EAU DE EAU – Cronache di un profumo che non esiste

Immaginate l’imbarazzo: annusare un cartoncino profumato e non percepire nulla. Nessuna nota floreale, nessun agrume, niente patchouli. Solo il vuoto olfattivo di un’assenza.

È esattamente ciò che è accaduto a seicento ospiti milanesi: in quei cartoncini, uno spruzzo di semplice, inodore, trasparente acqua. La nuova linea EAU DE EAU by Planète Terre si presentava così, un paradosso in boccetta. Il gioco di parole francese—acqua di acqua—celava una provocazione inquietante: in un futuro distopico (ma neanche troppo) l’acqua costerà più dell’oro e sarà venduta in preziosi flaconi, accessibile solo a chi potrà permettersela.

EAU DE EAU non è un “finto profumo di lusso”: è provocazione artistica, performance e manifesto sociale. Il progetto di Max Papeschi e Arianna Bonucci ha attraversato gli Stati Uniti per seimila chilometri— San Francisco, Los Angeles,Washington DC, New York— quattro mostre, un viaggio tra deserti aridi e metropoli iconiche che diventerà documentario: dieci terabyte di interviste dall’ex marine del Vietnam alla drag queen di San Francisco, dai nativi Navajo agli scommettitori di Las Vegas, tutti chiamati a riflettere sul bene più prezioso che stiamo perdendo.

Max e Arianna si raccontano in questa autointervista a poche settimane dal rientro in Italia.

Abbiamo attraversato le metropoli americane e i deserti più assetati degli Stati Uniti. Cosa ci hanno raccontato l’ex marine del Vietnam e l’uomo mascherato da Batman a Washington che non avremmo mai immaginato prima di partire?

L’acqua ci riguarda tutti, non c’è partito politico o estrazione sociale che ci divida su questo tema. C’è chi vive la scarsità con maggiore coinvolgimento —gli abitanti dell’arida California sono più sensibili — e chi la conosce solo attraverso le notizie. Una cosa è certa: siamo tutti d’accordo sull’urgenza di prendere sul serio l’argomento. Un problema che oggi è grave in alcune zone del pianeta dove si muore per mancanza d’acqua, domani potrebbe espandersi portandoci a combattere per la sopravvivenza.

Nei luoghi che abbiamo attraversato—dalla California arida alla Monument Valley—abbiamo documentato chi già vive la scarsità d’acqua come realtà quotidiana, non come distopia futura. Cosa ci ha insegnato chi l’acqua la raziona davvero?

Noi italiani, con l’acqua potabile a portata di rubinetto e un acquedotto monitorato, non ci rendiamo conto delle condizioni di alcuni paesi. Noi possiamo scegliere, spendere o meno per bere è a nostra discrezione. Nel deserto dell’Arizona, nella Monument Valley, molti Navajo cuociono la pasta con le bottigliette del supermercato perché in casa non hanno accesso ad acqua potabile. I nativi conoscono il valore dell’acqua, non ne sprecano una goccia, la riutilizzano per piante, animali, anche per lavarsi le mani. Abbiamo intervistato una signora che gestisce un bed & breakfast: una delle cose più sconvolgenti, ci ha detto, è vedere i turisti buttare bottigliette mezze piene.

Il documentario riprende tutte le tappe del tour, mostra i luoghi mitici americani ma ha anche un aspetto sociale, più vicino alle persone. Come può ispirare davvero chi lo guarderà per costruire un futuro migliore?

Speriamo che questo racconto fornisca un punto di vista nuovo, dove il singolo individuo non si senta costantemente colpevolizzato dal sistema, come se la sete nel mondo fosse colpa sua perché lascia scorrere troppo l’acqua lavandosi i denti. Il problema è sistemico e complesso, non si risolve accusando i cittadini e allontanandoli dalla causa. Non basta l’impegno casalingo per recuperare i litri dispersi dai vecchi acquedotti o impiegati per le tecnologie: serve coesione globale che renda il tema rilevante ai piani alti, che salga in graduatoria nella lista delle priorità. Questo non significa che non dobbiamo acquisire consapevolezza individuale sullo spreco — anzi — ma non è sufficiente.

Il profumo inganna l’olfatto, noi abbiamo ingannato 600 persone con acqua inodore. Ma la vera truffa non è forse quella dei brand che vendono bottiglie d’acqua a 10 euro spacciandole per “design” mentre metà del mondo muore di sete? Dove finisce l’arte e inizia la denuncia politica?

A Beverly Hills i baracchini vendono bottigliette di plastica a 5 dollari —non parliamo nemmeno di brand griffati o vetro. L’acqua è un bene essenziale e la sua distribuzione imparziale è attualmente uno dei più grandi fallimenti della società. EAU DE EAU ironizza cinicamente proprio su questo: ci mettiamo dalla parte degli spietati imprenditori del futuro che venderanno raffinate boccette d’acqua a prezzo irraggiungibile, alla portata solo dei pochissimi in cima alla piramide sociale. Raccontiamo il desiderio smodato degli esseri umani di lucrare su qualunque cosa, anche sulla vita.

E se domani qualcuno ci offrisse milioni per trasformare EAU DE EAU in un vero brand di lusso?

Con il viaggio in America EAU DE EAU ha assunto un nuovo livello, quello documentaristico. Il nostro obiettivo a lungo raggio è visitare altri paesi per raccontare i molteplici aspetti dell’acqua e intervistare nuove persone. Se qualcuno ci offrisse una cifra strabiliante per trasformare il marchio in “vero luxury brand” gli faremmo la controproposta di sponsorizzare i costi di produzione delle future riprese. Il brand sarebbe volto a supportare il progetto, non il contrario.

I nostri progetti futuri?

In questo momento tutta la nostra attenzione è concentrata sulla prossima tappa del tour: speriamo di partire per la seconda avventura in primavera in un nuovo paese. Stiamo ultimando il montaggio del documentario e siamo fiduciosi che possa diventare un progetto a lungo termine. Da una parte la mostra di EAU DE EAU, la performance e la beffa; dall’altra le riprese del documentario, la parte più divulgativa e di approfondimento.