Ristorante 13 Giugno, Milano – la voglia di tornarci ancora e ancora e ancora

Ristorante 13 Giugno, Milano — dove il tempo si è fermato

Mea culpa, mea maxima culpa, al ristorante13 Giugno” in via Goldoni Milano, sono arrivata troppo tardi, e mi chiedo come sia possibile non esserci inciampata fino ad ora.

Dalle vetrate alla porta d’ingresso, già è possibile assaggiare l’eleganza del passato; alle pareti, una Sophia Loren stretta in un tubino nero nei lontani ’50 immortalata da Franco Scafidi; Gianni Agnelli in farfallino, la sprezzatura di chi può indossare qualunque cosa senza pensarci troppo; e poi la Sicilia – non quella da cartolina, ma quella verace dei mercati del pesce alle cinque di mattina, degli scugnizzi che imparano il mestiere guardando i grandi; e le ceramiche colorate della mise en place che portano il sole anche quando fuori il tempo non è così clemente.
In un angolo, un pianoforte a coda su cui Stefania Furio accompagna la serata con grazia, accarezzando le ore e le conversazioni dei commensali. La clientela è elegante e sobria, di una Milano che non vuole apparire ma essere (evviva!), i tavoli sono tutti occupati, ma il caos non esiste.

In carta c’è la Sicilia senza intermediari. Il cous cous alla trapanese, la pasta con le sarde, i maccheroni alla Norma, le bavette ai ricci di mare – un catalogo di memoria gastronomica ricco di gusto e sapori. Ma il momento di maggiore vertigine arriva con il plateau delle crudités: ostriche, gamberi rossi di Mazara del Vallo, tartare di orata, scampi, tanto iodio e felicità!

Gli antipasti caldi raccontano sapori di casa: fiori di zucca fritti in pastella – ripieni di ricotta, acciuga ed erba cipollina; polpo croccante su purea di patate con zest di lime; l’insalata di gamberi e scampi alla catalana, piatti diretti e onesti.
Il capitolo pasta merita una sosta separata, perchè le linguine sono firmate Gragnano ma prodotte appositamente per Dolcimascolo; una pasta essiccata lentamente, trafilata al bronzo, con quella ruvidezza che raccoglie il sugo come una scarpetta; con le sarde, datteri confit, capperi e salicornia e filo d’olio a crudo. Il pescato del giorno arriva dal mercato alla tavola senza deviazioni – materia prima eccellente, il pesce canta.

In tavola veniamo accompagnati da un Etna Bianco dell’Azienda Agricola Tornatore: mineralità vulcanica, acidità viva, lungo e sapido, dialoga perfettamente con i piatti di pesce.
I dolci hanno lo spessore della tradizione siciliana: torroni, mandorle, pistacchio — il “trittico siciliano” da’ la possibilità di piccoli assaggi: cassata gelato, cannolo, semifreddo alla mandorla d’Avola – zuccherini fino alla commozione.
E il servizio in sala è quella rara combinazione di ospitalità, discrezione, presenza e allegria genuina – e questo insieme, può solo essere sinonimo di una cultura dell’accoglienza, tendenzialmente meridionale, di dna certamente italiano, che considera il commensale non come cliente ma come un ospite, a cui si rivolge con cura e senso di responsabilità morale. Ma dove sono finiti altri posti come questo??? Dove?!

Ma è verso metà serata che accade qualcosa di inatteso, almeno per me, qui per la prima volta a godermi lo spettacolo. Saverio Dolcimascolo, il proprietario, il tredicesimo figlio di Antonio nato il 13 giugno giorno di Sant’Antonio – quello che nel 1988 ha portato Palermo a Milano con una valigia di sogni e tanta voglia di fare – si avvicina al pianoforte. E cantaGuarda che luna. Tu vuoi fa’ l’americano. My Way. Con una voce stra-or-di-na-ria.

E in quel momento ho capito che non volevo essere in nessun altro posto al di fuori di lì.
13 giugno non può essere definito solo “ristorante”, perchè questo è il luogo dove il progresso non è performance fine a se stessa, dove la tavola è condivisione e gioia, dove l’ospitalità vera – quella del Sud più autentico – non ha bisogno di aggiornarsi perché non è mai passata di moda.

Esco dal 13 Giugno felice e soddisfatta, ma con una grande voglia: quella di tornarci ancora e ancora e ancora.