Auguri a Mary Quant: l’inventrice della minigonna spegne 83 candeline

Spegne oggi 83 candeline Mary Quant, celebre stilista che nei lontani anni Sessanta inventò la minigonna. Visionaria ribelle, Mary Quant -caschetto nero e sguardo vispo- amava andare controcorrente: rifuggendo i diktat allora imperanti nella moda, la designer inglese, attraverso l’invenzione della minigonna, capo considerato scandaloso per l’epoca, diede vita ad una rivoluzione di portata storica: mentre in Italia e persino in America i primi anni Sessanta vedevano ancora andare per la maggiore twin-set dal piglio bon ton e gonne a ruota, retaggio del decennio precedente, la minigonna di Mary Quant diede vita ad una rivoluzione che dalla moda si allargò fino ad influenzare gli stili di vita. Trendsetter ante litteram, autorevole esponente degli Swinging Sixties ed antesignana dell’estetica Mod, Mary Quant è entrata nel mito: la sua lunga carriera ha quasi il sapore di una favola, che ha impresso un segno indelebile nella storia del costume.

All’anagrafe Barbara Mary Quant, la stilista nacque a Blackheath, Londra, l’11 February 1934. I suoi genitori, Jack e Mary Quant, erano due insegnanti di origine gallese entrambi provenienti da famiglie di minatori. Dopo essersi laureati alla Cardiff University i due si erano trasferiti a Londra per insegnare nelle scuole. La giovane Mary, dopo aver frequentato la Blackheath High School, studia illustrazione presso il Goldsmiths College. I genitori sognano per lei un futuro di insegnante, ma si trovano ben presto a dover fare i conti con l’animo ribelle della giovane.

Dopo aver conseguito il diploma in Educazione artistica, Mary inizia un tirocinio presso Erik, modista di lusso di Mayfair. Nel 1953 avviene l’incontro della vita: Mary conosce Alexander Plunket Greene, suo futuro marito nonché futuro partner lavorativo. Il giovane appartiene ad una nobile famiglia inglese ed è nipote di Bertrand Russell. Anime gemelle, i due condividono lo stesso spirito bohémien e un’avversione per le regole vigenti nella società. Nel 1957 i due convolano a nozze: dal matrimonio nel 1970 nascerà il figlio Orlando. La loro unione durerà fino alla morte di Greene, avvenuta nel 1990. Nel novembre 1965, al compimento di ventun anni Alexander eredita un ingente patrimonio, che gli permette di finanziare l’attività della moglie: la coppia dà vita ad un felice sodalizio artistico con il fotografo ed ex avvocato Archie McNair. Dopo aver acquistato un appartamento a Chelsea, sulla celebre King’s Road, aprono un ristorante nello scantinato e riservano il primo piano alla realizzazione di un sogno. Qui viene inaugurata la prima boutique di Mary Quant, “Bazaar”, seguita due anni dopo da una succursale a Brompton Road, a Knightsbridge, il cui design sarà curato da Terence Conran.

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Mary Quant è nata a Blackheath, Londra, l’11 febbraio 1934


18th March 1968: Mary Quant with her models, at Heathrow Airport, London, before leaving for a continental fashion tour. (Photo by George Stroud/Express/Getty Images)
Mary Quant con le sue modelle all’aeroporto di Heathrow, Londra, 18 marzo 1968 (Photo by George Stroud/Express/Getty Images)


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La stilista è conosciuta in tutto il mondo come l’inventrice della minigonna


maryquant Jean Shrimpton in Mary Quant Dress, photographed by John French, 1963
Jean Shrimpton in abito Mary Quant, foto di John French, 1963


A Mary Quant bastano pochi anni per entrare nella storia: in breve le creazioni della designer includono anche cosmetici e arredamento e il suo impero si estende in tutta Europa, negli Stati Uniti e in Giappone. Chelsea, location della sua boutique, Bazaar, diviene fucina di idee nuove e fulcro della moda mondiale: dalle vetrine del negozio di Mary Quant prende vita una rivoluzione destinata a sconvolgere per sempre il corso della moda. Ispirandosi alla Mini, celebre auto inglese, la stilista battezza Mini skirt il capo destinato a destare scalpore: fu Twiggy ad indossare per prima la minigonna, ma tante saranno le muse di Mary Quant, da Jean Shrimpton a Pattie Boyd. Le sue collezioni non includono solo minigonne ma anche shorts e, dagli anni Settanta, trench e gonne lunghe.

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L’estetica sdoganata da Mary Quant rappresenta una ventata di aria fresca dopo anni di costrizioni e tabù: non mera voglia di trasgressione, ma profondo desiderio di emancipazione da regole prestabilite. La moda promossa dalla stilista si ispira alla strada, alle ragazze inglesi che attraversano le vie di Londra. Rompendo drasticamente con l’austerità del passato, Mary Quant inneggia ad uno spirito giovane che possa esprimersi liberamente anche nella scelta dei capi da indossare: “La donna alla moda indossa vestiti, non sono i vestiti ad indossare lei”, diceva Mary Quant, che divenne una delle maggiori icone di stile della Swinging London ed una businesswoman di successo. Nel 1963 la stilista fonda il “Ginger Group” per esportare i suoi prodotti negli Stati Uniti; nel 1966 avviene il lancio della linea di cosmetici, seguita l’anno dopo dalla prima linea di calzature.

Definita dallo scrittore Bernard Levin “l’alta sacerdotessa della moda degli anni Sessanta”, Ernestine Carter, giornalista di moda a lei contemporanea, scriverà: “A pochi eletti è dato di nascere nel periodo giusto, nel posto giusto, accanto ai giusti talenti. Nella moda recente sono tre: Chanel, Dior e Mary Quant”. Intanto Mary Quant diviene anche autrice di libri: nel 1984 esce “Colour by Quant”, seguito, due anni più tardi, da “Quant on make up”, testo con cui la stilista si apre al mondo della cosmesi. Nel 1996 esce “Classic make up and beauty book”. Non si contano i premi e riconoscimenti di cui la designer viene insignita: nel 1966 viene nominata Cavaliere della Corona Britannica dalla Regina Elisabetta II, onorificenza ricevuta l’anno prima dai Beatles.

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Mary Quant è considerata l’antesignana dell’estetica Mod


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La prima modella ad indossare la celebre minigonna creata da Mary Quant fu Twiggy, seguita da Jean Shrimpton


Bazaar, il negozio di su Kings Road, 1967
Bazaar, il primo negozio aperto da Mary Quant a Kings Road, Chelsea


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La stilista è stata insignita di numerosi riconoscimenti: nel 1966 venne nominata Cavaliere della Corona Britannica


Sulla reale paternità della minigonna si aprirono anche intensi dibattiti: secondo la giornalista Marit Allen, curatrice della rubrica Young Ideas sull’edizione inglese di Vogue, ad inventare il capo sarebbe stato lo stilista inglese John Bates. Altri invece ritengono André Courrèges il vero inventore della minigonna: il designer francese nel 1964 rivendicò formalmente il copyright sul celebre capo, divenuto must have del guardaroba femminile.

(Foto cover: Mary Quant, circa 1965. Photo by Keystone/Hulton Archive/Getty Images)

Addio ad André Courrèges

Si è spento ieri all’età di 92 anni André Courrèges, designer che rivoluzionò la moda degli anni Sessanta. Allievo di Cristobal Balenciaga, la sua è stata una carriera leggendaria che lo ha portato a brillare nel firmamento della moda internazionale, accanto a nomi del calibro di Pierre Cardin, Mary Quant, Paco Rabanne.

Pioniere dello stile spaziale che caratterizzò la moda degli Swinging Sixties, è considerato l’ideatore della minigonna, capo che rivoluzionò il guardaroba femminile, la cui paternità risulta ancora oggi contesa tra lui e Mary Quant. Visionario, rivoluzionario, audace, il suo stile era proiettato verso un futuro robotico e spaziale, tra suggestioni optical, arditi giochi geometrici e quel mood da space-oddities che trova in Courrèges sublime esponente. Amatissimo da Jackie Kennedy, Gianni e Marella Agnelli, vestì Audrey Hepburn e Françoise Hardy.

Nato a Pau il 9 marzo 1923, figlio di un maggiordomo, dopo aver conseguito una laurea in ingegneria civile prende parte alla Seconda Guerra Mondiale come pilota di aerei ma il suo sogno è la moda. Nel 1949 viene assunto da Balenciaga come tagliatore, lavoro che porta avanti per oltre 11 anni. Nel 1963 inaugura il proprio atelier insieme alla moglie Coqueline Barrière. La concorrenza è alta, e se porta il nome di Coco Chanel il gioco si fa davvero duro: mademoiselle Coco si erge a roccaforte di quella femminilità che a suo dire Courrèges sarebbe reo di aver sottratto alle donne. Lui dal canto suo si difende puntualizzando quanto il suo stile futurista ringiovanisca quelle stesse donne, liberandole da anni di costrizioni. In breve il couturier si afferma come uno dei nomi più amati dell’alta moda francese.

Audrey Hepburn in André Courrèges, foto di Douglas Kirkland, 1965
Audrey Hepburn in André Courrèges, foto di Douglas Kirkland, 1965
Lo stile inimitabile di André Courrèges
Lo stile inimitabile di André Courrèges

André Courrèges, foto di Peter Knapp, 1965
André Courrèges, foto di Peter Knapp, 1965



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Il suo stile è inconfondibile: le linee essenziali e pulite, il minimalismo degli abitini a trapezio, le gonne in vinile, indossate con il pullover e i celebri go-go-boots, innovativi stivali con tacco basso, perfetti per slanciare le gambe. Il bianco, alternato alle stampe otpical e alle righe, il trionfo dell’argento, per una donna siderale. Le sue collezioni futuriste e ultramoderne non temono la sperimentazione più ardita e l’uso di materiali inusuali, come il PVC, il vinile, il crochet. Le sue mannequin incarnano il mito della conquista dello spazio, tra stelle e galassie stilizzate, mentre oblò fanno capolino da little dress. Uno stile che molti definiscono “automobilistico”, per le cromie e i materiali usati, ma anche per l’energia e lo sprint che lo caratterizza. Il mood dei défilé di Courrèges sembra preso in prestito direttamente da film come 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick. Filmati girati in location parigine con mannequin che sembrano quasi creature aliene.

Nel 1972 realizza le divise per le Olimpiadi di Monaco. Dagli anni Settanta firma anche accessori, tra cui i celebri occhiali da sole Lunettes Eskimo, lanciati sul mercato nel 1965, ma anche ombrelli, gioielli, profumi, capi per l’infanzia e abiti da sposa. Nel 1984 si trasferisce a Tokyo. Nel 1994 il ritiro, a cause della battaglia più dura, contro il morbo di Parkinson. Courrèges, ormai stanco e malato, cede il brand che porta il suo nome al gruppo giapponese Itokin. Ieri lo stilista si è spento nella sua abitazione di Parigi. Lo ha ricordato oggi il presidente francese François Hollande. Con lui sparisce un tassello fondamentale della storia del costume e uno dei designer più originali di sempre.

Happy Birthday, Twiggy!

È la modella che ha rivoluzionato il concetto di bellezza. La più fotografata e la più amata in assoluto. Dopo aver segnato un’epoca col suo volto, Twiggy spegne 66 candeline. Una carriera sfavillante, iniziata per caso, fino a divenire icona quasi mitologica degli anni Sessanta. Figlia di quella Swinging London che ne ha forgiato lo stile, Twiggy ha incarnato lo spirito di quegli anni.

Nata a Neasden, un sobborgo di Londra, il 19 settembre del 1949, Lesley Hornby -questo il suo vero nome- è una ragazza gracile e dai lineamenti fanciulleschi. Assai diversa dallo standard allora vigente, che identifica la bellezza in donne dal fisico meno acerbo, l’appena sedicenne Lesley viene notata dal fotografo di moda Justin de Villeneuve, mentre lavora in un parrucchiere.

Tra i due nasce un rapporto sentimentale e lavorativo: Villeneuve ha fiuto e intuisce subito che quel viso così grazioso ha una marcia in più. Dopo esserne diventato il manager, è lui stesso a lanciare la ragazza e a scegliere per lei il soprannome di Twiggy, letteralmente “grissino”, un esplicito riferimento alla sua magrezza adolescenziale.

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Twiggy ha incarnato lo stile della Londra anni Sessanta
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Twiggy su Vogue, 1967
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Nata a Neasden, un sobborgo di Londra, la modella è stata scoperta all’età di sedici anni
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Tipico look anni Sessanta per Twiggy
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La modella è stata testimonial di Mary Quant, che con la sua minigonna ha rivoluzionato la moda
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Entusiasmo fanciullesco per la modella grissino
Sugli autoscontri al Bertram Mills Circus, Londra, 1967
Sugli autoscontri al Bertram Mills Circus, Londra, 1967

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Foto di Bert Stern, New York, 1967


Basta fare circolare qualche foto della ragazza e tutto ha inizio: quel volto così particolare ben si addice al fermento rivoluzionario della Londra di quegli anni. Grandi occhi da cerbiatto, sguardo innocente e sorriso spontaneo su gambe nervose, Twiggy emana una freschezza che incanta tanto la gente comune quanto gli addetti ai lavori della moda. In appena un anno la modella grissino diviene una star. Le ciglia finte e il make up disegnato ad esaltare gli immensi occhioni, gli abitini a trapezio e le minigonne: il suo stile incarna l’anima più swing degli anni Sessanta. Idolatrata, imitata e ambita dai designer inglesi e non, viene nominata dal Daily Express “Il volto del ’66”.

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Foto di Ronald Traeger
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Un altro scatto di Ronald Traeger

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Twiggy fotografata davanti ad un dipinto di Bridget Riley, tuta di Gene Shelly, Vogue, 1967, foto di Bert Stern


Successivamente diventa il volto di brand del calibro di Biba e Mary Quant, che la sceglie come testimonial della sua celebre minigonna. Una rivoluzione dentro la rivoluzione: sullo sfondo della liberazione dei costumi si consuma un altro epocale cambiamento, per cui il concetto standard di bellezza e femminilità vigente viene completamente stravolto dal candore della nuova icona: Twiggy è la prima modella a rappresentare una nuova donna, giovane e gioiosa.

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Uno scatto per Vogue, maggio 1967, foto di Ronald Traeger
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Mood spaziale in uno scatto di Bert Stern, 1967
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Twiggy Lawson per Sangeran, 1970, foto di Bert Stern

Twiggy in un celebre scatto di Richard Avedon, acconciatura di Ara Gallant, Parigi, gennaio 1968


Compiuti i diciotto anni, Twiggy rompe la relazione sentimentale con Villeneuve. La sua fama è ormai mondiale, tutti la acclamano e nuove occasioni si profilano presto all’orizzonte. Parallelamente al lavoro di modella, Twiggy compare in alcuni film, come “Il Boyfriend”, di Ken Russell (1971). Per il suo ruolo vince due Golden Globe. Nello stesso tempo inizia ad incidere dei cd, con un discreto successo: tra i generi prediletti dalla nuova pop star troviamo il rock, il pop, la musica disco e country. Ormai divenuta un personaggio, posa accanto a David Bowie per la copertina del suo album “Pin Ups”, nel 1973. Dal celebre film “The Blues Brothers” fino ad un cameo all’interno del Muppet Show, il volto di Twiggy diviene emblema di un secolo.

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Twiggy in completo maschile, 1968
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Twiggy indossa scarpe di George Cleverley in una foto di Justin de Villeneuve, anni Settanta
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Uno scatto tratto da Vogue, 1967
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Twiggy ritratta da Bert Stern, New York, 1967
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Con cappellino Snoopy, foto di Bert Stern, novembre 1967
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Twiggy indossa un cappotto di Emeric Partos dipinto a fiorellini da Giorgio di Sant’ Angelo, foto di Richard Avedon per Vogue, New York, 14 Aprile 1967
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Ritratta da Richard Avedon, 1967

Ritratta da Cecil Beaton per Vogue, 1967
Ritratta da Cecil Beaton per Vogue, 1967


La sua carriera, variegata e in continua evoluzione, la vede presentatrice televisiva negli anni Novanta, con un suo show, “Twiggy’s People”, dove intervista personalità del calibro di Dustin Hoffman, Lauren Bacall e Tom Jones. Nel 2005 torna a posare come modella e diviene il volto di Marks & Spencer. Inoltre è stata giudice di America’s Next Top Model dalla quinta alla nona stagione, celebre show televisivo condotto da Tyra Banks.
Tanti auguri ad un mito vivente.

Ritratta da Bert Stern per Vogue, 15 marzo 1967
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Vogue 1867, foto di Bert Stern
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Suggestioni Roarin’ Twenties nello scatto di Terry Fincher, Londra 1966

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Twiggy Lawson, all’anagrafe Lesley Hornby, è nata a Londra il 19 settembre 1949



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Ossie Clark, il vintage che incanta

Biba: lo stile di un’epoca

Il nome di Biba rappresenta un tassello fondamentale nella moda, dagli anni Sessanta fino ai nostri giorni. Simbolo di uno stile unico, portavoce di una rivoluzione che dalla Swinging London si è allargata a macchia d’olio fino ad entrare nei libri di storia, Biba è stato crocevia di tendenze e fucina artistica.

Biba è Barbara Hulanicki, brillante designer nata a Varsavia nel 1936, acuta osservatrice della realtà circostante. Barbara avverte il fermento culturale della Londra anni Sessanta, e in quest’ambito rientra un nuovo modo di approcciarsi alla moda. Biba nasce come un piccolo negozietto di moda, senza pretese, che viene inaugurato nel settembre 1964 ad Abingdon Road, Kensington, nel cuore di Londra. Da Biba si vendono capi a basso costo che le clienti possono prenotare tramite posta. Sembrerebbe un negozio ordinario, nulla inizialmente lascia supporre che quel brand entrerà invece nella storia della moda, attraversando indenne mezzo secolo.

Un primo traguardo è l’apparizione di un capo Biba sul Daily Mirror: è un abito rosa a quadretti vichy, molto simile ad un modello indossato in quel periodo da Brigitte Bardot. Ma il giorno dopo l’articolo, quello stesso capo riceve oltre 4.000 ordini, e complessivamente saranno venduti oltre 17.000 pezzi dello stesso.

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Biba è il marchio di Barbara Hulanicki, celebre negozio londinese che ha caratterizzato gli anni Sessanta
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Lo stile di Biba: lunghe gambe, stampe e colori scuri
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Dalla Swinging London ai giorni nostri, Biba è un evergreen della moda

 

Barbara Hulanicki
Barbara Hulanicki


Il primo incontro tra la proprietaria dello store e le clienti vede una coincidenza fortuita: incuriosite da un abito in gessato marrone, un gruppetto di ragazze si affolla davanti agli scatoloni che propongono quel modello ed abiti simili. In realtà il capo si trova lì dentro casualmente, solo perché quegli scatoloni non entrano più nell’abitazione della designer e del marito, Stephen Fitz-Simon. Innamorate di quel vestito, semplicemente perfetto per lo stile anni Sessanta, le clienti si affollano in attesa di un nuovo arrivo dello stesso modello. La prima rivoluzione Biba avviene quindi grazie allo stile della sua fondatrice: la lungimiranza della Hulanicki fece sì che un modello visto in tv il venerdì sera era già disponibile da Biba il sabato mattina. Una moda fruibile e a portata di mano, che andava a rivoluzionare il concetto elitario di stile, fino a quel momento vigente.

La donna di Biba è una donna bambola, dalle lunghe gambe sottili e gli occhi rotondi e dalle lunghe ciglia. D’altronde la donna dell’epoca è appena uscita dalla guerra, è spesso denutrita ma non meno affascinante agli occhi di una designer quale è Barbara Hulanicki. Perfetta testimonial del brand sarà Twiggy, che diventerà nel decennio successivo il volto di Biba. La clientela del negozio comprende teenager e ragazze poco più che ventenni, tra cui spicca una giovanissima Anna Wintour, futura direttrice di Vogue America.

Lo stile di Biba è cupo, quasi funereo, secondo le parole della stessa Barbara Hulanicki: i colori sono scuri, dai contrasti forti. Capo principe è la minigonna, ogni settimana più corta, ad indicare il nuovo trend. Niente è lasciato al caso: il negozio è arredato come un piccolo bazar delle meraviglie, dall’atmosfera particolare ed accattivante. Persino il logo viene studiato dalla Hulanicki, sapiente esperta di marketing, per attrarre: oro e nero si mixano mirabilmente nel progetto di Anthony Little.

Outfit optical di Biba, foto di Ron Falloon, 1965
Foto di Ron Falloon, 1965
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Madeleine Smith nel primo catalogo Biba, foto di Donald Silberstein
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Le clienti di Biba: principalmente adolescenti e ventenni
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La donna Biba ricorda una bambola dalle lunghe gambe

Catalogo Biba, modella Stephanie Farrow, foto di Hans Feurer
Catalogo Biba, modella Stephanie Farrow, foto di Hans Feurer


Il secondo negozio di Biba apre nel 1965 al numero 19-21 di Kensington Church Street ed è seguito dalla creazione di cataloghi che permettono di ordinare i capi anche senza dover necessariamente recarsi a Londra. Possiamo definire Biba antesignana dello shopping via posta. Il successivo trasloco avviene nel 1969: Biba si sposta a Kensington High Street, in uno spazio precedentemente adibito alla vendita di tappeti. Lo store è già un piccolo capolavoro stilistico: un mix di Art Nouveau e di decadentismo Rock & Roll, con suggestioni glam e un tocco orientale. Biba continua ad ottenere consensi, e non ferma la sua clientela nemmeno un attentato ad opera del gruppo dell’Angry Brigade che si consuma proprio fuori dal negozio, il primo maggio 1971.

Nel 1974 Biba si sposta nuovamente all’interno del department store di Derry & Toms. La nuova sede diviene in breve tempo meta turistica di richiamo mondiale e tappa obbligata per chiunque visiti Londra. Anche questo locale si distingue per lo stile, con un interior design ispirato all’Art Deco che ricorda molto la Golden Age di Hollywood. Biba si estende ora su una superficie immensa e comprende il Biba Food Hall, con omaggi a Warhol, e il Rainbow Restaurant.

Il volto di Biba Ingrid Boulting fotografata da David Bailey, 1974
Il volto di Biba Ingrid Boulting fotografata da David Bailey, 1974
Ingrid Boulting in Biba, Vogue dicembre 1969, foto di Barry Lategan
Ingrid Boulting in Biba, Vogue dicembre 1969, foto di Barry Lategan
Ingrid Boulting in Biba, foto di Sarah Moon
Ingrid Boulting in Biba, foto di Sarah Moon
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I negozi Biba sono arredati in Art Nouveau con suggestioni etniche e glam
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Sapore di Oriente negli store Biba

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Come piccoli bazar, i punti vendita Biba ricordano la Hollywood della Golden Age


Tuttavia la gestione dell’impero Biba diviene ogni giorno più difficoltosa per Barbara Hulanicki e il marito, che riescono a malapena a districarsi tra le difficoltà economiche. Alla fine il marchio viene acquistato per il 75% da Dorothy Perkins e Dennis Day. Nasce in questo contesto Biba Ltd, compagnia che unisce i vecchi e i nuovi proprietari. Ma la Hulanicki non è soddisfatta della gestione del brand e lascia la compagnia poco dopo. Ciò determina la chiusura di Biba, nel 1975. Il marchio viene poi acquistato da un consorzio che non ha alcun legame con la designer: viene aperto un nuovo negozio a Londra, a Mayfair, il 27 novembre 1978. Ma il successo stenta ad arrivare e lo store chiude dopo soli due anni di attività.

Il primo negozio Biba ad Abingdon Road nei pressi di Kensington High St.
Il primo negozio Biba ad Abingdon Road nei pressi di Kensington High St.
Donna Mitchell e Ingemari Johanson per BIBA, foto di Helmut Newton
Donna Mitchell e Ingemari Johanson per BIBA, foto di Helmut Newton
Negozio Biba in Kensington Street
Negozio Biba in Kensington Street
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Il celebre logo di Biba
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Scatto all’interno di Biba
La fondatrice di Biba Barbara Hulanicki col marito nella loro casa, 1975
La fondatrice di Biba Barbara Hulanicki col marito nella loro casa, 1975

Twiggy per Biba
Twiggy per Biba


Numerosi sono stati i tentativi di riportare in auge lo storico brand, a partire da quello ad opera di Monica Zipper, nella metà degli anni Novanta, fino all’ultimo, nel 2006, ad opera della designer Bella Freud. Tutti tentativi che nulla avevano a che fare con la Hulanicki, spesso all’oscuro di tutto. La prima collezione della Freud sfila nell’ambito della London Fashion Week per la stagione P/E 2007 ma viene aspramente criticata perché, secondo gli addetti ai lavori, di Biba c’è ben poco. Allontanandosi dallo stile originario del brand, che proponeva una moda democratica, la collezione disegnata dalla Freud sembra indirizzata ad un pubblico molto elitario. Biba -così come la conoscevano ed apprezzavano milioni di ragazze- sembra non esistere più e ciò porta ad un nuovo insuccesso: la Freud lascia la compagnia dopo appena due stagioni.

Foto di Brian Duffy, 1973
Foto di Brian Duffy, 1973
Foto di Sarah Moon, 1971
Foto di Sarah Moon, 1971
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Le boutique Biba erano vere e proprie fucine artistiche
Twiggy nella Rainbow Room da Biba, foto di Justin de Villeneuve
Twiggy nella Rainbow Room da Biba, foto di Justin de Villeneuve

Twiggy in Biba, foto di Justin de Villeneuve, 1972
Twiggy in Biba, foto di Justin de Villeneuve, 1972


Nel 2009 è la volta di House of Fraser, che tenta di rilanciare il brand in grande stile, scegliendo come testimonial la modella britannica Daisy Lowe. Per tutta risposta la Hulanicki nello stesso anno disegna una linea per Topshop, marchio rivale. La designer si dice ancora una volta amareggiata per la politica scelta per il rilancio del suo storico brand, che si allontana nuovamente dal concetto primigenio che auspicava una moda democratica. Ma House of Fraser intuisce il segreto per far funzionare il marchio: Biba non può vivere senza la sua creatrice, forse l’unica nel corso degli anni e delle innumerevoli vicissitudini attraversate dal marchio, ad aver saputo conferirirgli un’identità forte e uno stile intramontabile.

Finalmente nel 2014 la Hulanicki torna a casa, in veste di consulente per House of Fraser. Il successo è clamoroso: ritornano le citazioni anni Sessanta nelle stampe, nelle linee e nella scelta dei tessuti. Cromie optical e suggestioni glam nei maxi dress per la sera. Nei pezzi di arredamento ritorna il mood boho-chic che ricorda da vicino i leggendari store di Biba, arredati come bazar in Art Nouveau. Una favola a lieto fine.

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Un ritratto di Barbara Hulanicki: la designer è nata a Varsavia nel 1936
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Un modello Biba
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La celebre Twiggy è stata il volto di Biba nei primi anni Settanta
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Ancora Twiggy per Biba
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Mood decadente per Twiggy testimonial Biba
Foto di Helmut Newton, 1968
Foto di Helmut Newton, 1968

Winter Fashion Trends 2016: il mood è Mod

Abitini a trapezio, stampe optical e pellicce maxi: il trend per l’Autunno/Inverno 2015-2016 ci riporta direttamente negli anni Sessanta. I favolosi Swinging Sixties rivivono in una moda fresca, ironica e colorata.

Icone come Veruschka, Twiggy e Jean Shrimpton e nomi come Pierre Cardin e Mary Quant sembrano riprendere vita nelle passerelle della stagione A/I 2015-2016.

Geometrie optical da Emilio Pucci, in cui tute di suggestione spaziale estremamente Sixties si uniscono a cromie black and white per capi di ricercata raffinatezza.

Il mood è Mod, come la più famosa sottocultura che ha caratterizzato il decennio dei Sessanta: siamo in Inghilterra e un gruppo di giovani appartenenti alla working class auspica l’inizio del Modernismo, vestendosi con capi sartoriali e sfidando il sistema a bordo di Vespe e Lambrette decorate con specchietti e monili. Forse l’unico moto di ribellione interamente basato sulla riscoperta di un concetto di eleganza evergreen, i Mods hanno segnato indelebilmente la moda anni Sessanta: dall’uso del parka al successo di brand come Fred Perry, la moda dei nostri giorni è un continuo omaggio -spesso inconsapevole- a questa subcultura mai dimenticata.

Declinato anche nel suo lato più audace, ispirato a nomi che hanno fatto la storia della moda, come Pierre Cardin e André Courrèges, il trend anni Sessanta propone anche delicati cappottini a trapezio, resi grintosi dalla pelle metalizzata e dai colori fluo, come visto in sfilata da Miu Miu.

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Veruschka indossa una tuta Valentino, foto di Franco Rubartelli per Vogue America, 1 aprile 1969, Roma, piazza San Giorgio al Velabro
Emilio Pucci
Emilio Pucci
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Le stampe optical furono uno dei maggiori trend degli anni Sessanta
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I Mods, principale subcultura anni Sessanta
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Giochi optical e cromie audaci per un modello di shift dress, tipicamente anni Sessanta
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Abitini a trapezio, un cult dei Sixties

Miu Miu
Miu Miu


Largo a proporzioni oversize, con pellicce colorate o in bicromia bianco e nero, come proposto da Cristiano Burani ed ancora Pucci, in una collezione-tributo agli anni Sessanta. Elogio della minigonna, citazioni Sixties come nel casco stile equitazione.

Un mood irresistibile per un inverno da vivere all’insegna dello stile di quegli anni: via libera a materiali high-tech che ricordano le suggestioni spaziali proposte in quel periodo ancora da Courrèges e Cardin ma anche da Paco Rabanne.

Materiali come la pelle metalizzata o la vernice si impongono per questa stagione, come anche le righe e le stampe optical e gli ankle boots alternati ai cuissardes, veri must-have A/I.

Cristiano Burani
Cristiano Burani
Jean Shrimpton forografata da David Bailey, 1964
Jean Shrimpton forografata da David Bailey, 1964
Twiggy
Twiggy
Ancora Pucci
Emilio Pucci

Audrey Hepburn in Courrèges, Parigi, 1965, foto di Douglas Kirkland
Audrey Hepburn in Courrèges, Parigi, 1965, foto di Douglas Kirkland


Come un cubo di Rubik, la collezione Au jour le jour interpreta mirabilmente la spensieratezza di quell’epoca. Suggestioni tratte dal Cubismo si mixano al minimalismo proposto invece da Carven, in una collezione che deve molto all’Inghilterra dei Sixties. La sensualità di audaci minigonne viene stemperata dal rigore dei capispalla e dei dolcevita. Massimo Rebecchi propone numerosi shift dresses, i mitici abitini a trapezio, simbolo dei Sessanta, in tweed di lana e decorazioni su un gioco di cromie ton sur ton.

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Au jour le jour
Carven
Carven
Massimo Rebecchi
Massimo Rebecchi
Pierre Cardin
Pierre Cardin
Raquel Welch in Pierre Cardin
Raquel Welch in Pierre Cardin
Le suggestioni spaziali di Pierre Cardin
Le suggestioni spaziali di Pierre Cardin

Pierre Cardin, collezione del 1967, foto di Giancarlo Botti
Pierre Cardin, collezione del 1967, foto di Giancarlo Botti


Sfacciato l’omaggio ai Sixties visto da Moncler Gamme Rouge: ritorna l’abito a trapezio, unito ad elementi da space oddity, come le cappe che ricordano il mood spaziale proposto da Pierre Cardin nella metà degli anni Sessanta. Tweed di lana per contrastare il rigore invernale ma grande ironia ed eleganza d’altri tempi per una collezione da dieci e lode.

Grintosa la donna proposta da Louis Vuitton, in minigonna e giacca con inserti in montone e decorazioni optical: una vera Modette. Più dolci le note proposte da Prada, che rivisita i Sixties inserendo uno stile più bon ton, tra fiocchi e decorazioni gioiello. L’abitino a trapezio, declinato in colori fluo, diviene quasi un abito da sera, e i lunghissimi guanti completano il look.

Ancora Mod style visto da Giambattista Valli, in una collezione che rende omaggio anche ai Settanta. Ma le pellicce profilate di decorazioni optical e le vivaci cromie dei co-ords ci riportano inequivocabilmente nel decennio precedente. Deliziosi i fur coat proposti da Philosophy by Lorenzo Serafini: una nuvola di azzurro baby per un tocco di romanticismo. Ancora vintage le ispirazioni alla base di Tommy Hilfiger, con cappe a trapezio e capispalla importanti.

Aggressiva la donna di Christian Dior, una valchiria in cuissardes metallizzati e cappottini caratterizzati da audaci giochi optical. DAKS gioca sui colori per un mood che resta sostanzialmente invariato: un ritorno ai favolosi anni Sessanta.

Moncler Gamme Rouge
Moncler Gamme Rouge
Louis Vuitton
Louis Vuitton
Philosophy by Lorenzo Serafini
Philosophy by Lorenzo Serafini
Prada
Prada
Giambattista Valli
Giambattista Valli
Un'latra uscita della sfilata di Giambattista Valli
Un’latra uscita della sfilata di Giambattista Valli
Tommy Hilfiger
Tommy Hilfiger
DAKS
DAKS
Christian Dior
Christian Dior

André Courrèges, Ensemble, foto di Peter Knapp, 1965
André Courrèges, Ensemble, foto di Peter Knapp, 1965



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Penelope Tree: icona della Swinging London

Un viso dai lineamenti particolarissimi, una bellezza che ridisegnò i canoni allora vigenti: Penelope Tree è stata una modella unica nel suo genere.

It girl della Swinging London e musa di fotografi del calibro di Diane Arbus e David Bailey (che fu anche suo compagno di vita per 6 anni), Penelope Tree ha un volto che non si dimentica facilmente.

Due occhi enormi dallo sguardo curioso e vivace, tratti fanciulleschi che la rendono simile ad un folletto ed una personalità sfolgorante ne hanno fatta un’indimenticabile icona.

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Viso dai lineamenti particolari ed occhi enormi, Penelope Tree ridisegnò i canoni di bellezza


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Icona della Swinging London e musa di David Bailey


Innumerevoli gli scatti pubblicati su Vogue, fotografie piene di pathos e poesia, interpretate da una icona geniale della moda mondiale.

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Penelope Tree nacque il 2 dicembre 1949


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La sua carriera nella moda venne inizialmente ostacolata dai genitori


Classe 1949, Penelope è nata a New York in una ricca famiglia di origine inglese dell’Upper East Side. Il padre Ronald è un politico e giornalista e la madre un’attivista e una socialite. Il conservatorismo della famiglia ostacola la carriera di Penelope nella moda, tanto che il padre, quando la vede ritratta per la prima volta in uno scatto di Diane Arbus, minaccia di portarla in tribunale.

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Look gipsy per Penelope Tree
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La modella fu fotografata da Diane Arbus, Cecil Beaton e David Bailey, di cui fu compagna nella vita

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Foto di Patrick Liechfield, 1969


Il debutto in società di Penelope avvenne durante il Ballo Bianco e Nero di Truman Capote: all’evento erano presenti oltre cinquecento persone, tutto il jet set newyorkese, personalità come Marella e Gianni Agnelli, Mia Farrow e Frank Sinatra e la madre di Penelope, la socialite Marietta Peabody Tree. Il dress code della serata imponeva outfit optical rigorosamente in bianco e nero, in linea con le tendenze dei Sixties. Protagonista indiscussa della serata fu la allora diciassettenne Penelope, la cui eterea bellezza incantò gli ospiti.

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Il compagno David Bailey definì Penelope Tree “un grillo parlante”
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Penelope Tree in Yves Saint Laurent

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La bellezza fuori dagli schemi di Penelope Tree


Poco dopo la ragazza, lottando contro il volere dei genitori, decise di trasferirsi a Londra, dove iniziò a lavorare come modella. Posò, tra gli altri, per Cecil Beaton, Richard Avedon e David Bailey. Dopo aver iniziato una relazione sentimentale con quest’ultimo, nel 1967 si trasferì nel suo appartamento a Primrose Hill. La genialità di David Bailey, che la definì “un grillo parlante”, contribuì a trasformare la sua bizzarra bellezza in un mito.

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Foto di David Bailey, 1968


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Scatto di David Bailey


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La comparsa di un’acne tardiva pose fine alla carriera di Penelope Tree nei primissimi anni Settanta


Il suo clamore negli anni Sessanta fu tale che venne spesso paragonata ai Beatles. Celebri, a questo proposito, le tre semplici parole con cui John Lennon la descriveva: “Hot hot hot, Smart Smart Smart”. Intelligente e sexy, Penelope lo era davvero, come testimonia la sua carriera nella moda, breve ma sfolgorante.

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Penelope Tree in uno scatto di John Cowan per Vogue, novembre 1969


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Look boho-chic tipico degli anni Sessanta


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La Tree era figlia di un giornalista ex deputato e di una socialite di origine inglese


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Ancora uno scatto di David Bailey


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Penelope Tree fotografata da David Bailey per Vogue 1969


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Foto di David Bailey, Vogue 1 agosto 1968


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Penelope Tree in India, foto di David Bailey, Vogue UK, gennaio 1968


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Vogue UK ottobre 1968, foto di David Bailey


Negli anni Settanta dovette abbandonare la sua attività a causa di un’acne tardiva. Fu il crollo di un mito. Passata in breve dagli albori delle cronache al dimenticatoio, nel 1972 fu arrestata per possesso di cocaina e due anni più tardi, nel 1974, si trasferì a Sydney dopo la fine della sua storia con Bailey.

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Uno scatto per Vogue, 1969


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Foto di David Bailey per Vogue, 1 gennaio 1969


Pochi anni dopo convolò a nozze con il musicista sudafricano Ricky Fataar, già membro di gruppi storici degli anni Settanta/Ottanta, come The Flames e i Beach Boys, da cui ebbe una figlia di nome Paloma. Dalla relazione con uno psichiatra australiano, Stuart MacFerlane, ebbe invece un figlio di nome Micheal.

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Ancora uno shoot ambientato in India, foto di David Bailey


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Mood bohémien


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Foto di David Bailey


Impegnata nel sociale e sul fronte umanitario, oggi l’ex modella è presidentessa di Lotus Outreach, un’organizzazione che si batte per il diritto allo studio delle ragazze della Cambogia. Il mito Penelope Tree è tornato a posare nel 2012 per il genio di Tim Walker, che ne ha colto l’essenza più intima. Inoltre ha preso parte ad un video di Mario Testino ed è stata testimonial per Barneys New York.

Zandra Rhodes, la principessa del punk

Nel panorama degli anni Sessanta-Settanta diversi furono i personaggi che maggiormente hanno contribuito a rivoluzionare il costume e la moda. Protagonista assoluta, nella Swinging London di quegli anni, fu Zandra Rhodes.

Nata nel Kent nel 1940, fu iniziata alla magia della moda dalla madre, lettrice presso il Medway College of Art, scuola frequentata da Zandra, che decide di specializzarsi nello studio delle stampe tessili. Le sue prime stampe vennero però considerate troppo ardimentose per l’epoca. Fu così che la giovane Zandra decise di creare un proprio marchio, divenendo leader indiscussa nella creazione di capi stampati.

Tra il 1966 e il 1967, insieme a Sylvia Ayton, un’amica conosciuta al college, Zandra aprì a Londra il suo primo negozio, The Fulham Road Clothes Shop. Protagonista assoluto di questo piccolo gioiello nel cuore della Swinging London era il colore, declinato in ogni tipo di stampa.

Un modello Zandra Rhodes
Un modello Zandra Rhodes


Le particolari stampe,  tipiche del brand
Le particolari stampe, tipiche del brand



Omaggio alla designer
Omaggio alla designer


Le stampe simbolo di un'epoca
Le stampe simbolo di un’epoca


Stampe da tutte le culture del mondo
Stampe da tutte le culture del mondo



Grande conoscitrice di svariate culture ed etnie, Zandra traeva ispirazione dall’Africa, per le stampe batik, dal Messico, dal Giappone e dall’Estremo Oriente. In poco tempo il suo negozio divenne punto di riferimento per un sottobosco di giovani che volevano ribellarsi alla cultura dominante e che cercavano anche attraverso la moda un mezzo di riscatto per affermare la propria libertà.


Rivoluzione dei favolosi Swinging Sixties
Rivoluzione dei favolosi Swinging Sixties


Uno stile unico
Uno stile unico



Nel 1969 portò la propria collezione a New York, dove conquistò Diana Vreeland che la recensì su Vogue US. Nel 1977 fu la prima designer a creare una collezione punk.


Un ritratto della designer, icona dello stile punk
Un ritratto della designer, icona dello stile punk


Foto degli anni Settanta
Foto degli anni Settanta


Un altro scatto sempre risalente ai primi anni Settanta
Un altro scatto sempre risalente ai primi anni Settanta


Lei stessa divenne un simbolo: capelli rosa shocking, trucco pesante, spille da balia cucite in ogni outfit, Zandra Rhodes ottenne presto l’appellativo di “Principessa del Punk”.

L'attrice Natalie Wood indossa una creazione di Zandra Rhodes, foto di Gianni Penati
L’attrice Natalie Wood indossa una creazione di Zandra Rhodes, foto di Gianni Penati


Anjelica Huston in Zandra Rhodes per Vogue UK, settembre 1971, foto di David Bailey


Penelope Tree in Zandra Rhodes
Penelope Tree in Zandra Rhodes


Pat Cleveland in Zandra Rhodes
Pat Cleveland in Zandra Rhodes


Inizia il clamore, posano indossando le sue creazioni Bianca Jagger, Anjelica Huston, Penelope Tree. Crea nuovi capi appositamente per Freddie Mercury e i Queen, per Debbie Harry, Kylie Minogue, Jackie Onassis, Lady Diana, Liz Taylor, e ancora Sarah Jessica Parker e Paris Hilton.

Bianca Jagger in Zandra Rhodes per il Sunday Times Magazine, 1972
Bianca Jagger in Zandra Rhodes per il Sunday Times Magazine, 1972


Bianca Jagger in Zandra Rhodes per il Sunday Times Magazine, 1972
Bianca Jagger in Zandra Rhodes per il Sunday Times Magazine, 1972


Ancora la Jagger per il Sunday Times Magazine, 1972
Ancora la Jagger per il Sunday Times Magazine, 1972


Harper's Bazaar Maggio 1976
Harper’s Bazaar Maggio 1976


Oggi Zandra Rhodes è curatrice del Fashion and Textile Museum di Londra. Nel 1997 è stata insignita del titolo di Commander of British Empire. Nel 2005 la galleria Carla Sozzani le ha dedicato una retrospettiva sul suo lavoro. Attualmente la Rhodes si dedica alla creazione di gioielli e di una linea di make up.

Uno scatto recente delle collezioni Zandra Rhodes
Uno scatto recente delle collezioni Zandra Rhodes


Il mito continua fino ad oggi
Il mito continua fino ad oggi