Venezia – guida completa per 3 giorni immersivi

Venezia – Guida completa per 3 giorni immersivi – Estate 2026

Come per tutte le città immortali, è impossibile riassumere le bellezze che la caratterizzano, in 3 giorni e qualche indirizzo – ma in questa guida completa, troverete una Venezia inedita, non l’ennesimo giro tra Rialto e San Marco, ma un percorso fatto di fornaci ed eccellenze Made in Italy; di mostre d’arte a cielo aperto; il meglio della Biennale Arte 2026; un archivio rarissimo chiuso per cinquant’anni, lo sguardo di Man Ray. Una Venezia che non smette mai di sorprendere, anche chi crede di conoscerla già.

DOVE ALLOGGIARE:

Madama Venice
Alloggiare al Madama Venice significa vivere un’esperienza di ospitalità unica.
Trattasi di un boutique hotel che ha solo 6 suites con una vista privilegiata sul canale, un giardino privato dove servono colazioni all’aperto, e la privacy di una Venezia rara. Il servizio eccelso di un hotel, la tranquillità di una villa privata. Qui ogni dettaglio vi farà innamorare e ritornare.

La nostra esperienza e guida completa qui
Dove: Fondamenta San Felice 3604, Cannaregio Madama Venice

DA NON PERDERE:

Man Ray. L’immagine ritrovata – Ca’ Giustinian, Biennale di Venezia
Cinquant’anni dopo la leggendaria mostra del 1976 a San Giorgio Maggiore, ultimo atto veneziano di un artista già gravemente malato, la Biennale ricostruisce integralmente quell’allestimento con 160 opere tratte dall’Archivio Storico, patrimonio donato da Man Ray stesso. Un testamento spirituale restituito alla città che lo aveva accolto per l’ultima volta.


Alex Signoretti – Murano, tre generazioni dopo
C’è un modo per misurare quanto un mestiere sia autentico, ed è vedere quante generazioni riesce a sopravvivere senza tradirsi. La Vetreria B.F. Signoretti nasce nel 1991 dalla visione di Bruno Fusato Signoretti, veneziano classe 1939, che prima portava i turisti nelle fornaci e poi decise che una fornace voleva costruirsela da sé, dando vita all’eccellenza artigianale Made in Italy, oggi eredità di Alex Signoretti.

Nipote del fondatore, classe 1996, apprendista sotto maestri come Pino Signoretto, Barbaro e Tagliapietra prima di trovare un linguaggio tutto personale. Le sue opere giocano con cromatismi accesi, dettagli in oro 24 carati, soggetti pop che spaziano da collezioni ispirate allo sport a protagonisti iconici del cinema. Il risultato è un vetro che parla a clienti internazionali, architetti e interior designer da Milano a Londra, dimostrando che l’arte vetraria veneziana è sia eredità che contemporaneità, il fascino millenario della disciplina del fuoco.

La struttura offre servizio privato in taxiboat da Venezia, per la visita alla Fornace e allo showroom.



VENEZIA, MUSEO A CIELO APERTO:

Alberto Zampieri – Solitudine di ragazza in falsa compagnia, Regina Art Gallery
Calle San Felice – Durante la Biennale Arte, Venezia si arricchisce d’arte anche per le calli. Passeggiando noterai una ragazza sola seduta sul balconcino di una casa veneziana. Ti accorgerai solo avvicinandoti che non è reale. Zampieri coglie quella particolare forma di isolamento contemporaneo che si consuma in pubblico, visibile a tutti ma invisibile a chi ti sta accanto.



Farmacia Ponci a Santa Fosca – Cannaregio
La più antica farmacia veneziana, con interni originali del XVII secolo intatti, mobili barocchi, vasi in maiolica, intagli in noce. Nel 1701 il farmacista Zanichelli registrava già le celebri Pillole di Santa Fosca presso i Provveditori della Sanità per impedirne le imitazioni; nel 1870 Ferdinando Ponci ne confermava il privilegio, legando il suo nome a una specialità medicinale rimasta sul mercato per tre secoli. Oggi ospita la profumeria Il Mercante di Venezia, lo stesso spazio, un altro tipo di alchimia.



Davide Rivalta – Leoni in Campo, Fondazione Querini Stampalia
Quattro sculture monumentali in bronzo, due leoni e due leonesse, collocate in Campo Santa Maria Formosa e Campiello Querini come sentinelle silenziose: presenze rassicuranti che vegliano, dialogando con secoli di storia veneziana. I passanti accarezzano il muso dell’animale quasi come un rito portafortuna.

Ponte Chiodo – Cannaregio, Rio di San Felice
L’unico ponte rimasto senza parapetto a Venezia, ultimo testimone di come erano tutti i 446 ponti della città prima dell’Ottocento quando, per ragioni di sicurezza, vennero dotati delle protezioni laterali, le spallette o bande. Ponte privato del XVI secolo, un tempo di proprietà della famiglia Chiodo, conduce oggi alle porte di alcune abitazioni private e resta il terzo ponte più fotografato di Venezia.

Le porte di Venezia
Porte murate, porte aperte e porte chiuse, porte in legni di epoche diverse, porte della città, porte blindate, porte con batacchio o campanello, porte socchiuse, porte illuminate e porte anonime, porte minuscole e porte imponenti.
Sulle porte di Venezia si trova tutto: maniglie a forma di leone, batacchi con mostri e sirene, campanelli in ferro battuto, decorazioni con personaggi esotici e turchi col turbante, una ricerca di bellezza applicata dove avrete voglia di oltrepassare la soglia.



St.Regis Venice – hotel galleria d’arte
Il St. Regis Venice funziona di fatto come una galleria d’arte contemporanea, il progetto espositivo, di quest’anno è curato da Marta Cereda e si sviluppa negli spazi aperti al pubblico del piano terra dell’hotel; Marco De Santis presenta la serie Crepusculo, opere che dialogano perfettamente con la luce e l’ambiente dello spazio al St.Regis, sono incisioni su rame, tecnica artigianale nata in Europa risalente alla prima metà del XV secolo.
Nel Gran Salone trovate il ritratto della Marchesa Casati, folle mecenate nota per aver organizzato i parties più lussuosi ed eccentrici del mondo, creato dall’artista Simon Berger, lastre di vetro di sicurezza frantumate per creare volti e icone tramite la luce e i tagli del materiale. Questo ritratto è stato concepito in collaborazione con il maestro vetraio Berengo Studio di Murano.



Nell’ elegante hall del St Regis, l’installazione ambientale dell’artista Nina Carini in concomitanza con l’apertura della 61ª Biennale d’Arte. “The Water Rises”, Komorebi exhibition 2026, mette il visitatore in relazione con un ecosistema evocato, in cui la fragilità diventa esperienza diretta. In mostra un corpus di opere scultoree.



DOVE MANGIARE:

Vini Da Gigio – Fondamenta San Felice, Cannaregio
Da fuori, si mimetizza nella calle, dentro, un gioiello con pavimenti in cotto, travi a vista e l’atmosfera di una trattoria di famiglia che dal 1981 non ha mai smesso di crescere. Fondato da Nicoletta Ceola e Silvano Lazzari, oggi è portato avanti dai figli Paolo e Laura, seconda e terza generazione della stessa passione. Le specialità, moeche di stagione a parte, sono sarde in saor, misto di specialità veneziane cotte, seppie alla veneziana, anguilla alla griglia caponata, fegato alla veneziana con polenta, tagliolini alla granseola (deliziosi) e antipasti misti di crudo del giorno.
La carta dei vini si apre con un dettaglio simpatico: una serie di disegni fatti da bambini che vi hanno cenato, dedicati al ristorante, uno si firma Lola, 5 anni, dall’Argentina.
Si trova a due passi da Ca’ d’Oro, vicino al Ponte de Chiodo, consigliatissimo.




Marcianino L’Osteria – Cannaregio, Rio della Misericordia
Sul Rio della Misericordia, con dehors direttamente sul canale, Marcianino è l’osteria che frequentano i local: cicchetti, taglieri, cucina di mare, piatti di ostriche fresche, Gin della casa aromatizzato alla salicornia, fiumi di Spritz con un bellissima vista sul canale. L’antidoto perfetto alla Venezia turistica, con un’atmosfera rilassata ma di bacaro autentico.

Trattoria Bar Pontini
Piccola trattoria sul canale di Cannaregio, atmosfera rilassata per un pranzo all’aperto e un menu di pesce veneziano autentico, consigliato il baccalà mantecato con polenta bianca e pinoli, fritto misto, spaghetti allo scoglio, e tiramisù. Le porzioni sono davvero abbondanti e i prezzi calmierati rispetto agli standard veneziani. Qui lo staff è tutto al femminile, donne simpaticissime che “portano i pantaloni”.

COSA VEDERE:

Biennale Arte 2026

Padiglione Centrale
Oriol Vilanova — Los restos

Vilanova (Manresa, 1980) lavora con ciò che le epoche lasciano cadere: resti di mercati delle pulci trasformati in materia poetica e politica. Il mercato è una promessa di ricostruzione, di senso ritrovato. I frammenti parlano di ciò che un’epoca ha creduto necessario e poi abbandonato. Una pratica che guarda al basso, al residuale, senza nostalgia.



Beverly Buchanan
Le sue sculture di shack impiegano legname recuperato, metalli e cemento tabby misto a gusci di ostriche, sabbia e cenere, richiamando l’economia materiale razzializzata della Georgia costiera. Ogni materiale porta una storia: Buchanan commemora l’ingegno di donne come l’architetta autodidatta Mary Lou Furcron e l’artista Nellie Mae Rowe. La Biennale 2026 ne traccia l’orizzonte completo: disegno, pittura, scultura, land art.

Leonilda González
Co-fondatrice del Club de Grabado de Montevideo, González ha fatto della xilografia uno strumento politico: replicabile, accessibile, capace di raggiungere migliaia di persone. La serie Novias revolucionarias ritrae spose arrabbiate in protesta: bianco e nero ad alto contrasto, corpi di ispirazione bizantina, ironia tagliente come un coltello. Con la dittatura militare uruguaiana (1973-1985), quelle immagini di rabbia coniugale diventarono silenziosa resistenza politica.



Raed Yassin – Warhol of Arabia e Yassin Haute Couture
Nel gennaio 1977, Warhol atterrò in Kuwait per caso: un upgrade aereo lo svegliò nella penisola arabica invece che a Roma. Da quell’aneddoto opaco, Yassin costruisce Warhol of Arabia: archivio e invenzione intrecciati, i possibili ritratti pop dei soggetti locali immaginati nella grafica della serigrafia warholiana. In Yassin Haute Couture, alle Corderie, il padre dell’artista, stilista assassinato durante la guerra civile libanese, rivive attraverso i motivi ricamati che avrebbe potuto disegnare. Lutto trasformato in humor pungente, assenza resa visibile.



Alice Maher
In Les Filles d’Ouranos (1996, riprodotta alle Gaggiandre dell’Arsenale), teste vermiglie emergono dall’acqua riscrivendo la nascita di Afrodite in chiave di fertilità, frammentazione e ammonimento. In The Sibyls (2025), profetesse intrappolate in enormi matasse di capelli, sotto gocce di mercurio su superfici a specchio. Quattro decenni di lavoro sull’identità femminile nell’Irlanda post-coloniale dove Maher mantiene generativi i confini tra sacro e profano, personale e politico



Endre Koronczi – Pneuma Cosmico
Da quasi vent’anni Koronczi lavora attorno al vento: fenomeno invisibile che permea ogni cosa, dall’alito umano alle correnti planetarie. L’installazione combina lentezza, osservazione e pensiero associativo, né dimostrazione scientifica né pura metafora, ma intuizione a contorni volutamente sfumati. L’elemento sonoro, composto da Máté Balogh ed eseguito attraverso l’oggetto Respiro catturato, nasce dalla Raccolta di sospiri dell’artista. Un invito a rallentare la percezione fino a sentire ciò che solitamente passa inosservato.

Padiglione Nordico – Wranes, Kristalova, Orlow
Tre artiste trasformano l’architettura del padiglione in forza attiva. Tori Wranes libera figure senza testa, realizzate con vele modellate dal vento, da cui fuoriescono uccelli; una sirena da nebbia suona ogni ora. Klara Kristalova raccoglie creature in ceramica attorno a un albero caduto: fragilità e humor coesistono nella stessa superficie. Orlow costruisce una grande figura in argilla riciclata all’interno stesso del padiglione, provvisoria per definizione, si asciuga, si crepa, tende alla terra più che al monumento.



Padiglione Giappone – Ei Arakawa-Nash e Saito Reiji
Arakawa-Nash e il partner Forrest hanno scelto di diventare genitori durante la pandemia: due gemelli, dicembre 2024, scelta radicale in un mondo dove ventuno nazioni registrano già calo demografico. In I primi film dei gemelli, Saito Reiji riprende i bambini che guardano per la prima volta nove film sulla diaspora giapponese: la telecamera cattura lo sguardo, la meraviglia prima del linguaggio. Genitorialità come atto politico, cura come forma estetica.

Yto Barrada – Comme Saturne
Saturno che divora i propri figli, come la Rivoluzione che divora i suoi, dialoga con il dévore, tecnica tessile che dissolve chimicamente alcune fibre per far emergere una forma attraverso l’assenza: distruzione e generazione nello stesso gesto. La luce del giorno scolora progressivamente i tessuti nel corso della mostra, rendendo visibile il tempo. Tra cosmologia, storia del lavoro e teoria del colore, Barrada costruisce uno strumento poetico di sopravvivenza — un modo di abitare l’instabilità attraverso artigianato e umorismo.

Il giardino ritrovato: Madama Garden Retreat, o dell’arte di scomparire a Venezia

Il giardino ritrovato: Madama Garden Retreat, o dell’arte di scomparire a Venezia

C’è un punto di Venezia dove il vociare continuo dei turisti smette di esistere. Si trova al sestiere di Cannaregio, di fronte al ponte (diverso da tutti gli altri) che racchiude una lunga storia, il Ponte Chiodo. La sua particolarità non è un vezzo architettonico ma un residuo del tempo: fino al Settecento tutti i ponti veneziani erano così, di pietra nuda, senza bande né spallette, come ancora testimoniano i vedutisti del secolo; quando le cadute negli anni divennero un problema da risolvere, la Serenissima impose parapetti ovunque. Ovunque tranne qui e a Torcello, sul gemello Ponte del Diavolo. Il Chiodo resta privato oggi, conduce solo alle porte di alcune abitazioni, ma sempre vi si troveranno gruppi di curiosi pronti a fotografarlo e ad attraversarlo come se, quel breve passaggio senza ringhiera, fosse l’unica prova rimasta che Venezia, un tempo, camminava sull’acqua senza rete.

A quell’indirizzo, dove la storia si è fermata, sorge il Madama Garden Retreat.
La prima porta è un mistero: al posto del batacchio, una maschera. L’oggetto enigmatico, teatrale, fedele all’indole della città intera, da sempre più disposta a celarsi che a mostrarsi; pochi passi più avanti, la seconda entrata è un cancello, che una volta varcato rivela un rigoglioso giardino, fitto di gelsomino, di rose e di ortensie color cipria, un profumo delicato, avvolgente, che vi inebrierà.


Il giardino e la prima colazione

Il giardino del Madama Garden si affaccia sul rio a Cannaregio, lontano dalla scenografia ufficiale di San Marco, lontano dal chiasso dei percorsi turistici, in un angolo di città che sembra insperato anche trovandosi a pochi minuti da Rialto.
Non sorprende che sia stato accolto tra le tappe del circuito Wigwam, il club internazionale che riunisce appassionati ed esperti di giardinaggio impegnati nella diffusione di conoscenze botaniche che altrimenti rischierebbero di perdersi.
La luce del mattino entra sottile tra le foglie e si riverbera sulla mise en place colorata, sugli incredibili vasi di vetro soffiato della Fornace Alex Signoretti che avvolgono le rose striate, dai petali rigati come increspature d’acqua, appartenenti a quella varietà antica conosciuta come Rosa Mundi (Rosa gallica versicolor), una delle più antiche d’Europa, coltivata fin dal Medioevo, con una corolla che sembra pennellato a mano.
Se si osservasse questa scena da lontano, potrebbe ricordare certi giardini di Monet a Giverny, quelli che Proust tanto amava e che descrisse più volte con minuzia di particolari.
Ed è qui, tra i fiori, che la prima colazione si trasforma in un piccolo rito quotidiano: frutta fresca da accompagnare a piacere con yogurt intero, confetture, pane tostato, cereali e granole, mentre il carrello delle torte avanza tra i tavoli come una coccola annunciata, e i croissant arrivano caldi, ripieni di pistacchio, crema pasticcera o limone, oppure friabili e vuoti, per chi preferisce la semplicità. Per chi ama il salato, la cucina prepara su richiesta omelette, uova alla coque o strapazzate con bacon, pronta a soddisfare ogni altro desiderio non scritto nel menu. Ma il risveglio più felice resta il più semplice, almeno per me: un cappuccino e una brioche, tra il canto degli uccellini e il profumo del gelsomino.
Non è un caso che questa attenzione abbia trovato un riconoscimento ufficiale: nel 2022 il Madama è entrato nell’Olimpo delle «top choices» della guida Johansens Condé Nast, che gli ha assegnato il premio Best Breakfast per l’area Europe and UK.



Anche i piatti raccontano un’altra storia veneziana: sono Geminiano Cozzi Venezia 1765, vera porcellana ossea che porta nel nome la data della propria nascita. Geminiano Cozzi, imprenditore modenese trasferitosi a Venezia, fondò la sua manifattura a Cannaregio, presso San Giobbe, e seppe distinguersi non solo per la qualità tecnica della pasta dura ma per la ricercatezza dei decori, affidati a pittori contesi a colpi di ducati dalle altre fabbriche europee. Per quasi cinquant’anni la manifattura Cozzi rimase tra le voci più alte della porcellana veneziana, prima di chiudere nel 1812. Il suo archivio di forme e disegni rimase dormiente per due secoli, fino a quando un imprenditore veneziano non decise di farlo rivivere, riportando quei decori settecenteschi a raccontare ancora oggi, su una tavola imbandita in un giardino di Cannaregio, quanto a Venezia nulla scompaia davvero. Resta, semmai, in attesa di essere ritrovato.


Il pontile privato, la fornace Signoretti, il ristorante Vini da Gigio

Dal piccolo pontile privato del Madama Garden partono i taxi acquatici che portano gli ospiti ovunque desiderino, compresi i tour consigliati dalla casa: tra questi, la visita alla Fornace Alex Signoretti, dove il vetro di Murano viene ancora soffiato con la canna lunga, secondo un gesto che non è mai cambiato nei secoli.
E a pochi passi dalla struttura c’è anche l’osteria Vini da Gigio, un luogo che custodisce lo stesso paradosso architettonico della porta con la maschera: anonimo fuori, ma che dentro nasconde un tesoro di cucina e di accoglienza. Da non perdere.


La suite Iris

Dalla finestra della Suite Iris che affaccia sul canale, si può assistere inosservati ad un piccolo teatro di vita, la cui scena più dolce è quella delle coppie che si baciano sul ponte.
Le stanze sono arredate con eleganza e originalità, la carta da parati materica ed in rilievo, si sposa perfettamente con i divani e le sedute in velluto, travi a vista che ricordano la struttura originaria, biancheria di cotone naturale, e un set di cortesia bagno Diptyque, la stessa maison parigina che da decenni traduce in candele e fragranze la memoria dei luoghi.

La cura non si ferma all’arredo, la fondatrice Mara De Guidi, manager di lungo corso nel mondo delle fragranze prima di dedicarsi all’ospitalità, ha trasferito in ogni stanza la sua educazione olfattiva componendo per gli ambienti un’identità di profumo.

Perché lo scelgono i VIP

Non è la fama a portare qui chi cerca riservatezza, ma il contrario, e cioè la garanzia della privacy.
Il Madama Garden viene scelto per il silenzio, per il servizio gentile, attento e competente che non si fa notare se non quando serve, per quella stessa qualità che Joseph Brodsky riconosceva nella città intera, in Watermark:

What they return to you is not your identity but your anonymity“,

non la propria identità, ma il proprio anonimato.

(immagini concesse dall’ufficio stampa – foto di Francesco Dolfo)

Madama Garden Retreat – Sestiere Cannaregio 3604
30121 Venezia
info@madamavenice.it
+39 041 523 92 74

“We need colours to survive this world”, la mostra di Monica Silva a Venezia

“We need colours to survive this world”, la mostra di Monica Silva a Venezia
Quando i colori diventano salvezza

We need colours to survive this world” – abbiamo bisogno dei colori per salvarci in questo mondo. Non è solo il titolo della mostra che la Fondazione Giorgio e Armanda Marchesani di Venezia ospita dal 16 ottobre al 9 novembre, ma il manifesto esistenziale di Monica Silva, fotografa italo-brasiliana che ha fatto del colore la sua lingua madre e della fotografia uno strumento di riscatto.

Nata a San Paolo con radici nella tribù Guaraní, Monica arriva in Italia oltre trent’anni fa portando con sé un bagaglio di sogni impossibili. «Provengo da una famiglia povera, dove studiare sembrava impossibile», racconta. Ma è proprio l’arte a salvarla: prima modella, poi conduttrice e assistente alla regia, scopre la fotografia a Londra nel 1986 e non la abbandona più.

Il colore come terapia

I colori di Monica Silva non sono mai innocui: rassicurano e spaventano, esplodono in tonalità vivide e si confrontano costantemente con l’ombra, il buio, la morte. È un’eredità caravaggesca riletta in chiave pop, scoperta a Napoli e poi reinterpretata nel progetto “Lux et Filum” del 2014. «Ho voluto lasciare spazio a quel margine interpretativo che non esplicita tutto», spiega l’artista, che nei suoi scatti gioca continuamente con il contrasto tra luce e tenebra, presenza e assenza, vita e morte.

La fotografia diventa per lei strumento terapeutico già nel 2003, quando inizia a realizzare autoritratti – “selfie” ante litteram – per ritrovare se stessa in un momento di crisi. «Mi guardavo allo specchio e non mi riconoscevo. Quei racconti per immagini mi hanno dato la possibilità di capire me stessa».

L’angelo che diventa pop

Il fulcro della mostra veneziana è “Gabriel Angel’s White Light“, evoluzione di un progetto nato nel 2022 con l’artista Valerio Fausti. Un angelo ligneo trecentesco viene trasformato in un trittico pop con i colori RGB, avvolto in luci led e retroilluminato: nello spettro luminoso, accompagnato da installazioni sonore, diventa luce bianca pura. «Come una farfalla che rompe il bozzolo», l’angelo abbandona la sua sacralità per abbracciare una nuova identità libera.

Accanto a questo, la mostra presenta circa 25 opere tra fotografie celebri e inediti: ritratti di icone del cinema come Brad Pitt, Tilda Swinton, George Clooney e Willem Dafoe, ma anche volti comuni, filosofi, dirigenti e persone della strada. Tra le immagini più iconiche, “Banana Golden Pop Art” – omaggio a Warhol che racconta la fugacità del tempo e la bellezza nascosta – e il ritratto di Gillo Dorfles, premiato alla Biennale di Venezia 2011.

Dai lavori per Corriere della Sera, Vogue, Vanity Fair e Le Figaro ai progetti “Sacro e Profano” (2019) e “Absence” (2022), Monica Silva costruisce un universo visivo dove ogni colore è una storia, ogni ombra un interrogativo. «L’arte mi ha salvato la vita», ammette. E attraverso i suoi colori forti, le sue luci accecanti e le sue ombre profonde, continua a salvare anche chi guarda.



(foto concesse dall’ufficio stampa)

La similitudine (con Sergio Rubini)

Il Festival del Cinema di Venezia è finalmente iniziato, lo omaggiamo con questo cortometraggio prodotto da Snob Srl, interpretato dal grande Sergio Rubini, e scritto e diretto da Peppe Tortora.

Un maestro di scuola elementare, dopo essere stato preso in giro dal direttore, davanti alla classe, decide di raccontare ai suoi bambini il significato della parola “Similitudine“. Lo fa con la storia di un uomo di nome Pernillo, un ignorante ma furbo che decide di aprire una scuola per maiali.
Sergio Rubini è l’attore protagonista che interpreta il maestro, Roberto Ciufoli interpreta il direttore.
L’ambiente è essenziale per dare importanza solo alla narrativa; la musica è composta da Alberto Bof come accento alla narrazione.

Tratto da un racconto di Angelo Tortora
Scritto e diretto da Peppe Tortora
Il maestro: Sergio Rubini
Direttore della scuola: Roberto Ciufoli
Bambino: Romeo Ciufoli
Aiuto Regia: Jacopo Rosso Ciufoli
Direttore della fotografia: Valerio Di Lorenzo
Musica originale di Alberto Bof
Press Agent Rubini: Saverio Ferragina
Supervisione Costumi: Tommaso Basilio
Aiuto Costumista: Paola Ragosta
Acconciature: Concetta Argondizzo @simonebelliagency
Operatore: Andrea D’Andrea
Aiuto Operatore: Vittorio Penna
Correzione Colore: Claudia Pasanisi
Grazie al centro Anziani San Felice di Roma

Una produzione di SNOB Srl
Direttore Responsabile: Miriam De Nicolò

Mostra del cinema di Venezia 74: applausi per «The Leisure Seeker» di Paolo Virzì

E’ stato presentato il 3 Settembre alla 74^ Mostra del cinema di Venezia il primo film italiano in concorso: «The Leisure Seeker» di Paolo Virzì.

Dopo “La Pazza Gioia” il regista livornese racconta la storia commovente dei due coniugi Ella e John che si amano nella malattia fino alla fine delle loro vite. In occasione della prima proiezione, Virzì e i due interpreti stranieri (l’inglese Helen Mirren e il canadese Donald Sutherland) si sono aggiudicati intensi e lunghi applausi.

John è un ex professore di letteratura e un grande appassionato dello scrittore Ernest Hemingway, affetto da un Alzheimer destinato progressivamente ad aggravarsi. La moglie, Ella, è affetta invece da un grave cancro allo stadio terminale. I due scelgono di avventurarsi in un lungo viaggio segreto verso Key West, dirigendosi verso la casa dello scrittore che John aveva tanto adorato ai tempi dell’insegnamento.

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Il film, che si apre con l’immagine della campagna presidenziale, è anche la raffigurazione dell’attuale America: un Paese in cui Ella e John stentano a riconoscersi. Esso è al tempo stesso la metafora della fuga da un destino doloroso. L’anziana coppia sceglie il divertimento e l’avventura alle cure ospedaliere. Il loro ultimo viaggio rappresenta dunque la scelta della libertà e della dignità, anche negli ultimi istanti di vita e nella malattia. L’avventura prosegue poi per la Route 1 sulla East Coast degli States e termina a Key West.

Tra le parole e i lunghi silenzi, tra il dipinto della condizione attuale e i ricordi, il regista è riuscito a mettere alla luce con grande sensibilità una tematica così delicata come l’anzianità.

The Leisure Seeker è per Paolo Virzì il primo film girato interamente in America, in lingua inglese e s’ispira all’omonimo romanzo di Michael Zadoorian.
L’uscita al cinema è prevista per il 25 gennaio 2018.

Arte e design in mostra a Venezia

Mobili unici e dialoghi tra arte e design in mostra a Palazzo garzoni Moro, a Venezia. Lo scorso 17 dicembre è stata inaugurata “Connection–L’arte indaga e il design ricerca”, un inedito mix artistico che spazia dalla fotografia a pezzi di design. Fino al 18 febbraio 2017 saranno esposti gli scatti di Letizia Cariello insieme a pezzi di design della collezione MAAM** (Museo delle arti applicate nel mobile) firmati dall’azienda Morelato.

Una esplorazione cognitiva delle diverse prospettive di analisi: da un lato viene indagata la “dimensione ripetitiva e ossessiva per indagare il mondo degli affetti e dell’identità”, raffigurata nelle fotografie dell’artista Letizia Cariello; dall’altro viene esplorato il senso di unicità rappresentato dai pezzi del MAAM, testimoni dell’evoluzione del design dal secolo scorso fino ad oggi.

Palazzo Garzoni Moro, edificio risalente alla metà del XV secolo, affacciato sul Canal Grande, accoglie al piano terra, nella suggestiva corte interna, il progetto, che consiste in un allestimento permanente, costituito dalle opere del MAAM, che verrà affiancato a collettive e/o personali di artisti, incontri e workshop.

Ugo La Pietra, Occultamento
Ugo La Pietra, Occultamento


Sotto la direzione artistica di Manon Comerio, arte e ricerca si fondono in un percorso di esplorazione unico e suggestivo. Protagonista della mostra l’opera di Letizia Cariello: nata in una famiglia dedita all’arte da più di duecento anni, la fotografa è laureata in Storia dell’Arte. Dopo esperienze nel cinema in Italia e negli Stati Uniti, attualmente l’artista vive e lavora tra Milano e Pontresina.

Per Sempre, il corto alla moda di Paolo Genovese e Twinset

La moda incontra il cinema nel corto Per Sempre di Genovese, interpretato da Giulia Bevilacqua, Chiara Mastalli e Claudia Potenza.


La scena si apre con l’incertezza del look, la protagonista deve scegliere l’outfit adatto per incontrare “l’uomo della sua vita” e chiede ausilio al gruppo delle sue amiche.
Le tre, vestite da Twinset Simona Barbieri, propongono all’amica in difficoltà una forte riflessione, ovvero non cedere a idealizzare l’uomo con cui uscirà ancor prima del loro incontro.


Le aspettative uccidono l’amore“, spiega la protagonista in un monologo diretto alle sue interlocutrici.
Una donna sogna e sa immaginare, è così che cede ad un’idea relegandola nella sua perfezione, chiedendosi se sarà apprezzata, se sarà accettata ed amata.
Pone così tante speranze sull’altro da rimanere delusa nel caso in cui, poi, non coincida con la realtà.
Così vive nell’aspettativa che sia diverso, che cambi, che le presenti gli amici, sua madre, che la porti a cena fuori o al cinema, che le chieda di andare a vivere assieme, che le porti la colazione a letto.
Presa da quello che vorrebbe, ha difficoltà ad accettare l’altro per quello che è.
Genovese sa parlare al cuore delle donne e lo fa attraverso la moda.
Cos’è la moda se non la rappresentazione più evidente di come vorremmo che ci vedessero?
Lo stile e l’eleganza di Twinset incontra perfettamente il messaggio di Genovese in una commistione che fa del cinema italiano un vero e proprio modo di comunicare.


Colpo di scena inatteso: l’uomo dei sogni è un bambino e il vero e centrale nucleo del corto è il tema dell’affidamento.
Stringe la mano alla sua nuova mamma e assieme si incamminano verso la vita.
Il corto termina con un’immagine nera con scritte bianche ben in rilievo:
Affidamento, sostantivo maschile. Fare affidamento su qualcuno, fidarsene pienamente, contare su di lui“.


Cos’è l’amore, allora?
È prendersi cura dell’altro, accettandone pregi e difetti, contandoci, affidandosi.
È questa la vera magia del “Per Sempre“.

Riccardo Paternò Castello in mostra a Venezia

Dall’1 al 31 maggio 2016, Imaginacafè Art Gallery , in Rio Terà Canal a Venezia, ospita l’esposizione SPIRITO URBANO/LANDSCAPES METROPOLITANI del pittore Riccardo Paternò Castello.

 

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Milano. Tecnica gessetto su tela

 

 

Vedute aeree di agglomerati urbani, disegnate con tratti spezzati. Un groviglio di palazzi e strade e ancora calle e canali, raffigurati come un reticolo di ragnatele confuse e, al contempo, chiarificatrici.

 

SPIRITO URNABO/LANDSCAPES METROPOLITANI in mostra a Venezia
SPIRITO URNABO/LANDSCAPES METROPOLITANI in mostra a Venezia

 

 

Milano e Venezia e ancora Parigi. L’asfalto e la laguna. Il romanticismo. Tre città a confronto, raccontate nella eclettica visione del pittore catanese.

Riccardo Paternò Castello, formatosi presso le Accademie di Belle Arti di Roma, Firenze e Brera, in queste opere elabora tutto il suo sapere. La fotografia incontra la carta, così come la pittura, il disegno ed ancora la tela, i gessetti, le matite e gli oli. Contaminazione di un’arte pura, manipolata da conversazioni private nei meandri di città vissute.

 

Milano. Tecnica matita su carta
Milano. Tecnica matita su carta

 

 

La città si smaterializza e si carica di messaggi evocativi di cui ognuno di noi, da la sua personale interpretazione.

Poliedrico come il suo percorso artistico, Riccardo Paternò Castello, con l’esposizione in atto a Venezia, dimostra la sua vena artistica ricca di percorsi intuitivi e di contaminazioni stilistiche.

La mostra è curata da Luisa Turchi e Myriam Zerbi.

 

Photo courtesy Press Office

 

Helmut Newton in mostra a Venezia

Helmut Newton approda a Venezia con una serie di scatti che ci illumineranno sul  percorso artistico del fotografo tedesco.

Dal 7 aprile al 7 agosto 2016, sarà possibile esplorare i cunicoli mai pretenziosi delle fantasie erotiche (ma non solo) dell’artista, nella sede espositiva Tre Oci.

La mostra “Helmut Newton. Fotografie” è stata organizzata ponendo l’attenzione sul focus dell’interesse artistico di Newton, la donna, e si suddivide in tre macro sezioni: White Women, Sleepless Nights e Big Nudes, entrambe nate dopo la supervisione dei volumi pubblicati alla fine degli anni settanta, inizi anni ottanta.

Il volume White Women, composto da 42 immagini a colori e 39 in bianco e  nero, è definito da tutti la prima rappresentazione di nudo artistico legata alla moda. Corpi sinuosi e nudi, fotografati con maestria senza avvolgere la donna di un benché minimo alone di volgarità.

 

Scatto della serie White Women (fonte tpi.it)
Scatto della serie White Women (fonte tpi.it)

 

 

In Sleepless Nights ( volume pubblicato nel 1978) una serie di contaminazioni stilistiche ergono la vena artistica del fotografo a livelli di eccezionale visione estetica. Ritratti superbi, che catalizzano l’attenzione non solo sulle modelle ma anche sugli abiti, tanto che, l’editoria di moda si contende i suoi scatti.

 

Sleepless Nights. Helmut Newton (fonte sciameinquieto)
Sleepless Nights. Helmut Newton (fonte sciameinquieto)

 

 

Con Sleepless Nights, Helmut Newton si aggiudica un’onorificenza del tutto meritata divenendo il primo fashion photography  che la storia della moda abbia mai elargito ed onorato.

Infine, con Big Nudes (volume pubblicato nel 1981) l’acclamato e osannato fotografo, “sbarca” nei musei e nelle gallerie più importanti del mondo con gigantografie di nudo integrale, ispirati dai manifesti diffusi dalla Polizia tedesca per rintracciare alcuni esponenti di un gruppo terroristico del RAF.

 

Scatto serie Big Nudes, ispirato dai manifesti della Polizia tedesca alla ricerca di terroristi del RAF
Scatto serie Big Nudes, ispirato dai manifesti della Polizia tedesca alla ricerca di terroristi del RAF

 

 

 

Per tutte le informazioni inerenti alla mostra, visitate il sito  www.treoci.org

 

 

 

 

Per la cover fonte 10thstreetrevival

 

 

E dove sono le fucine di talenti creativi Made in Italy?

Alle soglie dell’apertura degli anni accademici e, a seguito di una nazione, l’Inghilterra, nominata al top delle classifiche mondiali per le migliori università di moda, D-Art porta gli aspiranti professionisti alla scoperta dei piani formativi delle realtà italiane.


The Business of Fashion, nella sua top ten annuale riguardante le scuole di moda mondiali, mette ai primi posti le realtà britanniche dei record.
Tra tutte la Central Saint Martins, seguita dalla Kingston, dalla Westminster e dal London College of Fashion.
Un panorama dinamico e eclettico quello della prima scuola di moda al mondo che, da anni, sforna talenti destinati alle luci della ribalta, come Alexander McQueen, John Galliano, Stella McCartney e Riccardo Tisci.
Il suo è un piano formativo variegato e allettante, coadiuvato da costanti iniziative, opportunità e sinergie.
Fashion, Fashion Design With Knitwear, Fashion Design With Marketing, Fashion Design Menswear, Fashion Design Womenswear, Fashion Print, Fashion Communication, Fashion Journalism, Fashion Communication and Promotion sono i corsi di laurea di primo livello che vanno a ampliarsi con due master ad hoc.


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Per i wannabe che non hanno modo di provare con il plus ultra mondiale non resta che virare verso ciò che offre il nostro Paese.
Unico rappresentante nella top five di The Business of Fashion è il Polimoda.
L’istituto fiorentino offre una formazione e una metodologia di lavoro altamente specializzate.
Suddiviso in due dipartimenti, Design & Technology e Business & Communication, il Polimoda forma competenze professionali come il Brand e Communication Manager, il Buyer, o quelle più creative come l’Art/Creative Director, il Fashion Designer, il Fashion Illustrator, il Fashion Stylist, il Footwear & Accessories Designer, senza dimenticare le nuove figure per il web, il Digital Strategy Planner, il Web Content Curator, il Social Media Manager, fino a quelle più vicine alla produzione e allo stile, come il Product Development Manager, il Patternmaker e il Samplemaker.


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Forte del suo primato non può che spianare la strada agli altri istituti italiani che, seppur non menzionati nella classifica, riescono a mantenere alta la qualità formativa, documentata dai placement e dalla soddisfazione degli ex allievi.
Per citarne di storici approdiamo nell’universo dello IED Moda a Roma che, come la Central Saint Martins, vanta ex diplomati di tutto rispetto.
Maria Grazia Chiuri e Pier Paolo Piccioli, direttori creativi di Valentino, Giambattista Valli e Marco De Vincenzo, sono solo alcuni degli allievi che hanno elaborato manufatti nelle proprie aule.
Fashion Design, Fashion Stylist E Editor e Designer Del Gioiello, i corsi triennali che vanno a affiancarsi ai master in Comunicazione E Marketing Per La Moda, Luxury Marketing Management, Fashion Design Management, Jewelry Design e ai corsi di formazione avanzata in Costume Design e Stylist Per La Moda.


Ph. Gaetano Alfano
Ph. Gaetano Alfano



Un’offerta ampia che troviamo anche presso l’Istituto Marangoni di Milano, un luogo dove da sempre la teoria si affianca alla pratica e dove la creatività viene costantemente nutrita e stimolata.
Nascono così corsi, prevalentemente in inglese, aperti agli studenti di tutto il mondo. Luoghi dove la sinergia e il networking rendono la scuola fiore all’occhiello del patrimonio italiano.
Fashion Design, Fashion Styling, Fashion Business, Fashion Communication E New Media e Accessories Design anticipano i master e le specializzazioni in Fashion Design Womenswear, Fashion Design Menswear, Knitwear Design, Fashion Styling & Portfolio, Fashion Photography & Film, Fashion Promotion, Communication & Media, Fashion & Luxury Brand Management, Fashion Buying, Fashion Product & Production Management, Fashion Retail Management, Fashion & Law, Digital Fashion Design, Luxury Accessories Design & Management, Fashion & Luxury, Business Administration e Fashion Elite.


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Unica università statale presente nell’excursus, con i suoi corsi triennali e magistrali in Design Della Moda e Moda E Arti, è lo IUAV di Venezia.
Quella che più spesso è stata definita come la “piccola Anversa” offre agli studenti costanti e importanti opportunità, non ultima la collaborazione con le manifatture Bonotto e Riopele.
In occasione di Milano Unica, infatti, 4 selezionati neodiplomati, Alessia Beraldin, Giovanni Nordio, Gregorio Nordio e Filippo Soffiati, hanno realizzato installazioni tessili in bilico tra performance e opere d’arte, esposte durante un evento presso Palazzo Durini.


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Come la Central Saint Martins molte delle realtà appena illustrate offrono la possibilità di interagire grazie a corsi brevi. Un modo per orientarsi, approfondire già consolidate esperienze e subire l’imprinting emanato da ognuna di esse.

La Mostra di Venezia omaggia la carriera di Bertrand Tavernier con la proiezione de “La Vie et Rien d’Autre”

Martedì 8 settembre la Mostra del Cinema di Venezia ha consegnato il Leone d’Oro alla Carriera al regista francese Bertrand Tavernier. In occasione della consegna di questo prestigioso riconoscimento, è stato proiettato, Fuori Concorso, il film La Vie et Rien d’Autre  (La Vita e Nient’Altro) che Tavernier girò nel 1989 con protagonista uno straordinario Philippe Noiret, il magico Alfredo del Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore. Al fianco di Noiret, Sabine Azéma.

 

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La pellicola è ambientata nel 1920, a due anni dalla fine della Prima Grande Guerra. La Francia, distrutta su un quarto del suo territorio, cura le proprie ferite dedicandosi alla ricostruzione. In ogni luogo i sopravvissuti si impegnano e combattono accanitamente per dimenticare quattro anni di incubo. Con cuore e passione, vi riescono. E in questo clima di riscatto, due donne, di classe sociale molto diversa, inseguono lo stesso scopo: ritrovare l’uomo che amano e che è scomparso. Mentre la borghese Irene cerca il marito, la provinciale Alice è alla ricerca del fidanzato. Una ricerca che le porta inevitabilmente alla medesima fonte di informazione, il comandante Dellaplane, capo dell’Ufficio Ricerca e Identificazione dei Militari Uccisi o Scomparsi. Allo stesso tempo la nazione avvia l’iter che designerà alle generazioni future le spoglie di colui che ancor oggi riposa sotto l’Arco di Trionfo: il milite ignoto.

 

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Per Bertrand Tavernier, La Vie et Rien d’Autrenon è un film di guerra, ma è un film sulle conseguenze della guerra, sul modo in cui un paese riconquista la pace”. Nel suo film, i soldati scomparsi arrivano ad essere addirittura trecentomila: una marea. Uomini sperduti, senza più traccia. Per il cineasta francese “quest’epoca ha fortemente condizionato il seguito della nostra storia politica, sociale e culturale. Da qui sono nati il pacifismo, il nazionalismo, il surrealismo: volevo mostrare come l’anima della gente fosse stata segnata dalla guerra”.

 

Bertrand Tavernier sul set del film
Bertrand Tavernier sul set del film

 

Tavernier, che il Direttore Artistico della Mostra veneziana Alberto Barbera definisce “figura centrale della scena cinematografica francese”, oltre a ricevere il riconoscimento alla carriera, ha avuto – ed è la prima volta che accade alla Mostra – a disposizione una “carte blanche”, con la quale ha selezionato quattro titoli da presentare, prima delle proiezioni, in veste di Guest Director della sezione Venezia Classici.