Venezia – Guida completa per 3 giorni immersivi – Estate 2026
Come per tutte le città immortali, è impossibile riassumere le bellezze che la caratterizzano, in 3 giorni e qualche indirizzo – ma in questa guida completa, troverete una Venezia inedita, non l’ennesimo giro tra Rialto e San Marco, ma un percorso fatto di fornaci ed eccellenze Made in Italy; di mostre d’arte a cielo aperto; il meglio della Biennale Arte 2026; un archivio rarissimo chiuso per cinquant’anni, lo sguardo di Man Ray. Una Venezia che non smette mai di sorprendere, anche chi crede di conoscerla già.
DOVE ALLOGGIARE:
Madama Venice
Alloggiare al Madama Venice significa vivere un’esperienza di ospitalità unica.
Trattasi di un boutique hotel che ha solo 6 suites con una vista privilegiata sul canale, un giardino privato dove servono colazioni all’aperto, e la privacy di una Venezia rara. Il servizio eccelso di un hotel, la tranquillità di una villa privata. Qui ogni dettaglio vi farà innamorare e ritornare.
La nostra esperienza e guida completa qui
Dove: Fondamenta San Felice 3604, Cannaregio – Madama Venice


DA NON PERDERE:
Man Ray. L’immagine ritrovata – Ca’ Giustinian, Biennale di Venezia
Cinquant’anni dopo la leggendaria mostra del 1976 a San Giorgio Maggiore, ultimo atto veneziano di un artista già gravemente malato, la Biennale ricostruisce integralmente quell’allestimento con 160 opere tratte dall’Archivio Storico, patrimonio donato da Man Ray stesso. Un testamento spirituale restituito alla città che lo aveva accolto per l’ultima volta.


Alex Signoretti – Murano, tre generazioni dopo
C’è un modo per misurare quanto un mestiere sia autentico, ed è vedere quante generazioni riesce a sopravvivere senza tradirsi. La Vetreria B.F. Signoretti nasce nel 1991 dalla visione di Bruno Fusato Signoretti, veneziano classe 1939, che prima portava i turisti nelle fornaci e poi decise che una fornace voleva costruirsela da sé, dando vita all’eccellenza artigianale Made in Italy, oggi eredità di Alex Signoretti.
Nipote del fondatore, classe 1996, apprendista sotto maestri come Pino Signoretto, Barbaro e Tagliapietra prima di trovare un linguaggio tutto personale. Le sue opere giocano con cromatismi accesi, dettagli in oro 24 carati, soggetti pop che spaziano da collezioni ispirate allo sport a protagonisti iconici del cinema. Il risultato è un vetro che parla a clienti internazionali, architetti e interior designer da Milano a Londra, dimostrando che l’arte vetraria veneziana è sia eredità che contemporaneità, il fascino millenario della disciplina del fuoco.
La struttura offre servizio privato in taxiboat da Venezia, per la visita alla Fornace e allo showroom.


VENEZIA, MUSEO A CIELO APERTO:
Alberto Zampieri – Solitudine di ragazza in falsa compagnia, Regina Art Gallery
Calle San Felice – Durante la Biennale Arte, Venezia si arricchisce d’arte anche per le calli. Passeggiando noterai una ragazza sola seduta sul balconcino di una casa veneziana. Ti accorgerai solo avvicinandoti che non è reale. Zampieri coglie quella particolare forma di isolamento contemporaneo che si consuma in pubblico, visibile a tutti ma invisibile a chi ti sta accanto.


Farmacia Ponci a Santa Fosca – Cannaregio
La più antica farmacia veneziana, con interni originali del XVII secolo intatti, mobili barocchi, vasi in maiolica, intagli in noce. Nel 1701 il farmacista Zanichelli registrava già le celebri Pillole di Santa Fosca presso i Provveditori della Sanità per impedirne le imitazioni; nel 1870 Ferdinando Ponci ne confermava il privilegio, legando il suo nome a una specialità medicinale rimasta sul mercato per tre secoli. Oggi ospita la profumeria Il Mercante di Venezia, lo stesso spazio, un altro tipo di alchimia.


Davide Rivalta – Leoni in Campo, Fondazione Querini Stampalia
Quattro sculture monumentali in bronzo, due leoni e due leonesse, collocate in Campo Santa Maria Formosa e Campiello Querini come sentinelle silenziose: presenze rassicuranti che vegliano, dialogando con secoli di storia veneziana. I passanti accarezzano il muso dell’animale quasi come un rito portafortuna.
Ponte Chiodo – Cannaregio, Rio di San Felice
L’unico ponte rimasto senza parapetto a Venezia, ultimo testimone di come erano tutti i 446 ponti della città prima dell’Ottocento quando, per ragioni di sicurezza, vennero dotati delle protezioni laterali, le spallette o bande. Ponte privato del XVI secolo, un tempo di proprietà della famiglia Chiodo, conduce oggi alle porte di alcune abitazioni private e resta il terzo ponte più fotografato di Venezia.
Le porte di Venezia
Porte murate, porte aperte e porte chiuse, porte in legni di epoche diverse, porte della città, porte blindate, porte con batacchio o campanello, porte socchiuse, porte illuminate e porte anonime, porte minuscole e porte imponenti.
Sulle porte di Venezia si trova tutto: maniglie a forma di leone, batacchi con mostri e sirene, campanelli in ferro battuto, decorazioni con personaggi esotici e turchi col turbante, una ricerca di bellezza applicata dove avrete voglia di oltrepassare la soglia.


St.Regis Venice – hotel galleria d’arte
Il St. Regis Venice funziona di fatto come una galleria d’arte contemporanea, il progetto espositivo, di quest’anno è curato da Marta Cereda e si sviluppa negli spazi aperti al pubblico del piano terra dell’hotel; Marco De Santis presenta la serie Crepusculo, opere che dialogano perfettamente con la luce e l’ambiente dello spazio al St.Regis, sono incisioni su rame, tecnica artigianale nata in Europa risalente alla prima metà del XV secolo.
Nel Gran Salone trovate il ritratto della Marchesa Casati, folle mecenate nota per aver organizzato i parties più lussuosi ed eccentrici del mondo, creato dall’artista Simon Berger, lastre di vetro di sicurezza frantumate per creare volti e icone tramite la luce e i tagli del materiale. Questo ritratto è stato concepito in collaborazione con il maestro vetraio Berengo Studio di Murano.


Nell’ elegante hall del St Regis, l’installazione ambientale dell’artista Nina Carini in concomitanza con l’apertura della 61ª Biennale d’Arte. “The Water Rises”, Komorebi exhibition 2026, mette il visitatore in relazione con un ecosistema evocato, in cui la fragilità diventa esperienza diretta. In mostra un corpus di opere scultoree.


DOVE MANGIARE:
Vini Da Gigio – Fondamenta San Felice, Cannaregio
Da fuori, si mimetizza nella calle, dentro, un gioiello con pavimenti in cotto, travi a vista e l’atmosfera di una trattoria di famiglia che dal 1981 non ha mai smesso di crescere. Fondato da Nicoletta Ceola e Silvano Lazzari, oggi è portato avanti dai figli Paolo e Laura, seconda e terza generazione della stessa passione. Le specialità, moeche di stagione a parte, sono sarde in saor, misto di specialità veneziane cotte, seppie alla veneziana, anguilla alla griglia caponata, fegato alla veneziana con polenta, tagliolini alla granseola (deliziosi) e antipasti misti di crudo del giorno.
La carta dei vini si apre con un dettaglio simpatico: una serie di disegni fatti da bambini che vi hanno cenato, dedicati al ristorante, uno si firma Lola, 5 anni, dall’Argentina.
Si trova a due passi da Ca’ d’Oro, vicino al Ponte de Chiodo, consigliatissimo.


Marcianino L’Osteria – Cannaregio, Rio della Misericordia
Sul Rio della Misericordia, con dehors direttamente sul canale, Marcianino è l’osteria che frequentano i local: cicchetti, taglieri, cucina di mare, piatti di ostriche fresche, Gin della casa aromatizzato alla salicornia, fiumi di Spritz con un bellissima vista sul canale. L’antidoto perfetto alla Venezia turistica, con un’atmosfera rilassata ma di bacaro autentico.
Trattoria Bar Pontini
Piccola trattoria sul canale di Cannaregio, atmosfera rilassata per un pranzo all’aperto e un menu di pesce veneziano autentico, consigliato il baccalà mantecato con polenta bianca e pinoli, fritto misto, spaghetti allo scoglio, e tiramisù. Le porzioni sono davvero abbondanti e i prezzi calmierati rispetto agli standard veneziani. Qui lo staff è tutto al femminile, donne simpaticissime che “portano i pantaloni”.
COSA VEDERE:
Biennale Arte 2026
Padiglione Centrale
Oriol Vilanova — Los restos
Vilanova (Manresa, 1980) lavora con ciò che le epoche lasciano cadere: resti di mercati delle pulci trasformati in materia poetica e politica. Il mercato è una promessa di ricostruzione, di senso ritrovato. I frammenti parlano di ciò che un’epoca ha creduto necessario e poi abbandonato. Una pratica che guarda al basso, al residuale, senza nostalgia.


Beverly Buchanan
Le sue sculture di shack impiegano legname recuperato, metalli e cemento tabby misto a gusci di ostriche, sabbia e cenere, richiamando l’economia materiale razzializzata della Georgia costiera. Ogni materiale porta una storia: Buchanan commemora l’ingegno di donne come l’architetta autodidatta Mary Lou Furcron e l’artista Nellie Mae Rowe. La Biennale 2026 ne traccia l’orizzonte completo: disegno, pittura, scultura, land art.
Leonilda González
Co-fondatrice del Club de Grabado de Montevideo, González ha fatto della xilografia uno strumento politico: replicabile, accessibile, capace di raggiungere migliaia di persone. La serie Novias revolucionarias ritrae spose arrabbiate in protesta: bianco e nero ad alto contrasto, corpi di ispirazione bizantina, ironia tagliente come un coltello. Con la dittatura militare uruguaiana (1973-1985), quelle immagini di rabbia coniugale diventarono silenziosa resistenza politica.


Raed Yassin – Warhol of Arabia e Yassin Haute Couture
Nel gennaio 1977, Warhol atterrò in Kuwait per caso: un upgrade aereo lo svegliò nella penisola arabica invece che a Roma. Da quell’aneddoto opaco, Yassin costruisce Warhol of Arabia: archivio e invenzione intrecciati, i possibili ritratti pop dei soggetti locali immaginati nella grafica della serigrafia warholiana. In Yassin Haute Couture, alle Corderie, il padre dell’artista, stilista assassinato durante la guerra civile libanese, rivive attraverso i motivi ricamati che avrebbe potuto disegnare. Lutto trasformato in humor pungente, assenza resa visibile.


Alice Maher
In Les Filles d’Ouranos (1996, riprodotta alle Gaggiandre dell’Arsenale), teste vermiglie emergono dall’acqua riscrivendo la nascita di Afrodite in chiave di fertilità, frammentazione e ammonimento. In The Sibyls (2025), profetesse intrappolate in enormi matasse di capelli, sotto gocce di mercurio su superfici a specchio. Quattro decenni di lavoro sull’identità femminile nell’Irlanda post-coloniale dove Maher mantiene generativi i confini tra sacro e profano, personale e politico


Endre Koronczi – Pneuma Cosmico
Da quasi vent’anni Koronczi lavora attorno al vento: fenomeno invisibile che permea ogni cosa, dall’alito umano alle correnti planetarie. L’installazione combina lentezza, osservazione e pensiero associativo, né dimostrazione scientifica né pura metafora, ma intuizione a contorni volutamente sfumati. L’elemento sonoro, composto da Máté Balogh ed eseguito attraverso l’oggetto Respiro catturato, nasce dalla Raccolta di sospiri dell’artista. Un invito a rallentare la percezione fino a sentire ciò che solitamente passa inosservato.
Padiglione Nordico – Wranes, Kristalova, Orlow
Tre artiste trasformano l’architettura del padiglione in forza attiva. Tori Wranes libera figure senza testa, realizzate con vele modellate dal vento, da cui fuoriescono uccelli; una sirena da nebbia suona ogni ora. Klara Kristalova raccoglie creature in ceramica attorno a un albero caduto: fragilità e humor coesistono nella stessa superficie. Orlow costruisce una grande figura in argilla riciclata all’interno stesso del padiglione, provvisoria per definizione, si asciuga, si crepa, tende alla terra più che al monumento.


Padiglione Giappone – Ei Arakawa-Nash e Saito Reiji
Arakawa-Nash e il partner Forrest hanno scelto di diventare genitori durante la pandemia: due gemelli, dicembre 2024, scelta radicale in un mondo dove ventuno nazioni registrano già calo demografico. In I primi film dei gemelli, Saito Reiji riprende i bambini che guardano per la prima volta nove film sulla diaspora giapponese: la telecamera cattura lo sguardo, la meraviglia prima del linguaggio. Genitorialità come atto politico, cura come forma estetica.
Yto Barrada – Comme Saturne
Saturno che divora i propri figli, come la Rivoluzione che divora i suoi, dialoga con il dévore, tecnica tessile che dissolve chimicamente alcune fibre per far emergere una forma attraverso l’assenza: distruzione e generazione nello stesso gesto. La luce del giorno scolora progressivamente i tessuti nel corso della mostra, rendendo visibile il tempo. Tra cosmologia, storia del lavoro e teoria del colore, Barrada costruisce uno strumento poetico di sopravvivenza — un modo di abitare l’instabilità attraverso artigianato e umorismo.



