LATO B | Live music: il vintage di cui abbiamo ancora bisogno. 

LATO B | Live music: il vintage di cui abbiamo ancora bisogno. 

Sono sempre meno gli artisti che nei live fanno davvero live. Un ballerino balla, un pittore dipinge, un barman prepara un cocktail, ma un cantante no, non è così scontato che canti davvero. 

E non è scontato che lo faccia proprio durante un live. 

Mi è capitato di notare nei live che ho potuto vedere su YouTube dei nomi più grandi della musica, e degli spettacoli più noti di questo nostro periodo, di notare una grande quantità di voci a supporto del lead vocal. E’ una pratica questa molto comune in chi prepara uno spettacolo, specie se il cantante debba gestire contemporaneamente una coreografia, o una particolare presenza sul palco. E allora sì, l’immagine prende il sopravvento, e probabilmente quello spettatore in tribuna non si accorgerà mai che Rihanna non sia realmente live, così come Dua Lipa o Taylor Swift. 

Una buona quantità di cori realizzati con timbro del cantante originale, e all’unisono, ma mixati leggermente indietro rispetto alla presa diretta del microfono live, vanno a coprire difetti, imperfezioni, stonature, e a volte proseguono acuti laddove non ce la si faccia. 

E’ bene che qualcuno lo dica alla massa che la musica live vera, quella di ampli e mixer, non si fa così. Così si fa uno spettacolo di arti visive, ma non un concerto. In realtà ritrovo questa stessa tendenza nei playback TikTok, che mi lasciano basita e talvolta spaventata dalla realtà in cui mi trovo. Ragazzini giovani non vanno a cantare un pezzo, suonarlo magari in una versione acustica a casa: sarebbero troppo soggetti a critiche e giudizi. Molto meglio proporlo in playback, magari con una bella coreografia. 

E allora sì, datemi della boomer. A me questa cosa non piace proprio, e trovo che ci stia portando nella direzione sbagliata. Se fai un playback, non stai facendo live. Se canti sopra la tua voce registrata in molteplici tracks, non stai facendo un live. 

Se vai ad un concerto di una persona in playback, non stai andando ad un concerto, ma ad una farsa. 

Il live è fatto di cavi che non funzionano, di sudore vero, di parole non ricordate, di serate finite troppo tardi, di “ma la sai quella che fa…” e di pezzi che anche dopo l’ennesima esecuzione, ti portano a sentire ancora qualcosa. Il live è l’imperfezione che si prende il posto da protagonista, è il non fingere davanti allo specchio e ritrovare tutto: dal proprio sorriso migliore, alle cicatrici che è impossibile nascondere. Il live è l’adrenalina in corpo che non se ne va fino a tardi, lo sguardo incrociato in mezzo alla folla di chi ha deciso di venire da te stasera. Il live è ritrovare la propria storia nel mondo degli altri, è condivisione vera senza ragione di mentire, altrimenti perché condividere? La musica live è quanto di più profondo la persona su quel palco vuole dirti, per questo sii gentile: che si tratti di un basker, o di un concertista alla Scala. Perché il live mette l’artista davanti ai propri limiti, e la vera perfezione sta nel saper giocare da fuoriclasse dentro quei limiti, più o meno largo sia il range di cui si parla. 

Il live è quello di cui questa società avrebbe bisogno davvero. Un filtro in meno, un cappotto con quel bottone sostituito, che riconosci sempre ogni volta che lo indossi e che forse sì, potevi cucirlo meglio ma tutto sommato ti piace così, ti rappresenta. 

E allora andate ad ascoltare un live. Uno vero.

Mettete in pausa la vostra voglia di perfezione, il vintage va sempre di moda.