasi profetica. La loro arte lo è stata, e loro stessi sono stati in qualche modo profeti, attraverso ciò che facevano. Parlano per conto di qualcosa che li abita, in uno stato di entusiasmo profondo che ha molto a che fare con la capacità di restare bambini. Questo riguarda direttamente la ricerca di un’identità: riuscire ad abitarla davvero. Un’identità che va oltre il nome ricevuto alla nascita, oltre le convenzioni, e soprattutto oltre la sola ragione. È un processo che passa dal gesto, dal fare, dal lasciar emergere qualcosa di naturale e necessario. In questo senso, costruire una dimensione personale può tradursi anche in un segno, in un suono che diventa nome: una sorta di “logotipo” che tenta di rispecchiare il sentimento che si mette nelle cose che si fanno. Non come strategia, ma come conseguenza. Mi rendo conto che, nel provare a spiegarlo, il discorso si complica: ciò che interiormente è molto chiaro, quando viene tradotto in parole tende a perdere immediatezza. Ma forse va bene così. In fondo, le cose sono tutte collegate o almeno provano a esserlo.

La tua firma sembrerebbe collegabile alla forza di un brand, una forma di riconoscimento visivo, in qualche modo decifrabile e memorizzabile a livello internazionale. Pensi di aver voluto attuare questo tipo di operazione anche col tuo vestiario?

Forse, a un certo punto, si smette di cercare. Frequentando a lungo la propria interiorità, ci si ritrova naturalmente dentro un modo di essere, e quindi anche di vestirsi, che diventa autentico, senza il bisogno di inseguire interpretazioni esterne. È un processo che appartiene alla crescita: oggi mi sento centrato ma, allo stesso tempo, sempre in ricerca, curioso di capire come anche la mia persona possa evolversi insieme a ciò che faccio. Se dovessi dire qual è il senso della vita, direi che “sta nel fare”. È ciò che fai a qualificarti, a dare forma e significato alla tua esistenza. Per questo, da un punto di vista più materiale, mi interessa sempre meno la “firma” dell’abito: non penso al brand, penso alla comodità, a ciò che mi fa stare bene. Poi, è inevitabile che tutto questo venga letto anche come un segno riconoscibile, quasi come un brand. Ma in fondo cos’è un brand, se non una promessa che nasce da un’identità chiara e coerente?

Non posso che trovarmi d’accordo. A proposito di promessa, credi che l’icona rimanga oggi un modo attuale per veicolare un messaggio più alto?

Lo spero, non tanto da parte mia quanto da chi impiega tempo per guardare la mia opera, aiutandomi ad osservarla in modo diverso. Io credo molto nel simbolo che non si muove. Ad esempio, la mostra, che è un format che tu conosci bene, è qualcosa che inizia e se ne va. Invece vorrei creare cose che rimangano lì, come valore simbolico che perdura. Magari questa mano continuerà a comunicare a distanza di anni; si saranno perse queste parole che diciamo ora, ma il contenuto dell’opera rimarrà.

Rispetto al panorama contemporaneo, il tuo lavoro, da un punto di vista formale, è in stretto rapporto con la tradizione, pur comunicando con un linguaggio attuale. In che modo coniughi questi due aspetti?

Non credo che la trazione abbia esaurito i suoi argomenti, anzi, la trovo in stretta connessione con la nostra contemporaneità. Gli andamenti, certamente, sono cambiati; un tempo chi si poteva permettere un ritratto, diveniva immortale. L’artista aveva la funzione fondamentale di restituire una forma di eternità. Oggi penso che bisognerebbe allontanare il concetto odierno di contemporaneo, è trattato come se fosse una corrente. L’arte non appartiene mai solo al nostro tempo, e se riuscissimo a uscire da questa idea, come tentativo, si potrebbero includere più aspetti possibili. Io mi sento in comunicazione con il linguaggio dell’antichità, tento di apprenderne le sfumature che sento aggiungersi al mio vocabolario e all’attualità che ci circonda. Vorrei che l’arte generasse dinamiche altre, quasi un tornare ad essere monumento, un punto di riferimento per più persone. In questo modo, diventa un simbolo potentissimo.

PAOLO DEL GALLO – L’arte che abito

«L’artista ha voluto portare la creatura delle trasparenze e delle vesti cangianti nelle case e nelle stanze, e le ha reinventate, dipinte, accolte in segni veloci e vorticanti: per chiuderla in un ostensorio come fulcro del sacro, per fermarne il battito sullo schienale di una sedia, per duplicarne la bellezza in una specchiera, per farne misura del tempo in una clessidra, e tutto mai per imprigionarla in una teca di morte, ma per affidarne il mistero e la grazia all’altrove dell’arte e nel segno della poesia».

(Elio Pecora 2025)

Specie animali e vegetali dominano le tue opere come un microcosmo dove coesistono paesaggio, memoria e ornamento. Tra le varie rappresentate, emerge quella della farfalla, a emblema delle altre. Essa non appare solo espressione delle sfaccettature presenti in natura, ma di una bellezza che permane pur nella sua transitorietà, il cui gesto, seppur piccolo, potrebbe anche generare conseguenze immense. La farfalla cosa rappresenta per te?

La rappresentazione della farfalla è la più gentile che conosca per riportare l’attenzione sull’importanza della bellezza. Si tratta di un miracolo di forme e combinazioni cromatiche, a ricordarci quanto la natura sia, da sempre, la più grande artista. È come se la farfalla, nel suo elegante volo, si sottraesse al peso della terra senza perdere la propria delicatezza, incarnando desideri di leggerezza e libertà. Tale creatura ci rammenta quanto possa essere facile spezzare un equilibrio e quanto sia, invece, necessario imparare a proteggere ciò che appare più lieve, “imponendo” un rispetto nuovo. Molte specie, infatti, sono oggi in via di estinzione, e la loro scomparsa si consuma spesso in silenzio, come una bellezza che rischiamo di perdere senza accorgercene. Nella sua breve e intensa esistenza, la farfalla è capace di racchiudere un’intera idea di tempo, insegnando che ciò che dura meno, spesso può lasciare il segno più profondo. Si tratta di un essere fragile e transitorio, eppure veramente capace di generare conseguenze immense, come dici, proprio come un gesto, un pensiero, un’opera.

“L’artista ha voluto portare la creatura delle trasparenze e delle vesti cangianti nelle case e nelle stanze”, così scrive il poeta Elio Pecora in occasione della personale Butterfly Effect alla Galleria La Nuvola di Via Margutta. Anche tu immagini che le farfalle abbiano un abito? Se si, che cosa rappresenterebbe?

Sì, immagino che le farfalle abbiano un abito, ma non nel senso umano del termine. Il loro abito non è qualcosa che si indossa: è qualcosa che si è. Il manto è la loro pelle, la loro memoria. È una superficie viva che racconta la trasformazione e l’appartenenza a un paesaggio. Nelle ali si intrecciano bellezza e necessità, seduzione e difesa. Molte farfalle, ad esempio, indossano un abito che imita occhi più grandi, presenze minacciose, tracce di predatori. È un linguaggio primordiale, una forma di intelligenza visiva dove l’immagine si fa protezione e l’apparenza si trasforma in sopravvivenza. L’abito, in questo senso, non nasconde: agisce.

Nel tuo lavoro, quindi, la farfalla sembrerebbe indossare un abito che non è solo decorazione, ma linguaggio e difesa. Che rapporto vedi tra il “vestire” della farfalla e il modo in cui l’essere umano costruisce la propria identità attraverso ciò che indossa?

L’abito è il primo linguaggio visivo che l’essere umano ha inventato per stare al mondo.
Prima ancora delle parole, abbiamo usato superfici, colori, simboli per dire chi siamo, da dove veniamo, e come vogliamo essere visti. È qui che la farfalla si avvicina all’umano. Anche noi costruiamo abiti per esistere e difenderci, per affermare un’identità o per celarla. L’abito umano come quello animale spesso mente. Le sue ali non sono solo belle: sono codici. Macchie che imitano occhi, colori che avvertono la temperatura da cui nascono, pattern che seducono o spaventano. La farfalla “si veste” per vivere. Il suo abito è un atto di sopravvivenza e un gesto estetico inevitabile. Dipingerla con un manto sgargiante significa affermare che la bellezza non è mai superflua, ma necessaria. È una strategia vitale.

Raccontami quali aneddoti del tuo trascorso ti hanno permesso per la prima volta di riflettere su questi temi.

In campagna, da piccoli, coi miei fratelli, giocavamo sempre con abiti antichi rinvenuti da grossi armadi polverosi. I più vecchi avevano 300 anni. C’erano giacche da uomo ricamate con fili in metalli preziosi, divise militari coperte di medaglie, livree per i cocchieri con bottoni dorati i cui stemmi imponevano un significato d’appartenenza. Poi la divisa da guardia pontificia con addirittura il crine di cavallo che spiccava dal suo elmo lucidissimo. Mi rendevo conto che tutto ciò era l’equivalente di “ali umane”. Come le ali delle farfalle, anche questi abiti dichiaravano provenienza, costruivano identità; mettevano in scena il potere, il ruolo, la grazia, trasformando il corpo in simbolo. Il bottone dorato con lo stemma sembrava un occhio che guardava il mondo, dicendo: “io esisto, io appartengo”. I ricami non erano solo decorazione, ma affermazione visiva.

In che modo il concetto di abito dialoga, oggi, con la tua pratica artistica?

Secondo me, la farfalla fa lo stesso con la natura, senza coscienza genetica, ma per una necessità biologica. Nel mio lavoro, dunque, le farfalle non indossano abiti per mostrarsi potenti, ma per ricordarci che la vera eleganza non è costruita, bensì è una conseguenza naturale dell’anima. Le loro ali si fanno metafora di ciò che siamo quando smettiamo di sovraccaricarci di segni esteriori.

Dall’opulenza delle livree si arriva a una verità più semplice e radicale: l’abito siamo noi. Non è il peso del materiale a definire l’identità, ma lo è il nostro modo di muoverci, di guardare, di entrare in relazione con il mondo. È il gesto, non la stoffa. È l’aura, non lo stemma.

Joe Magowan, a Wong Kar-wai grammar

Le immagini di Joe Magowan hanno la grana sospesa dei film di Wong Kar-wai: stesso uso del colore come stato d’animo.
I suoi ritratti ci parlano di una estetica precisa, dove l’emozione è densa e le note pastose, quasi materiche.
I volti si accendono con l’intensità del colore, quasi dei punctum barthesiani che si aprono nel dettaglio minimo, tenendoci incollati allo sguardo.
Anche se l’immagine è ferma, ci dice cosa è già accaduto e cosa sta per accadere, il fotogramma resta carico: dentro c’è il prima, e suggerisce il dopo.

Joe Magowan’s images carry the suspended grain of Wong Kar-wai’s films: the same use of color as a state of mind.
His portraits speak of a precise aesthetic, where emotion runs dense and the tones feel almost pastose, nearly material.
Faces ignite with the intensity of color, like Barthesian punctums that open within the smallest detail, holding our gaze captive.
Though the image is still, it tells us what has already happened and what is about to come, the frame remains charged: within it lives the before, and it hints at the after.



Cinecittà presenta LA STAZIONE di Sergio Rubini

Cinecittà presenta LA STAZIONE di Sergio Rubini (Italia, 1990) con Sergio Rubini, Margherita Buy, Ennio Fantastichini

Il restauro realizzato da Cinecittà dell’esordio alla regia di Rubini arriva in una preziosa edizione Blu-ray  curata da Home Movies.
Un film simbolo di una nuova onda del cinema italiano.
Presentazioni al Milano Film Festival e al Nuovo Sacher di Roma

Dopo la prima mondiale all’ultima Festa del Cinema di Roma, la versione restaurata da Cinecittà de La Stazione, il film che nel 1990 segnò il debutto alla regia di un attore e autore amato come Sergio Rubini, arriva in una preziosa edizione in Blu-ray, curata da Home Movies

Un’edizione in 4K arricchita dalla colonna sonora originale del film, una inedita introduzione di Davide Pulici e un’intervista a Sergio Rubini a cura di Freak-o-Rama; l’uscita fa parte della collana ART28, progetto nato dalla collaborazione tra Cinecittà e Home Movies/Oblivion per riportare alla luce i film prodotti attraverso l’Articolo 28, molti dei quali mai distribuiti in home video e spesso invisibili da anni.

Il lancio del Blu-ray del film viene accompagnato dalla presentazione in sala al Milano Film Festival, nella sezione Fuoricinema, sabato 6 giugno, ore 19.00,presso Anteo Palazzo del cinema,alla presenza di Sergio Rubini, e a Roma al Cinema Nuovo Sacher mercoledì 10 giugno alle 20.30, sempre alla presenza del regista.

A 35 anni dalla sua uscita La Stazione rappresenta ancora un film simbolo del nuovo cinema italiano, che all’inizio degli anni ’90 vide fiorire una sensibilità differente, una capacità rinnovata di unire forte autorialità ed emozione, e rendere contesti all’apparenza ristretti, racconti universali. Un film che al suo apparire venne subito notato come una novità, riconosciuto dai massimi premi italiani – il Nastro d’Argento, il David di Donatello, il Globo d’Oro, la Grolla d’Oro, Ciak d’Oro, e alla 47° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il Kodak – Cinecritica e il Premio FIPRESCI – e in cui oggi si ritrova uno spartiacque riconoscibile: un cinema italiano più consapevole dei propri mezzi ripartiva dalla Stazione.

Sergio Rubini ha dichiarato: “Quando ho saputo che il mio primo film, La Stazione, era stato restaurato, sono stato attraversato da emozioni diverse: sorpresa, gioia, gratitudine. Con La Stazione è nata la mia storia di regista, e il pensiero è andato a quei giorni di trepidazione in cui, grazie e insieme a Domenico Procacci – produttore e amico fraterno – ci incamminammo all’inseguimento di un sogno che, poco alla volta, prese forma fino a diventare realtà. Trascorsi ormai tanti anni, mi ritrovo a commentare il recupero di quella pellicola e mi accorgo che il senso più profondo del restauro di un film ha qualcosa a che fare con la magia, ancora di più quando, come in questo caso, si tratta di un’opera prima: perché fa scorrere all’indietro le lancette del tempo e sembra regalarti anche un po’ di giovinezza. Un grazie di cuore a Cinecittà, che ha deciso di rimettere a lucido la copia e di riportare il film sugli schermi, permettendogli di tornare a vivere.”

Prodotto dalla Fandango di un allora giovane produttore, Domenico Procacci, il film era tratto dall’omonima commedia teatrale di Umberto Marino, adattata dallo stesso autore con il regista e Gianfilippo Ascione, e in una quasi totale unità di spazio – quello dell’ufficio di un piccolo capostazione di provincia – e di una sola notte, metteva in scena un film di rapporti, minimale, fatto di accenni, sguardi, sottili ironie, che cresceva in una scrittura emotiva intensa. Un cinema di piccoli passi che sapeva farsi grande, e faceva una foto di un’Italia che in una crisi di valori cercava rifugio nell’intimità, fosse pure quella di un incontro tra sconosciuti, in una sola notte, ma decisivo.

E dava luce alle capacità di tre giovani attori che si sarebbero imposti grandemente al pubblico: Sergio Rubini, che riusciva a fondere una presenza di timido poetico e comico, un Buster Keaton contemporaneo; Margherita Buy, già di luminosa bravura; ed Ennio Fantastichini, umorale e intenso come molti memorabili personaggi successivi.

Il resto è fatto dalla chiusura di un luogo sospeso e metafisico, che riesce davvero a far esplodere sensibilità, attese, fughe e speranze di un paese che stava cambiando più velocemente di quanto si potesse avvertire.

Nota di restauro

Il restauro 4K è stato eseguito nel 2021 da negativo scena e positivo colonna 35mm. Gli interventi principali eseguiti hanno interessato in particolare la rimozione di spuntinature, graffi, macchie.  Per il restauro del suono si è provveduto punto per punto all’eliminazione dei difetti provenienti dalla normale usura del supporto.

Sinossi

Domenico è il giovane capostazione di un piccolo paesino, S. Marco di Lamia, dove lavora oramai da anni e compie ogni giorno gli stessi gesti e le stesse azioni. Una notte irrompe nel suo ufficio una donna sconvolta: è Flavia, fuggita da un uomo che ha finto di amarla, ma che in realtà vuole solo servirsi della sua facoltosa famiglia per concludere un affare. Flavia vorrebbe partire subito, diretta 

a casa dei suoi genitori, ma purtroppo il prossimo treno è alle sei della mattina. A poco a poco la timidezza di Domenico inizia a far colpo su Flavia, che ride dei suoi tic, ed i due iniziano ad entrare in confidenza, finché non si presenta alla stazione il fidanzato della donna, deciso a riportarla con sé.

Sergio Rubini – foto Claudio Porcarelli

Pollino Cocktail Camp 2026, radici liquide

Pollino Cocktail Camp 2026, radici liquide

Al Pollino Cocktail Camp ci si dimentica spesso di essere lì per lavoro.
Giunto alla sua edizione più partecipata, nel comune di Morano Calabro e nel cuore del Parco Nazionale più grande d’Italia, il Pollino Cocktail Camp è diventato qualcosa di raro nel panorama degli eventi F&B, perchè è un appuntamento che non insegue le tendenze, ma una formula semplice (seppure rigorosa): portare i migliori bartender del paese a confrontarsi con le botaniche officinali del territorio, sotto la guida scientifica di Carmine Lupia del Conservatorio Etnobotanica, e fondere la loro conoscenza tecnica con le erbe, in un bicchiere.
Pollino Cocktail Camp è il format ideato e curato da Catasta per divulgare il patrimonio botanico del Parco Nazionale del Pollino, frutto di un approccio innovativo alla valorizzazione del territorio.

Il sorteggio delle botaniche è la novità di quest’anno: nessuno porta il suo cavallo di battaglia, dunque tutti devono necessariamente ascoltare e nobilitare la materia prima. Sfidante.

Il dietro le quinte è la parte più divertente: una cucina affollata, un gioco di squadra, nessuna competizione ed un confronto costante sugli accoppiamenti tra distillati e lentisco, se l’aneto sposa il gin, se la camomilla selvatica placa o risveglia il rum… con nomi di qualche radice mai sentita prima, al di fuori di questo parco.


Il risultato è che Peppe Doria, founder di Volare Bologna, ha costruito il suo Daiquiri del Pollino su un’architettura precisa: rum Two Drifters, un elixir del Pollino con aneto Rodolfo, mirto e fiori di sambuco, limone, un classico che profuma di bosco. César Araujo di Bob Milano ha fatto qualcosa di Magico: Martin Miller’s gin, un cordiale di tisana con camomilla, finocchio e malva, tonica Tasson; Giuliana Giancano di Pot Pourri Torino ha proposto Sciinu: vermouth bianco Giacobini, rum Two Drifters al timo, cordiale di lentisco, oliva, soda Tassoni, un bicchiere che parla calabrese con accento piemontese. E Umberto Oliva, direttore artistico del Camp e Bar Manager di Entice Milano, ha firmato l’Anethon: gin Venus, aneto fresco del Pollino, semi di coriandolo, mirto Giacobini bianco e soda, un drink che non ti aspetti e non dimentichi.

Accanto a loro, i veterani del PCC, Francesco Bonazzi dal Mag Café di Milano, Julian Biondi con il suo Fermenthinks di Firenze, Peke Bochicchio di Barmacia di Potenza, Francesco Vocaturo del Blackshed di Cosenza, e le new entry Maurizio Zuddio dall’Ambrosia Rooftop di Roma, Antonio Cristofaro di Brezza a Soverato, Vasile Vidrasco – una mappa dell’Italia che diffonde il verbo del bere bene.

Tra le eccellenze calabre però non possiamo non parlare dell’accoglienza. Giovanni Gagliardi, Donato Sabatella, Sergio Senatore, e Manuela Laiacona – sono i padroni di casa di Catasta (luogo dove tutto questo prende vita) che trasformano gli ospiti in “famiglia”. La tavola è sempre apparecchiata, il calice sempre pieno, il calore genuino, non è forse questo il Made in Italy più autentico!?

(foto Vasile Vidrasco)

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ANNA ZHANG

INTERVIEW BY MIRIAM DE NICOLO’
PHOTOGRAPHY D2UNO MASSIMO MORGANTE + DAVID LENAZ
STYLING DILETTA PECCHIA
MAKE UP ARTIST MARTINA BELLETTI
PHOTOGRAPHY ASSISTANT MATTEO MARTEGANI
STYLING ASSISTANT SILVIA DAVIS
MAKE UP ARTIST ASSISTANT SARA SELVESTREL
LOCATION D2UNO STUDIO
POST-PRODUCTION TEA DRAGANO

Incontro con Anna Yi Lan Zhang, la vincitrice di MasterChef Italia 14 che ha fatto della sua doppia identità una filosofia culinaria

Andiamo al Dabass”, mi dice Anna quando le chiedo dell’intervista. “È di amici, mangio sempre benissimo lì”. Al ristorante-cocktail bar milanese, dove la cucina segue il ritmo della natura piuttosto che quello delle mode, Anna mi accoglie con quel sorriso che già in tv mi aveva conquistato, e con me l’Italia intera. Sul tavolo arrivano piatti di verdure poco cotte, sapori onesti, quella “cucina sincera” che lei ama e che racconta già molto di chi è: una ragazza che ha trasformato la propria doppia identità in un linguaggio universale. La scelta del luogo non è casuale – come scoprirò nel corso della serata, per Anna ogni gesto ha un significato, ogni dettaglio parla.

Nata a Milano da genitori cinesi arrivati in Italia per sfuggire alla legge del figlio unico, cresciuta a Rovigo, oggi veneziana d’adozione, Anna incarna quel “ponte” culturale di cui l’Italia – e forse il mondo – ha bisogno. Ma lo fa con una leggerezza sana, quasi inconsapevole della propria unicità.

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Anna, la tua cucina è profondamente contaminata – affonda le radici nella tradizione cinese e nei sapori orientali, eppure non rinuncia all’italianità. È un equilibrio affascinante, soprattutto considerando che non hai mai davvero vissuto in Cina. Come nasce questo linguaggio ibrido?

È un paradosso che vivo quotidianamente. Sono stata in Cina pochissime volte – da piccola qualche viaggio, poi nel 2018 per lavoro, 21 giorni in 17 città. Ma quando torno là mi sento straniera: non so bene di cosa parlare, faccio un po’ fatica a trovare argomenti di conversazione. Eppure qui, in Italia, quella cultura vive dentro di me attraverso i miei genitori. Mia madre mi ha insegnato a pensare al cibo come energia: ogni ingrediente ha una natura termica che influenza il nostro equilibrio psico-fisico. Per anni non l’ho ascoltata, poi, durante il Covid ho letto il libro del Dr. Lucio Sotte sulla medicina e dietetica cinese: tutto quello che mia madre diceva era lì, scritto. È stato un colpo di fulmine – ho capito che quella sapienza antica mi apparteneva, anche senza aver mai vissuto là.

Tua madre sembra essere stata una maestra silenziosa.

La domanda a casa era sempre “cosa vuoi mangiare oggi?”. Ogni giorno, sapori nuovi, per questo i miei ricordi sono legati a tantissimi piatti specifici dell’infanzia sempre diversi – il mio comfort food è lo spaghetto al pomodoro e basilico, ma anche il riso cinese saltato con verdure e gamberi. Preferisco la sorpresa al ricordo. Così sono stata cresciuta, nella curiosità, nell’apertura. Amici ed abitudini italiane, e l’estetica cinese, che mi ha sempre profondamente ispirata.

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Hai studiato ragioneria e lavorato nella moda. Come sei arrivata alla cucina?

Ho fatto una tesi sulla contraffazione del Made in China – per approfondire il tema del copiare, scoprendo che tutto arriva da un insegnamento di Confucio secondo il quale l’imitazione è un ottimo punto di partenza per imparare. Poi ho studiato moda e sapendo il cinese mi chiamavano in boutique di lusso, showroom, sales director, una crescita veloce, ma non ero felice. Mi sentivo una qualunque, non avevo un traguardo. E l’ambiente era pesante, soprattutto tra donne. Ricordo il mio terzo giorno in boutique: una collega mi chiuse in camerino e mi disse “qui ci sono i budget personali, le percentuali le prendiamo noi che siamo qui da più tempo”. Lavorava lì da dodici anni. Pensai: forse è ora che cambi tu lavoro, no? Ma avevo solo 21 anni.

E non l’hai mandata a quel paese?

(ride) In realtà faccio fatica. Sono autentica, ma se mi sento presa in giro non trovo le parole giuste per essere diplomatica.

Il Covid è stato il tuo spartiacque?

Sì. Ero da sola in quarantena a Milano, in Corso Magenta, quaranta metri quadri, una finestra sola che affacciava sul palazzo di fronte e la polizia che urlava “dovete stare a casa!”. Terribile. Ho iniziato a ordinare cose su Amazon – libri, e un’aspirabriciole per perdere più tempo visto che con l’aspirapolvere ci mettevo tre secondi. (ride) Ho letto quel libro di Lucio Sotte e mi sono innamorata. Tutti gli insegnamenti di mia madre: il Qi, lo Yin, lo Yang, i cibi caldi e freddi. Ho capito che la cucina era la mia strada; non cucinare dietro ai fornelli e basta, ma qualcosa di più grande, di etico.

Parli spesso di energia, di cibi “vivi”. Cosa intendi?

I vegetali sono vivi, i vegetali appena raccolti hanno l’anima dentro, l’energia scorre ancora per qualche giorno, ed è l’energia che ci ricarica. Mangio insalatone enormi, con verdure saltate – amo quando le foglie rimangono verdi. In medicina cinese ad esempio lo zenzero è un attivante: va mangiato la mattina, mai dopo le quattro del pomeriggio. Mia nonna, novantadue anni, beve tè verde il pomeriggio accompagnato da patatine fritte o frutta secca per bilanciare, perché il tè ha natura fredda, rinfrescante. Lascia la frutta fuori dal frigo due ore prima, sempre a temperatura ambiente, e le verdure a foglia verde mai spadellate troppo – per noi “troppo” vuol dire cinque minuti. Sono conoscenze antiche che oggi abbiamo perso.

Una cultura profonda che arriva dalla tua famiglia. Raccontami dei tuoi genitori – come hanno scelto l’Italia?

Sono venuti in Italia per avere me. In Cina c’era la legge del figlio unico e loro volevano una famiglia allargata. Hanno sempre lavorato facendo sacrifici enormi, non si sono mai goduti le circostanze. Si sono integrati con l’Italia sì, ma non tanto con gli italiani. I cinesi sanno fare rete, si supportano a vicenda, sono a loro modo affettuosi anche se da fuori non si vede. Con la mia vittoria a MasterChef Italia sento di aver chiuso un cerchio per loro: sono venuti qui, hanno lavorato tanto, e forse attraverso me hanno visto qualcosa realizzarsi.

Quanto ha pesato, nella tua storia, sentirsi “diversa”?

Ho subìto anch’io da bambina forme di bullismo. Ogni tanto penso: Meno male che sono nata carina! (ride) Dentro di noi la parola “diverso” esprime qualcosa di negativo. Ma così non è – o almeno, non dovrebbe esserlo. Anche se pure in Cina chiamano gli italiani “le persone opposte”, quindi il problema è universale. Io spero di riuscire a fare da ponte. La mia cucina non è fusion forzata – io ci sono nata in questi gusti. A casa mia non manca mai il parmigiano, c’è sempre un formaggio e mia madre cucina le melanzane alla soia, con l’origano!

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La vittoria a MasterChef ti ha regalato, oltre al titolo, un corso di alta formazione presso ALMA, a Colorno. Come vivi questa nuova fase?

È bellissimo. Lezioni dal lunedì al venerdì, dalle sette e mezza alle cinque del pomeriggio; teoria, pratica, cultura gastro- nomica del vino, analisi sensoriale. Impariamo le categorie degli alimenti, facciamo demo con gli chef, poi training nelle nostre postazioni singole. Voglio avere tutte le competenze, tutte le carte in regola, e tra tre mesi non sarò più solo “la vincitrice di MasterChef”, voglio essere Anna.

Qual è il tuo sogno?

Un programma di cucina divulgativa in tv. L’ho sempre saputo, in realtà – da piccola dicevo che volevo diventare famosa. Non mi vedevo cantante o attrice, ma “quella che parla alle persone”. E poi c’è l’Oasi, il progetto con il mio fidanzato: un luogo dove stare bene, mangiare bene, ma soprattutto dove insegnare attività manuali. Perché riconnettersi alla natura significa anche riconnettersi con se stessi. Vorrei corsi di ventagli col bambù, arpa cinese, pittura. Tanti giochi di luce.

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Venezia, la città dove ora vivi, cosa ti ha dato?

Qualità della vita. Esco e saluto il fruttivendolo alla barca di San Barnaba, il pescivendolo, il fioraio. Andando a piedi ho tempo per riflettere, per parlare a me stessa. Quando l’uomo è in moto il cervello funziona meglio, hai illuminazioni. Non avrei mai fatto MasterChef se fossi rimasta a Milano. Qui ho trovato la dimensione giusta. E ho trovato il mio compagno, che porta con sé una storia straordinaria – il nonno era pioniere dello yoga in Italia, allievo di Iyengar, aveva fondato un ashram su un’isola della laguna. Lui lavora nell’immobiliare con la stessa filosofia: trovare per ogni persona la casa giusta. E insieme vorremmo lasciare il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato.

Scrivi un diario, mi hai detto..

Un obbligo che mia madre mi ha imposto sin da piccola; un esercizio freudiano, più che cinese, ma fondamentale per metabolizzare le cose. I miei mi hanno sempre detto: “ascolta il tuo cuore”. Così facendo ogni scelta sarà quella giusta, perché sei una bambina buona. Ho fatto anche le mie cazzate, ma sono sempre tornata sui miei passi.

Jacket Trussardi – Trousers Luisa Spagnoli – Shoes Santoni – Necklace Rosa Antica

Sei credente?

Sì. I miei sono cristiani protestanti. Io credo nella forza dell’energia positiva, nel karma, nella gentilezza che porta gentilezza. Credo che la fortuna dell’uomo sia l’altro uomo.

C’è un momento particolare che ricordi di MasterChef?

La prova con i peperoncini peruviani. Avevo talmente paura di esagerare col piccante che sono partita col freno a mano tirato, un errore da principiante (ride). Avevo scelto Samuele come compagno di squadra, non per strategia ma per curiosità: volevo capire come ragiona, osservarlo da vicino. E poi il Perù è un viaggio che sogno di fare, c’è un universo di sapori che non ho ancora esplorato. Ma il ricordo più bello è un altro.

A questo punto al tavolo si avvicina un’amica di Anna — una delle “Telline”, così si chiama il loro gruppo. Ride, ci racconta di quella volta che Anna aprì il suo frigo quasi vuoto e creò un piatto miracoloso: farinata surgelata, zucca a cubetti, feta, mela verde, broccoli scottati, uvetta e marmellata di fichi. “Con due ingredienti fa magie”, dice.

Le chiedo di descrivere Anna con tre aggettivi. “Stimolante, dinamica, eclettica. Da quando l’ho conosciuta le ho detto che era speciale. Non aveva ancora questa direzione, sbatteva da una parte all’altra, ma una sera, nel letto, le ho preso la mano e le ho detto: sento che domani farai qualcosa di grande.”

Anna ha gli occhi lucidi. Si abbracciano. Qualcosa si stringe anche nel mio petto.


(in copertina: Dress and stockings Vivetta – Shoes Santoni – Earrings Rosantica)

MEMORIA

PHOTOGRAPHY: NICOLA BERTELLETTI

Nicola Bertellotti photographs the archives of memory. Forgotten villas, palaces without owners, theaters where the last curtain fell decades ago. He seeks what resists ruin – that beauty which time layers, refines, rendering it truer.

He travels the world with the patience of one who knows that authentic beauty requires natural light, long exposures, no manipulation. Only time. And silence. “Abandonment gives me peace,” he says.

His work has been exhibited in museums from Naples (Hic Sunt Dracones) to Estonia (The Great Beauty) to New Orleans (Paradiso Perduto). He has published “Fenomenologia della fine” (2014) and “In Absentia” (2022). He is the custodian of frescoes no one looks at anymore, of staircases suspended in the void, of out-of-tune pianos – but his true objective is the preservation of a beauty that is vanishing.

CONSTANȚA CASINO
The Casino of Constanța, inaugurated in 1910, was a symbol of Belle Époque and luxury on the Black Sea. It was severely damaged during the wars and subsequently abandoned for decades.

VILLA BORROMEO D’ADDA
Villa Borromeo d’Adda has been used as a set for various productions, including Marco Bellocchio’s film The Prince of Homburg (1997), which suits its noble context.



RACCONIGI ASYLUM
Built on an immense area and operational for over a century, it is a symbol of Italian psychiatric history before the Basaglia Law of 1978 and a place of immense suffering and forgotten stories.

VILLA CARPENETO
Villa Carpeneto is a historic noble residence located in the municipality of La Loggia, in the plain south of Turin. Its distinctive internal stair-case has earned it the nickname “Shell Villa.”

PALAZZO DAMIANI
The most famous fresco in the palace narrates the story of Niobe, punished for her hubris, whose children were killed. Niobe, transformed into stone, never stopped weeping.

VILLA DOLCI
Villa Dolci is the mark of an era: the exuberant and rich Art Nouveau testimony of the industrial bourgeoisie that shaped the history of Somma Lombardo at the beginning of the twentieth century, now left in silence to narrate its lost prosperity.

BATHS OF BĂILE HERCULANE
This complex was one of the most important and luxurious thermal spa stations in Europe during the Habsburg period and, subsequently, part of Romania’s golden age before its collapse

PALAZZO BRATOSZEWICACH
Palazzo Bratoszewicach is a historic residence located in the Łódź Voivodeship, Poland. In 1984 the palace suffered a severe fire that destroyed part of the roof. Since then, this piano has lain solitary in the courtyard.

VILLA MASSONI
The four-story residence with an eight-hectare park was beloved by Napoleon’s sister, Elisa, and by the wife of poet Ezra Pound, who was arrested by the Allies for treason and later hosted at the end of World War II by the then-owners.

VILLA BECKER
Villa Becker was used for the final scenes of The Mother of Tears, the 2007 film that concludes the Three Mothers trilogy (Mater Suspiriorum, Mater Tenebrarum, and MaterLacrimarum)

VILLA POSS
Villa Poss, overlooking Lake Maggiore, is famous primarily for hosting Winston Churchill in 1945, immediately after the war ended, while he was writing his memoirs.

VILLA GONZAGHESCA
The complex has ancient roots; the area where it stands was donated by Matilde di Canossa to the monks of San Benedetto in Polirone Abbey. It is considered the first example of a villa-castle built by the Gonzaga family, later becoming a hunting lodge and finally a prestigious noble residence of the cadet branch of the Gonzaga of Vescovato.

SNOB Magazine torna con una nuova edizione dei corsi di autenticazione luxury

Dopo il successo del primo appuntamento, SNOB Magazine lancia una nuova giornata formativa dedicata all’autenticazione di Hermès, Prada e Fendi tra teoria, pratica e cultura del lusso contemporaneo.

A seguito del successo della prima edizione, SNOB Magazine torna con un nuovo corso dedicato al mondo dell’autenticazione del lusso.

Dopo l’interesse registrato per il primo appuntamento, SNOB amplia il percorso formativo introducendo nuove maison protagoniste: HermèsPrada e Fendi.
Pensato per appassionati, professionisti del settore, collezionisti e curiosi del mercato luxury, il corso offrirà una giornata immersiva dedicata all’analisi dei codici distintivi dei grandi brand.

Dalla storia delle maison ai materiali, fino ai dettagli più tecnici legati a cuciture, finiture, hardware e lavorazioni, i partecipanti saranno guidati da esperti certificati nell’apprendimento delle principali tecniche di autenticazione.

Rispetto alla prima edizione, questo nuovo appuntamento approfondirà brand differenti e nuove modalità di analisi, con un focus ancora più specifico sulle dinamiche contemporanee del mercato second-hand e della resale culture, oggi sempre più centrale nel panorama del lusso.

Il corso alternerà momenti teorici e pratica avanzata, permettendo ai partecipanti di confrontare direttamente prodotti autentici e repliche, sviluppando così uno sguardo più consapevole e competente.

L’appuntamento è fissato per sabato 20 giugno 2026 a Milano, dalle ore 10.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 18.00, con aperitivo finale di networking.

Il costo del corso, comprensivo di attestato di partecipazione, è di 249 euro.
I posti sono limitati a un massimo di 10 partecipanti.

Per informazioni e prenotazioni: info@snobnonpertutti.it / miriam@snobonpertutti.it





I marchi citati nel corso vengono menzionati esclusivamente per scopi accademici e di approfondimento.
Non esiste alcuna affiliazione, partnership o associazione tra i suddetti marchi e questo corso. Tutti i diritti sui marchi appartengono ai rispettivi proprietari.



WI

East-West printed issue 2026.
Director & photography @vecsamoano
Art direction & styling @dilech_
Make up artist @credodinomaforselisir
Hair stylist @alexander_franzjoseph
Ass. Light @max_relax Ass.Digital @giuliaiapoce
Set designer @thxla
Styling assistant @a.yell.ow @astou.camara
Model @wi_geum00 Agency @nextmilan
Location @chedoeventsolutions

Gianfranco Frattini’s Portofino


Text Giuseppe Galbiati
Photography Tiziano De Muro

A Portofino, il piccolo rifugio dell’architetto Gianfranco Frattini che traguarda il mare

È una scaletta stretta e ripida, una scaletta di un’architettura tipicamente ligure, quella che dalla piazzetta di Portofino conduce al piccolo appartamento di Gianfranco Frattini. Si tratta in effetti di una casa che affonda le proprie radici nella storia: nata come cappella per i pescatori locali, venne trasformata dall’architetto milanese nel 1971, quando la scelse come rifugio creativo lontano dal caos del capoluogo lombardo. Qui, i soffitti voltati, le nicchie, gli stipiti lignei e intarsiati delle vecchie porte parlano ancora oggi di una memoria chiaramente religiosa. L’intervento di Frattini si inserisce con delicatezza in questo luogo, senza stravolgimenti strutturali, conservandone i caratteri e variandone la funzione.

Si tratta di un ambiente unico, uno spazio minimo di 39m2, che, come ci ricordano Emanuela Marco Frattini, figli dell’architetto, venne pensato come l’interno di una barca. Un rosa tenue definisce alle pareti l’intero volume abitato e una pavimentazione in teak, una sorta di tappeto ligneo, corre a terra senza soluzione di continuità. L’esiguità dello spazio fu la condizione che condusse a una estrema funzionalità progettuale, caratteristica tipica di tutta la produzione di Frattini. Tutto il mobilio, rigorosamente su misura e realizzato dagli abili artigiani brianzoli, era pensato come un insieme di elementi trasformabili, capaci di definire e ridefinire lo spazio secondo le necessità della famiglia e in base ai diversi momenti della giornata. Così, un elegante tavolo a ribalta può comparire davanti all’ingresso, un letto matrimoniale scorre celato al di sotto della scrivania e gli sgabelli possono essere riuniti a spicchi intorno a uno spigolo della casa.




I materiali sono raffinati e ridotti al minimo necessario. I legni dominano gli ambienti, dove oltre al già citato teak, spiccano il mogano e le grosse pannellature smaltate verde scuro, che dalla zona living culminano nel dettagliato ambiente cucina.




E proprio in corrispondenza di queste pannellature si trovano disposte in file le numerosissime lampadine a incandescenza, altro tratto distintivo dell’architetto, che con i loro riflessi donano luminosità all’intero ambiente.


Vissuto dalla famiglia Frattini per oltre 50 anni, l’appartamento racchiude in sé una collezione eclettica di libri, fotografie e oggetti legati alla vita e al lavoro dei suoi abitanti. Al centro della zona living si trova uno dei primissimi prototipi del tavolino Kyoto, disegnato da Frattini nel 1974 per Pierluigi Ghianda, privo in questa versione dei suoi caratteristici dentelli sporgenti. Poco distanti l’elegante tripolina e il divanetto in pelle nera, laddove in origine erano collocate due poltrone Sesann, celebre modello disegnato nel 1970 per Cassina. A queste si aggiungono le numerose lampade, tra cui spicca sicuramente la Lucilla per Tronconi, i decanters Sofia, Orsola e Jole, i celebri tavolini Marema per Cassina e perfino le stoffe, come le scacchiere che rivestono i letti, appartenenti alla serie pensata per Torri Lana.

Questi pezzi di design convivono con numerosi altri oggetti cari a Frattini, come i tantissimi modelli, di auto e di velieri, i libri d’arte e di architettura, e tra cui non si può dimenticare il ritratto realizzato dall’amico Roberto Sambonet.

Ma l’elemento forse più simbolico di tutto l’appartamento resta la finestra, quella sola finestra, che affaccia sul porticciolo di Portofino e dalla quale avremmo probabilmente trovato affacciato l’architetto, intento a osservare il brulichio della vita quotidiana. Questa finestra ha così la duplice funzione di convogliare la luce naturale all’interno dell’appartamento, ma soprattutto di soglia architettonica, di elemento tridimensionale capace di dilatare lo spazio di una piccola e antica cappella verso il più lontano e fuggevole orizzonte marino.

La nuova “week” in città: MILANO HOSPITALITY WEEK

MILANO HOSPITALITY WEEK CHIUDE LA SUA PRIMA EDIZIONE:
UNA NUOVA ENERGIA PER L’OSPITALITÀ MILANESE

Si è conclusa la prima edizione della Milano Hospitality Week, un progetto nato con l’obiettivo di creare connessioni autentiche tra bar, professionisti e realtà dell’ospitalità italiana e internazionale, trasformando Milano in un punto d’incontro vivo, contemporaneo e collaborativo.

Per quattro giorni, alcuni dei locali più rappresentativi della città hanno ospitato guest shift, incontri, aperitivi ed eventi speciali che hanno coinvolto bartender, chef, hotel, media, brand e ospiti provenienti da tutto il mondo.

Da Ceresio 7 a Moebius, passando per Camparino in Galleria, Dry Milano, Rita Cocktails, Bvlgari Hotel Milano e molte altre realtà coinvolte, la settimana ha dimostrato quanto la collaborazione possa generare valore reale per tutta l’industria.

Tra gli ospiti internazionali presenti: Argo, Kwant, Boadas Cocktails, Service Bar e Press Club, Zest , Angelita e molti altri insieme a professionisti e amici che hanno contribuito a rendere questa “edizione zero” qualcosa di molto più grande di un semplice calendario di eventi.

Milano Hospitality Week nasce infatti con una visione precisa: costruire nel tempo una piattaforma aperta, credibile e internazionale dedicata all’ospitalità, capace di unire qualità, cultura del servizio, creatività e spirito di squadra.

La risposta ricevuta in questi giorni ci ha fatto capire che Milano aveva bisogno di qualcosa del genere.
Non solo eventi, ma connessioni vere.
Siamo riusciti a creare entusiasmo, fiducia e soprattutto collaborazione tra realtà che troppo spesso lavorano separate
.”

Questa prima edizione rappresenta soltanto l’inizio di un progetto destinato a crescere, evolversi e strutturarsi ulteriormente nei prossimi anni, coinvolgendo sempre più operatori, partner e città.

Un ringraziamento speciale va a tutti i locali partecipanti, agli ospiti internazionali, ai team operativi, ai partner e a tutte le persone che hanno creduto in questa prima visione condivisa.

Milano Hospitality Week tornerà nel 2027.
E sarà solo l’inizio.