L’occasione persa per il PD

Ieri a Napoli Andrea Orlando ha tenuto la “conferenza programmatica” della mozione che sostiene la sua candidatura a segretario del PD. Napoli, la città, i militanti del Pd e gli elettori del centro sinistra non se ne sono accorti. All’ingresso della Mostra d’Oltremare quasi a fare da cornice satirica all’evento campeggiava “Fiera del baratto dell’usato”.
Cos’è mancato ieri? E’ mancato il Pd, la sua comunità, i suoi elettori. Quel popolo con cui il Ministro della Giustizia – e prima dell’Ambiente – ha detto di voler dialogare.


Quello stesso popolo che è stato però costretto a convivere con due anni di commissariamento, con la prima sconfitta contro De Magistris, con lo scempio delle primarie per la Regione, con l’elezione di De Luca, con le primarie per il sindaco di Napoli – quelle delle monetine e delle tante irregolarità – con la campagna di Valeria Valente che ha avuto come esito la cd. “listopoli”. La prima vera grande cosa che è mancata ieri sono state le scuse, a Napoli ed al popolo del Pd e del centro sinistra per tutte queste cose. Chiedersi quindi dove sia quel popolo e dove incontrarlo appare superfluo.
Del resto del Pd – come partito, eletti e classe dirigente – a sostegno di Andrea Orlando a Napoli non c’è praticamente nulla.


Tutti pronti a saltare sul carro del vincitore annunciato di questo congresso, quel Matteo Renzi che ha promesso il lanciafiamme, e che ha invece imbarcato praticamente tutti, anche coloro che devono la propria esistenza politica a Napoli proprio ad Andrea Orlando.
Al sud – cui tutti dicono di guardare con attenzione – questo congresso si prospetta sempre più come un’occasione persa, l’ennesima. Un’occasione persa per rinnovare, per fare scelte di reale cambiamento, apertura, ascolto ed allargamento. Nella prima regione d’Italia per numero di start-up non c’è stato un solo intervento sulla capacità rivoluzionaria dell’innovazione e delle nuove tecnologie.


Orlando ha chiesto provocatoriamente a Renzi “non ti chiedi perché i giovani hanno voltato le spalle al governo più giovane della repubblica?”. Domanda sensata, ma di giovani e di realtà “nuove” del territorio nemmeno ieri c’era traccia. E proprio a Napoli ieri c’è stato pochissimo sud, dove il Pd è ai minimi termini e ci dovrebbe chiedere davvero anche come mai visto che governa in tutte le regioni. I giovani e gli elettori del centro sinistra qui hanno preso altre vie, e non è un caso se proprio al sud crescono il M5S, DeMa, ed anche Salvini – negli stessi luoghi di Orlando – è riuscito nell’impresa di portare più gente.
Cosa c’è invece stato ieri?


L’incontro di ciò che resta della sinistra Pd dopo le scissioni e le scelte di “movimento” dall’esterno. E qui comincia il problema e lo scenario verso le “primarie aperte” dei gazebo dl 30 aprile.
Da un lato Renzi, che può solo crescere, forte di un consenso elettorale maggiore ed esterno ed allargato rispetto al suo stesso Pd (il referendum comunque docet), dall’altro Michele Emiliano, che se è al suo minimo sindacale tra i tesserati del Pd, gode – soprattutto al sud – di un discreto voto d’opinione (anche di semplice campanilismo) e che certamente intercetterà voti di Mdp (di rottura), degli elettori ex-PD del M5S e dell’appoggio praticamente esplicito di DeMa che anche su questo potrebbe cominciare a contarsi.
Entrambi, Renzi ed Emiliano, poco o molto che sia, al momento possono tecnicamente solo crescere.


Schiacciato in mezzo Andrea Orlando può contare poco e male sull’aiuto del Mdp – che ha tutto l’interesse politico a dimostrare che non c’è spazio per una componente di sinistra nel Pd – e certamente non riceverà aiuti “esterni”, avendo esplicitamente dichiarato che è strutturalmente contrario a governi di larghe intese col centro destra.
Da qui al 30 aprile si apre questa nuova partita. Una storia già scritta che Orlando potrebbe riscrivere – limitatamente e parzialmente – riscrivendo l’intera sceneggiatura, inserendo nuovi protagonisti nella sua storia, capaci di allargare ed attrarre, invece di escludere, che non siano direttamente parte della “storia del Pd sin’ora” e che mettano a sua disposizione capacità di dialogo e soprattutto la propria faccia e storia personale.


Qualcosa di veramente difficile da credere visto che entro il 10 verranno consegnate le liste per l’Assemblea Nazionale collegate ai candidati, e non si capisce perché qualcuno dovrebbe portare acqua a questi mulini. Ma la politica – quelle rare volte che sa anche essere ascolto – sa anche sorprendere.


Il PD napoletano verso il congresso

Nelle ultime settimane, nell’imminenza del congresso e delle primarie per scegliere il nuovo segretario, il Pd sta proponendo una liturgia che conosciamo bene, sin dalla nascita dell’Ulivo che ne fu il padre politico putativo.
Il partito “ha perso le parole per parlare al suo popolo”, ha smesso di ascoltare e farsi interprete dei bisogni del suo elettorato, ha perso contatto col territorio e con le persone. Sono tutte considerazioni vere, ma che meritano un “andare in profondità”, con meno elucubrazioni mentali e più schiettezza e semplicità.


Il Pd era un partito del 30% a Napoli quando c’era una classe dirigente degna di questo nome, fatta dei tanti bistrattati Antonio Bassolino, Giorgio Napolitano, Berardo Impegno e tanti altri che non era solo capaci di rappresentare un mondo, ma anche di mettere insieme una squadra di governo, quella che generalmente viene definita “una classe dirigente”. Oltre a questa capacità, quella generazione politica ne aveva un’altra: quella di mettere insieme anime e persone diverse per un progetto di governo – o di opposizione – comune.


Questo significa che quegli anni hanno visto le migliori amministrazioni possibili? Assolutamente no. Spesso sotto il profilo della qualità delle scelte amministrative e progettuali, e in qualche occasione anche sotto il profilo della moralità, dell’etica e della legalità. Perché – e va ricordato in tempi di apparente trionfo del populismo, ed anche più del trionfo dei linguaggi e delle sintassi populiste e nazional popolari – chi amministra è sempre soggetto nei suoi atti e scelte al controllo della magistratura, e gli avvisi di garanzia sono lo strumento di comunicazione di un’indagine, che spesso in questi ambiti è atto dovuto ed ha come esito l’archiviazione.


La verità – che è bene che il Pd dica con chiarezza, prima di tutto a se stesso – è che il “nuovo che avanza” ha pensato semplicemente negli ultimi anni di cavalcare lui stesso quelle sintassi populiste di rinnovamento, rottamazione, cambio generazionale, semplicemente per “prendere il posto di”. Spesso delfini, persone cresciute all’ombra di, che un bel giorno hanno deciso di “prendere il posto di”, senza tuttavia quelle due caratteristiche di quella generazione politica.


Quello che ne è scaturito è sostanzialmente un vuoto pneumatico, incapace di formulare un’idea, una proposta politica, privo di rappresentanza sociale, primo di referenzialità se non se stessi e pochi accoliti, senza la capacità di aprirsi alla società civile creando una autentica classe dirigente capace di esprimere un concetto di governo degno dei tempi e delle realtà.
Un vuoto totale che risulta anche più marcato se consideriamo le rare eccezioni di buon governo (trasversale rispetto alle componenti) da Ciro Bonaiuto a Vincenzo Figliolia.


La sintesi di tutto è anche tutta qui. Drammaticamente e semplicemente. Il Pd è diventato un partito senza radicamento territoriale, scalabile con qualche centinaio di tessere e con qualche cordata di voti alle parlamentarie ed alle primarie. Un piccolo manipolo di interessi incrociati capace di mettere insieme tremila voti per collegio è quello che ha fatto eleggere i recenti parlamentari. Uno schianto elettorale che si è manifestato a tutte le elezioni amministrative sino alle regionali. Un partito dimezzato rispetto al trend nazionale, che al Comune ha raggiunto l’11%. Mai così in basso.


Con una classe dirigente che non ha mai fatto autocritica, in cui mai nessuno si è dimesso, in cui mai nessuno si è preso un’ombra di responsabilità. Con nove candidati su quaranta messi in lista a loro insaputa per “fare vedere” un seguito che non c’era. Un pò come quei generali che spostavano le truppe di città in città per mostrare a Mussolini una forza inesistente.


Il Pd non deve “recuperare le parole”, stabilire un contatto perso col suo elettorato o col suo popolo. Il Pd, semplicemente, deve rifondare se stesso, mettendo da parte tutti coloro che sono stati – indistintamente – dirigenti sino ad oggi, in qualsiasi grado e luogo e forma, e deve cominciare a scegliere una classe dirigente differente. Altrimenti resterà poco meno di quello che oggi appare (e talvolta è), ovvero un pullman che passa per far fare una carrierina di basso cabotaggio a qualcuno senza arte né parte.
Una scelta radicale che competerà a Renzi, Orlando, Emiliano: il coraggio di scegliere “con chi accompagnarsi” qui, in Campania, verso il congresso. Perché se pur di vincere caricheranno questi “chiunque” in cerca di una sistemazione, allora non sarà solo colpa di Napoli e della Campania.

La strategia di Renzi tra congresso ed elezioni

È partita la corsa al congresso, che Renzi lancerà ufficialmente il 18 dicembre all’Assemblea Nazionale del Pd. L’idea è semplice: congresso “facile” a marzo, primarie, nuova direzione bulgara, nuova segreteria fedelissima con tutti i correttivi dettati dalle esperienze precedenti, e elezioni a giugno. Un’unica grande, lunga campagna elettorale, con alcuni vantaggi.
Non essere al governo, avere le mani libere di attaccare dall’esterno dei palazzi, non dare il tempo agli avversari interni di convergere su un leader anche solo teoricamente capace di offuscarlo o metterlo in discussione, e non dare il tempo a un centrodestra disunito di fare primarie (accrescendone il logoramento) né al Movimento 5 Stelle di chiarire le proprie fronde interne.
Utile allo scopo sarà lo strumento della nuova legge elettorale, che nessuno potrà accusare Renzi di intestarsela direttamente a proprio uso e consumo. Probabilmente prevederà l’eliminazione del ballottaggio e – se i sondaggi andranno in questa direzione – un eventuale premio alla coalizione più che al partito.
Sin qui, l’idea semplice. La sua realizzazione lo è molto meno. E vediamo gli ostacoli.


Partendo dalla fine, cosa blocca le elezioni a giugno.
Intanto il grande partito trasversale dei “parlamentari alla prima nomina” (circa 400) con l’obiettivo di arrivare almeno al primo ottobre per assicurarsi il vitalizio. Tra questi i molti che sanno che non saranno né ricandidati né rieletti, con l’obiettivo di arrivare a febbraio 2018.
I tempi della legge elettorale, che si incardinerà non prima di febbraio, quando la Consulta avrà depositato motivazioni e contenuti della sentenza sulla legge elettorale. E qui se non ci sarà un accordo convergente quanto meno con Forza Italia la nuova legge avrà vita durissima. Ostacolo non da poco visto che interesse del partito di Berlusconi è portare le cose per le lunghe, per spegnere la cavalcata elettorale di Salvini, evitare primarie, convergere su una leadership e unire il centrodestra. Tutte cose per cui occorre tempo.
Infine gli impegni internazionali (G7 di Taormina, elezione del segretario generale dell’ONU, l’avvio della procedura della Brexit, solo per citare quelli macroscopici) e quelli di governo, primi tra tutti i decreti nomine di febbraio e maggio. Qui la pedina centrale era Luca Lotti, colui che qualche giorno fa chiarì a cena senza mezzi termini “se Matteo si dimette, chi ci assicura che chi verrà si dimetterà quando vogliamo noi?”. Ed ecco che come garanzia per non perdere Palazzo Chigi Lotti diventa garante della continuità. Conserva le deleghe (Cipe ed editoria) e viene promosso a Ministro dello Sport (sede presso la Presidenza del Consiglio) ma non ottiene le deleghe ai servizi che voleva. Il suo potere viene in parte consegnato all’altra fedelissima di Renzi, Maria Elena Boschi, non più ministro ma rafforzata come unico sottosegretario alla presidenza, con in mano fascicoli delicati in qualità di segretario del Consiglio dei Ministri. Più che un governo fotocopia, un vero e proprio bunker. Già si parla di un cambio dei vertici Rai e del direttore generale del Tesoro Vincenzo La Via. E poi in primavera Enel, Eni, Poste, Finmeccanica, Terna e tanti altri consigli di amministrazione. Gran finale, Banca d’Italia, col mandato di Ignazio Visco che scade nel 2017. Proprio una analoga infornata di nomine produsse l’accelerazione che portò Renzi al posto di Letta.


Veniamo agli ostacoli verso la corsa a Palazzo Chigi.
In verità non sono tanti, ma sono tutti legati alla legge elettorale ed ai suoi tempi.
Come ha dimostrato il rapido passaggio tra vincere la segreteria e approdare al Governo, Renzi non è disposto a farsi logorare dalla “vita di segretario” e dai problemi di gestione del partito (che ha ampiamente delegato sempre), né è disponibile a stare a guardare le cose da fuori dicendo la sua dall’esterno senza ruoli.
Eppure la legge elettorale dovrà uscire da un Parlamento che in grande maggioranza tenderà ad allungare i tempi. Il centrodestra in cerca di unità e leadership non gradisce accelerazioni (come invece vorrebbe Salvini). Il Movimento cinque stelle apparentemente è per il voto subito, ma oltre la metà dei suoi parlamentari è a rischio, sia di ricandidatura che di riconferma, e non disdegnerebbe qualche mese in più. Sotto traccia sinora è stato anche il confronto interno sulla leadership. Il nome scontato sino a poche settimane fa di Di Maio premier è stato messo in discussione subito dopo il voto dallo scontro sempre nascosto sotto i tappeti tra i due pretendenti, Fico e Di Battista, pronti a puntare i piedi in cambio di garanzie future e di far sentire il proprio peso politico (e mediatico). Sempre in casa M5S c’è tutta la “battaglia romana” che parte dal caso Muraro (coperto sino a dopo il referendum) ma che chiama in ballo tutti i nomi noti del Movimento, che non se la passa bene nemmeno in un’altra sua roccaforte, la Sicilia, con gli scandali delle firme false e delle forniture non pagate e con la sospensione dal movimento di parlamentari noti ed influenti. Tutti nodi che sino a quando non verranno sciolti difficilmente convinceranno i protagonisti di queste vicende ad accelerare verso il voto.
Infine il tema ALA-SC, fuori dal governo, e i cui parlamentari sono “in cerca di una casa sicura” (leggasi quanto meno rielezione). E sino a che non la troveranno remeranno contro qualsiasi cosa. Qualcuno penserà “parva materia”, ma di fatto quei 18 voti al Senato sinora hanno permesso quattro anni di governi.
Il nodo della legge elettorale – che dovrà uscire da questo parlamento, con queste caratteristiche e queste rappresentanze – non è di poco conto. 
Renzi con il ballottaggio – come tutti i sondaggi dimostrano – rischia di non vincere. 
Senza un premio di maggioranza rischia di non governare. E senza un premio alla maggioranza non ci sarebbe ragione per i partiti di sinistra di allearsi col Pd per portare solo acqua a Renzi senza poi ottenere rappresentanza parlamentare.
Ostacolo non indifferente per almeno due motivi. Il primo, non ritrovarsi a perdere per una decina di punti persi a sinistra. Il secondo, perché una logica di coalizione genera “altri leader” alternativi a Renzi.


Si apre quindi il capitolo della sfida per la leadership della coalizione.
Qui le cose si complicano perché se Renzi vince le primarie a segretario, con una maggioranza amplissima, di lì a poco deve anche vincere le primarie per la leadership della coalizione.
Qui conterebbe su un voto popolare ampio, anche oltre il Pd, ma dovrebbe scontare il fatto che tutte le minoranze uscenti dal congresso potrebbero fare fronte comune su un candidato esterno capace – questo si – di mettere insieme tutti.
È il caso che fu di Milano con Pisapia, che sfidò in primarie aperte anche il cadidato Pd e la cui vittoria fu travolgente.
E non è un caso se quel modello, e quello stesso nome, oggi tornano in auge.
Ma che si chiami Pisapia o chiunque altro, il prodotto e lo schema non cambiano.


Prima di tutto questo c’è la sfida per la segreteria. Che appare scontata ma con tanti forse e mine sparse. Andiamo con ordine.
Le componenti del Pd sono molte, spesso eterogenee, ed anche quelle apparentemente minime possono contare, specie in regioni e provincie chiave. Molte di queste – come abbiamo visto negli ultimi congressi – generalmente si spostano sul candidato “più forte”, o vanno “in appoggio” del segretario dopo la sua elezione.
Prima di lasciare Palazzo Chigi Renzi si è assicurato – o almeno ha cercato – la fedeltà interna di varie componenti, tra cui quella di Orlando, dei Giovani Turchi, di Martina, di Franceschini, consolidando ed ampliando quella che era l’area strettamente renziana.
In un colpo solo Renzi avrebbe così neutralizzato anche possibili antagonisti (Orlando e Martina ed esempio) ed in qualche modo sterilizzato l’area Franceschini. Ma questi accordi non è detto che reggano al Natale, e in un’ottica strabica.
Da un lato nessuno oggi si ufficializzerebbe contro Renzi, restando anche un pò a guardare, cercando di accrescere il proprio peso interno, dall’altro nessuna componente – pur quando sarà appoggiando dichiaratamente Renzi – lo vorrà stra-forte, perchè una stra-forza di Renzi (e dei renziani) renderebbe il proprio contributo non solo non indispensabile ma anche relativamente necessario se non intercambiabile: un Renzi forte, si, ma sino a un certo punto.
Se rischi percentuali non sembrano esserci (la base PD vuole Renzi al 52% e i dieci leader dietro di lui raccolgono singolarmente dal 12 al 4% dei consensi), la partita si giocherà sulle convergenze, e soprattutto sul rischio outsider, capace di polarizzare oltre il consenso di singole correnti.
Anche per questo Renzi accelera e rilancia. Probabilmente mettendo mano anche al regolamento, alzando le asticelle minime per candidarsi, con qualche variazione (non da poco) sui requisiti.
Una forzatura che deve servire per scoraggiare, ma contemporaneamente per portare su di sé possibili “grandi elettori” ed aggregare componenti, con l’idea di dire “l’avversario non è qui dentro ma la fuori”.
Ciò significa tutt’altro rispetto ad una rinuncia alla resa dei conti interna. Renzi vuole che quelle minoranze accettino la sfida, per ridimensionarle oggi, ridimensionarne il peso interno (in termini di numeri in assemblea e direzione) e per poter anche ridurre (fortemente) la loro presenza e rappresentanza parlamentare.


Se sommiamo insieme tutti questi fattori, e concentriamo tutte queste sfide del prossimo semestre, quello schema che abbiamo descritto all’inizio – che appare semplice e lineare – comincia ad esserlo un pò meno.
Riuscire a portare a casa un risultato forte entro marzo, tra mille difficoltà e imprevisti, può essere il passo più semplice. Ma che accade se la legge elettorale non è quella giusta, o se Governo e parlamento trascinano le cose sino a settembre o peggio sino a febbraio 2018?
Quali nuovi scenari verrebbero aperti da un segretario che non può “incassare a breve e ripagare e garantire a brevissimo” il credito politico che cerca?
Logoramento di segreteria, lontananza (anche mediatica) da Palazzo Chigi, rafforzamento di ministri – ed anche dei renziani di ferro – nonché una campagna elettorale permanente di oltre un anno non sono sport in cui pare Matteo Renzi brilli particolarmente.

Il nuovo Patto Gentiloni

La riforma elettorale del 1912 introdusse in Italia il suffragio universale maschile, che portò gli elettori da meno di tre milioni ad oltre otto milioni e mezzo. Quella riforma elettorale era il prezzo che Giolitti aveva dovuto pagare ai socialisti di Bissolati per l’appoggio ottenuto durante la guerra italo-turca. Una legge che indubbiamente favoriva i partiti di massa rispetto alle elite che avevano fatto e governato l’Italia per oltre mezzo secolo.
Giolitti mise a disposizione una nutrita quantità di seggi per i candidati cattolici. Da parte sua, Gentiloni fu incaricato di passare al vaglio i candidati liberali per garantire il sostegno cattolico ai candidati. Dato il sistema elettorale uninominale maggioritario, il vincolo di appartenenza partitica era molto debole e il patto consisteva in un elenco di sette punti considerati irrinunciabili per ottenere il sostegno degli elettori cattolici.
Quel patto, denominato appunto Gentiloni, tenne e mantenne l’Italia in quello stato di limbo attraverso la prima guerra mondiale sino all’arrivo prorompente del fascismo.


Una classe dirigente vecchia generazionalmente, stantia politicamente e incapace di interpretare un’Italia che stava cambiando velocemente verrà travolta da un movimento di massa che nella retorica e nell’irruenza della sua pubblicistica costituì il prototipo del populismo.
Cambiano i secoli, letteralmente, e un altro Gentiloni si trova ad essere protagonista – per scelta, opportunità ed anche suo malgrado – di una fase italiana del tutto simile.
Paolo Gentiloni è certamente un politico di lungo corso, con esperienze ampie di gestione della politica romana, e tuttavia non è certamente un esponente – per leadership e comunicazione – di primo piano, almeno non tale da mettere in ombra Matteo Renzi.


E questa – più che ogni altra motivazione politica – è la ragione principale per cui Renzi, da segretario e premier uscente, ha fatto il suo nome, come unica proposta, non potendosi permettere che un qualsiasi altro esponente, anche del suo stesso partito, usasse Palazzo Chigi per una scalata politica e mediatica.


Per Gentiloni la consegna è una, semplice e diretta: attendere la decisione della Corte Costituzionale sulla legge elettorale e farsi promotore di scriverne “una ad hoc” in tempi rapidi per uno scioglimento delle camere a maggio e un voto prima dell’estate (e già si parla del 4 giugno). 
Lo schema di Renzi prevede tre passaggi: costruirsi una sua nuova “verginità” lontano dai palazzi, anche a costo di sparare contro il governo del suo amico Gentiloni. Questa la premessa per vincere la partita delle primarie Pd di febbraio. A questo punto potrebbe avere la forza per obbligare la maggioranza trasversale a elezioni anticipate: quel partito di oltre 400 parlamentari di prima nomina che punta ad arrivare al primo ottobre 2017 per portare a casa il vitalizio. Tra questi una piccola pletora di deputati e senatori che sapendo di non essere candidati né rieletti punterà ad arrivare alla fine della legislatura (febbraio 2018).
Il patto con Gentiloni pare essere questo, su più o meno questi punti: candidatura e ministero garantiti a patto che resti lì non oltre maggio, a costo di farsi “sparare addosso” dal suo segretario ex-premier, che on lo oscuri, che accontenti ogni componente del Pd purché appoggi una cavalcata trionfalistica di Renzi, e soprattutto approvare una legge elettorale ad hoc per garantire alcuni punti. Che Renzi sostanzialmente si scelga i candidati, che si limitino tutti i rischi di ballottaggio (che favorirebbero i cinque stelle), e questo anche a costo di cedere qualcosa in termini i premio alla coalizione.


Punti su cui ci sarebbe la convergenza di ampia parte del centro-destra, almeno di quella parte che non vuole le primarie e che vede una chance proprio nella forza di una coalizione piuttosto che di “premi al partito”, nell’eterno scontro per la leadership tra Salvini, Berlusconi e Meloni.


Il primo patto Gentiloni, tenne e mantenne l’Italia in quello stato di limbo attraverso la prima guerra mondiale sino all’arrivo prorompente del fascismo. Una classe dirigente vecchia generazionalmente, stantia politicamente e incapace di interpretare un’Italia che stava cambiando velocemente verrà travolta da un movimento di massa che nella retorica e nell’irruenza della sua pubblicistica costituì il prototipo del populismo. Un secolo dopo la storia sociale si ripete, in condizioni fortunatamente meno devastanti della prima guerra mondiale. Ma questi patti di palazzo tengono sempre troppo poco conto del mondo (e dei pericoli) che “stanno la fuori”.

Renzi e la sorpresa del referendum

Dovevamo attendere una sconfitta, sonora e in gran parte personale, per avere “il migliore Matteo Renzi possibile”, anche oltre le aspettative della maggior parte degli analisti. Matteo Renzi aveva un capitale politico personale paragonabile, nel recente passato, solo a Mario Monti. L’Italia – che attendeva e attende ancora riforme serie e strutturali che accelerino il percorso decisionale e snelliscano la politica – gli aveva conferito tre anni fa un credito aperto e pressoché illimitato e Renzi, almeno per il primo anno, lo ha investito bene.
Ha però scordato almeno due regole della democrazia parlamentare italiana. La prima è che il tempo logora, anche quando non hai rivali e antagonisti. La seconda è che avere una opposizione interna alternativa ed una vera alternativa di governo ti migliorano, non sono un ostacolo, perché ti obbligano all’ascolto, al confronto, alla mediazione.


Come per Mario Monti, anche Renzi si è sentito – ed è stato convinto dal suo cerchio magico, che ha forse maggiori responsabilità di lui – l’uomo del destino, personalità irrinunciabile, onnipotente politicamente. In fondo – questo era l’assunto – se vado a casa io, chi può prendere mai il mio posto?
Nessuno si sarebbe aspettato le dimissioni, per quanto politicamente giuste e – diciamolo chiaramente – ineluttabili. Un divario di 20 punti è una bocciatura forte, più che politica sulla riforma in sé sulla persona e sulla leadership. Un risultato che Renzi ha costruito tutto da solo e internamente, scegliendo il campo referendario come luogo di un plebiscito personale e di un voto di alternativa: o lui o gli altri. Ed ha perso.
Poteva evitare il referendum, se non avesse raccolto le firme probabilmente nemmeno si sarebbe fatto. Poteva non personalizzare, nel qual caso può anche darsi che la riforma – valutata per quello che era – tra tanti dubbi, sarebbe anche passata.


Voleva andare oltre, e semplicemente, non ce l’ha fatta.
Se però Renzi si dimostra una pessima “macchina di governo” – circondato da troppi yes man, consiglieri sciocchi, renziani dell’ultima ora e opportunisti di sempre pronti a saltare sul carro vincente – si conferma anche una straordinaria “macchina di lotta”.


Ha preso un Pd sotto il 30% e lo ha portato al 41% delle europee. In tre anni ha fatto eleggere 17 governatori. In questo Referendum è riuscito a confermare quelle percentuali, sostanzialmente dimostrando che oltre lui non c’è leadership, e che è capace di raccogliere oltre 7 punti rispetto al partito di cui è segretario.
Certo, è anche riuscito nella straordinaria impresa di mettere insieme CasaPound e ANPI, parte della CGIL e Forza Italia, Fratelli d’Italia e Grillo con Salvini e Sel. Ma questa corazzata del fronte del NO non sarà non solo capace di essere una alternativa di governo, ma nemmeno di proporre leadership capaci di sfidare la soglia del 40%.
Tutti questi dati sono importanti “per quello che verrà dopo”. Non è nella natura di Renzi il “capo chino” con cui dovrebbe necessariamente – con un capitale politico risibile – presentarsi alle camere per un secondo mandato, ma quel discorso di dimissioni ripropone il film già visto di un Renzi tutt’altro che in ritiro. Gli consente di fare il segretario e un anno di lotta – in cui è maestro – libero da vincoli di governo e di candidarsi più forte di prima, come fu per le primarie del PD.


È probabile che dovrà passare da un nuovo congresso di partito, da nuove primarie, da un riassetto interno, auspicabilmente da un repulisti generale in casa sua, ma all’orizzonte non ci sono alternative credibili, a meno di nuove improbabili corazzate incapaci domani di essere vera alternativa solida e stabile. Perché le leadership non si improvvisano, si costruiscono. Ed anche questa è una lezione che Renzi consolida.


Questo Referendum ci consegna un’Italia divisa, ma non solo politicamente sulle percentuali di voto. Il SI che vince al Nord e il NO che stravince al Sud è un segnale di un paese che si conferma a due velocità, indipendentemente dalle indicazioni dei leader i partito. Un Nord che partecipa al voto in modo forte ed un Sud che non recupera il gap della partecipazione democratica. Se al Nord tengono o perdono di poco – in linea con il dato nazionale – i governatori Pd, al Sud è una sconfitta su tutta la linea: bene la Basilicata di Pittella che paga essere anche la regione di Roberto Speranza; va meglio anche in Puglia (del critico Emiliano) e nella Calabria del non certo renziano Oliverio. Il peggiore risultato è quello della Campania di De Luca, e questo voto è una sua sconfitta personale.


I numeri parlano, e quando l’affluenza è così alta diventano sentenza. Ma vanno letti tutti e tutti insieme per avere un quadro complessivo che spesso ci consegna realtà eterogenee su cui, con umiltà, chi fa politica e comunicazione dovrebbe soffermarsi maggiormente.


Il paese reale non mente mai, i consiglieri sciocchi che riempiono teatri con truppe cammellate o ritoccano fotografie – e le cose riguardano tutti – invece si.

Pd, tra scissione e democrazia interna

È difficile comprendere le dinamiche del dibattito interno e delle divisioni tra minoranze e maggioranze se non partiamo dall’inizio, e ne comprendiamo le ragioni “antiche” e più recenti.
Il Pd nasce dalla fusione di più partiti dopo l’esperienza dell’Ulivo. 
Questa fusione non è stata “indolore”, e tuttavia era necessaria. Lo volevano i tempi, lo esigevano gli elettori, lo imponeva il sistema elettorale, che se ci ricordiamo era per collegi uninominali.


È stato il primo vero momento di modernizzazione della politica italiana e veniva dopo gli scandali di tangentopoli che aveva spazzato via in un anno partiti politici “vecchi” di sessant’anni.
Un momento di modernità che ha stimolato “la stessa cosa dall’altra parte”, la nascita del Pdl e il superamento della frammentazione proporzionale. Se venuto meno il collante Berlusconi il Pdl si è disunito nuovamente, il Pd è restato unito, anche se non in modo indolore, restando “soggetto unico” per coalizzare gli avversari, M5S in testa, e per polarizzare le leadership di centro destra, Lega su tutti.


La classe dirigente del Pd, all’epoca, era sostanzialmente rappresentativa in termini quasi proporzionali delle rappresentanze dei vari partiti confluiti nell’unico soggetto. Ed anche se “erede dei due grandi partiti di massa” spesso l’ago della bilancia finiva con il pendere a seconda degli orientamenti delle componenti più piccole, e spesso meno rappresentative in termini di voti e consensi.
Il Pd è stato anche il primo partito a introdurre il sistema delle primarie, e queste hanno garantito nel tempo l’elezione di un’assemblea nazionale e la composizione di una direzione che in qualche maniera, spesso imperfetta, offriva comunque rappresentanza proporzionale a tutte le idee della galassia dem.


Questo equilibrio è saltato nel 2014, in maniera improvvisa, non voluta, e non pesata sino in fondo, sull’onda di una deroga che non è stata compresa sino in fondo nelle sue implicazioni nemmeno da chi l’ha accettata.


Quando Bersani era segretario infatti accettò non solo la candidatura “in deroga” di Matteo Renzi, anche due modifiche al processo delle primarie nazionali. La prima, che al secondo turno potesse votare chiunque. La seconda, che la direzione nazionale fosse composta in modo proporzionale in base non al voto degli iscritti (primo turno) ma a quello aperto a tutti (secondo turno).


Matteo Renzi, che nel Pd aveva il 44% dei voti, si è ritrovato a superare il 68% nel secondo turno dele primarie. Poco male per il suo consenso personale, ma molto male per il Pd.
Di fatto avrebbe dovuto avere una direzione con il 44% dei membri, il che avrebbe consentito un dibattito autentico, democratico, e molte posizioni sarebbero state se on discusse almeno discutibili autenticamente. 
Oggi, con una direzione composta al 70% da renziani, diventa davvero difficile sostenere che “ha votato la direzione” e “si sta a quello che decide la maggioranza” dal momento che, prima di tutto, quella direzione non rappresenta affatto in termini proporzionali le anime e i sentimenti della base del PD.


Ecco che se partiamo da questa considerazione, e riesaminiamo la questione per quello che è, ovvero una sostanziale finzione ogni qual volta segue un voto ad una discussione in direzione, il dibattito interno, delle varie minoranze e delle opportunistiche maggioranze, assume un significato forse più chiaro.


Forzare sempre la mano su un presunto voto a maggioranza è una strategia che alla lunga logora, e per il momento ripaga Renzi in termini di apparente leadership, fondata sull’assunto che alla fine ogni volta la direzione a larghissima maggioranza “vota si alle sue proposte”.
Lo ripaga anche sul piano della comunicazione interna, perché tutte queste forzature fanno apparire le minoranze interne come cavillose, non costruttive, e sempre pronte alla scissione e all’abbandono.
Una realtà che fa gola – e anche molto – ad un giornalismo politico sempre più gossipparo e meno analitico.


E tuttavia questa apparenza è anche molto fragile. Puoi dire al mondo che in fin dei conti la minoranza conta poco, ma quando sei sotto referendum e ogni voto è indispensabile, può essere che quel poco pesi parecchio. Specie se sai bene che invece quel poco tanto poco all’interno della base del Pd non è.
Puoi dire al mondo che #bastaunsi e che è lo scontro finali tra gufi ed ottimisti, tra vecchio e nuovo, ma alla fine ciò che resta sul campo è che quelle minoranze rischiano di essere determinati, e questo peso glielo ha dato proprio questa gestione interna del partito fatta di forzature e di inviti ad adeguarsi o andarsene.


Forse, col senno di poi, più dialogo, morbidezza, cedere qualcosa in più in termini di rappresentanza, dialogare meglio sui contenuti delle riforme e sulla legge elettorale, non sarebbe stata una cattiva idea. Indipendentemente dalla conta dei numeri in direzione.
Perché quelli li vuoi drogare con un vizio di due anni fa, ma la politica che conta è fatta di voti veri.
Ed anche se Renzi vorrebbe tanto che le minoranze attuassero la scissione (mentre afferma il contrario), la sua peggior iattura – anche da un punto di vista della comunicazione esterna – è che questa scissione non ci sarà, e che la conta vera si farà su un terreno meno consono al premier: i voti reali.

Il PD e il munaciello

Mancava solo la ciliegina finale su una torta che sempre più si mostra come un vero e proprio pasticcio, e nemmeno tanto dolce. Le accuse, i dubbi e le indagini di voto di scambio sono ciò che mancava ad una campagna brutta, demotivante, personalistica, che ha caratterizzato questa tornata elettorale in casa Pd da ben prima delle primarie. In una sorta di continuazione della lunga bagarre interna in cerca di posizionamento delle varie bande (non chiamiamole correnti) in cui si è lacerato il Pd.


Da cinque anni, da quelle primarie Cozzolino-Ranieri consumatesi nel fango e nel sangue, dall’imposizione di Morcone come candidato e dal non accesso nemmeno al ballottaggio. Cinque anni in cui non solo non si è costruita un’alternativa se non credibile almeno possibile. Una guerriglia interna per piccoli interessi di parte che si è protratta per due congressi nazionali in cui chiunque almeno una volta ha cambiato casacca. Per finire alla resa dei conti della resa dei conti in occasione delle primarie per la Regione. Al tentativo di rivincita (di chi? su chi? per fare cosa?) in queste primarie finite nel ridicolo.


“La cosa incredibile è che per la prima volta abbiamo avuto primarie corrette, con tutti i rappresentanti che hanno firmato i verbali la sera stessa. Poi è uscito un video strano dopo 24 ore” sono state le parole di Vincenzo De Luca a Lira TV. Inquietante che nessuno ha chiesto conto di questa affermazione, che implicitamente afferma che tutte le altre primarie corrette non siano state. E se lo dice uno come lui, per vent’anni sindaco, che nelle primarie nazionali e regionali è sempre stato più che determinante c’era da stare tutt’altro che sereni. Già perché a Salerno ne abbiamo viste di tutte i colori: dalla Dia che sequestra 2000 tessere false alle primarie nazionali, alle parlamentarie “tarocche” che hanno visto favorire Bonavitacola.


E un Pd attaccato a livello nazionale sulla questione morale che pensa bene di fare? Nell’ordine: non accoglie un solo ricorso, non fa una sola verifica, non annulla un solo voto, non fa rivotare in una sola sezione, e ricandida quel consigliere che distribuisce monetine visto da tutta Italia, e che ha dichiarato (anche questa notizia passata in sordina) “se vengo sanzionato dico tutto”. E nessuno che si sia nemmeno posto il problema “dice tutto cosa?”.


Poi è stata la volta di ministri in vera e propria processione partenopea, mentre contemporaneamente nessuno vedeva che non si riusciva a fare mezzo accordo nemmeno sui presidenti di municipalità, rischiando sino all’ultimo che il pd non presentasse le liste a Barra e Fuorigrotta. E poi è stata la volta di accordi con Ala e qualche nome in più in lista, che non si capisce le sia stato deciso dal Pd napoletano, regionale, nazionale, dalla candidata sindaco o da qualche alieno in visita notturna. A Napoli per tradizione parleremo della “manella del munaciello”.


Ripercorrere queste tappe è importante. Perché non vorrei si facesse l’errore di pensare che oggi si attacca una dirigenza regionale e cittadina impeccabile come capro espiatorio della sconfitta elettorale. Perché qui non si tratta né di cercare agnelli sacrificali, né di dare la caccia a munacielli in giro per i corridoi di Napoli sotterranea. 
Si tratta di dire con chiarezza che chi fa il dirigente ha responsabilità per azioni, ma anche per omissioni, mette la firma sui compromessi, ne risponde personalmente. Questo fa un partito serio. E dato che noi di commissariamenti ne sappiamo qualcosa a Napoli, corriamo il serio rischio che ci fu quando un altro esterno venne qui, e in due anni Andrea Orlando – ottima persona – ci ha messo solo la faccia, lasciando che crescesse non una nuova classe dirigente, ma un sottobosco di bande che in questi due anni hanno mostrato il meglio del peggio. Risultati e inchieste alla mano.


Siamo a Napoli, e con la tradizione del munaciello noi abbiamo secoli di storia di “conquistatori esterni” che partono con le migliori intenzioni di “cambiare tutto” per poi venire fagocitati a che “nulla cambi davvero”. È la forza di Napoli, che oggi si manifesta come la sua più grande debolezza. Se ne guardi il nuovo commissario, soprattutto da chi si circonderà, da chi lo consiglierà, e da organi di garanzia che ancora una volta non saranno efficaci, perché espressioni di componente, e non certo di persone specchiate e indipendenti capaci di un rigore morale di cui questo partito e questo momento storico hanno davvero tanto bisogno.

Il PD e il disastro di Napoli

“Il bug è la città di Napoli. Non esiste un problema Campania. Esiste un problema Napoli. Il Pd a Napoli non riesce a vincere. Nella prossima direzione del Pd dopo i ballottaggi, farò una proposta commissariale molto forte per Napoli”. 
È questo il commento di Matteo Renzi, premier e segretario del Pd.
Verrebbe da chiedersi tuttavia dove sia la novità, visto che il dato era ampiamente previsto. Da molti, ma non da tutti. Ancora una volta non da quei dirigenti che vedono Napoli da Roma, con i filtri delle proprie percezioni, troppo spesso confuse con i propri desiderata.
E infatti negli ultimi giorni si era rincorsa la voce del sorpasso, dell’accesso di Valeria Valente al ballottaggio, e finanche di un calo di De Magistris.


La realtà, quella vera, racconta invece una classe dirigente in balia della guerra tra bande tra fazioni e capibastone che ha faticato non poco a sciogliere il nodo delle candidature nelle municipalità e che per un soffio ha evitato la debacle di non presentare liste in quartieri come Barra e Fuorigrotta, roccaforti democratiche, se ha ancora un senso dirlo.


Oggi si parla di voto di opinione, senza ammettere che si è tentato quello che è riuscito a De Luca: mettere insieme tutto, anche quello che insieme non sta, pur di strappare quel guizzo di voti per arraffare un ballottaggio. Quel De Luca – che Cozzolino avrebbe dovuto battere sino a due giorni prima alle primarie – che ha vinto non di quei millantati otto punti percentuali, ma di circa 40mila voti. Come a dire grazie alla lista personale di Michele Pisacane, per esempio.


Operazione non replicata in una città in cui il Pd è sempre stato tra il 16 e il 20% e che anche stavolta è riuscito a frammentare in tante civiche parte del proprio patrimonio elettorale, scivolando all’11%. Più che partito della nazione siamo ai livelli una lista civica qualsiasi.
”Il PD a Napoli mostra di essere un corpo del tutto estraneo alla città. Fatto di dirigenti semi sconosciuti, politici seguiti solo dai loro fedelissimi ed un nugolo di candidati arruolati nella speranza di una impossibile affermazione. Un Partito dopo cinque anni di inerzia totale, tenuto insieme a forza e senza alcun progetto.” questa l’analisi, tanto impietosa quanto lucida di Enrico Pennella. E non si può non condividere l’idea che non possono pensare di candidarsi a ricostruire il Pd napoletano quanti sono stati i responsabili di questo disastro. 
E tuttavia andrebbe anche chiarito, definitivamente, che questo Pd, così com’è, più che ricostruito va rifondato dalle basi, perché si connota sempre più come un contenitore di piccoli interessi localistici e bacini di voti di basso cabotaggio in balia di interessi particolari di pochi soggetti, che francamente ormai contano pochissimo. Meno di trentamila preferenze. Avere ancora un inutile timore reverenziale a “tenerli dentro” senza censure è masochismo più che scelta politica.


Ed è un Pd che non è nemmeno utile alla città, perché conta poco, rappresenta pochissimo, elegge chi ha dato un contributo irrisorio, e spesso non qualificante, anche se lo valutiamo nel semplice ruolo di consigliere. Critiche che spesso muoviamo ai cinque stelle e che quando accade andrebbero mosse nello stesso senso a tutti.


Il colpo di grazia lo darà la scelta tra le tre possibili, e tutte tombali, indicazioni: appoggiare De Magistris dopo e nonostante le tante cose dette; appoggiare Lettieri, altrettanto dopo le tante scelte politiche dichiarate, o peggio di tutte il “non dare indicazioni”, abdicando definitivamente qualsiasi idea di possibile leadership. Un cul-de-sac in cui il Pd ci si è messo da solo, e che l’attuale dirigenza non può esimersi da assumere su di sé.


I miracoli sono altrove. In quel Lettieri che riesce a non perdere nonostante tutto e nonostante se stesso e lo sfascio nazionale del centrodestra. In quel De Magistris che riesce a tenere insieme voto di protesta (rubandolo anche ai cinque stelle) voto a sinistra, i vari delusi dalla scarsa offerta politica altrui, e voto di governo. Chapeau.

Corsi, ricorsi e commissioni di garanzia per il PD in Campania

C’è qualcosa che non funziona nelle primarie PD. E quello che non funziona ha un nome e un luogo. Si chiama “commissione di garanzia” e collegio dei probiviri. Un organo apparentemente politicamente irrilevante, in cui spesso vengono nominate persone quasi come un contentino politico, ma che in realtà dovrebbe e potrebbe avere una funzione fondamentale per un partito politico.


A queste commissioni dovrebbero accedere persone da tutti riconosciute come equibrate e moderate, dalla specchiata esperienza di partito, e anche quando “in rappresentanza delle rispettive componenti”, capaci di andare oltre, e di dare dei paletti invalicabili nel rispetto delle regole condivise da tutti. Ma a queste commissioni compete anche qualcosa di più alto e importante: censurare con forza comportamenti non corretti, allontanare persone che usano il partito come un pullman per essere “accompagnati comodamente” da un seggio ad un altro, e quelle che con il proprio comportamento possono ledere l’immagine collettiva.
Per fare questo, i membri degli organi di garanzia non devono avere favori da chiedere, candidature (per sé e proprio congiunti) da difendere e garantire, e devono avere una capacità di motivazione delle proprie scelte al di sopra di ogni sospetto.
Tutti requisiti che – strano a dirsi – molti, anche nel PD hanno, ma che – stranamente – quei molti, in quelle commissioni, non vengono nominati mai.
E da questo difetto congenito iniziale dipende poi tutto quello che in ogni senso, in ogni regione, in modo più o meno manifesto, abbiamo visto e stiamo vedendo.
Provo a fare una sintesi di questi ultimi anni.


Succede che nel 2011 a Napoli per 44 (contati!) votanti di nazionalità cinese si è creato un caso nazionale che ha portato all’annullamento delle primarie. Roma decise quindi di nominare candidato il prefetto Morcone, che nessuno a Napoli conosceva, facendo scivolare il Pd al 16% e consegnando la città a De Magistris. In quell’occasione venne rimosso il segretario provinciale Tremante, il quale fece causa al partito e venne anche economicamente risarcito (sic!).

Nelle primarie nazionali che videro eletto Matteo Renzi i casi “strani” sono stati numerosissimi,
 spesso imbarazzanti, ed hanno visto coinvolta la magistratura ordinaria e la DDA di Salerno. 
In quel caso la commissione nazionale è stata salomonica (se vogliamo usare un eufemismo): sono stati “sospesi” i risultati delle sezioni sotto indagine, ma non “il risultato” emerso da quelle sezioni (qualcuno più bravo di me riuscirà un giorno a spiegarmi l’escatologia e l’esegesi della decisione).
In pratica “il risultato parziale viene congelato in attesa di verifiche” (che non sono mai state fatte e il verbale di quella consultazione non è mai stato completato) ma “il risultato netto” dei totali delle preferenze dei vari candidati resta invariato e conteggiato (sic!).
Gli episodi di quella consultazione li ho raccontati qui.

C’è poi il caso delle consultazioni in Liguria, dove – a risultato netto invariato – si è scelto di “congelare” il voto di alcune sezioni. Non poche, ben 38. ma su quegli episodi nessuno è entrato nel merito. E qui però va chiarita una cosa. Una commissione di garanzia che riceve segnalazioni documentate, e afferma “non essendo annotate nel verbale non possiamo procedere” in sé nega se stessa. Se infatti c’è stata una irregolarità nel verbale, come si può pensare che quella stessa irregolarità risulti nel verbale?
[ne parlo anche qui]


Finiamo quindi nuovamente in Campania, con le primarie di Napoli.
Su queste riprendo, rispetto a quanto ho già detto e scritto, alcuni commenti che mi sembrano semplicemente di buon senso.
Risulterebbe dal verbale sostanzialmente che:
”1) elemosinare un euro, 10 euro . . per un voto è una pratica “normale”;
2) I video di Fanpage sono una montatura e/o comunque non hanno influenza sul voto, “il fine giustifica i mezzi”;
3) Bassolino doveva presentare entro le 24 ore dalla chiusura dei seggi il ricorso, DOVEVA SAPERLO PRIMA, quindi è irricevibile) come dire se ammazzi qualcuno e il corpo lo scopri dopo, il delitto è prescritto;
4) Che è normale e non ci sono dubbi alcuni che “stranamente” in quei seggi, guarda caso, il Candidato indicato spudoratamente raccoglie più consensi in 5 seggi che in 40 seggi (mah)’!);
5) Che se nel regolamento delle primarie non è indicato il divieto di coercire il voto fuori dai seggi, così come previsto dalle leggi elettorali vigenti, beh allora alle primarie si può fare, anzi più soldi investi meglio è, tanto non è vietato;
6) un candidato, un partito e/o una coalizione che vuole governare non faccia della legalità e della trasparenza una Bandiera irrinunciabile; e va beh che fa…..
7) Che in Liguria per molto meno si sono annullati 14 seggi, è un altro PD;
8) Che nel 2011, per molto meno, si sono annullate le primarie; altri tempi o altri interessi;
9) quindi con 13/14 mila euro ci si può candidare a sindaco di Napoli;
10) che questa “pratica” offende la dignità delle persone, a chi riceve e a chi lo “dona” fa niente, l’importante è “vincere”;”


Polemico? Ci va giù di sarcasmo Enrico Pennella:
“È ingiusto ed ingeneroso non riconoscere alla commissione di garanzia napoletana un ruolo fondamentale per le future Primarie PD. Con grande coraggio e determinazione hanno infatti saputo affermare principi nuovi ed in un certo senso rivoluzionari. Sono dei pionieri. Qualche esempio? Dalla prossima volta a Napoli i candidati ed i loro sostenitori potranno con tranquillità senza alcun rischio ed alla luce del sole offrire l’euro nei seggi agli amici sprovvisti, indicare (solo per maggior sicurezza) pubblicamente ad alta voce il nome di chi votare alle persone meno informate e consapevoli, anche pagare o rifiutarsi di farlo questo benedetto noioso euro,altro ancora. Insomma più libertà per tutti, via odiosi vincoli. Si è deciso in assoluta trasparenza di legittimare definitivamente questi comportamenti. Basta ipocrisie! Siamo pur sempre napoletani, queste cose dobbiamo intenderle, capirle , giustificarle. Siamo fatti così. Inutile fare i puritani, sono normali, quasi inevitabili. Lo dice perfino Orfini, il Presidente del PD, uno ovviamente sopra le parti : è tutto ok. Anzi no, si è corretto, ok ma al 99%, ora non facciamo i pignoli. A questo punto il PD napoletano è riuscito così in una straordinaria impresa che nessuno avrebbe mai creduto possibile : combinare nel 2016 un disastro peggiore rispetto a cinque anni prima. Avrebbe detto Totò…onore al merito.”


Angelo Costa semplicemente propone:
“Ma perché non si rivota in quei due, tre, cinque seggi contestati dove Valeria Valente ha già vinto e quindi rivincerebbe? Finirebbero le polemiche e quindi TUTTI andremmo a sostenere chi LEGITTIMAMENTE è il vincitore delle primarie… ”


Sempre Enrico Pennella, stavolta più sobriamente:
“Sono incomprensibili le critiche che dall’interno del PD vengono rivolte a Bassolino per il ricorso ai garanti nazionali. Una procedura assolutamente legittima, estremo tentativo per un iscritto di vedere riconosciute le proprie ragioni ed una chiara, ulteriore, prova di fiducia nel Partito. A quanti sollevano il tema della opportunità di questi ricorsi andrebbe invece consigliata una più attenta lettura dei recenti sondaggi. Non sono infallibili, tutt’altro, ma inutile fingere di non vederli. Il PD nelle attuali condizioni è fuori da tutto, residuale. Anche se oggi Bassolino decidesse di fermarsi non cambierebbe praticamente nulla. Un dato emerge in modo incontrovertibile, assoluto : a tre mesi dal voto il PD in queste condizioni non è competitivo.”


Ma sul caso dei ricorsi interviene il re dei ricorsi in Campania, il governatore De Luca. 
Colui che è già stato protagonista di numerosi ricorsi in tutte le primarie svoltesi nel suo territorio quando era Sindaco di Salerno.
“Mi auguro che prima o poi qualcuno chieda scusa per questa immagine della politica che stiamo trasmettendo ai cittadini con la vicenda delle primarie” afferma Vincenzo De Luca nel corso della rituale intervista-fiume su Lira Tv, in onda questa sera. “Mi viene la depressione sulle piccole cose della politica italiana – spiega il governatore – Ormai c’è una rissa politica generalizzata che riguarda tutti. Una pena enorme. La mia preoccupazione crescente è che sta arrivando nelle nostre case un’immagine di balcanizzazione generale della politica italiana”. “Quanto alle primarie di Napoli la cosa incredibile è che per la prima volta abbiamo avuto primarie corrette, con tutti i rappresentanti che hanno firmato i verbali la sera stessa. Poi è uscito un video strano dopo 24 ore”.


Inquientante che nessuno abbia rilevato un dettaglio tra le affermazioni di De Luca: ” la cosa incredibile è che per la prima volta abbiamo avuto primarie corrette”.
Nessuno ha chiesto conto di questa affermazione, che implicitamente afferma che tutte le altre primarie corrette non siano state. E se lo dice uno come lui, per vent’anni sindaco, che nelle primarie nazionali e regionali è sempre stato più che determinante… c’è sta stare tutt’altro che sereni.


Alle scorse primarie regionali ne abbiamo viste di tutti i colori, ma per tutti non ci furono problemi.
Le ho ampiamente raccontate qui ma vorrei ricordare un paio di episodi sul come si sono svolte.
Primarie di partito, richieste 1200 firme. Gli iscritti a livello regionale erano 10.800, ma il sindaco di Salerno abbonda e di firme ne presenta 13.000! Il presidente della commissione di garanzia afferma (testualmente) che è tutto regolare, anche se non sono iscritti (e la matematica non è un’opinione) potrebbero sempre farlo entro la fine dell’anno! (sic!)
Le primarie poi diventano di coalizione, ma subito il Pd si appresta a precisare: allarghiamo ma non accettiamo altre candidature del Pd. Più ad personam di così!
Chi lo afferma? Tonino Amato, ex consigliere e assessore comunale, ex pluri consigliere regionale, che – da indipendente presidente della commissione di garanzia! – voleva candidare la figlia (che è anche stata eletta) e dichiaratamente appoggiava De luca.
Di lui si è anche parlato durante queste primarie per il Sindaco di Napoli – in cui appoggiava Valeria Valente – ma questa, è un’altra storia…


Ecco. Finchè non mettiamo seriamente mano a cosa debba essere e come debba comportarsi una commissione di garanzia, le primarie non andranno mai come si deve e conviene.
Non esisterà un organo che sia davvero deterrente rispetto a comportamenti che poi – a parole – tutti censuriamo. E non esisterà quell’autorevolezza necessaria a prendere decisioni davvero libere e autonome dalle componenti.
In fin dei conti le commissioni di garanzia sono state trasformate in organi di ratifica della maggioranza – seppur eterogenea e momentanea – di turno. E quello che dovrebbe essere un organo di controllo e di garanzia, elemento di forza e democrazia nei partiti strutturati, diventa – semplicemente – un elemento di vulnerabilità, risibilità e debolezza.
Basta essere chiari e prenderne atto.

L’ineffabile Di Battista e le unioni civili

“Allora, Unioni Civili, facciamo un po’ di chiarezza, perchè il PD ha fatto un “casino” incredibile negli ultimi giorni”.
Comincia così un video di 6 minuti in cui Alessandro Di Battista “spiega” con lavagna e pennarelli – come in un corso aziendale ma rivolto a bambini di scuola elementare – in cui il parlamentare “dovrebbe” parlare quantomeno ai suoi elettori delle Unioni Civili.
Ebbene in 6 minuti e 9 secondi riesce a nominare:


⁃ 28 volte pd / partito democratico
⁃ 9 volte Fiducia
⁃ 9 volte Renzi
⁃ 7 volte Lega
⁃ 7 volte Cirinnà
⁃ 5 volte M5S
⁃ 3 volte Forza Italia
⁃ 2 volte “partito di maggioranza” (non assoluta ndr)
⁃ 2 volte Centro Destra
⁃ 2 volte PCI (che non esiste più dal 1991 ndr)
⁃ 1 volta Napolitano (sic)


Ma soprattutto riesce incredibilmente a nominare UNA sola volta la sigla LGBT (per dire che dovrebbero protestare con il PD) e non una sola volta “gay, lesbiche, trans”. Non una sola volta i diritti dei bambini, non una le famiglie (arcobaleno e non). Non una il tanto discusso tema della “step child adoption”.


Ora, se lo scopo era chiarire qualcosa sulle Unioni Civili è chiaro che invece l’intento era altro.
E visto che “sognamo” una politica se non “all’americana” quantomenno anglosassone, ai fact-checking dovremmo cominciare a farci l’abitudine, e non vederli come un atto ostile. Specie se i video online restano e tutti possono vederli.
Non c’è un solo momento del video di Di Battista in cui chiarisca la posizione dei 5 Stelle, se non per dire che loro la legge l’avrebbero votata così com’è – il che non spiega ad esempio la questione del “voto secondo coscienza” comunicata da Grillo.
Non c’è un solo momento in cui Di Battista – quando afferma che il Governo avrebbe potuto porre la questione di fiducia – ha chiarito se in questo caso ad esempio “pur di votare la legge” avrebbe votato la fiducia al Governo, oppure se pur di votare contro Renzi avrebbe votato no (pur essendo a favore della legge così com’è).


Si lamenta infine Di Battista che con il “canguro” non ci sarebbe stato dibattito parlamentare, e tuttavia preferirebbe quasi la questione di fiducia che avrebbe lo stesso risultato. Se non forse uno peggiore: far venir meno quella famosa “libertà di coscienza” che hanno invocato in molti votando articolo per articolo.
Se Di Battista voleva fare chiarezza, non ha reso un bel servizio in questa direzione.
Se voleva dire cose ovvie, che sono sotto gli occhi di tutti, e cioè che il Pd ha varie anime interne e su certi temi ha divisioni anche profonde, non serviva la lavagna.
Se voleva attaccare il Pd come male assoluto, ci è riuscito poco e male, perchè quello che ha detto non solo è debole rispetto a quello che sta avvenendo e che viene raccontato meglio dalla cronaca, ma anche perchè la sua posizione e quella del suo partito non sono per nulla alternative nè risolutive.
Qualche suggerimento per la prossima volta:


⁃ stare più sul tema: la parola che scrivi in grande al centro è l’argomento del discorso, e per lui evidentemente il tema era PD.
⁃ la camicia, specie se chiara, meglio bianca, è più efficace
⁃ la luce (molto) meno sparata in faccia
⁃ sei solo davanti a una telecamera, non hai bisogno di urlare: le persone comprendono meglio un messaggio calmo e caldo
⁃ i pennarelli: meglio se nuovi e che non sbiadiscano se scrivi in orizzontale
⁃ il rosso serve per evidenziare e sottolineare, non per scrivere “un’altra posizione” (per quello esistono il verde, il nero…)



Lo capisco che Rocco Casalino come responsabile nazionale comunicazione e che la fidanzata di Di Maio non sono proprio il massimo, anche se entrambi li paghiamo profumatamente noi, ma Benzi (che lavora sempre alla Casaleggio) queste cose le sa bene.
Basta chiedere a lui.

Le primarie del PD

Domenica Lucia Annunziata ha introdotto “in mezz’ora” (tempo e titolo del suo programma) i quattro partecipanti alle primarie di Milano. La cosa che mi ha colpito era la concretezza, il radicamento col territorio, la programmatità delle proposte e il metterci la faccia comunque all’interno di una casa comune. Poi ho immaginato la stessa cosa fatta sui candidati a Napoli, che ancora non è chiaro chi siano in uno scenario che si sta delineando dopo svariate ipotesi e scenari unitari. E allora capisci che quel divario tra Napoli e Milano non riguarda il verde pubblico, la manutenzione, e nemmeno l’economia locale. Cinque anni fa il PD ha perso, a Milano come a Napoli. Lì hanno avuto Pisapia che ha dedicato cinque anni della sua vita a Milano, ad un progetto, ed ha coinvolto in un dialogo fermo ma concreto tutte le forze di centro sinistra, con cui ha governato e costruito un percorso e un dialogo comuni.


Cinque anni fa a Napoli ha vinto De Magistris, che si è chiuso nelle sue liste civiche che hanno eletto consiglieri con trecento preferenze e ha governato da solo, mantenendo come filo conduttore “il vecchio e il PD sono brutti e cattivi e io faccio la rivoluzione”. Figli di quella scelta sono stati l’isolamento di Napoli e la centralità di Milano. In casa PD lì è stata l’occasione per una discussione interna ed una crescita nel dialogo anche fuori dal partito. Qui questi cinque anni non sono serviti a creare un’alternativa, una classe dirigente, una candidatura credibile, una proposta politica alternativa o inclusiva, ma nemmeno una seria e severa riflessione su quella enorme sconfitta. E mentre lì si discute di chi possa essere un candidato davvero unitario che unisca, allarghi, renda la città partecipe e le scelte davvero partecipate, qui da noi si propongono candidature “alla conta interna delle componenti”.


Le primarie – per il sindaco di Napoli – sono la conta interna di chi sta con chi e non per fare che, e sono il trampolino – in base alla logica delle proporzioni che usciranno – delle candidature sicure, blindate o incerte quando mai si voterà per le politiche. E tutto ciò avviene in una città in cui il PD – è bene chiarirlo – non è favorito come a Milano. Anzi. A Napoli si arriva al ballottaggio solo con l’appoggio (imbarazzante per certi nomi almeno quanto lo fu per la Regione) del già pronto mega listone di “centristi” dall’UDC al NCD ad ALA e amici vari e certamente eventuali. 
Abbiamo Antonio Bassolino, padre fondatore del PD e all’epoca uno di quelli che fece di Napoli il laboratorio di alleanze nazionali, contro cui il PD ha cercato chiunque: Valeria Valente in quota “giovani turchi” o “neo-renziani” che dir si voglia (ex-assessore e compagna di Gennaro Mola, ex assessore di Bassolino che appoggia quest’ultimo). Aveva promesso di scendere in campo “in caso di candidature politiche Gianluca Daniele (che in caso di pessimo risultato perderebbe ogni velleità di leadership), che però preferisce schierare Marco Sarracino (segretario dei GD, ex civatiano e come tale in direzione nazionale) che non ha nulla da perdere, visibilità da guadagnare e francamente tutta la forza i un volto pulito da spendersi, il che lo rende virtualmente vincitore con qualsiasi risultato interno. Infine abbiamo un sempiterno candidato Umberto Ranieri, che da mesi si accredita di ampi sostegni della società civile e si presenta come uomo di rigore, che comincia surrealisticamente annunciando che presenterà “firme di iscritti al Pd ed elettori di centrosinistra non iscritti. Presentando le firme diremo esplicitamente che noi contestiamo l’articolo tre del regolamento”. Non male per chi ancora sostiene che nel 2011 ha perso per brogli e che ha sempre detto di essere “uomo del rispetto delle regole”. Sono le parole di Enrico Pennella che forse sintetizzano al meglio una situazione interna al limite del surreale: “Si finisce per leggere ed ascoltare di tutto, qualche volta sfiorando perfino il ridicolo. Anche spericolate acrobazie verbali per nobilitare stupefacenti cambi di campo.


Non un bellissimo spettacolo. Eppure per recuperare un minimo di equilibrio e buon senso forse basterebbe un semplice sforzo di memoria ricordandosi del proprio recente passato.” Sarà l’ennesima sfida e conta interna. Esattamente quello di cui Napoli (e il PD) non hanno bisogno. Eppure basterebbe guardare a Milano, e a quella ricerca salvifica di un candidato forte, che unisce, che coinvolga davvero i cittadini e che spinga ad una vera ed autentica partecipazione dal basso. Cosa che un partito ridotto a livello locale ad una forbice tra il 16% (comunali 2011) e il 20% (regionali 2015) ha scordato da tempo come fare, e alle volte finanche di dover avere come vocazione.