“Marina Abramovic The cleaner”, la mostra a Palazzo Strozzi

Ha cambiato per sempre il concetto di performance, contribuendo a creare un forte legame tra artista e pubblico: Marina Abramovic è la protagonista della più grande retrospettiva italiana a lei dedicata presso Palazzo Strozzi di Firenze, “Marina Abramović. The Cleaner”.

La mostra ripercorre le tappe più importanti dell’esperienza dell’artista serba, riunendo oltre 100 opere dagli anni Settanta agli anni Duemila, tra cui fotografie, installazioni, oggetti, dipinti e mettendo in scena la riesecuzione di sue celebri performance da parte di un selezionassimo gruppo di performer istruiti appositamente per l’evento.

Attraverso questa esposizione, si ha la fortuna di camminare lungo il sentiero della sua vita artistica, dalle prime esecuzioni sottopagate nel periodo in cui la performance art non era ancora riconosciuta e anzi veniva giudicata con sufficienza e a tratti derisa, quasi fosse un ramo dell’arte inventato ed inutile, fino alle ultime apparizioni in “The artist is present” del 2010. Al MOMA di New York (Museum of Modern Art), Marina Abramovic starà seduta su una sedia al centro di una sala, immobile e in silenzio, senza poter mangiare, bere, fare pipì per più di settecento ore nell’arco di tre mesi, 8 ore tutti i giorni e 10 di venerdi. Siederanno di fronte a lei milleseicentosettantacinque persone, con cui manterrà il contatto visivo per tutto il tempo che vogliono, persone che rideranno o piangeranno o le daranno le spalle carichi di dubbi e domande; l’intento è quello di dare un valore alla comunicazione energetica e spirituale che si instaura tra artista e pubblico, elemento  fondamentale nella ricerca della Abramovic. Alla fine di questa esperienza l’artista si dichiarerà molto provata, di una stanchezza fisica e mentale mai sentita, cambiata nei gusti e nelle scelte della vita quotidiana.


"The Artist is Present" - Marina Abramovic MoMA - New York Photograph by MARCO ANELLI © 2010
“The Artist is Present” – Marina Abramovic
MoMA – New York
Photograph by MARCO ANELLI © 2010


Ad accoglierci nel cortile di Palazzo Strozzi, il furgone Citroën, ex cellulare della polizia, che sarà il mezzo d’unione tra Marina Abramovic e l’artista tedesco Ulay, alcova di una vita nomade passata viaggiando incessantemente per tre anni in Europa, tra una performance e l’altra. Vita e Arte si uniranno nel manifesto unitario “Art Vital“:

Nessuna dimora stabile
Movimento permanente
Contatto diretto
Relazione locale
Autoselezione
Superare i limiti
Correre i rischi
Energia mobile
Nessuna prova
Nessun finale prestabilito
Nessuna replica
Vulnerabilità estesa
Esposizione al caso
Reazioni primarie

1975, performance, Studio Morra Napoli
1975, performance, Studio Morra Napoli


Nel 1974 Marina Abramovic si trova in Italia, allo Studio Morra di Napoli con la sua performance più estrema, Rhythm 0.
L’artista mette a disposizione del pubblico, su un tavolo, settantadue oggetti utilizzabili a loro piacimento tra cui: un martello, una sega, una piuma, una mela, del pane, una forchetta, un’accetta, una rosa, un paio di forbici, degli aghi, una penna, del miele, un coltellino, uno specchio, del vino, degli spilli, un rossetto, un boa di struzzo, una torta, una frusta, delle catene, del cotone, una macchina Polaroid, un libro, una pistola e un proiettile. Per sei ore si assisterà a quella che chiamiamo la “nascita nel peccato“. L’uomo è un essere crudele, la Abramovic verrà ferita, umiliata, le taglieranno i vestiti, le verrà puntata una pistola alla gola, carica…e solo una piccola parte di pubblico la salverà, contribuendo alla realizzazione del suo lavoro:

In quel momento mi resi conto che il pubblico può ucciderti. […] Quello che era successo, molto semplicemente, era la performance. E l’essenza della performance è che il pubblico e il performer realizzano l’opera insieme.”


18.3b
La performer Marina Abramovic


Nello stesso anno, alla Galleria Diagramma di Milano, Marina presenta un’altra opera scioccante, Rhythm 4:

Ero nuda e sola in una grande stanza, accovacciata sopra un potente ventilatore industriale. Mentre una videocamera trasmetteva la mia immagine al pubblico nella stanza di fianco, spingevo la faccia contro il vortice che usciva dal ventilatore, cercando di inspirare nei polmoni più aria possibile. Nel giro di un paio di minuti, l’impetuoso flusso d’aria all’interno del mio corpo mi fece svenire. […] la cosa più importante era farmi vedere in due stati diversi: vigile e priva di sensi. Sapevo di sperimentare nuovi modi per usare il mio corpo come materia prima.


14.2
Marina Abramović Balkan Baroque 1997


Marina Abramović Balkan Baroque 1997


La consacrazione internazionale avviene nel ’97, con il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia Marina Abramovic è chiamata a rappresentare ufficialmente la Serbia e il Montenegro alla Biennale, ma il progetto si interrompe bruscamente a causa del soggetto sensibile trattato dall’artista. Invitata da Germano Celant allestisce la ritualità sacrificale di Balkan Baroque in un sottoscala del Padiglione Centrale ai Giardini, scioccando pubblico e critica:

“ero seduta sul pavimento […], su una catasta di ossa di vacca: sotto ce n’erano cinquecento pulite, sopra duemila sanguinolente, con attaccate carne e cartilagini. Per quattro giorni, per sette ore al giorno, sfregavo le ossa sanguinolente fino a farle diventare pulite, mentre su due schermi alle mie spalle venivano proiettate – a intermittenza e senza sonoro – immagini delle interviste a mio padre e a mia madre: Danica che ripiegava le mani sul cuore e poi si copriva gli occhi, Vojin che brandiva la sua pistola. In quel locale senza aria condizionata, nell’umida estate veneziana, leossa sanguinolente marcirono e si riempirono di vermi, ma io continuavo a strofinarle: il lezzo era tremendo, come quello di cadaveri sul campo di battaglia. I visitatori entravano in fila e osservavano, disgustati dalla puzza ma ipnotizzati dallo spettacolo. Mentre pulivo le ossa, piangevo e cantavo canzoni popolari jugoslave della mia infanzia. Su un terzo schermo passava un video in cui io, vestita da tipico scienziato slavo – occhiali, camice bianco, grosse scarpe di cuoio – raccontavo la storia del ratto-lupo […]. Per me quello era il barocco balcanico.”


9.1
Ulay/Marina Abramović Imponderabilia 1977



Per natura effimera, la Performance Art per essere conservata necessita di documentazioni d’archivio. Al fine di far rivivere le proprie opere, Marina Abramovic, dagli anni Duemila, usa la “reperformance”, un metodo di lavoro in cui si ripropone la stessa ma con performer diversi e pubblico diverso. “The cleaner” a Palazzo Strozzi, propone un calendario fitto ricco di sollecitazioni in cui poter partecipare all’opera, come per “Imponderabilia”, performance realizzata la prima volta nel 1977 presso la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna, dove Marina Abramović e Ulay trascorsero novanta minuti in piedi uno di fronte all’altro, immobili e nudi in uno stretto passaggio d’ingresso, costringendo i visitatori che volevano entrare nel museo a passare in mezzo a loro. La performance doveva durare sei ore, ma fu interrotta dalla polizia. Per fortuna oggi a Palazzo Strozzi, nella prima sala del Piano Nobile, questo non succede, ma il visitatore può scegliere anche il passaggio laterale, evitando purtroppo il coinvolgimento emotivo e spirituale dell’opera stessa.

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Marina Abramovic attraverso la lunga Muraglia cinese – The lovers”


 

Marina e Ulay vivono e lavorano in simbiosi, fino all’ultima loro performance insieme: “The Lovers” del 1988, 90 giorni di cammino per tutta la lunghezza della Grande Muraglia cinese, una partendo dal dal lato orientale della muraglia a Shan Hai Guan, e l’altro camminando dal lato occidentale, a Jai Yu Guan, per poi incontrarsi e firmare il loro “addio pubblico”.


Avevamo concepito l’idea romantica di percorrere a piedi la Grande Muraglia cinese otto anni prima, nell’outback australiano, sotto la luna piena. L’idea aveva preso prepotentemente forma nella nostra immaginazione condivisa. Allora pensavamo che la Muraglia fosse una struttura continua e ancora integra, e che non avremmo incontrato problemi; la sera ci saremmo accampati lì sopra. E dopo essere partiti dalle estremità (la testa a Oriente, la coda a Occidente) ed esserci incontrati a metà, ci saremmo sposati. Per anni, il titolo provvisorio di questa nostra opera era stato The Lovers. Adesso amanti non eravamo più. […]. Ma non per questo volevamo rinunciare alla nostra marcia. Invece di camminare da soli, ciascuno sarebbe stato accompagnato da un drappello di guardie e da una guida-interprete. […] Quanto alla Grande Muraglia, la colossale struttura a forma di drago visibile dallo spazio era in gran parte in rovina, soprattutto a Ovest, dove lunghi tratti erano scomparsi sotto le sabbie del deserto. Ma anche a Est, dove attraversava una serie di catene montuose, gli inverni e il passare del tempo avevano portato a termine la loro opera di distruzione: in molti punti, la Muraglia era solo un mucchio di sassi pericolanti. E la nostra motivazione iniziale non c’era più. Noi non c’eravamo più. […] Camminare una verso l’altro aveva un certo impatto… era quasi la storia epica di due amanti che si incontravano dopo tante sofferenze. Poi questo aspetto è scomparso. Mi sono confrontata solo con me e la nuda Muraglia. [..] Sono molto contenta che abbiamo comunque deciso di realizzare questo lavoro, perché avevamo bisogno di una qualche conclusione. E questa è rappresentata da tutta la strada che facciamo camminando l’una verso l’altro, e non per incontrarci gioiosamente, ma solo per pronunciare la parola “fine”. È una cosa molto umana, in un certo senso. Ed è molto più drammatica della semplice storia dei due amanti. […] Ero affascinata dal rapporto tra la Grande Muraglia e le ley lines, le linee di energie della terra. Al tempo stesso mi rendevo conto di come cambiava la mia energia a seconda dei diversi tipi di terreno. A volte camminavo su argilla, a volte su ferro, quarzo o rame. Volevo cogliere le connessioni tra l’energia umana e quella della terra. In ogni posto in cui mi fermavo, chiedevo sempre di incontrare le persone più anziane. Alcune avevano centocinque, centodieci anni. Quando chiedevo loro di parlarmi della Grande Muraglia, mi raccontavano sempre di draghi: un drago nero che lottava contro un drago verde. Mi resi conto che quei racconti epici si riferivano puntualmente alla conformazione del terreno: il drago nero era il ferro, il drago verde era il rame. [..] Alla fine ci incontrammo il 27 giugno 1988, tre mesi dopo avere iniziato, a Erlang Shen, Shennu, nella provincia di Shaanxi. Solo che il nostro incontro non fu quello che avevamo immaginato. Invece di vedere Ulay venirmi incontro dalla direzione opposta, lo trovai ad aspettarmi in un punto altamente scenografico, tra un tempio confuciano e uno taoista. Era lì da tre giorni. Si era raccolta una piccola folla ad assistere al nostro incontro. Io scoppiai a piangere, e lui mi abbracciò. Un abbraccio da compagno, non da amante, privo di qualunque calore”.


La mostra è visitabile fino al 20 gennaio 2019 e, oltre alle video-installazioni esposte, propone delle opere in cui il pubblico diviene protagonista, come l’attualissimo “COUNTING THE RICE” in cui a ciascun partecipante viene dato un foglio di carta e una matita. Davanti a sé trova mucchi di riso che deve prendere, contare e annotare. In questo modo Marina Abramovic ci da’ l’opportunità di riflettere sul tempo, sull’importanza dello spazio, sperimentandolo con un gesto semplice e con oggetti di uso quotidiano.

(in copertina Marina Abramović The Onion 1995, video, 20’03”. Amsterdam)

Eleventy rivela una vena nostalgica, ma sempre guardando al futuro – collezione FW 19/20

 

Collezione Autunno Inverno 2019/20 Eleventy


Edoardo VII, re del Regno Unito, di Gran Bretagna e Irlanda, re dei Dominion britannici e imperatore d’India, pare fosse stato il primo ad aver adottato l’orlo ai pantaloni. Siamo tra la fine del 1800 e gli inizi del ‘900, Edoardo è figlio della regina Vittoria, che ha regnato per oltre 63 anni, il regno più duraturo dopo quello dell’attuale Elisabetta II; ha una passione per l’abbigliamento maschile e, pur contro i consigli del padre che lo incita alla discrezione, Edoardo VII sceglie le stoffe più pregiate presso la sartoria Henry Poole & Co., la più rinomata di Savile Row, strada di Londra sede dei sarti che hanno reso la sartoria maschile inglese la più apprezzata nel mondo.

Edoardo inoltre è un abile dongiovanni e si destreggia tra le numerose amicizie femminili, sempre di corsa, forse è per questo che l’orlo gli fa gioco, per non sporcare i calzoni tra un appuntamento fugace e l’altro!

Torna anche oggi nella moda maschile la tendenza dell’orlo di 4 cm, misura che non dovrebbe essere superata se non si raggiunge oltre il metro e ottanta di altezza.
Eleventy lo ripropone in chiave moderna sui pantaloni classici stile british -Galles Chevron Piedepoule, ma anche, azzardatissimo, sul denim con le pinces.

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Marco Baldassari, fondatore e direttore creativo del brand Eleventy, rimane coerente con le precedenti collezioni, mixando come un vero funambolo il saper fare bene, quindi il know how del made in Italy, l’eccellenza delle materie prime, e la portabilità del capo che, probabilmente, ricopre un ruolo fondamentale nella scelta etica Eleventy, una scelta dove la comodità corre a pari passo con la ricercatezza ed il gusto.


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La linea P L A T I N U M di Eleventy raccoglie  maglie e giacche di lane pregiatissime e sono completamente de-costruite e cucite a mano, risultando più leggere e meno rigide. I pullover garzati in lana-cashmere con il loro “magic touch” effetto nuvola, sono caldi e voluminosi, ottenuti tramite un’antica tecnica di aspatura e garzatura della lana, che estrae le fibra più bella e la porta in superficie all’esterno. Come i vecchi cappotti dei nostri nonni, le maglie vengono trattate ad effetto “casentino”, la velata vena nostalgica di Eleventy, che invece guarda sempre al futuro ed è sempre attento alle tendenze. Come per la scelte delle freschissime cuciture “a vivo”, tipiche della giovane cultura della moda, ma utilizzate su capi casual.

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E sempre sul filone dei rubacuori, le “divise” sportive che ricordano il più grande giocatore di baseball di tutti i tempi, Babe Ruth, l’ex bambino mascalzone che marinava la scuola e masticava tabacco a 6 anni.


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Un guardaroba per ogni occasione, per l’uomo dallo spirito volitivo e fugace, che ama viaggiare e cambiare,  che non si lascia cogliere alla sprovvista, portando con sé pochi pezzi tutti mixabili tra loro, nel maxi borsone firmato Eleventy.

Sfoglia la collezione Eleventy Fall Winter 2019/20:



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DAKS FESTEGGIA I 125 ANNI DALLA SUA FONDAZIONE ALLA MILANO MODA UOMO

Daks festeggia i 125 anni dalla sua fondazione alla Milano Moda Uomo

DAKS COLLEZIONE AUTUNNO INVERNO 2019/20 – MILANO MODA UOMO 


Sempre fedelmente british, di un’eleganza nostalgica che viene dalla campagna, dagli uomini politicamente impegnati, ma ancora legati alla propria terra, DAKS celebra la sua collezione FW 2019/20  che compie oggi 125 anni.

Oltre un secolo di coerenza e classe, una collezione Autunno Inverno dal forte carattere inglese, dalla compostezza rigorosa e raffinata dei tessuti, una stagione fredda che si lega al grande romanzo dello scrittore britannico Kazuo Ishiguro, “Quel che resta del giorno” (The Remains of the Day, 1989), vincitore del Premio Booker, premio miglior romanzo scritto in lingua inglese.


sx scena dal film “Quel che resta del giorno”, dx collezione FW19/20 Daks


Siamo quindi in Gran Bretagna negli anni ’20 e ’30 , gli uomini passano dalla caccia alla volpe al bicchiere di whisky e chiacchiere di Stato; nelle loro stanze private indossano giacche da camera e fumano la pipa. Il cappello ha il pregio di valorizzare tutta la ricchezza degli abiti, che sono necessariamente sartoriali, i pomeriggi sono freddi e nebulosi, i colori che l’uomo indossa sono quelli della terra, il ruggine delle foglie quasi morte, il verde dei boschi, il grigio della bruma.


sx collezione FW19/20 Daks -dx scena dal film “Quel che resta del giorno”


DAKS, con la stessa compenetrazione del protagonista di “The remains of the day“, interpretato nel film di James Ivory dal grande Anthony Hopkins, propone per questa speciale collezione fibre nobili come il merinos, il cashmere e uno speciale mohair con particolare trattamento di garzatura volto a creare un effetto maggiormente soffice, caldo ed avvolgente.

Le stoffe utilizzate sia per l’uomo che per la donna DAKS, arrivano dai ricercati archivi dei fornitori inglesi, che rispecchiano il gusto e il carattere del tocco british DAKS.


al centro scena dal film “Quel che resta del giorno”, ai lati collezione FW19/20 Daks


Si torna indietro nel tempo indossando un gessato DAKS, ma si rimane eleganti nel presente, nel particolare tocco twenty, nelle strutture, nei tagli, resi moderni e di tendenza.

Must have della collezione Fall Winter 2019/20 Daks, l’Anniversario Check: uno speciale disegno ideato appositamente per celebrare questa importante ricorrenza e che ritroveremo sviluppato tanto nei capi spalla quanto nella maglieria.

Le maglie ricordano, nel disegno, l’intramontabile “argyle”, l’iconico tratto grafico della maglieria inglese. Le borse, pensate sia per l’uomo che per la donna, sono realizzate in pelle mat e nei tessuti dei capi di collezione.

Sfoglia qui la sfilata uomo/donna Daks della collezione autunno inverno 2019/20:



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La Biennale di Peggy Guggenheim in mostra a Venezia

Le ore che precedono la visita mi fanno rimbalzare il cuore al petto. Ogni volta che attraverso quella porta la immagino venirmi incontro con il suo sorriso contagioso o con qualche strambo occhiale creato da qualche strambo artista, poi mi prende per braccio come una vecchia amica e inzia a raccontarmi con l’entusiasmo di una bambina qualche sua marachella amorosa, il dettaglio divertente di un nuovo amante, la smorfia di sdegno dell’amata mogliettina. Mi invita a prendere il tè su un divano che dà le spalle a un’opera di Chagall e che fissa un Boccioni; quando gesticola, gli orecchini dipinti con minuzia da Yves Tanguy sprigionano una luce che mi commuove; poi mi sveglio da questo sogno ricorrente ogni qualvolta i miei piedi toccano Venezia, e più precisamente i pavimenti di Palazzo Venier dei Leoni, la casa che abitò Peggy, Peggy Guggenheim, quella figura che io vedo come una cara amica pur non avendola mai conosciuta.

In questo anno ricorre un evento importantissimo, si omaggia il 70mo anniversario della Peggy Guggenheim collection alla Biennale di Venezia. Era il 1948 quando espose per la prima volta, quando dopo una vita dedicata all’arte decise di approdare su quel romantico pezzo di terra avvolto dalla laguna ed esporre la sua intera collezione, tenuta insieme con fatica, con lacrime e tanta passione.

Fu Santomaso a darle il benvenuto, un artista veneziano che era solito pasteggiare nel ristorante “Angelo”, pagando il conto con un quadro e raccontando le più belle storie di Venezia. Fu lui a incoraggiare Peggy a esporre l’intera collezione alla XXIV Biennale di Venezia. E Peggy non se lo fece ripetere due volte, già affascinata dal clima dell’Italia, dal profumo degli alberi di cedro in fiore, dai possenti palazzi veneziani e da quella laguna calma che sembrava avvolgere tutto e riflettere una città inventata, un po’ fuori dal mondo.

Peggy Guggenheim durante l’allestimento del padiglione greco con Interno olandese II (1928) e Donna seduta II (1939) di Joan Miró, XXIV Biennale di Venezia, 1948


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Peggy Guggenheim sulla gradinata del padiglione greco con Interno (1945) della figlia Pegeen Vail, XXIV Biennale di Venezia, 1948


Peggy espose il frutto del suo amore, la sua unica ragione di vita, opere di artisti che aveva scovato e allevato come fossero figli suoi, ma innamorandosene come un’amante capricciosa. In Italia allora non si era ancora sentito parlare di surrealisti, di Giacometti, di Brancusi, di Arp e Pevsner e l’aria bigotta della Biennale di Rodolfo Pallucchini, segretario generale, l’aveva obbligata a togliere un disegno molto sensuale di Matta, che rappresentava Ninfe e Centauri. Il disegno se ne andò offeso di sua iniziativa, cadendo per terra e frantumando il vetro in mille pezzi, prima dell’arrivo dei preti che avrebbero urlato allo scandalo.

Ma l’esposizione di Peggy Guggenheim ebbe un successo inaspettato e straordinario, Pollock e Max Ernst le opere più apprezzate, tutti volevano vendere qualcosa alla mecenate americana, i giornali parlavano di lei e si organizzarono nuove mostre e si scrissero nuovi cataloghi.

Peggy Guggenheim con il pittore Arturo Tosi al padiglione greco; alle loro spalle, da sinistra, Joan Miró, Interno olandese II (1928) e Donna seduta II (1939), e Constantin Brancusi, Maiastra (1912), XXIV Biennale di Venezia, 1948


Il legame con la città sull’acqua era nell’aria, presto Peggy si sistemo’ a Palazzo Venier dei Leoni, quell’edificio bianco che si affaccia sul Canal Grande, un tempo abitato dalla misteriosa Marchesa Casati che offriva feste alla Diaghilev e passeggiava con due leopardi al guinzaglio. Oggi Palazzo Venier ospita la collezione Guggenheim, e in alcune di queste sale è stata allestita la mostra omaggio a quel lontano e fortunato ’48. Una maquette al centro della sala mira a ricreare l’ambiente del padiglione e ne ricostruisce l’allestimento originario del ’48; sono state raccolte lettere e inviti originali inviati alla Signora in persona, sui muri foto in bianco e nero la ritraggono insieme ai partecipanti, alle figure istituzionali e agli artisti che ha amato e voluto con sé.

Peggy Guggenheim rimane la più grande talent scout di arte contemporanea, è a lei che dobbiamo dire grazie se oggi possiamo gioire di tanta bellezza.


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maquette che ricrea l’ambiente del padiglione e ne ricostruisce l’allestimento originario del ’48




Immagine di copertina: Lionello Venturi, Carlo Scarpa e Peggy Guggenheim al padiglione greco, XXIV Biennale di Venezia, 1948 /

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Sofia Alemani – dai tessuti del nonno una collezione dal gusto retrò

Rovista tra le stanze del nonno scomparso e trova chilometri di stoffe pregiate, un’eredità scritta nelle stelle quella di Sofia Alemani, che fonda la sua prima linea con l’omonimo marchio, dal carattere fortemente retrò.

Linee twenty della Nuova York in cui il charleston impazzava nelle sale da ballo, abiti ricamati a mano e impreziositi da perle e paillettes, che regalano movimento ad ogni passo.

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Forti le tinte del rosa, scintillanti i lurex dell’oro accostati al gobelin, il romantico tessuto che veniva usato per tappezzare i divani in stile.

Ogni dettaglio è fondamentale per Sofia Alemani, che unisce una vera e propria passione per i tessuti, all’originalità delle loro interpretazioni, anche se derivano dal mondo del design e dell’arredamento.

L’abito Sofia Alemani sarà quindi marchiato dall’unicità, dall’estro e dalla creatività, come l’abito da sera realizzato con la tecnica del “piccolo punto”, con gonna in tessuto tecnico effetto spalmato, abbinato alla cintura-tapparella!

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O come l’abito in rete con lavorazioni “a tombolo”, una particolare lavorazione del pizzo fatto a mano e realizzato da uno strumento che prende lo stesso nome. Un pizzo delicato e raffinato che richiede grande abilità ed esperienza, che Sofia Alemani possiede perché produttrice di ogni singolo capo.


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Inutile chiederle da cosa trae ispirazione, Sofia Alemani potrebbe sedere nel salotto di casa vostra per un tè e, il tempo in cui voi portiate i biscotti, aver levato le tende, ma nel vero senso della parola!


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Les Copains festeggia una carriera lunga 60 anni e lo fa con una collezione “gold” ispirata alla storia di “Orlando“, protagonista del magico romanzo di Virginia Woolf e interpretato su pellicola dalla magnetica Tilda Swinton.

Un héritage Made in Italy, maison presente nei più prestigiosi department store del mondo tra cui Saks Fifth Avenue, Harrods, Takashimaya e Isetan e con negozi monomarca a Roma, Milano, Firenze, Mosca, Almaty, Les Copains festeggia la new opening in Via Manzoni 21, nel cuore del quadrilatero della moda.

La collezione Spring Summer 2019 è un ritratto muliebre illuminato dal lurex oro, da bagliori metallici, dalla lucentezza dei tessuti e dai simboli araldici che compaiono su giacche e accessori.


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sx collezione Les Copains – dx Tilda Swinton in “Orlando”


La Creative Director Stefania Bandiera e il Ceo Alessandro Mariani, hanno scelto di far sfilare i capi iconici del brand rendendoli contemporanei attraverso l’utilizzo di materiali e tecnologie innovative; una visione orientata al futuro in cui sono stati coinvolti gli studenti dell’Istituto Marangoni.
Il  progetto prende il nome di “It’s my Dream”, ed è una capsule collection di 12 outfit selezionati tra le migliori proposte dei giovani designer, in concomitanza con la sfilata primavera-estate 2019 di Les Copains.

Tre sono gli allievi che hanno espresso la “new vision”  Les Copains : Orkut Sevin, Junjie Liu, Eva Adamyan, che hanno giocato su armonie geometriche, sul romanticismo cinematografico di “Amelie” e sull’atmosfera marinara del mondo yatching -engineering.

Un viaggio all’insegna della sperimentazione e lungo 60 anni, che ha permesso a Les Copains di affermarsi come brand del made in Italy nel mondo. Un connubio dove tradizione e innovazione si fondono perfettamente, regalando alle donne una collezione unica, portabile e femminile!


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ai lati Les Copains SS19 – al centro Tilda Swinton in “Orlando”


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A ispirare le donne coraggiose, sono le altre donne coraggiose.

Simonetta Ravizza rende omaggio ad una campionessa del tennis per la collezione Spring Summer 2019: Lea Pericoli.

Lea Pericoli, tennista degli anni ’60 che fece scandalo per il suo look eccentrico, è la figura d’ispirazione della collezione Simonetta Ravizza. Quando la gonna aveva il compito di coprire le ginocchia, anche su un campo da tennis, Lea Pericoli le scopre fino alle mutande!

Amica del designer britannico Ted Tinling, la sportiva si presentò ad una gara con culotte e sottoveste rosa, gonnellini di visone, in penne di cigno, con petali di rosa e con slip ricoperti di brillantini! L’amicizia con lo stilista ha permesso alla campionessa di esprimere sul campo anche la propria creatività e libertà di pensiero.



Quando la “Divina”, così la chiamava il giornalista sportivo specializzato Gianni Clerici, gareggio’ a Wimbledon nel ’55 contro la spagnola Maria-Josefa de Riba, lasciò tutti a bocca aperta, perché il suo amico e stilista di fiducia Ted Tinling, la vestì di sole culotte e sottoveste rosa.


Da allora e per sempre, le regole classiche dello stile del tennis femminile, furono sconvolte.
E’ con questa allure irriverente e con dettagli eleganti e femminili, che la collezione Spring Summer 2019 di Simonetta Ravizza si accosta per i capi sportivi Techno- Couture.

Vaporosi bordi staccabili in marabù decorano come un leitmotiv la collezione; sono applicati a bombers e biker jackets sportive in denim lavato dalle proporzioni oversize, a cui la stampa a motivi animalier conferisce un appeal ironico e sexy; si trasformano in deliziose minigonne-pouf indossate con piccole polo in piqué di cotone; spuntano a contrasto dagli orli di abitini bon-ton dalla linea a trapezio, da giacche boxy e da corti soprabiti dalle brillanti tonalità color-block.



Ma il mondo dello sport non si ferma al tennis nella collezione Simonetta Ravizza SS2019; la boxe viene citata con le proposte delle lunghe vestaglie usate all’arrivo sul ring, accompagnate a shorts in lucido satin e riprese in versione chic nei morbidi soprabiti in Xiangao, dalla linea allungata, realizzati in delicati toni pastello.

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A completare il look la ormai leggendaria Furrissima, la bag declinata visone dégradé decorato con marabù, in visone rasato con stampa legata, intarsiata con inserti in kid e visone. La nuova forma di stagione è un prezioso sacchetto in visone chiuso a coulisse con bordi in marabù,  il complemento perfetto per uno styling giovane e moderno, per essere eleganti sia fuori che dentro il campo!

Qui l’intera collezione Spring Summer 2019 Simonetta Ravizza:




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FREDDY COLLEZIONE DONNA Primavera Estate 2019 
MADE TO #MOVEYOURMIND

Yoga come trend del momento ma anche come obiettivo per la propria forma fisica.

Le palestre si riempiono, il numero di iscritti aumenta, il benessere psicofisico sale in vetta alla lista per importanza, e anche la moda deve stare al passo.

Freddy accontenta i gusti delle donne e le veste in ogni loro passo, ogni scelta è accompagnata da capi di tendenza e ultra moderni, comodi ma anche “stylish“.




In nome dei codici estetici dello yoga, Freddy crea una collezione 100% made in Italy con capi eco-friendly, pensati, disegnati e prodotti totalmente in Italia.

Una collezione spring summer 2019 ricchissima, nei colori, nei modelli, nei tessuti e per ogni momento della giornata.

Palette cromatica vasta con azzurri carta da zucchero, bordeaux, salmone, fucsia, giallo limone e i classici bianco e nero.







Con Freddy il total look è “intelligente” e di stile; il brand riconferma infatti la partnership con Brugnoli™, rinomata azienda italiana specializzata in tessuti tecnici, che ha creato e brevettato la tecnologia Br4™, attraverso cui un processo produttivo ecosostenibile utilizza poliammide 100% bio-based (EVO by Fulgar®) ricavata dalla pianta del ricino.

Il tessuto è innovativo, leggero e ad elevata elasticità, e grazie al filato scelto, evita la formazione di cattivi odori e ha un’ottima coibenza termica, proteggendo il corpo dalle variazioni di temperatura.








Dalla combinazione della tecnologia Br4 e il tessuto D.I.W.O.® (Dry In Wet Out) di Freddy, nasce BIO D.I.W.O.® che è una vera rivoluzione: basso peso specifico, alta velocità di asciugatura, batterio-staticità, coibenza termica ed eco-sostenibilità, sono i punti di forza di questo tessuto.


Per chi non rinuncia allo stile né alla forma fisica, Freddy propone top, canotti, t-shirt, felpe, superfit e WR.UP®

Forme nuove per il pantalone che diventa pantapalazzo o la felpa dal fit che sottolinea il punto vita.


Il plissè protagonista della collezione Giada Spring Summer 2019

GIADA COLLEZIONE PRIMAVERA / ESTATE 2019

Quanto poetico sia il plissé, ce lo racconta Gabriele Colangelo per la collezione GIADA Primavera Estate 2019.

Quella forma zig-zagata che ricorda i ventagli cinesi, oggetti così deliziosamente femminili, usati dalle geisha per sedurre e coprire la parte più sensuale del corpo: la bocca. Nasconde e svela il luogo del “detto” e “non detto“.

Il plissé, che col suo ondeggiare ci riporta alle conchiglie di mare, con le sue forme e quel moto di movimento continuo, come le onde da cui nascono.

Il plissé è protagonista di una collezione che ha come comune denominatore l’eleganza e la delicatezza dei colori e dei tessuti.

Giada Primavera Estate 2019 si apre con un oggetto di sperimentazione su tessuti eterogenei, dal binomio seta-nylon, alla leggerissima maglieria in filo trilobato proposta nei toni del verde, del bronzo e del rame.

Iridescenti le sfumature che regala il plissé applicato alle camicie, più grintoso il moderno approccio del plissé su pelle plongè, che crea un nuovo e attualissimo modello di trench.

GIADA summer 2019 Fashion show

Ma la maggiore ispirazione GIADA arriva dal mondo dell’arte, e nelle opere di Victor Pasmore in particolare.

La sfumatura pittorica del lavoro di Pasmore torna sui capi, così come i giochi di linee che si toccano nei suoi disegni, viste come grandi aeree di terre dall’alto. Il colore ha un ruolo fondamentale, i verdi, i rosa e grigi freddi diventano tinte estive, su gonne, bluse e giacche dalla connotazione maschile.

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Il pantalone GIADA si differenzia dalla chiusura laterale delineata da un drappeggio, simile a quello che decora il collo dei dress andando a formare una lunga sciarpa, o diventando oggetto di layering quando sono proposti in chiffon cangiante bicolor.

La silhouette è fluida e mossa dal volume delle plissettature, che catturano la luce e decorano il look.
I tessuti considerati invernali vengono alleggeriti, come il cashmere in versione spolverino lavorato double. Anche le lane perdono pesantezza e vengono lavorate con mischie di seta, viscosa e cotone.

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Tocco di classe il gioiello decorativo. Elemento unito al capo, il gioiello ferma la cintura, decora l’abito, crea delle pieghe sul maxi dress segnando la vita, forma una scia luminosa sul polso della camicia.

Niente è dato per scontato, GIADA completa il look fino al dettaglio, dando vita ad una collezione Spring Summer 2019 sofisticata ed intelligente.

Sfoglia qui tutti i capi:




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La lingerie vicina alle donne! Lisca collezione FW 18/19

LISCA LINGERIE COLLEZIONE AUTUNNO INVERNO 2018/19 


L’intimo Lisca è davvero vicino alle donne. Tutte le collezioni sono state pensate per soddisfare gusti ed esigenze di ciascuna e per ciascuna fisicità.

Giocosa e colorata, la collezione Lisca Autunno Inverno 2018/2019 si compone di capi dai dettagli seducenti, impreziositi da pizzi, velluti e ricami fioriti.



La palette colori è ricca e varia dal magenta al verde petrolio, dal più delicato panna al più seducente granata scuro.

Le linee “Fashion”, “Caroline”, “Bella”, “Selection” e “Cheek by Lisca”, sono studiate per essere tra le scelte di tutte le donne, dalle “curvy” a quelle che preferiscono una vestibilità classica e comoda, preferendo uno stile minimal ed essenziale, come la serie “Bella” in morbida microfibra e senza cuciture, nuovo fiore all’occhiello del basic di Lisca.



Tagli studiati e dettagli boudoir per la serie “Caroline” con la novità cromatica del rosso rubino; trasparenze, inserti velvet touch e una vestibilità perfetta che sorregge il seno e ne regala una forma piena e giovane. Il nuovo bra “Spacer Comfort” arriva fino alla coppa F e, grazie agli interni in schiuma, dona un sostegno ottimale.



La corsetteria più raffinata e quella più sexy con dettagli che risaltano le forme è affidata alla serie “Selection” di Lisca.

Destinata a donne che vogliono variare il proprio intimo nel guardaroba e a coloro le quali vogliono indossare un capo intimo come sottogiacca, come vuole la tendenza. Il must have di stagione è il reggiseno a T con ricami; la collezione si completa di maglie in pizzo elasticizzato da indossare anche senza reggiseno per un effetto vedo/non vedo.








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COLLEZIONE GENNY PRIMAVERA ESTATE 2019

Da sempre uniformità è noia e pericolo, le “mode” stanno diventando “appartenenze al gregge“, la tendenza è quella di copiare e seguire presunti “influencer” che di gusto ed estetica poco ci capiscono.

Si ottiene così un monotono e grigio processo in serie, tutti sono vestiti allo stesso modo, tutti vogliono somigliarsi, con l’enorme rischio – e purtroppo è diventata triste realtà – di diventare “plastica a buon mercato”, a partire dalla faccia.

In ambito moda, dove grandi maison vengono acquistate da altri marchi e dove vengono bruciati milioni di abiti invenduti, altri rimangono fedeli a se stessi e si aggrappano, nell’ispirazione, a quello che è classicità e tradizione.




Sara Cavazza, alla direzione artistica di Genny, fa un viaggio nell’oriente più immortale per la collezione Spring Summer 2019.

Il kimono viene reinterpretato utilizzando tessuti che danno corpo e struttura a spalle; le giacche vengono impreziosite dal dettaglio della obi-belt con organza e un tocco futuristico di pvc, presente anche nei maxi abiti con cristalli.


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Le silhouette degli abiti sono morbide e fluide, regalano movimento e leggerezza; l’organza delle camicie è stampata e ricorda una lettera scritta a mano, come quella di una geisha che, devota, dopo aver fatto l’amore, recapitava al proprio amante.

Riferimenti letterari e scritte con impeccabile grafia, ciascuna di loro sceglieva la washi, una carta fatta a mano, e la decorava con un tenero bocciolo o con un ramoscello autunnale a seconda della stagione, oltre a qualche goccia di profumo.


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Sempre femminile e armonioso, il look Genny si completa degli ankle boots in organza con inserti in pvc e tacchi metallici; sulle borse la seta e la maglia metallica contrastano in forza e resistenza nelle forme squadrate delle clutch.

Sfoglia qui l’intera collezione Genny Primavera Estate 2019:




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