Little Tobago, nuove geografie
C’è una geografia sociale di Milano che sfugge alle mappe ufficiali, e chi frequenta certi quartieri da anni lo sa: aperto da poco al civico 2 di via Giorgione, in quell’area di confine tra Moscova, corso Como e Chinatown, c’è un ex magazzino di farine trasformato nel nuovo ristorante place to be, popolato non dalla clientela sgargiante che la zona farebbe presupporre, ma da gruppi di amici in pausa dal business quotidiano, e da coppie adulte (uomini il cui lavoro immagino coincidesse un tempo con l’interior design o con qualche disciplina affine), capaci di riconoscere a colpo d’occhio la mano di Alessandro Cesario e Christian Brigliadoro (i fondatori di Little Tobago) dietro ogni scelta d’arredo.
Sono loro d’altronde la firma ricorrente delle aperture del gruppo Sequoia (Casa Tobago, Sali Rooftop, Casa Sofia, Santa Hi-Fi Club), e va detto senza troppi giri di parole: non ne sbagliano una. Anche qui non deludono, scelgono di stupire con una palette cromatica messicana e con una grande tela d’ingresso su cui campeggiano due sombreros dipinti, che accolgono l’ospite come un sipario prima dello spettacolo.
È nei dettagli, però, che Little Tobago rivela la propria natura, quella capacità di trattenere lo sguardo su un oggetto minuscolo fino a farne materia di desiderio. La zuccheriera, ad esempio, è un cocco scavato, con rifiniture in metallo lavorato a mano; i Laguiole sono firmati Jean Dubost, perfetti per la carne alla brace; i porta posate sono in cuoio personalizzato, e nella loro foggia richiamano la sella di un cavallo.


Ad accogliere gli ospiti, anche qui, c’è Ginger. Non trovo, cercando, una definizione ufficiale del suo ruolo che le renda davvero giustizia, Guest Relations Manager suona riduttivo per una donna che ha fatto dell’ospitalità un mestiere che assomiglia più ad un dono di natura. Ha i connotati di un’ibizenca dal gran gusto, bracciali e anelli che raccontano di viaggi mai dimenticati, il sorriso di chi conosce perfettamente il palco del suo mestiere; è simpatica, nel senso più raro del termine, capace di intrattenere senza mai risultare invadente. Se non la vedi da mesi, al ritorno ti accoglie come fosse la prima sera, ed è forse questo il vero lusso dell’ospitalità contemporanea.
A dirigere la squadra è Alberto Corvi, Corporate Operation Manager cresciuto professionalmente proprio a Casa Tobago, dove ha maturato quella serietà quasi militare che oggi applica con naturalezza a un contesto nuovo, tra i palazzi signorili degli anni Settanta che punteggiano questa porzione di città, architetture meno raccontate del liberty di Porta Venezia ma non meno eleganti nella loro sobrietà razionalista.
La sala di Little Tobago è un ambiente unico, continuo, che si apre su un patio d’ingresso e prosegue attraverso grandi vetrate fino a uno spazio esterno arredato con la stessa cura dell’interno, tappeti, tavoli importanti, sterlizie che nella loro forma spavalda sembrano, a un primo sguardo distratto, piccoli banani. Ma è dentro che si consuma lo spettacolo vero, quello del fuoco vivo, della brace sempre accesa.
Una nota tecnica, al piano terra i cocktail sono prebatchati, miscelati in anticipo per garantire coerenza di gusto e rapidità di servizio, una scelta lucida per un ambiente dove la cucina in sala già cattura l’attenzione e non lascia spazio a lunghe attese al banco. Il servizio è rapido stile Speedy Gonzales, perfettamente in tema! Chi cerca la miscelazione costruita al momento, con tutto il tempo che merita, dovrà salire da Big George, il bar al piano superiore. Qui invece consiglio due referenze su tutte: il kiwi e jalapeño, dove la dolcezza vegetale del frutto viene interrotta da una nota piccante che arriva in coda e resta, e lo yuzu e melissa, agrumato e balsamico insieme, di una freschezza quasi erboristica. Ho pasteggiato con questi due cocktail dall’inizio alla fine, scelta che consiglio a chi preferisce un solo filo conduttore aromatico invece di rincorrere abbinamenti diversi piatto per piatto.
In tavola, da condividere, il ceviche, agrumato e pulito, perfetto apripista prima dei tagli alla brace. Ottimo il lobster roll, un panino caldo e goloso che si mangia meglio con le mani, senza troppe cerimonie. E se devo indicare un taglio da attenzionare più di tutti, è il ribeye di black Angus, marezzatura generosa e crosta di affumicatura. A questo aggiungo il carpaccio di black Angus, che si scioglie in bocca, e il tajín con le verdure affumicate, taccole, friggitelli, pomodorini, un piatto che dimostra come la brace sappia essere gentile anche con ciò che non è carne.
Little Tobago è il twist contemporaneo di Casa Tobago, più intimo negli spazi. È la conferma che il gruppo Sequoia ha capito che non basta aprire un locale, bisogna costruirne la destinazione.






