Lo street style dalla Milano Moda Uomo 2016
Foto Nasario Giubergia















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MIAORAN SFILA ALLA SETTIMANA DELLA MODA UOMO A MILANO
Ichthyophobia è il tema della collezione primavera estate 2017 Miaoran – la paura dei pesci.
La fobia dei pesci si risolve stando a contatto gradualmente con essi, così il designer aiuta il fobico vestendolo di strati, con tessuti che catturano la luce e ricordano il lento incresparsi delle onde.
In passerella un enorme telo bianco crea un’acquario umano dove i modelli sfilano come creature acquatiche – sgargianti i colori che vanno dall’azzurro schiuma di mare al denim profondo, dal grigio ardesia al corallo pallido, fino ai candidi avorio.
I volumi giocano un ruolo fondamentale in questa collezione Miaoran, i bomber sono corti in vita e profilati, le camicie sono lunghe oltre la vita, i top squadrati e i cappelli quasi una firma dello stilista.
Molluschi, cetacei e ctenofori compaiono sui soprabiti avorio, il tessuto macramè diventa una rete piena di pesci, l’uomo Miaoran un enigmatico uomo di mare.
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Interessante scoperta la collezione uomo JUNLI per la primavera estate 2017.
Una collezione che si ispira alle installazioni di Anselm Kiefer, pittore e scultore tedesco.
Linee e geometrie, una rigorosità sobria e discreta, fatta di tonalità di grigio e neri.
Cemento e fumo, gli elementi underground che ricordano la collezione P/E 2017 JUNLI, la morbidezza dei capi in contrasto con la serietà dei colori, tagli vivi: contrapposizioni e destruttrazioni, sono le parole chiave che creano di questo brand le nuova tendenze in fatto di moda dell’uomo moderno.
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Partendo dal rigore del nero, Richmond per la collezione primavera estate 2017, si tuffa in un multicolor fluo che tocca il verde acido, il giallo, il fucsia.
Il fitting è comodo e dalla praticità sportiva, con qualche capo sartoriale, soprattutto le giacche.
Materiali ricercati, pelli e stampe dal forte impatto visivo, l’uomo Richmond non passa certo inosservato.
Talvolta scalzo o dimentico di qualche capo, è un uomo attento alle mode ma mai vittima; noncurante del tempo che passa, impegnato, nel suo armadio non mancano mai i capi basic del maschio ribelle, giubbino in pelle compreso.
Guarda qui tutte le foto dalla sfilata Richmond:
(foto ufficio stampa)
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Si è svolto durante la settimana della moda maschile l’evento esclusivo di presentazione del corto “Bisogna aver coraggio“.
Presso le sale de “La Triennale di Milano” è stato lanciato il cortometraggio “Bisogna aver coraggio”, diretto da Elisa Fuksas e interpretato da Alessandro Roja, attore divenuto famoso grazie alla serie di “Romanzo criminale”.
Il corto, della durata di 5 minuti, prende il nome dalla prima frase della 19ma scena del primo atto del Don Giovanni. Rivisto in chiave moderna, ma utilizzando le musiche mozartiane, racconta dell’uomo dissoluto, in questa fase (im)punito, che sfugge alla vendetta della donne tradite.
Bisogna aver coraggio, o cari amici miei,
e i suoi misfatti rei scoprir potremo allor.
Un groviglio di baci aprono e chiudono il cortometraggio, una manifestazione edonistica della propria personalità che non frena di fronte alla moralità rinfacciata.
“Bisogna aver coraggio” sarà in concorso al Fashion Film Festival Milano, fondato e diretto da Constanza Cavalli Etro, evento internazionale a cui parteciperanno i fashion movies di tutto il mondo, con le loro diversità stilistiche e concettuali.
Antony Morato con queste importanti collaborazioni, vuole sottolineare l’importanza che rivolge al mondo del cinema, già manifestatosi lo scorso anno con il restauro in digitale de “Il Giardino Dei Finzi Contini” di Vittorio De Sica – sempre insieme a L’Uomo Vogue e Istituto Luce-Cinecittà.
Nobili iniziative quindi quelle che spingono il brand Antony Morato, fondato da Lello Cardarelli e che lo portano in cima alla piramide del mondo della moda, uno spazio dove l’arte ed il cinema sono gli ingredienti fondamentali di un successo fatto di codici, cultura e innovazione.
Tutte le tendenze direttamente dall’edizione estiva di Pitti Uomo.
Pitti Uomo 90 fa parlare di sé non solo quale evento portatore di tutte le tendenze in fatto di moda maschile, ma anche per la sfilata di outfit di buyers, giornalisti e addetti al settore.
Andiamo a vedere nel dettaglio, il meglio dello style a Pitti Uomo 90:





















(Ph. @ Miriam De Nicolo’)
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STOKTON FW 2016: AUDACIA E STILE MADE IN TUSCANY
STOKTON interpreta con carattere la stagione fredda grazie a una tavolozza cromatica cupa con qualche interferenza cromatica nei toni del blu e del porpora.
L’uso degli elastici e del neoprene è una chiara dichiarazione di identità per un prodotto urban che è sempre più riconoscibile e allineato con le tendenze più avanguardiste. Le suole a cassetta, sempre presenti, lasciano via via spazio a fondi strutturati e lavorati; la suola ruba la scena alla tomaia, diventando ancora una volta protagonista, anche se non più a contrasto ma in tono con la scarpa.
La running si evolve e si traduce nella scelta stilistica di tendenza del prossimo inverno, gioca col colore e gli accostamenti insoliti, sia di materiali che di lavorazioni.
Anche le basket più classiche in pelle bianca abbandonano la lineare pulizia della passata stagione e sposano accessori eccentrici come frange e maxi inserti in pelliccia mohair e shearling; il crackle invernale è a tinte fredde con pennellate metallizzate per un risultato camouflage cangiante.
Focus su materiali sempre più sportivi e underground, nelle varianti bottalate, e più sobri, radical chic, nelle varianti opache e perlate dei pitoni stampati.
Persistono le stampe 3D, come quella a rete, sia per lei che per lui e ritornano i pellami caldi e avvolgenti come i montoni shearling.
La modelleria di STOKTONBlack si amplia con nuove strutture. Gli stivali e stivaletti texani sono una novità assoluta: sia con le frange laterali che con le borchie e gli inserti metallizzati, rappresentano l’evoluzione naturale dei beatles frangiati con fondo a cassetta già presenti in collezione. Ritornano biker e francesine e, questa volta, anche mocassini con nappine che si sviluppano non solo su suole a carroarmato ma anche su fondi lisci, d’impatto più cittadino. Estremamente innovativoil fondo micro extra light che rende biker e anfibi estremamente più leggeri, confortevoli e pratici
La proposta STOKTON FW 2016 appare dunque un concentrato di creatività e artigianalità per un prodotto street dalle forti radici toscane.
PITTI IMMAGINE UOMO 90
La collezione Zerosettanta Studio per la prossima stagione diventa analitica, matematica, numerologica.
Prima di tutto, Ponderare!
Un gioco di equilibri tra sobrietà e stravaganza, tra tradizione ed innovazione regala alla collezione un’ eleganza senza eccessi.
La misura delle cose crea una proposta articolata in capi adatti in ogni momento della giornata.
Lo sguardo è all’ottimismo degli anni ’80 e alla moda che in quel periodo definiva capi icona le giacche da moto e da Safari, e nelle città i Giovani-Leoni macinavano affari nei loro carcoat o nelle giacche deostruite.
È proprio seguendo questo puzzle di costruzione e decostruzione alla Rubik, che le giacche diventano camicia e le tasche si moltiplicano o scompaiono lasciando solo la traccia delle impunture sul petto. Le lunghezze sono agili, dai numeri precisi, che terminano per 3 per 5 ritrovando quelli che erano dettami della moda del passato ma adatti anche a scandire il ritmo veloce di oggi.
Per l’inizio stagione insostituibili must saranno i giubbotti scamosciati in renna, che rievocano lo stile degli Yuppies d’antan, e i trapuntini leggeri, storica tradizione Landi, facilissimi da indossare e abbinare.
Largo a tessuti leggeri, dalle trame effetto jeans ai lini, sempre meno romantici e più moderni,
agli immancabili tessuti tecnici, sperimentati in abbinamento al jersey.
URBAN POETS THAYAHT COLLECTION
LA CAPSULE DI FABIO DI NICOLA PER LA P/E 2017 A PITTI UOMO
Dopo il ritorno con una linea a suo nome e la partecipazione a Pitti del gennaio scorso, Fabio Di Nicola sceglie ancora l’importante appuntamento fiorentino, e l’edizione di giugno 2016, per presentare una nuova capsule collection per la primavera/estate 2017.
E lo fa riscoprendo un antico amore: Thayaht.
Da sempre il creativo futurista, che aveva applicato la sua arte alla moda inventando nel 1919 la tuta e collaborando anche con Vionnet, è uno dei riferimenti ispirativi di Fabio Di Nicola, che questa volta compie un passo ulteriore, superando il semplice tributo, perché il designer ha acquisito dagli eredi di Thayaht la licenza esclusiva di utilizzo di tre disegni, che diventano protagonisti di una collezione maschile dalla chiara impronta contemporanea e internazionale.
Vestibilità comfy e un’attitudine sportiva per una capsule che ha come protagonista un leitmotiv di Fabio Di Nicola, il suo amore per la maglieria, che trova però un twist attuale e innovativo, sposandosi alla felpa. Jacquard anni ’70 dal gusto vintage si uniscono a felpe trattate in cui sono in evidenza i disegni di Thayaht, un elefante, un pesce ed una rana, utilizzati come singole immagini o ripetuti come in un gioco di specchi e trasformati in veri e propri moduli. A sottolineare una evidente passione dello stilista per il riuso, l’utilizzo di tasconi presi da vecchi pantaloni militari che diventano elementi decorativi sulla felpa. Completano la parte della collezione dedicata al knitwear gilet e cardigan.
Non possono mancare nel guardaroba maschile della p/e 2017 le T-shirt. I moduli di Thayaht sono presenti sulle magliette, anche solo come dettaglio, sotto forma di stampe, ma possono essere evidenziati con ricami metallici, che rendono il capo sicuramente più ‘flamboyant’. Perché la figura del dandy cara da sempre allo stilista, acquisisce in questa collezione un animo più urbano e un carattere estroso, solare.
Altro elemento cardine attorno a cui ruota la p/e 2017 di Fabio Di Nicola è il bermuda. In felpa, trattata al silicone e tinta in color oro, con stampati gli animali di Thayaht, in sequenze ripetute. La forma del pantalone è mutuata da quella delle divise della Thai Boxe, a sottolineare ulteriormente il legame della capsule con il mondo sportivo.
Questo nuovo percorso di Fabio Di Nicola con una linea a suo nome è chiaramente all’insegna della contaminazione fra mondi diversi, come l’incontro con lo sport, ma soprattutto con l’arte. Il connubio fra moda e arte è una nota interessante, capace di regalare una connotazione grintosa, ricercata e interessante alle proposte dello stilista, senza risultare semplice esercizio di stile.
ERMANNO SCERVINO, CAMPAGNA AUTUNNO INVERNO 2016-2017
Ermanno Scervino e Peter Lindbergh di nuovo insieme per la campagna pubblicitaria della Maison.
Parigi, Arc de Triomphe, interno d’autore.
La modella Hana Jirickova interpreta il nuovo volto Ermanno Scervino, accompagnata dal modello australiano Jordan Barrett.
Sulle orme di Luchino Visconti, Scervino e Lindbergh guidano i protagonisti attraverso un racconto d’ispirazione cinematografica.
Ogni scena è un ritratto di apparente quotidianità, tra glamour e intimità.
I look preferiti della collezione vestono gli scatti di un eros accennato.
La narrazione di un utopistico dietro le quinte svela pose e sentimenti umani, distratti, riflessivi.
“La personalità prima dell’abito” dichiara Ermanno Scervino, e così le creazioni couture in pizzo plissé, la maglieria ricamata, i completi di taglio maschile, la delicata lingerie, sono delle cornici non casuali dell’umana imperfezione.
“Ho voluto due volti giovani e belli per raccontare una collezione forte e delicata“, prosegue Ermanno Scervino, “Solo il carisma di Peter poteva catturare l’essenza della mia visione estetica. Far parlare gli abiti in modo da valorizzare la personalità di chi li indossa, è l’obiettivo alla base di ogni mia creazione”.
La campagna Ermanno Scervino Autunno Inverno 2016-2017 sarà visibile a partire da Luglio 2016 in tutto il Mondo.
Sabato 11 giugno alle ore 11.00 si inaugura la mostra “Gli ori di Parma. L’industria, il cibo, il lavoro” presso Palazzo Pigorini, una monografica di Francesco Maria Colombo che racconta le eccellenze del territorio (catalogo Skira Editore).
I prodotti parmigiani sono noti in tutto il mondo: il culatello, il parmigiano, il prosciutto di Parma, ma quanti hanno saputo rappresentarli donandogli personalità? Nessuno finora. E’ la fotografia colta di Francesco Maria Colombo che restituisce a delle cose inanimate la giusta dignità.
E’ l’eleganza armoniosa e semplice di un biondo spaghetto, la croccantezza cristallina del sale, la geometria architettonica delle macchine industriali, la sinuosità levigata delle tome di formaggi, oltre ai ritratti veri degli uomini che vi lavorano, la forza della fotografia di Colombo.
Abbiamo parlato con lui del progetto e della sua ricerca fotografica:
Come nasce il progetto/mostra “Gli Ori di Parma”?
Nasce da una commissione dell’Università di Parma, che ho accolto con grande piacere. L’idea era quella di un viaggio articolato dentro una realtà che coincide con un mito (Parma come capitale italiana del cibo) e che però è molto più complessa di quanto si creda. La tradizione convive con la ricerca scientifica e con l’aggiornamento dell’industria, altrimenti l’eccellenza è impossibile. E come fotografo ho cercato di costruire una narrazione degli aspetti molteplici di questa realtà fatta di tante cose, la materia che diviene nutrimento, il gesto dell’uomo, il valore iconico della macchina.
Come rendere vivi e interessanti degli oggetti inanimati?
In realtà i soggetti non sono sempre inanimati, perché gran parte del progetto è dedicato alle persone che «producono» gli ori di Parma, e dunque ci sono parecchi ritratti, e parecchie foto in cui viene colto l’aspetto gestuale. L’oggetto inanimato ha una duplice valenza: da un lato rappresenta una forma, una struttura, rapporti di colore e di texture che hanno in sé un portato estetico; dall’altro contiene un senso espressivo che sta al fotografo di far sprigionare. Le cose parlano, bisogna solo stare attenti a capirne il linguaggio segreto.
Quanto conta la cultura fotografica per raggiungere tale scopo?
In questo progetto ha contato moltissimo. Credo che fare una narrazione per immagini della realtà industriale senza avere alcuni punti di riferimento in testa, Hein Gorny o Jakob Tuggener per esempio, sia limitativo. Questa mostra è piena di rimandi alle avanguardie informali, in alcuni casi esplicitamente citate.
Parma nei suoi ricordi
Parma è una città che amo moltissimo, è un forziere colmo di arte, figurativa e architettonica innanzitutto, ma anche musicale, poetica e cinematografica (basti pensare a Bertolucci padre e figlio, Attilio e Bernardo). E’ una città dalla quale ho scritto tante volte per il «Corriere della sera» e nella quale ho diretto concerti che ricordo con piacere. Entrare nel mondo della produzione del cibo, che non conoscevo minimamente, è stato un viaggio emozionante.
Qual è il suo genere fotografico preferito e perché?
Mi sento molto libero di seguire i miei interessi, che grazie al cielo sono plurimi (del resto la fotografia è parte della mia vita, ma ci sono anche la scrittura e la direzione d’orchestra!). Nel caso di Parma ho accettato la proposta perché venivo da un libro di ritratti a persone famose («Sguardi privati. Sessanta ritratti italiani», ed. Skira, 2015), e ho voluto cambiare genere completamente, sporcandomi le mani e divertendomi moltissimo. Ma ho già cominciato un progetto completamente diverso, dove l’essere umano sarà del tutto assente.
Quanto c’è di autobiografico in quello che fotografa?
L’autobiografia del fotografo, soprattutto nel genere del ritratto, è un tema dibattutissimo. Per me la fotografia, che è entrata tardi nella mia attività professionale, dopo la scrittura e la musica, ha significato soprattutto uscire da me stesso, proiettarmi in una realtà che ha qualcosa di indipendente, di oggettivo e di affascinante proprio perché diversa dai miei giri mentali. Ma nello stesso tempo sono io che la vedo così, attraverso una modalità di rappresentazione che contiene certamente una sfumatura autobiografica.
La prima cosa a cui pensa quando sta per scattare una fotografia?
Avrò tolto il tappo dell’obiettivo?
Il tipo di elaborazione che adotta nelle sue foto?
Scatto in digitale e uso varie fotocamere (Hasselblad, Nikon e Leica, secondo i diversi generi di fotografia). Nel digitale l’elaborazione è parte essenziale nella costruzione dell’immagine, pensiamo solo alla gestione del colore o al viraggio in bianco e nero. Cerco di non abusarne, ma se una macchia di colore, in una foto non di reportage ma di fine art, stona col resto, non esito a correggerla.
La sensazione a lavoro finito, dopo una giornata di shooting
Dopo un giorno passato a fotografare cantine e centinaia di culatelli appesi, ti assicuro che ho fame.
Da cosa trae ispirazione per i suoi progetti?
La curiosità verso la vita è una cosa inesauribile dentro di me. Viaggio moltissimo, incontro molte persone, e non ho mai smesso di coltivare quel vizio irresistibile che è lo studio, lo studio della storia dell’arte, della letteratura, della musica, del cinema. E’ facile che nascano idee, quando nulla ti è estraneo.

Esiste realmente una differenza tra still life e ritratto? O il soggetto è solo un dettaglio su cui far lavorare la luce?
La persona ritratta è autore del ritratto, quanto e forse più che il fotografo. Il ritratto nasce da un’interazione delicatissima che comprende seduzione, sfida, complicità, antagonismo, abbandono. E tutto questo il fotografo da solo non può assolutamente farlo.
Il momento più difficile di una sessione fotografica
Nel caso dei ritratti ho il mio metodo, senza del quale non saprei da che parte cominciare. Ho bisogno di silenzio assoluto, di nessuno intorno, di condividere con la persona ritratta un tempo tutto nostro, che permetta l’emersione dei pensieri segreti e delle emozioni. E ogni volta hai paura di sbagliare, o di fare una cosa ordinaria, perché non sai mai se si stabilirà «quel» contatto che è la sostanza intima di un ritratto riuscito.
Quanto del suo lavoro come direttore d’orchestra ha influenzato il lavoro in qualità di fotografo?
Sono due cose completamente separate e credo che rispondano a due zone del cervello che non si parlano molto fra di loro. Quando lavoro come musicista il fotografo non esiste più, e viceversa. Non ho mai capito perché, ma è così.
La differenza tra dirigere un’orchestra e dirigere un soggetto sul set?
L’elemento comune è semplice: senza un processo di seduzione, che è molto sottile e molto fragile, quasi impalpabile, non riesci a ottenere niente né dall’orchestra, né da chi sta davanti alla fotocamera. Ci sono le resistenze, ovviamente, ed è questione di sapere cosa dire, quando e come, e in che modo (con la parola, con lo sguardo, con un gesto). E quando le resistenze cadono, baby, it’s magic.
“Gli ori di Parma. L’industria, il cibo, il lavoro” di Francesco Maria Colombo a cura di Gloria Bianchino ed organizzata dall’Università e dal Comune di Parma
Palazzo Pigorini – Str Della Repubblica 29 A PARMA
sarà aperta dall’11 giugno al 17 luglio
dal 2 al 25 settembre, con ingresso libero
Il catalogo è pubblicato da Skira, 160 pagine, euro 35,00