Pudore e Rivoluzione

In principio furono la minigonna e i blue jeans. L’una inventata dall’inglese Mary Quant (anche se Courrèges ne rivendicò la paternità), gli altri nati come uniforme da lavoro ed adottati in chiave ribellistica. 

Quella che fu chiamata “Swingin’ London” in realtà fu fenomeno di pochi giovani borghesi che per la prima volta nella storia realizzavano la loro identità in quanto giovani. 

Prima degli anni cinquanta-sessanta i cosiddetti giovani semplicemente non esistevano. Si vestivano come i loro genitori, non avevano gusti propri e passavano dall’infanzia all’età adulta senza soluzione di continuità. Terminato il lungo dopoguerra in Inghilterra (solo nel 1954 la popolazione britannica finisce di andare nei negozi col “Ration book”, il razionamento alimentare) un benessere diffuso raggiunge ampie fasce di popolazione. Da questo benessere nasce una nuova classe di consumatori, i giovani appunto. Per la prima volta si crea un mercato esclusivo: moda, spettacolo, musica, editoria. 

Carnaby Street docet. E per la prima volta la ribellione giovanile emerge. I jeans sconvolgono il perbenismo borghese. Pantaloni stretti sul corpo (e specialmente nella zona pubica) che suggeriscono licenziosità e anticonformismo. Così come più tardi le minigonne. 

Bandiera di libertà sessuale, segno di apertura alle relazioni erotiche. I giovani di allora finalmente possono avere rapporti sessuali senza la “palla” del matrimonio. L’illibatezza, trofeo di purezza e candore, allora smette di rappresentare un traguardo. 

Anzi al contrario diventa un segnale di arretratezza. E poi i capelli lunghi, e la musica: Beatles, Stones e tutti i gruppi che formarono la “British Invasion”. 

Si doveva svecchiare, aprire nuove porte della percezione, superare l’immobilismo, le sabbie mobili di un ordine borghese reazionario. E le provocazioni attraverso l’abbigliamento avevano la loro potenza: linguaggio corporeo, non verbale e per questo più immediato, rivoluzionario. 

Le vecchie zie in quei centimetri in meno sulle gambe delle loro nipoti immaginavano nefandezze erotiche e perdita di rispettabilità. Le nipoti incarnavano invece il nuovo, la libertà di espressione, la vivacità sociale. 

Eravamo all’inizio di quella che poi venne chiamata la società dei consumi. E i nuovi consumi erano lo specchio dei tempi che cambiavano. Sarebbero arrivati nuove opere d’arte, nuovi suoni, nuovo cinema, nuova letteratura, nuova architettura: un’alta onda innovativa in tutti i campi. Chi rimaneva indietro era vecchio. 

Ma oggi? Che ne è di quell’istinto rivoluzionario? Il mondo è andato avanti. Siamo passati dalle minigonne al monokini, al tanga, al push-up, ai tatuaggi quasi obbligatori, alle unghie alla Crudelia Demon, alle sopracciglia tatuate, al see- through, alle pance scoperte, agli hot-pants ed oltre. Sembra di essere in piena gara a mostrare il corpo, a essere sempre più sexy. Le icone della musica trap che twerkano, che simulano rapporti erotici, sono modelli da seguire. 

Il sesso è ovunque, soprattutto al mercato di qualsiasi prodotto. Veline televisive che fanno siparietti tra una battuta e l’altra, influencer truccatissime con unghie spaventosamente finte, serie televisive che mostrano giovani studentesse dedite a vendere il proprio corpo a ricchi adulti. Sulla maggioranza dei profili Instagram o TikTok delle adolescenti vedi pose stereotipate, emulazioni di ritrite top model in costumi da bagno sgambati e perizomi g-string. Giovanissime ragazze simil-Kardashian che impudicamente offrono la visione del proprio corpo in piazze metropolitane che purtroppo suggerirebbero un po’ di cautela. 

Per loro è un segno di libertà. 

Il fatto che possano essere in pericolo sicuramente un segno di regressione. Ma oggi mostrare sfacciatamente il proprio corpo è ancora segno di libertà? O siamo di fronte ad una omologazione dei gusti? I “tatuati” che ormai sono la maggioranza rappresentano uno spirito rivoluzionario o piuttosto una richiesta conformista? E l’ammiccamento continuo al sesso ci fa essere più moderni o viceversa dei pecoroni privi di senso critico? E il pudore che fine ha fatto? È morto? Dove risiede? Ecco, è il pudore che oggi è rivoluzionario. 

Chi lo vive, con leggerezza, candore e naturalezza, è il vero anticonformista dei nostri tempi. Quanto potere seduttivo ha oggi il pudore così poco praticato e per questo capace di destare l’attenzione, la curiosità, l’attrazione? 

Il pudore risiede nei gesti, negli sguardi, nei corpi che hanno fiducia in sé stessi. 

Il pudore è merce rara proprio perché si sgancia dall’essere merce di scambio, ma essenzialmente coscienza di sé ed autostima. In questo sta il suo essere rivoluzionario. E si fa un baffo dell’economia e del mercato. 

STERCULIA
Photo: ANTONIO REDAELLI, Text: TOMMASO BASILIO