Moda Uomo: capispalla per ogni occasione!

Marsala, melograno, ma anche coriandolo, timo, liquirizia: non solo sapori e aromi, ma sensazioni e colori che fondano la cultura e il gusto italiano.

Il viaggio di Zerosettanta Studio verso le nuovi capitali del lusso inizia dalla Toscana; non solo terra d’origine della storica azienda Landi, ma allegorica visione di italianità in cui trovare tutta la tradizione accompagnata dalle nuove tendenze, le nuove contaminazioni culturali, il nuovo modo di “saper vivere”.

Il risultato è una collezione che si articola su tre tematiche


Country Walking. Una passeggiata tra le crete Senesi:


Nulla più di un tessuto di tradizione millenaria come il Casentino, con il suo inconfondibile tocco rustico, può essere più adatto a vestire il vero raffinato intenditore. Doppiopetto dalle linee pulite, ma anche inserito nei piumini in nylon tinta unita, con una cartella colori che varia dal nero e blu, al verde prato ai colori caldi. Imperativo maschile per questa stagione è infatti l’attenzione ad un capo più strutturato dal taglio classico, arricchito da toppe in casentino sovrapposte in nuance e inserti sulle spalle.

Il gilet continua ad essere un Must anche per questa stagione, proposto in una vasta gamma di colori e tessuti, per permettere di creare combinazioni sempre originali.

Carpet Walking. Dalle moquette delle auto di lusso ai tappeti dei grandi alberghi:

A questo passo sicuro e felpato si ispira la sezione Lusso delle giacche e dei cappotti Zerosettanta Studio. Un’eleganza sofisticata, fatta di tessuti sartoriali, di velluto nero lucido, ammodernati dagli effetti ricchi ed esclusivi di pelli effetto alligatore e colli in shearling.

City walking. Sul grigio asfalto delle metropoli:

Muoversi nella città destreggiandosi tra meeting all’ultimo piano di grattacieli, pranzi di lavoro, eventi e aperitivi nei club più cool. L’uomo della city si identifica in Car coat multitasche dai tessuti tecnici impermeabili, trapuntini gessati pinstripe e tinta unita, nei classici blu notte, grigio o nelle tonalità più calde dei beige e del marsala, impreziositi da inserti e colli in lana, giacche dalle imbottiture leggere arricchite al loro interno da fodere tartan e motivo cravatteria e in tessuti gabardine misto cachemire.

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Carline, modella del mese

Model: Carline – Urban Model Management Milan
Photographer: Miriam De Nicolo’
Make-up: Manuel Montanari
Dresses: Davide Monaco

Carline, classe ’88 nata in Brasile, si racconta così:

“In Brasile è molto comune trovare concorsi di bellezza, di conseguenza ci sono molti scouters, sempre in cerca della ragazza talentuosa. Io sono stata scoperta a 12 anni; dopo il primo corso per diventare modella, dopo aver terminato gli studi e con tutto il bagaglio di timidezza, sono partita per San Paolo, la capitale della moda in Brasile. E’ stato l’inizio di un lungo viaggio tra Tokyo, Cile, Turchia, Indonesia, Thailandia, Singapore, Vietnam, e Italia, dove ora mi sono stabilita.

Una delle mie più grandi passioni è viaggiare, per fortuna questo lavoro mi permette di girare il mondo senza aver l’obbligo di fissa dimora, oggi sono in Italia, ma di mettere radici ancora non se ne parla.

L’agenzia che qui mi rappresenta è la Urban Model Management; lavorare in Italia è molto diverso che nelle altre parti del mondo, sono tutti più rilassati anche se professionisti, il lavoro non è un momento di stress a tutti i costi e gli uomini italiani sono sempre i più simpatici. Il mio compagno è uno Chef, vegano e crudista, ovviamente italiano, con cui condivido anche l’interesse della gastronomia, tra gli studi che ho terminato in Cile.
Nei miei progetti futuri c’è quello di aprire un luogo dal concetto “raw food”, dove la cura di mente e corpo si sposano. Nel frattempo mi prendo cura del mio corpo con lo yoga, zumba, pilates, e mi reco ai casting sempre in bicicletta per tenermi in allenamento.

Piatto preferito: spaghetto cacio e pepe e salsa di noci con kelp noodles
letture preferite: psicologia
paese nel mondo: Italia
cucina: asiatica

Edith Piaf, la bellezza della musica che nasce dalla tragedia

Un corpo minuto, quasi curvo ed una voce disperata e dolce che ci ha regalato le più belle canzoni di sempre: stiamo parlando di Edith Piaf.

No, niente di niente!
No, non rimpiango niente!
Né il bene né tutto il male che m’hai fatto, non fa differenza per me
.

Non si sceglie un destino così crudele, carico di morti e sofferenze, disgrazie e malattie.
Edith Piaf è un mito della musica forse anche per questo, perché è riuscita a cantare il suo dolore.

Partorita sotto le luci di un lampione, che presto diventerà il faro della sua brillante carriera, nasce da madre italiana, cantante nelle fiere di paese e da padre contorsionista che la porterà ad esibirsi per le strade; cresce con la nonna paterna che gestiva un bordello in Normandia. A 15 anni decide di vivere la sua vita ed insieme all’amica Simone Berteaut si esibisce per i parchi e le taverne.

Viene scoperta a 20 anni dall’impresario Louis Leplée e, dopo un’audizione al “Le Gerny’s”, cabaret vicino agli Champs Elysées,  debutterà nel 1935 sotto lo pseudonimo La Môme Piaf.

Edith Piaf
Edith Piaf


Il suo sarà un lutto nazionale.

E’ il 14 ottobre 1963 e ai funerali c’era così tanta folla che la polizia non riuscì a trattenerla tutta: chi si arrampicava per i cancelli, chi camminava sulle tombe per vedere Edith un’ultima volta, Edith era una di loro, i parigini l’amavano follemente.  Marlene Dietrich, quando la sentì cantare per la prima volta, si avvicino’ a lei e le disse: “E’ molto che manco da Parigi, ma questa sera, sentendoti cantare, mi hai permesso di viaggiare e non posso che ringraziarti“.

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Edith Piaf e Marlene Dietrich


Edith Piaf ci lascia a soli 47 anni, una vita  bruciata in fretta e del resto lo aveva scritto lei stessa: “Se non canto, muoio
E’ il 1960, Edith è malata e ha i giorni contati – il suo medico glielo dice: “O smetti di cantare o muori”.

Durante un’intervista le chiederanno: “Se dovesse smettere di cantare cosa succederebbe?” E lei risponderà “Sto per dire una cosa orribile, ma credo che mi ucciderei”.

Edith Piaf bambina
Edith Piaf bambina


L’inizio della depressione avviene dopo una grave perdita: muore Marcel Cerdan, pugile campione dei pesi medi, il suo grande amore, l’amore che non avrebbe mai potuto avere perché sposato e con figli. Lei un giorno lo chiamerà implorandolo “Prendi l’aereo, se prenderai la nave avrò il tempo di morire, mi manchi troppo.
Quell’aereo precipiterà, causando il più grande dolore per Piaf, da cui non si riprenderà mai, cadde in una grave depressione, che mista ai dolori fisici di un’artrite appena nata, gli renderà l’esistenza un inferno.

Edith Piaf and Marcel Cerdan
Edith Piaf e Marcel Cerdan


Ventiquattr’ore dopo la morte di Marcel, in nero come sempre, elegante ma senza ostentare ricchezze, imbottita di roba chimica per restare in piedi, Edith annunciò al pubblico del Versailles, il locale notturno francese di New York: “Stasera canto per Marcel Cerdan, per lui soltanto”. Cantò l’Hymne à l’amour, il suo inno privato: Se un giorno la vita /ti strapperà a me,/sta’ lontano da me.. /Se tu muori/ allontanati da me./Poco mi importa/ se tu mi ami/perché anch’io morirò,/ avremo per noi l’eternità,/nell’azzurro/ di tutta l’immensità,/nel cielo senza più problemi. Non lo finì, crollò priva di sensi.

Edith Piaf ragazza
Edith Piaf ragazza


La malattia le irrigidisce il corpo deformando piedi, le splendide mani che tutti hanno elogiato e viso – per sopportare il dolore s’imbottisce di pillole in dosi massicce e presto si spargerà la voce che la Piaf fa uso di droghe. Inizia un travaglio di coma epatici, convalescenze, pillole e  interventi al fegato.

Incontra Theo Sarapo che sposerà il 9 ottobre 1962, lui ha 26 anni e lei 46. La mattina del matrimonio riflette “Non posso sposarlo, sarei ridicola, cosa penserà la gente della differenza di età?” Ma quell’amore così diverso le darà la forza e sarà la sua rinascita, solo per qualche tempo, perché esattamente un anno e un giorno dopo, Edith Piaf morirà.

Theo Sarapo ed Edith Piaf
Theo Sarapo ed Edith Piaf


“La morte è l’inizio di qualcosa” Edith Piaf 

 

La star di “Nynphomaniac” è il volto della prima fragranza Miu Miu

Dopo aver scandalizzato tutto il mondo con il suo ruolo da ninfomane nel film di Lars Von Trier, “Nynphomaniac”, Stacy Martin è oggi il volto della fragranza Miu Miu.

Secondo il brand, l’attrice sarebbe la testimonial perfetta per il suo “rigore artistico e lo spirito iconoclasta”; a immortalarla, il talento fotografico di Steven Meisel. con cui ha già lavorato in passato.

 

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Le 10 modelle più belle del mondo

LE 10 MODELLE PIU’ BELLE DEL MONDO

 

Da Gisele Bundchen, la modella più pagata al mondo, oggi ritirata dalle passerelle, a Karen Elson, che ha iniziato a fare la modella a 16 anni, ed oggi invece ha una carriera come cantante.

 

 

Da Jessica Stam che da piccola sognava di diventare una dentista, a Georgia Jagger, figlia del mitico Mick Jagger. Qui le 10 modelle più belle del mondo:

 

Candice Swanepoel
Candice Swanepoel
Gisele Bunchen
Gisele Bunchen
Bar Rafaeli
Bar Rafaeli

LANDY FANCY COLLEZIONE AUTUNNO/INVERNO 15/16

Per il prossimo inverno LANDI FANCY si conferma un brand di capispalla top di gamma.

Un successo che fonda le sue radici nei tagli ergonomici e nella reversibilità, punto di forza che permette al capo di assumere due aspetti completamente diversi, in un’ alternanza di fantasie a colour- block e al classico nero.

Per la prima volta troviamo all’interno della linea una proposta in pelle reinventata in chiave hippy folk con giacche ricoperte di frange in pelle scamosciata nei toni cipria, nocciola e ocra, ma anche rosso e arancio, che si alternano a modelli cowboy texano in pelle con frange più lunghe.

La collezione FW 15/16 è un mix equilibrato di gusto classico e sportivo che trova la massima espressione nelle nuove combinazioni di tessuti, come la lana o le pellicce ecologiche accoppiate al nylon, il neoprene a rete abbinato a tessuto tecnico.

La collezione si apre con i trapuntini primo peso dal fitting che delinea la silhouette con stampe geometriche che spaziano da patchwork di fantasie cravatta a motivi geometrici.

Per i pesi più importanti il brand reinventa il concetto di piumino: compaiono così inserti in lana impreziositi dai bagliori delle paillettes, frange, reti di neoprene e la nuovissima pelliccia in astrakan. Il nero che domina nella collezione è interrotto da macchie di rosso, arancio e blu. Le fodere interne nascondono tigri mimetizzate nella foresta.

La lista dei film del Festival del Cinema di Cannes

Grande fermento per la 68esima edizione del Festival di Cannes iniziata mercoledì 13 maggio e che terminerà il 24 maggio. Qui la lista dei film in concorso, dei 19, tre sono italiani per la prima volta in vent’anni – e sono di Nanni Moretti, Paolo Sorrentino e Matteo Garrone.

In concorso:

Emmanuelle BERCOT – LA TÊTE HAUTE
Jacques AUDIARD – DHEEPAN (titolo temporaneo)
Stéphane BRIZÉ – LA LOI DU MARCHÉ
Valérie DONZELLI – MARGUERITE ET JULIEN
Matteo GARRONE – IL RACCONTO DEI RACCONTI
Todd HAYNES – CAROL
HOU Hsiao Hsien – NIE YINNIANG
JIA Zhang-Ke – SHAN HE GU REN
KORE-EDA Hirokazu – UMIMACHI DIARY
Justin KURZEL – MACBETH
Yorgos LANTHIMOS – THE LOBSTER
MAÏWENN – MON ROI
Nanni MORETTI – MIA MADRE
László NEMES – SAUL FIA
Paolo SORRENTINO – YOUTH
Joachim TRIER – LOUDER THAN BOMBS
Gus VAN SANT – THE SEA OF TREES
Denis VILLENEUVE – SICARIO
Sezione “Un certain regard”
Samuel BENCHETRIT – ASPHALTE
Neeraj GHAYWAN – MASAAN
Grímur HÁKONARSON – HRÚTAR
KUROSAWA Kiyoshi – KISHIBE NO TABI
Laurent LARIVIÈRE – JE SUIS UN SOLDAT
Dalibor MATANIC – ZVIZDAN
Roberto MINERVINI – THE OTHER SIDE
Radu MUNTEAN – UN ETAJ MAI JOS
OH Seung-Uk – MU-ROE-HAN
David PABLOS – LAS ELEGIDAS
Ida PANAHANDEH – NAHID
Corneliu PORUMBOIU – COMOARA
Gurvinder – SINGH CHAUTHI KOOT
SHIN Suwon – MADONNA
Alice WINOCOUR – MARYLAND

Fuori concorso

Woody ALLEN – IRRATIONAL MAN
Pete DOCTER, Ronaldo DEL CARMEN – INSIDE OUT
George MILLER – MAD MAX: FURY ROAD
Mark OSBORNE – THE LITTLE PRINCE

Proiezioni di mezzanotte

HONG Won-Chan – O PISEU
Asif KAPADIA – AMY

Proiezioni speciali

Souleymane CISSE – OKA
Elad KEIDAN – HAYORED LEMA’ALA
Nathalie PORTMAN – SIPUR AL AHAVA VE CHOSHECH
Barbet SCHROEDER – AMNESIA
Pavle VUCKOVIC – PANAMA

SFILATA “CROCIERA” DIOR 2016

Tra futurismo e passatismo, la sfilata “Crociera” di Dior sorprende nuovamente. Un’architettura utopica, che ricorda le abitazioni degli Inuit e quelle dell’uomo ai primordi, fa da cornice al fashion-show più originale di Dior, che in quanto a meraviglie non sbaglia un colpo.

Palais Bulles è la location scelta, progettata dal’architetto ungherese Antti Lovag, inventore del concetto di “abitologia”. La struttura è situata in un paradiso terrestre sulle scogliere di Théoule-sur Mer ed il proprietario è Pierre Cardin, il grande stilista che ha iniziato la sua carriera come primo sarto nell’atelier tailleur di Christian Dior.

Raf Simons, Direttore Artistico di Christian Dior, si lascia ispirare dai colori che si affacciano a Palais Bulles: i blu della Costa Azzurra, i riflessi argentati delle onde, la luce brillante del panorama che entra dalle finestre-oblo’.

E’ una collezione fresca, dalle strutture geometriche, dalle mescolanze di stili e tessuti; la preziosa lavorazione dell’uncinetto, le tecniche ” fatte a mano”, i patchwork, ricordano i paesaggi marini e stellati della Francia, e lo show di questa sfilata, con il suo tocco astratto, riporta alle scenografie del grande regista cinese Wong Kar-wai in 2046.

Guarda le foto della sfilata: 

 

 

 

Biennale Arte Venezia 2015: gli artisti promossi e bocciati

Nella città più romantica al mondo si svolge l’evento d’arte internazionale più atteso dell’anno: la Biennale Arte di Venezia.
Okwui Enwezor, curatore, critico d’arte, giornalista e scrittore nigeriano, nonché direttore dell’Hauns Der Kunst di Monaco di Baviera, firma questa 56esima edizione, presieduta da Paolo Baratta.

Il tema della mostra è ‘All the World’s Futures‘, (tutti i futuri del mondo) , un tema che vuole porre l’accento sulle crisi sociali e geopolitiche del nostro secolo; l’idea è quella di mettere in scena, sull’enorme parco che si affaccia alla laguna, tutto il potenziale degli artisti che “hanno qualcosa da dire” sui “futuri del mondo” attraverso l’arte. Ma prima di parlarne è doveroso fare una riflessione – Cos’è l’arte e cosa esprime?

L’arte non esprime sentimenti che l’artista prova, ma sentimenti che l’artista conosce – è per lo stesso motivo che l’osservatore rimane toccato e colpito – come usiamo dire – da alcune opere ed altre invece passano inosservate. Pensiamo alla sindrome di Stendhal – “Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere”-. Queste le parole dello scrittore Stendhal dopo il suo Grand Tour a Firenze e gli effetti al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza. E’ provato che la sindrome viene riscontrata solo su persone con un alto livello di istruzione, questo per dire che solo“conoscendone la bellezza” e solo avendola veduta, la si può percepire.  Allo stesso modo se un’opera ci ispira un senso di tristezza o dolore, vorrà dire che quel genere di dolore lo abbiamo già provato in vita. In fondo l’arte tocca la sensibilità umana, l’esperienza vitale di un individuo, i suoi sensi più reconditi.

I sentimenti che interessano la gente hanno delle recinzioni di tempo e luogo, sono i sentimenti della nostra cultura, sono quello che ora, in questo istante viviamo, sono l’attualità. Interessante quindi mischiarle queste culture, come fa la Biennale di Venezia in fatto di Arte oppure Expo Milano in fatto di cibo; entriamo in questo modo in contatto con altri sentimenti, altri individui, altri temi, e allora veniamo contagiati da altre bellezze, dall’arte polinesiana, da quella asiatica e così via, ed è un’educazione al bello anche questa, attraverso immagine e immaginazione.

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Andiamo a vedere nel dettaglio cosa e come hanno espresso la loro idea di arte gli artisti di diverse nazioni presenti alla Biennale Arte Venezia.

Si entra in uno spazio che potrebbe sembrare un’ enorme vasca per i pesci, di quelli d’allevamento, oppure delle mini-piscine per bambini; nel Padiglione dell’Isola Tuvalu, ospite per la seconda volta alla Biennale, il tema invece è tutt’altro che giocoso. L’artista taiwanese Vincent J.F. Huang (1971), è sempre impegnato nella denuncia dei cambiamenti climatici che si manifestano con l’aumento dei livelli dei mari e delle temperature, con conseguente rischio a danno di Tuvalu, già in serio pericolo. Lo spettatore prende parte a quest’inizio di catastrofe, egli stesso tra i mari, immerso in un’ambiente nebuloso, costretto a fare attenzione ad ogni passo, perché in alcuni punti il livello di acqua si alza e copre gli stretti lembi di terra. Un’installazione ambientale diretta, nelle forme e nel linguaggio.

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Vincent J.F. Huang


L’artista Katharina Grosse crea un’installazione che avvolge l’intero ambiente architettonico, drappeggi colorati, rocce, sabbia, quasi delle catene montuose che ricordano le Danxia Mountain della Cina, le meraviglie color arcobaleno, ma lo fa con un’effetto meno sorprendente di quanto ci si potesse aspettare, cartoni rotti e torri di ferro, il caos totale lascia molti dubbi.

Ninfee” di spade create da Adel Abdessemed riempiono il giardino illuminato dai neon di Bruce Nauman, parole si alternano tra “guerra” e “pace” , “amore” e “odio”, “vita” e “morte” ; un silenzio onirico rotto dai passanti che inciampano tra le spade facendole cadere: l’illusione che quelle ninfee fossero fiori! Il paradosso!

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Danxia Mountain della Cina / installazione di Katharina Grosse


Maestose, dignitose per definizione, la coppia di Fenici sospese sull’acqua al posto delle galee della Repubblica di Venezia, dell’artista Xu Bing, un augurio alla rinascita, a risorgere dalle proprie ceneri così come fa l’uccello mitologico egizio. Sculture lunghe 30 metri ciascuna, interamente realizzate riciclando materiali di scarto prodotti dai cantieri edili di Pechino, un progetto che ama il territorio e rida’ significato all’ambiente. Non solo mito, la spiritualità arriva anche con lo Stato del Vaticano – per il secondo anno presente alla Biennale – che espone al centro del padiglione un albero completamente realizzato con interiora di animali. A voi giudicare.

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Hiwa K – “The bell”


L’Arsenale è un campo minato, fatto di bombe, guerre, cannoni, motoseghe, carri armati, ma una voce, un rintocco di pace arriva dall’opera di Hiwa K, artista iracheno. “The bell” è una campana costruita con la fusione di resti di bombe, i metalli vengono raccolti e poi sciolti per creare un simbolo di pace. Tra il vociare dei giornalisti e dei passanti, una donna suona la campana e il silenzio si staglia in commozione. Il suono diviene presa di coscienza, qualche lacrima scende.

qui il video:


Mimmo Paladino, pittore, scultore, incisore tra i principali esponenti della Transavanguardia Italiana, pensa ad un’installazione in cui la memoria torna sotto forma di numeri, forme bidimensionali e volumetriche, simili a geroglifici, interrotti da un presenza statuaria, l’uomo, che sorregge elementi naturali – probabilmente una nuova reinterpretazione dell’uomo vitruviano.

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Mimmo Paladino


Si passa tra gli spazi cubici del Padiglione Italia, da un artista all’altro, e in Jannis Kounellis si ha come un flash back del passato storico, cupo nell’atmosfera e nei colori, giacche nere cadono dalla rigidità dei binari come i deportati di guerra dai letti di Auschwitz. L’arte è anche questo, interpretazione e capovolgimento del messaggio e dell’intento, perché in fondo i loro scandagli, smuovono l’indifferenza.

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Jannis Kounellis


Numerosi gli eventi collaterali in occasione della Biennale d’Arte, tra le più prestigiose e in tema con l’atmosfera della laguna, Becoming Marni, l’esposizione curata da Stefano Rabolli Pansera – architetto e fondatore dell’agenzia curatoriale Beyond Entropy Ltd con la supervisione di Carolina Castiglioni. Nell’esclusiva location solitamente chiusa al pubblico, l’ Abbazia di San Gregorio diventa casa e dimora di 100 sculture in legno realizzate dall’ artista brasiliano autodidatta Véio. Rami secchi a cui l’artista dona il soffio della vita, vivono la casa veneziana in veste di cani, tori, uomini, uccelli fantastici grazie all’uso audace e giocoso del colore.

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“Becoming Marni” presso l’Abbazia di San Gregorio di Venezia


Véio raccoglie pezzi di legno, ciocchi e rami che trova lungo il fiume e dopo una lavorazione di scorticatura, rasatura e colorazione, spunta la nuova fisicità di questi esseri in(animati).
All’interno dell’Abbazia di San Gregorio è stato ricreato un piccolo chiostro che ospita il laboratorio dell’artista, per ricerare lo stesso heimat del suo piccolo villaggio di Nossa Senhora da Loria, nel nord-est del Brasile. Becoming Marni è l’esempio di come arte e moda siano inseparabili.

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le opere dello scultore Vèio


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Biennale Arte Venezia 2015: viaggio nei padiglioni tra verità e finzione

Vi siete mai chiesti che cos’è l’arte? Avete trovato una risposta? Probabilmente è la domanda che l’uomo si pone sin dagli albori, dalle famose pitture delle caverne.
Oggi più che mai si discute sul valore dell’arte, forse perché l’arte moderna, così come viene chiamata, ha cambiato in modo sconcertante il significato che essa aveva portato sulla terra dall’alto, visto che gli artisti si dicono “uomini toccati dalle mani di dio”.
L’arte cambia e si evolve con i tempi, sente l’urgenza di esprimere delle ideologie, vuole essere voce di un mondo sociale, spaccare dei movimenti politici; ma cosa crea? Cosa lascia? Cosa realmente cambia? Sono domande così cattedrali che nessuno probabilmente troverà mai una risposta, quel che rimane è il dubbio, e l’arte in questo senso diventa fede. Così come la vecchina che in vita ha lamentato i suoi dolori, oggi la si può vedere china sui ginocchi ruvidi a pregare, tra le navate di una chiesa, perché sente l’arrivo della sua ora; prega un dio che non ha mai visto, prega l’impalpabile, prega la sua speranza. La fede diviene l’ultima spiaggia, qualcosa a cui aggrapparsi, una necessità – l’arte fa lo stesso.

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Venezia


L’artista parla attraverso le forme espressive per dare vita a un sentimento umano, l’amore, la melanconia, la tristezza, la gioia e così via, sia egli musicista, pittore, scultore, perfomer, crea delle opere classificabili come “buone” e “cattive”, come già fece Aristotele definendole “perfette” e “imperfette” – ma in che modo possiamo classificarle?
A un Rembrandt, un Caravaggio, un Vermeer, si riconoscono l’abilità tecnica, lo studio, l’autoespressione, il tratto, la funzione, ma all’arte contemporanea o a quella nuova forma di arte “concettuale”, tutto questo molto spesso manca. Perché in molte di queste opere contemporaneo-concettuali mancherà una continuità storica, mancherà una vera motivazione, una commissione (la maggior parte delle volte), la critica, e saranno opere per lo più astratte, inconcrete, incongruenti, che cercano di girare le loro motivazioni intorno alle ribellioni di natura sociale, così come un cane gira su se stesso cercando di mordersi la coda.

In questa 56ma edizione di Biennale Arte Venezia, sono presenti diversi esemplari.
Il padiglione Messico è una camera o(scura) adornata di alte pareti che vorrebbe rappresentare il rapporto uomo-natura, despoti-sudditi, dominio-schiavitù; intorno: il nulla – come quello che lascia, fruscelli e corsi d’acqua di sottofondo a parte.

Sulla soglia del padiglione Emirati Arabi Uniti ci si aspetta lo sfarzo dell’arte, i massimi sistemi matematici, e invece ci si ritrova in un luogo dimenticato giusto il tempo di attraversarlo.

Sospiro di sollievo al Padiglione Turchia con l’opera “Respiro”. Un’istallazione dell’artista Sarkis di Instanbul, consistente in 2 grandi arcobaleni al neon site-specific, riflessi in due grandi specchi con le impronte fatte da 7 bambini, che dividono la sala espositiva. 36  vetrate colorate mostrano fotografie e immagini talvolta autobiografiche: una giovane donna in abito rosso, il giornalista assassinato Hrant Dink, la tomba del genitore di Sarkis. Uno spazio immenso dove perdersi per poi ritrovarsi – senza poter sfuggire dinnanzi alla “Corte dello specchio” e di fronte ad un pubblico che “guarda”. Una musica suona per tutta la durata della mostra, la composizione è di Jacopo Baboni-Schilingi che si basa sulla rappresentazione dell’arcobaleno usando 7 colori come sistema di partizione; il 7 come numero che torna, la presenza costante della matematica, fantasma presente in tutte le arti.

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“Respiro” di Sarkis


Si chiama Codice Italia il padiglione di casa nostra curato da Vincenzo Trione, che ha selezionato 15 artisti tra cui Vanessa Beecroft, voce dello scenario internazionale, che ha creato un giardino segreto di marmo: donne dalle diverse forme e fattezze, posano per l’occhio voyerista dello spettatore, in fila per spiare da una piccola fessura la nudità di questi statuari corpi.

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Vanessa Beecroft


Torna alla memoria, in tema con la richiesta del padiglione, Marzia Migliora, con un’opera custodita in uno strano armadio colmo di pannocchie. Al di là dell’armadio, si può vedere riflessa l’installazione, un’antico ricordo della cascina di suo padre, il processo dell’arte come valore umano, sentimentale, come espressione della realtà.

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Marzia Migliora


Ma solo con Claudio Parmiggiani, classe ’43, tocchiamo l’essenza del pensiero dell’artista sull’arte e sull’animo umano. L’imponenza di un’ àncora che distrugge una parete di vetro, elemento fragile, riducendo parte di essa in piccoli frammenti lasciati a terra. Partendo dal presupposto che un’opera non ha bisogno di essere interpretata, perché si rischia di sminuirla, svilirne la bellezza – un’opera non ha bisogno di definizioni e parole ma dovrebbe raccontare una vita senza doverla scrivere e codificare attraverso sistemi, regole e termini – ecco partendo da questa linea, possiamo però dire che in Parmiggiani, respiriamo verità, la drammaticità della vita. Il suo archivio della memoria è fatto di richiami culturali e alchemici, come l’incisione di Albrecht Dürer, Melencolia (1514), probabilmente l’opera più densa di riferimenti esoterici in assoluto.


Due ragazze sui 25, di fiori vestite, dalla gonne a ruota, dai foulard a pois, saltellanti come dei folletti usciti da una fiaba, fermano Claudio Parmiggiani, un uomo di 72 anni, per fargli qualche domanda. La prima che sento, nascosta e in punta di piedi, in religioso silenzio, è “Perché Melencolia”? E lui le guarda, con estrema dolcezza, senza rispondere, come farebbe un padre alla propria figlia di 6 anni quando inizia con “Papà, come nascono i bambini?
E come glielo spieghi?

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Claudio Parmiggiani

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Incisione di Albrecht Dürer, Melencolia – 1524

Domenico Cioffi collezione autunno/inverno 2015/16

Simboli, riferimenti artistici e richiami a scenari di fantascienza per la nuova collezione FW 2015/2016 di DOMENICO CIOFFI.

Il designer partenopeo sceglie la sua terra questa volta: il Vesuvio fa da cornice alla nuova collezione VOLCANO, un paesaggio surreale che volutamente ricorda l’opera vesuvian di Andy Warhol.

Vulcanici i colori, il nero dell’ ossidiana, il bianco sulfureo, il rosso della lava, tre elementi che si combinano in incastri originali e geometrie grafiche e spigolose rievocando le opere di Morandini e gli effetti psichedelici digitali dei video di White Stripes. Anche i materiali, sempre più sperimentali, alternano sensazioni di caldo freddo, lucido opaco, morbido rigido.

Un gioco di opposti riflesso nelle muse ispiratrici della collezione, che ricordano le nuove eroine dei film di fantascienza, guerriere neoromantiche che indossano divise di pelle, gonne in vernice, e sfoggiano abitini in taffetà decorati da colli arricciati o rouches sulle spalle.

 

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