Lunghi capelli biondi, una bellezza aristocratica e algida, Gaia Repossi è l’ultima fashion icon. La giovane erede dell’impero dei gioielli, nata a Torino nel 1986, si è imposta negli ultimi anni come icona di stile tra le più ammirate al mondo. Regina indiscussa dello street style, immortalata sui magazine patinati più prestigiosi al mondo, la bella Gaia è presenza fissa nel front row delle sfilate. La designer non smette di mietere successi e consensi, anche per i suoi look iconici. Qui un pezzo dedicato ai suoi gioielli.
Il suo è uno stile fresco ma sofisticato, futurista ma intriso di eleganza classica, in cui predominano grinta e personalità: due anni or sono grazie alla sua eleganza effortlessy-chic veniva incoronata dal Financial Times come una delle italiane più eleganti al mondo, ex aequo con la vulcanica fashion editor Giovanna Battaglia. Ma la bionda Gaia da allora ha vissuto una vera e propria escalation nel segno dello stile, che l’ha sdoganata come trendsetter dal gusto impeccabile.
La it girl, figlia del gioielliere Alberto Repossi, è cresciuta tra Montecarlo e Parigi. Dopo una laurea in Belle Arti e due master in Archeologia ed Antropologia, nel 2007 la giovane Gaia prende le redini del brand di famiglia, che rivoluziona radicalmente: la ragazza ha grinta da vendere, non si è lasciata intimorire dal bagaglio storico della maison, che ha impreziosito con tocchi dal sapore tribal e suggestioni punk.
Gaia Repossi è nata a Torino nel 1986
La giovane ha ereditato l’impero dei gioielli dal padre Alberto
Studi di archeologia alle spalle, ad appena 21 anni Gaia è diventata direttore creativo di Repossi
Gaia Repossi alla sfilata Céline
Alla sfilata Chanel nel 2013
Gaia Repossi in Balenciaga
Charme innato, la biondissima Gaia appare impeccabile anche con un semplice paio di jeans. Eleganza disinvolta che non lesina in capi vintage, che abbina con straordinario gusto a tocchi di design contemporaneo. Chanel, Céline, Alexander Wang tra i suoi designer prediletti. Pulizia, sobrietà e minimalismo caratterizzano uno stile sobrio e minimal-chic. Pantaloni capo principe del suo guardaroba, ad evidenziarne la silhouette, ma anche capi dalle proporzioni ampie e teatrali. Black and white e contrasti forti predominano la palette cromatica di un guardaroba che predilige pochi pezzi iconici e strutturati.
La designer alla Paris Fashion Week
Gaia Repossi dopo la sfilata Louis Vuitton (Foto Getty/Petroff-Dufour)
Gaia Repossi è un’icona di stile e trendsetter, incoronata dal Financial Times come l’italiana più elegante al mondo
Uno stile minimal-chic tra camicie strutturate e capi iconici (Foto tratta da Vogue)
Gaia Repossi nel parterre di una sfilata Dior (Foto Elle.fr)
Gaia Repossi alterna con disinvoltura il blazer dal taglio sartoriale e dalle suggestioni vintage al tocco modernista di capi strutturati. Perfetta in camicia sartoriale, la vediamo spesso indossare capispalla in pelle e trench dall’appeal disinvolto. Lo stesso equilibrio tra passato e presente è evidente nei suoi gioielli. Tra le sue fan spiccano nomi del calibro di Emma Watson e Chloë Sevigny. Gaia vive tra Parigi e New York ed è fidanzata con un l’artista Jeremy Everett.
Ci sono film che sono entrati di diritto nell’immaginario collettivo, contribuendo a sdoganare fashion trend divenuti evergreen. Colazione da Tiffany, celebre pellicola del 1961 diretta da Blake Edwards e tratta dall’omonimo romanzo di Truman Capote, è forse il film più amato da tutte le donne: lo stile senza tempo della protagonista, Holly Golightly, mirabilmente interpretata dall’indimenticabile Audrey Hepburn, ha incantato intere generazioni.
La splendida attrice, che solo pochi giorni fa avrebbe compiuto 87 anni (qui un pezzo a lei dedicato) è stata una delle icone di stile più amate nella storia: impossibile dimenticare i fantastici outfit indossati nel film, frutto del sodalizio artistico tra Audrey Hepburn e Hubert de Givenchy, celebre stilista che veste la diva nella pellicola in questione.
Copiare lo stile iconico della protagonista di Breakfast at Tiffany’s non è così difficile: must have irrinunciabile è il tubino nero. Capo principe del guardaroba femminile, il “little black dress” (o LBD) si può indossare in tutte le occasioni, dal giorno alla sera. Audrey Hepburn nel film lo abbina a lunghi guanti neri in raso, occhiali da diva, perle all over e, dulcis in fundo, coroncina in testa. Perfetto per un look sofisticato, il LBD è un capo passepartout, che si abbina facilmente ad un trench doppiopetto dalle linee classiche e a scarpe flat o con tacco basso. Suggestioni vintage dominano l’outfit, perfetto per ogni occasione. Charme, fascino e mistero caratterizzano lo stile ispirato ad Holly Golightly: tripudio di femminilità e grazia nella scelta degli accessori, dai gioielli alle scarpe. Un look perfetto sia per il giorno che per la sera, versatile e dinamico, a seconda degli accessori da abbinare.
Audrey Hepburn in Givenchy nel film “Colazione da Tiffany” (1961)
Occhi da cerbiatto, fisico etereo e un viso che innumerevoli pellicole hanno contribuito ad imprimere in modo permanente nella mente di milioni di persone. Nasceva oggi Audrey Hepburn, mito indimenticabile, icona di stile e di bellezza. All’anagrafe Audrey Kathleen Ruston, la futura diva nacque a Bruxelles il 4 maggio 1929 dall’inglese Joseph Anthony Ruston e dalla sua seconda moglie, la baronessa Ella van Heemstra, un’aristocratica olandese. Non sorprende che in quella figura dal portamento regale e dai modi naturalmente pieni di grazia scorra sangue blu. Il cognome Hepburn fu aggiunto anni dopo dal padre di Audrey. La giovane aveva due fratellastri, Arnoud Robert Alexander e Ian Edgar Bruce, nati dal primo matrimonio della madre, con l’aristocratico olandese Hendrik Gustaaf Adolf Quarles van Ufford. Tra gli avi dell’attrice troviamo personaggi illustri, tra cui Edoardo III d’Inghilterra e James Hepburn, IV conte di Bothwell, quarto Conte di Bothwell, dal quale pare discenda anche Katharine Hepburn.
Il padre di Audrey lavora in una compagnia di assicurazioni britannica ed è costretto a frequenti spostamenti tra Belgio, Paesi Bassi e Regno Unito. Simpatizzante nazista, dopo il divorzio tra lui e la madre di Audrey, avvenuto nel 1935, l’uomo abbandona la famiglia. Per la giovane Audrey è un trauma fortissimo. L’attrice ritroverà più avanti il padre, trasferitosi intanto a Dublino, e lo sosterrà economicamente durante la vecchiaia. Nel 1939 la madre si trasferì insieme ai figli nella città olandese di Arnhem, per cercare di sfuggire agli attacchi nazisti. Qui la piccola Audrey inizia a studiare danza, frequentando il Conservatorio dal 1939 al 1945. Ma nel 1940 Arnhem viene invasa dai tedeschi. Audrey Hepburn durante la guerra cambia il suo nome in Edda van Heemstra, a causa del suono “inglese” del suo vero nome, considerato pericoloso. Nel 1944 la ragazza è divenuta un’étoile e partecipa a spettacoli segreti per raccogliere fondi a favore del movimento di opposizione al nazismo. Nello stesso anno, dopo lo sbarco in Normandia delle forze alleate, i nazisti confiscano le ultime riserve di cibo della popolazione olandese, insieme alle scorte di carburante. Le case sono prive di riscaldamento e le persone continuano a morire per la fame e il freddo. Audrey patisce la fame sulla propria pelle. A causa della malnutrizione sviluppa delle patologie. Il trauma resterà indelebile nella sua memoria e condizionerà le future scelte della diva. Trasferitasi ad Amsterdam, dove continua i suoi studi di danza, nel 1948 parte alla volta di Londra.
Verso il 1944 Audrey era divenuta una ballerina a tutti gli effetti. Partecipava a spettacoli organizzati in segreto per la raccolta fondi a favore del movimento di opposizione al nazismo. Anni dopo disse: «Il miglior pubblico che io abbia mai avuto non faceva il minimo rumore alla fine dello spettacolo[8]». Dopo lo sbarco in Normandia delle forze alleate, la situazione sotto gli occupanti nazisti peggiorò. Durante la carestia dell’inverno 1944, la brutalità crebbe e i nazisti confiscarono le limitate riserve di cibo e carburante della popolazione olandese. Senza riscaldamento nelle case o cibo da mangiare, la popolazione moriva di fame o di freddo nelle strade. Sofferente per la malnutrizione, la Hepburn sviluppò diversi problemi di salute e l’impatto di quei tempi difficili avrebbe condizionato i suoi valori per il resto della vita.
Audrey Hepburn nacque a Bruxelles il 4 maggio 1929
Audrey Hepburn in “Sabrina” (1954)
L’attrice in uno scatto di Mark Shaw, 1953
Audrey Hepburn in una foto di Bud Fraker, 1953
(Foto Bud Fraker)
Dopo un soggiorno di tre anni ad Amsterdam, dove continuò i suoi studi di danza, Audrey Hepburn si trasferì a Londra nel 1948. Qui prese lezioni da Marie Rambert, tra i cui allievi spiccava il famoso ballerino Vaclav Nižinskij. Ma Audrey, troppo alta per gli standard dell’epoca (1 metro e 67) e provata dalla malnutrizione, ha un futuro incerto come étoile. Delusa nel dover accantonare il suo sogno, la ragazza tenta allora la carriera di attrice. Dopo i primi ruoli a teatro, nel 1951 arriva il grande schermo, con il film One Wild Oat. La scrittrice Colette la sceglie per interpretare la protagonista del suo romanzo Gigi, che era stato trasformato in una commedia per Broadway. Grazie a questa interpretazione Audrey Hepburn vince il premio Theatre World Award. Il primo ruolo importante è nel 1952, nel film The Secret People: il ruolo di una ballerina le calza a pennello, in una interpretazione fortemente voluta dalla protagonista del film, Valentina Cortese. Nello stesso anno la Hepburn gira Vacanze romane. Inizialmente il regista Wyler voleva Elizabeth Taylor. Ma qualcosa accadde durante il provino della giovane Audrey Hepburn. La sua innocenza, l’aria buffa e l’espressività del suo volto ammaliano Wyler, che la trova assolutamente perfetta per il ruolo della principessa Anna. Quella giovane attrice, ancora alle prime armi, colpisce anche Gregory Peck, protagonista maschile della pellicola: l’attore chiese che venisse messo in risalto il nome della Hepburn accanto al proprio, dicendosi certo che la giovane avrebbe vinto l’Oscar. E questo fu esattamente quanto accadde di lì a poco. Nel 1954 Audrey Hepburn vinse l’Oscar come migliore attrice protagonista nel suo primo film importante. Inoltre si aggiudicò anche un NTFCC e un BAFTA.
SFOGLIA LA GALLERY:
Audrey Hepburn. Foto di Howell Conant 1962
Audrey Hepburn per LIFE Magazine, 1955, foto di Philippe Halsmann
Audrey Hepburn in “Sabrina” (1954)
Audrey Hepburn in “Sabrina” (1954)
Audrey Hepburn in Givenchy, foto di Howell Conant, febbraio 1962
Audrey Hepburn a Beverly Hills, foto di Bob Willoughby, novembre 1958
Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany” (1961)
Audrey Hepburn nei panni di Holly Golightly
Audrey Hepburn in uno scatto di August Mc Bean, 1951
Audrey Hepburn per Valentino, Vogue Italia, Roma 1969, foto di Gian Paolo Barbieri
Audrey Hepburn in Valentino, Vogue Italia, Roma 1969, foto di Gian Paolo Barbieri
Foto di Bert Stern, 1963
Audrey Hepburn per Harper’s Bazaar, foto di Richard Avedon, settembre 1961
Audrey Hepburn in “Cenerentola a Parigi”
Una scena di “Cenerentola a Parigi”
Con Gregory Peck in “Vacanze Romane”
In “Sabrina”
Audrey Hepburn in “Cenerentola a Parigi”
Audrey Hepburn in “My Fair Lady”
Uno scatto in bianco e nero di Audrey Hepburn
Audrey Hepburn in Cecil Beaton per ‘My Fair Lady’. (Foto di Cecil Beaton)
Una scena di “Colazione da Tiffany)
Il film successivo è Sabrina, di Billy Wilder, accanto a Humphrey Bogart e William Holden. A vestire l’attrice in questo film è Hubert de Givenchy. Sabrina è la storia di una moderna Cenerentola, la parabola di una ragazza semplice che torna da Parigi trasformata in una diva, sofisticata e sicura di sé. La Hepburn riceve una seconda nomination all’Oscar. Non vince ma ormai è nell’Olimpo. Il sodalizio con Givenchy durerà per tutta una vita. Lui, convinto inizialmente di trovarsi davanti Katherine Hepburn, resta affascinato dal fascino della giovane Audrey. Fisico sottile e volto perfetto, Audrey Hepburn incarna una bellezza assolutamente inedita e unica nel panorama degli anni Cinquanta. Non più curve esplosive ma una ventata di freschezza che rivoluziona gli standard dell’epoca. Come la stessa Hepburn dichiarerà, la sua bellezza non è nelle forme ma è nello stile, sofisticato ed iconico. Musa di Givenchy, André Courrèges, Valentino Garavani, viene ritratta dai più grandi, da Richard Avedon all’amico Cecil Beaton, solo per citarne alcuni. Innumerevoli le cover che la immortalano, da Life a Vogue. Nessuna più di lei è entrata nell’immaginario collettivo: dopo tante pellicole, da Cenerentola a Parigi a La storia di una monaca, con cui l’attrice si impone per la sua straordinaria interpretazione, fino a Sciarada, la ritroviamo in tubino nero, filo di perle e coroncina, persa nell’alba newyorkese, che la vede sgranocchiare un croissant sognando davanti alle vetrine di Tiffany. Impossibile immaginare qualcun altro al posto suo per interpretare Holly Golightly: strampalata quanto basta, deliziosamente sopra le righe, ironica ma anche drammatica, vulcanica, semplicemente irresistibile. La classe innata e lo stile che ha fatto storia sono legati indissolubilmente a Colazione da Tiffany, film del 1961 tratto dal romanzo di Truman Capote e diretto da Blake Edwards, che consacra l’attrice come musa di intere generazioni. Presenza fissa dell’International Best Dressed List, Audrey Hepburn è un’icona di stile amata come poche.
Audrey Hepburn ritratta da Bud Fraker, Los Angeles, California, Aprile 1956
Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany”, 1961 (Foto Corbis)
Audrey Hepburn in uno scatto di Bob Willoughby, 1963
Foto di Cecil Beaton, 1964
Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany” (1961). Foto di Bud Fraker
Innumerevoli sono intanto i premi e riconoscimenti che riceve, mentre gli attori sgomitano per lavorare con lei. Nel 1964 la sua carriera mette a segno un altro successo, con My Fair Lady. Perfettamente a suo agio nel ruolo di Eliza Doolittle, il film musicale ne consacra la fama. Intanto la vita privata non le riserva la stessa felicità: durante le riprese di Sabrina ha una relazione con William Holden, osteggiata dalla casa di produzione, che vietava agli attori legami affettivi. Nel 1954 l’attrice sposa il collega Mel Ferrer. Dopo diversi aborti spontanei dà alla luce il loro unico figlio, Sean, nato a Lucerna il 17 luglio 1960. Nel 1968 divorzia da Ferrer e si unisce in seconde nozze con Andrea Dotti, psichiatra romano. Una gravidanza difficile la costringe a letto fino alla nascita del secondo figlio, Luca, nato l’8 gennaio 1970. Ma anche questo matrimonio fallisce, a cause dei numerosi tradimenti di Dotti. Altre relazioni con Ben Gazzara e Robert Wolders, con cui visse fino alla morte.
L’ultima apparizione sul grande schermo fu nel film di Steven Spielberg Always-Per sempre, nel 1988, dove la Hepburn interpretava un angelo di nome Hap. Negli ultimi mesi della sua vita lavorò in televisione, presentando il programma Gardens of the World with Audrey Hepburn. La prima puntata andò in onda il giorno successivo alla sua morte. Negli ultimi anni della sua breve vita numerosissimi furono i riconoscimenti speciali, tra cui il Golden Globe nel 1990 e, nel 1992, il SAG e il BAFTA alla carriera.
Nel 1992 le venne diagnosticato un cancro al colon in fase terminale. L’attrice morì ad appena 63 anni, il 20 gennaio 1993 a Tolochenaz (Canton Vaud, Svizzera), dove fu sepolta. Lo stesso anno della sua morte, il figlio Sean fondò l’Audrey Hepburn Children’s Fund per favorire la scolarizzazione nei Paesi africani. La diva aveva dedicato gli ultimi anni della sua vita ad aiutare i bambini africani. Poliglotta e dall’animo nobile, fu nominata ambasciatrice UNICEF. «Chi non crede nei miracoli, non è realista», era solita ripetere. Tante le sue missioni, dall’Etiopia all’America Latina alla Somalia, viaggio che definì apocalittico. Nel 1992 il Presidente degli Stati Uniti, George H. W. Bush, la premiò con uno dei più importanti riconoscimenti attribuibili a un civile statunitense, la Medaglia Presidenziale della Libertà (Presidential Medal of Freedom), per il suo impegno con l’UNICEF. Nel 2011, i figli Sean e Luca hanno promosso in Italia il club di donatori UNICEF Amici di Audrey.
La svolta è di portata storica: la moda è ufficialmente sbarcata a Cuba. Non un nome qualunque, per l’apertura dell’isola al fashion biz, ma una delle maison più prestigiose al mondo ha aperto la strada alla rivoluzione cubana: Chanel. Karl Lagerfeld non aveva dubbi e anche stavolta si conferma perfetto deus ex machina nel mettere a segno un nuovo successo. Ha sfilato a L’Avana, nel celebre viale El Paseo del Prado, la collezione Chanel Cruise 2017. Tra le modelle spiccano nomi del calibro di Mariacarla Boscono, Stella Tennant, Kendall Jenner.
Sono passati ben 54 anni dalla ripresa dei rapporti diplomatici tra Stati Uniti e Cuba. Tante sono le personalità che hanno dato il via a una nuova rete di relazioni diplomatiche con l’isola, da Papa Francesco a Obama. L’ex colonia spagnola ora si apre alla moda. I riferimenti storici ed estetici non mancano di certo: tra passato e presente, Cuba si rivela una location pregna di suggestioni mirabili. Fascino esotico e charme caraibico si sposano perfettamente con lo stile coloniale, che profuma di antico. Tra macchine d’epoca e colori vitaminici, l’aria è pervasa da allegria e leggerezza. In passerella cinquanta modelle si alternano ad altrettante bellezze locali.
Un défilé ricco di suggestioni. Calca la passerella (lunga ben 160 metri) una viaggiatrice dall’animo globetrotter. L’identità della maison si arricchisce di nuove sfumature esotiche che traggono linfa vitale dai fasti del passato. Lo stile coloniale viene rivisitato in chiave glamour e contemporanea, per una donna che affronta la vita con animo gipsy. Panama d’ordinanza e giacche sartoriali dal taglio maschile; e, ancora, trionfo di colori pastello in alternanza a pattern tropicali. Non mancano le citazioni e i richiami al glorioso passato della maison, come il basco in stile Che Guevara impreziosito da paillettes e le silhouette che ricordano i Roarin’ Twenties. Tra gli ospiti del défilé Gisele Bundchen e Vin Diesel, ma anche Antonio Castro, nipote di Fidel.
Panama e stile coloniale in passerella (Foto Lapresse)
(Foto Elle.it)
In passerella 50 modelle e 50 bellezze locali (Foto Lapresse)
Atmosfere esotiche e pattern tropicali (Lapresse)
La sfilata è stata accolta come un vero evento: gli ospiti hanno alloggiato nella prestigiosa cornice dell’Hotel Nacional, sito sul lungomare de L’Avana. Tra giardini tropicali e suggestioni Art Déco, non manca un tuffo nella storia: star del calibro di Gary Cooper e Ava Gardner hanno alloggiato qui. Nulla è stato lasciato al caso: la maison Chanel si è presa cura dei suoi ospiti dotandoli di un kit da viaggio completo, per fronteggiare al meglio i postumi del jet lag. Creme idratanti, maschere rilassanti, mascherina con doppia C, melatonina, lozione anti zanzare e un ventaglio bianco: questo nel kit fornito agli ospiti, che sono anche stati scortati al défilé a bordo di lussuose automobili d’epoca coloratissime.
Mariacarla Boscono in passerella (Foto Lapresse)
Cuba si apre alla moda grazie a Lagerfeld (Foto Lapresse)
Gisele Bundchen tra gli ospiti del défilé (Foto Lapresse)
#CHANELCRUISECUBA è l’hashtag ufficiale che ha permesso al mondo intero di seguire live il défilé sui social network. Inoltre fino al 12 maggio è aperta la mostra di Karl Lagerfeld nella galleria Factorìa Habana: “Obra en Proceso/Work in Progress” è una retrospettiva di oltre 200 immagini realizzate da Kaiser Karl. Moda, paesaggi e architettura, i temi principali.
Se ne andava il 3 maggio 1987 una delle donne più affascinanti del mondo della musica: Dalida. Cantante e attrice di successo, icona di bellezza e regina dei tabloid, Dalida si tolse la vita con un’overdose di barbiturici, sconfitta dalla depressione. Il male oscuro l’accompagnava da tempo, e diversi erano stati i tentativi di suicidio, successivi alla morte di Luigi Tenco, sebbene il legame sentimentale con quest’ultimo, attribuitole dalla stampa dell’epoca, non fu mai confermato ufficialmente. Oltre 170 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, alla bellissima cantante sono stati dedicati anche dei film: il prossimo è in uscita. Ad interpretare la diva, la modella e attrice Sveva Alviti.
All’anagrafe Iolanda Cristina Gigliotti, Dalida nacque al Cairo il 17 gennaio 1933 da genitori calabresi originari di Serrastretta, in provincia di Catanzaro. Il padre Pietro era primo violino all’Opera del Cairo. Nonostante uno strabismo che la costrinse a sottoporsi a diversi interventi chirurgici, la giovane Iolanda diventa una bellissima donna. Viso perfetto, mascella volitiva e corpo sinuoso, la giovane appena diciassettenne vince il concorso di bellezza Miss Ondine e, successivamente, Miss Egitto, che le apre le porte del mondo del cinema. Nei primi anni Cinquanta arrivano le prime parti in pellicole internazionali. Nel 1954 il trasferimento a Parigi.
Nel 1956 la giovane adotta il nome d’arte Dalila, ispirandosi al film del 1949 Sansone e Dalila. Ma poco dopo cambia il soprannome in Dalida, su consiglio dello scrittore Albert Machard. Il primo disco d’oro non si fa attendere; seguono le versioni francesi di canzoni che hanno fatto storia, tra cui Come prima, Piove di Domenico Modugno e Gli zingari (Les gitans), canzone creata da Hubert Giraud per il Coq d’Or de la chanson française del 1958 e che Dalida cantò in Italia nella trasmissione Il Musichiere, condotta da Mario Riva.
All’anagrafe Iolanda Cristina Gigliotti, Dalida nacque al Cairo il 17 gennaio 1933
Fisico da pin up, Dalida giù durante l’adolescenza si aggiudica diverse fasce da miss
Dalida insieme a Luigi Tenco
Come una vera diva, Dalida posò per innumerevoli servizi fotografici
Bellezza iconica degli anni Settanta
Nel 1961 e nel 1962 si aggiudica l’Oscar per la canzone. Nel 1964 entra nella storia, essendo la prima donna a vincere il disco di platino per aver venduto oltre 10 milioni di dischi; nello stesso anno segue il Tour de France (vinto da Jacques Anquetil), cantando più di duemila canzoni lungo i 2900 km percorsi. Tra le canzoni che riadatta anche la celebre La vie en rose. Il 18 giugno ottiene il titolo di Commendatore delle Arti, delle Scienze e delle Lettere, conferitole dal presidente francese Charles De Gaulle, e il 5 dicembre fu la prima donna nella storia a ricevere la medaglia della Presidenza della Repubblica. Lo stesso anno partecipa al Cantagiro. In Italia è una star, presenza fissa in programmi televisivi accanto a Little Tony, Gianni Morandi e altri.
La vita privata della bella cantante fu alquanto turbolenta: nel 1961 sposò Lucien Morisse, direttore di Radio Europe 1, matrimonio che Dalida interruppe dopo appena un mese, quando incontrò Jean Sobieski, giovane attore e pittore. Tra i due nacque una forte passione. Intanto grazie alle nozze con Morisse, la cantante fu naturalizzata francese, con il nome di Yolanda Gigliotti, pur mantenendo la cittadinanza italiana. Tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta Dalida intraprese una serie di viaggi in Nepal come percorso di ricerca interiore. Nel 1962 acquistò la villa in rue d’Orchampt, sulla collinetta di Montmartre, dove vivrà fino alla morte.
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Dopo una storia di tre anni con Christian de la Mazière, nel 1966 inizia la relazione più importante per Dalida: la bella cantante fa ora coppia fissa con Luigi Tenco. Belli e dannati, i due sembrano fatti l’uno per l’altra, ma molti insinuano che sia solo una trovata pubblicitaria della casa discografica. I due partecipano al Festival di Sanremo del 1967 con la canzone Ciao amore ciao, scritta da Tenco. La canzone venne tuttavia eliminata dalla giuria: è l’inizio di un dramma destinato a tenere banco per oltre trent’anni nella cronaca nera del nostro Paese. Tenco, fascino tenebroso e talento unico nel panorama musicale italiano, avverte questa come l’ennesima sconfitta; il mancato riconoscimento da parte della giuria sanremese, poco propensa per antonomasia ad aprirsi al nuovo, getta il cantante nel più nero sconforto. Lasciato l’Ariston per ritirarsi nella sua camera d’albergo, Tenco resta da solo fino a quando Dalida, preoccupata, decide di raggiungerlo. Ma lì la cantante avrà il dolore più grande della sua vita: Luigi Tenco, appena ventisettenne, giace a terra senza vita. Le circostanze non furono mai chiarite e l’ipotesi del suicidio, inizialmente data per certa, nel corso degli anni è stata oggetto di numerose speculazioni. Ma per Dalida, già provata dalla vita, perdere Tenco è un lutto da cui non si riprende più. Tornata in Francia, decide di farla finita: il piano che mette a punto è perfetto, degno del migliore film noir. La famiglia la crede in Italia, mentre lei, recatasi all’Hotel Principe di Galles di Parigi, ingerisce una dose letale di barbiturici. Ma viene prontamente soccorsa da una cameriera e portata in ospedale, dove si risveglia sei giorni dopo.
La bella cantante in una foto degli anni Settanta
Nelle vene di Dalida scorreva sangue calabrese
Tanti i successi musicali della cantante
Qualche mese dopo inizia una relazione con uno studente ventiduenne di nome Lucio. La cantante resta incinta e decide di abortire; non essendo la procedura ancora legale, si sottopone ad un intervento clandestino in Italia, che la rende sterile. Il dolore è insopportabile. Dalida è una donna forte e intelligente, cerca di sconfiggere i suoi fantasmi attraverso la psicoanalisi; tra il 1969 e il 1971 ha una relazione col filosofo Arnaud Desjardins. Ma anche questa volta l’amore le volta le spalle; lui si rivela infatti già sposato. Nel 1970 il colpo che le è fatale: Lucien Morisse, suo ex marito e protettore ai suoi albori nel mondo musicale, si toglie la vita. Due anni più tardi la bellissima cantante inizia una liaison con Richard Chanfray; nonostante i caratteri ribelli, sarà la relazione più lunga della sua vita. Ma nel 1981 anche Chanfray decide di farla finita, suicidandosi insieme alla nuova compagna. Nel 1985 Dalida vive l’ultimo amore con il medico François Naudy. Dopo un secondo tentativo di suicidio, nel 1977, Dalida nel 1986 torna al Cairo, che le ha dato i natali, per interpretare il personaggio di Saddika nel film Le sixième jour. La catarsi è totale: troppi i punti in comune con questa donna disperata. Per Dalida è un confronto con se stessa. Saddika sembra impossessarsi di lei, fragile e provata dalla vita. Una grave forma di depressione ne mina il già precario equilibrio; infine, la più tragica decisione. La bella cantante, simbolo degli anni Settanta, trova la morte nella notte tra il 2 e il 3 maggio 1987. Stavolta nessuno può salvarla. Ma il suo mito non smette di affascinare. Dopo l’interpretazione di Sabrina Ferilli, presto un nuovo film sulla cantante: nei suoi panni la bella attrice e modella Sveva Alviti.
Ci sono icone il cui fascino resta indelebilmente scolpito nell’immaginario collettivo di intere generazioni. Modella, attrice, icona di stile, socialite e attivista politica, Bianca Jagger è riuscita come poche a sfatare il vecchio ma sempreverde tabù che guarda con sospetto al connubio di bellezza e intelligenza.
Sopravvissuta brillantemente agli eccessi della New York anni Settanta, la sua bellezza da copertina ha ammaliato fotografi del calibro di Cecil Beaton, Richard Avedon, Patrick Lichfield, solo per citarne alcuni; ma spenti i riflettori sul suo matrimonio celebre con il divo per antonomasia, Mick Jagger, anche dopo essere uscita da anni dalle luci della ribalta, la ritroviamo, senza un briciolo di botox, ancora bella alla veneranda età di 71 anni, in prima linea nella lotta per i diritti umani.
All’anagrafe Bianca Pérez-Mora Macias, la futura icona di stile nasce a Managua, Nicaragua, il 2 maggio 1945. Suo padre era un mercante e la madre una casalinga. I due divorziarono quando Bianca aveva dieci anni e lei e i suoi due fratelli vennero affidati alla madre. Non ancora ventenne, la giovane Bianca ottenne una borsa di studio per andare a Parigi, dove frequentò con profitto il prestigioso Istituto di studi politici di Parigi, conosciuto come Sciences Po. Erano gli anni della Beat Generation e della contestazione giovanile; anni impegnati, anni divisi tra lotte studentesche e vita notturna. Influenzata da Gandhi e dalla filosofia orientale, Bianca si recò diverse volte in India.
Bianca Jagger in uno scatto di Richard Avedon, 1972
Una foto del 1971
Bianca Jagger in una foto di Patrick Lichfield, 1976
Bianca Jagger alla sua festa di compleanno allo Studio 54, foto di Rose Hartman, 1977
Nel settembre 1970 l’incontro della vita: a Parigi, ad un party dopo un concerto dei Rolling Stones, Bianca incontra Mick Jagger. Lei, procace bellezza esotica, sembrava fatta apposta per lui, strampalato e ribelle. Opposti eppure complementari, come accade spesso in amore: e fu certamente amore a prima vista per i due, che convolarono a nozze il 12 maggio 1971 a Saint-Tropez, con rito cattolico. Un matrimonio entrato nella storia: incinta di quattro mesi, il décolleté sembrava sul punto di esploderle sotto al tailleur maschile bianco disegnato per lei da monsieur Yves Saint Laurent. Le foto iconiche degli sposi che lasciano la chiesa a bordo della macchina sono entrate nella storia. Lui, alticcio, perso nei fumi della sua fama, e lei, compagna fidata e fedele, sempre pronta a riportarlo a terra con il suo amore. La loro unica figlia, Jade, nacque a Parigi il 21 ottobre 1971.
In tuxedo, 1979
Bianca Jagger in una foto di Ron Galella, 1974
Bianca Jagger in uno scatto di Terry O’Neill, 1978
Bianca Jagger, foto di Cecil Beaton, 1978
SFOGLIA LA GALLERY:
Bianca Jagger a Monaco, 1980 circa
Foto di Andy Warhol, 1981
Bianca in Yves Saint Laurent, 1978
In Halston, foto di Roy Galella, 1980
Foto del 1974
Foto di Ron Galella, 1979
Foto di Francesco Scavullo
Bianca Jagger e Mick Jagger, foto di Peter Beard, 1972
Foto di Michael Putland, 1974
Bianca Jagger in uno scatto di Mike Lawn, 1972
ARCHIVES – BIANCA JAGGER ET DAVID BOWIE SORTANT D’ UNE SOIREE A PARIS
[NEW YORK CITY – DECEMBER 6: Bianca Jagger and designer Halston attend The Metropolitan Museum Of Art Costume Exhibition of “The Glory Of Russion Costume” on December 6, 1976 at the Metropolitan Museum of Art in New York City. (Photo by Ron Galella, Ltd./Wireimage)] *** []
Bianca in Zandra Rhodes, Sunday Times, 1972
Bianca Jagger, 1989, foto di David Macgough
Foto di Rose Hartman, 1978
Bianca Jagger, foto di Cecil Beaton, 1978
Bianca Jagger, foto di Norman Parkinson
Lee Radziwill, Mick e Bianca Jagger ritratti da Peter Berard a Montauk, 1972
1970
Björn Borg e Bianca Jagger allo Studio 54, 1978
Bianca in una foto di Richard Corkery, Studio 54, 1977
Bianca Jagger, foto di François Lamy per Vogue, 1980
Bianca in una foto di Annie Leibovitz, 1975
Bianca Jagger, foto di David Bailey, Vogue 1974
Bianca e Nathalie Delon, New York, 1974
Bianca allo Studio 54, 1977
Bianca e Mick Jagger, foto di Patrick Lichfield, 1976
Foto di Andy Warhol, 1980
Foto di Cecil Beaton, 1978
Bianca Jagger per Interview, numero di Andy Warhol, foto di Francesco Scavullo, 1973
Bianca Jagger al Bardney Pop Festival, 1972, foto di Leslie Lee
Bianca Jagger in Halston, 1979
Bianca Jagger in Ossie Clark, 1972
Bianca Jagger a Long Island, foto di Harry Benson, 1977
Bianca e Mick Jagger allo Studio Pilar, 1975
Bianca Jagger in una foto di Ron Galella, 1977
Foto di Ron Galella, 1978
Bianca Jagger in una foto di Ron Galella, 1983
Bianca Jagger nel front-row di una sfilata, 1971
Bianca Jagger al tour dei Rolling Stones, 1975
Mich e Bianca Jagger a Saint-Tropez, 1971
Foto di Warhol, 1975
La socialite in una polaroid di Andy Warhol, 1978
Bianca e Mick Jagger, foto di Ron Galella, 1974
Bianca Jagger per il Telegraph, foto di Pat Booth, 1979
Una foto di Bianca Jagger
Bianca Jagger in Zandra Rhodes, Sunda Times, 1972
Bianca Jagger, foto di Francesco Scavullo, 1976
Il matrimonio tenne banco su tutti i tabloid: Bianca e Mick erano la coppia più paparazzata, protagonisti indiscussi del jet set internazionale. Ma le nozze durarono solo otto anni. Nel maggio 1978 arrivò inesorabile il divorzio: Bianca, personalità e grinta da vendere, non poteva certo accettare lo scotto del tradimento di Mick, che ormai faceva quasi coppia fissa con la modella Jerry Hall, biondissima e algida, così diversa da lei. Bianca ricorderà il matrimonio dicendo che si concluse lo stesso giorno in cui venne celebrato.
Intanto lei era entrata di diritto nell’Olimpo dello stile: nessuna riusciva ad unire la sua naturale carica erotica, potenzialmente esplosiva, impressa nel DNA sudamericano, ad una sofisticata eleganza di stampo europeo. Pelle ambrata, labbra carnose e occhi profondi, la vediamo fare un ingresso trionfale allo Studio 54 -di cui era presenza fissa- in sella ad un cavallo bianco, nel giorno del suo compleanno, o in una delle innumerevoli uscite ufficiali al fianco di Mick: belli e dannati, ma anche iconici nel loro stile inimitabile. Musa di designer del calibro di Halston e Yves Saint Laurent, trendsetter ante litteram, il suo era uno stile tipicamente Seventies: tra turbanti e dettagli glam, dai lunghi abiti costellati da profondi drappeggi e scollature mozzafiato, fino all’iconico tuxedo maschile, che non ne offuscava mai la linea sinuosa. Presenza fissa della International Best Dressed List, il suo stile è entrato nella storia del costume, divenendo emblema degli anni Settanta.
Bianca Jagger è stata fotografata dai più grandi, dall’intimo amico Andy Warhol a Cecil Beaton, da Francesco Scavullo a Patrick Demarchelier. Innumerevoli le cover, a partire da Vogue UK del 1974. Inoltre prese parte anche a diverse pellicole come attrice.
In Zandra Rhodes, per il Sunday Times, 1972
Ancora uno scatto per il Sunday Times, 1972
Bianca Jagger in uno scatto di George Hurrell, 1977
Bianca Jagger in una polaroid di Andy Warhol, 1979
Bellezza esotica e charme europeo, Bianca Jagger era richiestissima come modella
Bianca Jagger negli anni Settanta
Mick e Bianca Jagger nel giorno del loro matrimonio, Saint-Tropez, 1972
Non solo mondanità ma anche impegno sociale per la bella Bianca. Dopo aver cominciato, ancora giovanissima, ad interessarsi di cause sociali e di diritti umani, si espresse più volte su temi come il genocidio, la guerra in Iraq, i crimini contro l’umanità e i cambiamenti climatici. Inoltre si schierò apertamente a favore dei diritti delle donne e contro la pena di morte. Nel 1972, dopo il terremoto che distrusse il Nicaragua, organizzò il primo concerto a scopo benefico della storia. Dopo aver istituito la Bianca Jagger Human Rights Foundation, di cui è a capo, dal 2003 è ambasciatrice del Consiglio d’Europa e membro del consiglio esecutivo di Amnesty International. Tra le maggiori attiviste politiche, vanta collaborazioni con diverse organizzazioni umanitarie, tra cui Human Rights Watch. Nonna felice di Assisi Lola (nata nel 1992) e Amba Isis (nata nel 1996), nel 2014 è diventata bisnonna.
Halston, Bianca Jagger e Liza Minelli, foto di Ron Galella, Studio 54, 1978
Bianca Jagger ritratta da Eric Boman per Vogue, 1974
La bella Bianca Jagger fin dalla giovinezza era interessata alle cause umanitarie
Bianca Jagger, foto di George Hurrell, 1978
Bianca Jagger in una foto di Jeannette Montgomery Barron, 1983
Il nome di Bonnie Cashin probabilmente ai più dirà poco. Ma non agli amanti del vintage, che ne venerano l’incommensurabile talento. Secondo gli storici della moda è stata la designer più innovativa d’America. Un talento senza precedenti, innumerevoli riconoscimenti, Bonnie Cashin vestì icone del calibro di Marlene Dietrich e il suo stile lasciò un’impronta indelebile nella storia del costume. Finalmente un libro edito da Rizzoli ne celebra la grandezza.
Bonnie Cashin: Chic Is Where You Find It è il titolo del volume, scritto dalla storica Stephanie Lake, una delle voci più autorevoli nella storia della moda, nonché intima amica della stilista statunitense, scomparsa nel 2000. Dalla sua morte, Stephanie Lake ha trascorso i successivi 15 anni a studiarne lo smisurato archivio cartaceo e fotografico, cercando di ricostruirne la vita. Un libro concepito nel corso delle conversazioni quotidiane che lei e la designer, ormai anziana, erano solite intrattenere. Innovatrice, futurista, proiettata nel futuro, Bonnie Cashin viene dipinta con tutta la sua carica vitale e le sue idee sulla vita e la moda, alquanto progressiste.
Una voce fuori dal coro, in tempi in cui la ribellione non era concepibile, Bonnie Cashin spiccava per il suo individualismo. Pragmatica e realista, aveva il piglio della capitalista e da sola riuscì a mettere in piedi un impero. Le sue idee erano antitetiche a certa frivolezza tipica degli anni Cinquanta, decennio che consacrò la sua fama a livello mondiale. Pochi sanno che Bonnie Cashin è forse la designer più copiata in assoluto: il suo stile ha influenzato nomi del calibro di Phoebe Philo per Céline, Tom Ford, Chloé, Nicolas Ghesquière per Balenciaga, solo per citarne alcuni.
Bonnie Cashin nacque il 28 settembre 1908 a Oakland, California
Dorian Leigh con una cappa Bonnie Cashin
La sua carriera iniziò negli anni Trenta e si concluse negli anni Ottanta
Nata il 28 settembre 1908 a Oakland, California, figlia di Eunice, sarta, e Carl, fotografo. La giovane Bonnie studiò alla Hollywood High School, alla Chouinard School of Art di Pasadena e alla Art Students’ League di Manhattan, ma non riuscì a conseguire alcun attestato. Considerata pioniera del ready-to-wear e madre dello sportswear, il suo approccio alla moda era di tipo intellettuale: per lei la moda era un’arte cinetica. Il comfort era quindi la parola chiave per i suoi capi: dal poncho alle tuniche fino ai cappotti e ai kimono di chiara ispirazione cinese. Innovativa anche la scelta dei materiali usati, tra cui pelle, mohair, tweed, cashmere, lana e jersey. La sua carriera iniziò a Manhattan, dove si trasferì nel 1933. Qui iniziò a lavorare come costumista al Roxy Theatre. La mole di lavoro era enorme e Bonnie da sola creava migliaia di costumi. Ad appena 19 anni fece già parlare di sé, e venne proclamata la più giovane designer ad avere lasciato un segno a Broadway.
Nella primavera del 1937 i suoi abiti apparvero su Harper’s Bazaar. Nel 1940 Bonnie Cashin fu protagonista indiscussa del primo numero della rivista che non prevedeva capi provenienti da Parigi, a causa della guerra. Carmel Snow, all’epoca direttrice della prestigiosa rivista, famosa per essere una talent scout ante litteram, restò fortemente colpita da quei capi che anticipavano lo sportswear. Fu lei a credere per prima nelle capacità di Bonnie, che non aveva credenziali né titoli di studio. Carmel Snow la mise in contatto con Louis Adler, che aveva una linea di capi e capispalla prestigiosi. Da lì nacque la collaborazione tra i due: dal 1937 al 1942 Bonnie disegnò cappotti e abiti per Adler & Adler.
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Un ritratto della stilista
Moda innovativa e comoda
Bonnie Cashin è considerata madre dello sportswear
La stilista è stata insignita con 5 Coty Award
(Foto Harper’s Bazaar)
Bonnie Cashin è stata una dei designer più influenti
Pragmatica e innovativa, fu una businesswoman ante litteram
Gene Tierney in Bonnie Cashin nel film “Laura” (1944)
Una foto della stilista
Sfilata Bonnie Cashin, 1968
Bonnie Cashi, Vogue, dicembre 1952
Gene Tierney in Bonnie Cashin nel film “Laura” (1944)
Un capo anni Sessanta
Giacca e gonna in tweed e suede Bonnie Cashin, Vogue 1964
Abito in cashmere e lana mohair Bonnie Cashin, 1957
Un ritratto della stilista, che indossava solo abiti delle sue collezioni
Virginia Taylor in maglia in cashmere Bonnie Cashin, Vogue 1956
La copertina del libro edito da Rizzoli
Nel 1943, tornata in California, disegnò i costumi di oltre 60 film della Twentieth Century-Fox, tra cui Laura, con la splendida Gene Tierney (1944). Nel 1949 tornò a New York. L’anno seguente, nel 1950, fu insignita del Neiman Marcus Fashion Award e del Coty Fashion Critic’s Award. I prezzi dei suoi capi andavano dai 14.95 dollari per un impermeabile in plastica fino ai 2,000 dollari per un kimono di pelliccia. Nel 1953 creò una società con Philip Sills, che importava pellami. Bonnie Cashin fu pioniera nell’uso della pelle per l’alta moda. Il suo stile di vita globetrotter la indirizzò nella creazione di un guardaroba flessibile, all’insegna della praticità, per moderne nomadi. Spirito gipsy, al centro delle sue ispirazioni vi era l’Oriente. Nel 1962 la designer lanciò Coach, un brand di borse e accessori femminili, insieme a Miles e Lillian Cahn, che creavano portafogli maschili. Disegnò inoltre per American Airlines, Samsonite, Bergdorf Goodman, White Stag e Hermès. Fu la prima designer americana ad avere una boutique da Liberty, a Londra.
Nel corso della sua lunga carriera si cimentò con successo nella maglieria, nella creazione di guanti, biancheria per la casa, ombrelli, impermeabili, cappelli e pellicce. Fu premiata con il Coty Award (precursore del CFDA Award) per ben cinque volte, entrando nella loro Hall of Fame nel 1972. Adorata tra gli altri da Diana Vreeland, che ne ammirava l’audacia, Bonnie Cashin creò un’azienda da sola, la cui unica dipendente fu la madre. Animata da grande integrità morale e da un carattere granitico; femminista anche litteram, era felicemente single, in un’epoca in cui chi non era sposata veniva guardata con sospetto.
(Foto Harper’s Bazaar)
Cappa Bonnie Cashin, foto di Francesco Scavullo, 1966
Bonnie Cashin fu scoperta da Carmel Snow, direttrice di Harper’s Bazaar, che per prima ne intuì il talento
Dopo una lunga attività, iniziata negli anni Trenta, nel 1985 arrivò il ritiro, per dedicarsi alla pittura e alla filantropia. La stilista morì a New York il 3 febbraio 2000 per complicanze durante un intervento chirurgico al cuore. Una Fondazione ne conserva lo smisurato archivio: ed è proprio Stephanie Lake la persona designata per preservarne l’eredità. I capi di Bonnie Cashin sono conservati anche in alcuni musei, come il FIT, il Metropolitan Museum of Art e lo Smithsonian.
Bonnie Cashin: Chic Is Where You Find It è la prima monografia dedicata alla designer. Stephanie Lake ci accompagna in un viaggio attraverso la mente della stilista. Diretta, onesta, outsider nel fashion biz, iconoclasta. Attraverso materiale inedito ne riscopriamo l’immenso talento. 300 pagine ricche di aneddoti di vita vissuta tracciano un adorabile ritratto di una donna dalla personalità scoppiettante. “La moda è adesso. La moda è accettazione. La moda è popolarità. Buona parte del mio lavoro è anti-fashion. È il futuro. Non è stato ancora accettato”: così la stessa Cashin definiva il suo lavoro. Aspettiamo con ansia che il volume esca anche in Italia.
Tweed, lana, mohair, jersey tra i materiali usati dalla stilista statunitense
Femminista ante litteram, outsider nel fashion biz, Bonnie Cashin rivive nella monografia di Stephanie Lake
Allarme in casa Rai: le scorte di cosmetici sarebbero in esaurimento. Le forniture di trucco e make up sarebbero infatti bloccate, e gli ordini fermi da tre mesi. A denunciare la situazione il sindacato autonomo Snater, attraverso il segretario nazionale Piero Pellegrino. “Se non si trova subito una soluzione il risultato sarà che ospiti di fama mondiale, giornalisti e politici di turno andranno in onda senza un velo di cerone, proprio come mamma li ha fatti. Chi invece ci rimetterà davvero la faccia saranno i professionisti del trucco Rai”: queste le dichiarazioni rilasciate da Pellegrino a Repubblica.
Il make up non è un dettaglio di poco conto, tantomeno in un’azienda che da anni porta nelle case degli italiani personaggi famosi, ma anche giornalisti e professionisti, che certamente traggono benefici di natura estetica dalla professionalità dei truccatori e visagisti Rai. Ma ora tutto questo sarebbe divenuto incerto. Pare infatti che le ultime scorte di fondotinta, cipria, mascara e make up sarebbero quasi finite.
Alla base dell’incresciosa situazione vi sarebbero i tagli imposti dalla nuova dirigenza Rai. Si sarebbe infatti cercato di risparmiare a scapito però della qualità dei prodotti. La situazione è tale che i truccatori dell’azienda sono stati costretti a correre ai ripari acquistando i cosmetici di tasca propria, esponendosi in questo modo anche ad eventuali rischi. Viale Mazzini conferma: pare che il blocco sia dovuto alle nuove norme sulla trasparenza degli appalti sulle forniture. Intanto arrivano rassicurazioni: si sta infatti cercando una soluzione d’emergenza per garantire lo svolgimento dei palinsesti almeno fino all’estate. Successivamente si cercherà di trovare dei rimedi definitivi.
È Florence Welch, frontwoman dei Florence and the Machine, la nuova testimonial Gucci per la linea di gioielli e orologi. Capelli rossi, anima dark e romantica, la cantautrice britannica è la nuova ambasciatrice scelta da Alessandro Michele per la campagna pubblicitaria Primavera/Estate 2016: l’annuncio della collaborazione è stato dato da Alexa Chung, preannunciato da un evento esclusivo che ha avuto luogo a Los Angeles.
Più che testimonial, vera e propria musa: tra Florence Welch e il direttore creativo di Gucci Alessandro Michele è stato amore a prima vista: la cantante ha raccontato che nel corso del loro primo incontro hanno discusso per ore del Rinascimento e della gioielleria definita “memento mori”, raffigurante teschi. Una vera affinità elettiva, in nome dello stile. “Un principe shakespeariano”: è così che la cantante ha definito Alessandro Michele.
Uno stile barocco e psichedelico caratterizza l’artista inglese; una passione per stelle, cuori, croci e serpenti, Florence Welch non ha mai nascosto la sua predilezione per il vintage, altro elemento che la rende l’ambasciatrice perfetta per il brand italiano. La liaison tra lei e Gucci nacque già diversi anni fa: era il 2011 quando Frida Giannini creò in esclusiva per Florence i capi per il tour in America del Nord. Anche l’anno successivo la bella cantautrice scelse di vestire Gucci per il tour in USA, Messico ed Europa. Perfetta incarnazione dello spirito della maison, l’abbiamo vista splendida in un completo maschile in broccato dalle suggestioni Seventies firmato Alessandro Michele per Gucci. Inoltre la cantante ha anche calcato il red carpet ai Grammy Awards 2016, in lungo e romantico abito rosa baby impreziosito da fiocchi glitter e stelline.
Capelli rossi e anima dark e romantica per Florence Welch (Foto Tom Beard)
La frontwoman dei Florence and the Machine è il nuovo volto di Gucci (Foto Vanity Fair)
A Los Angeles ha avuto inoltre luogo la presentazione del nuovo orologio G-Timeless e di alcuni pezzi di gioielleria della nuova collezione: Icon, Marché des Merveilles e Flora. Inoltre Florence Welch ha annunciato che vestirà Gucci nel suo nuovo tour “How Beautiful”, partito lo scorso 11 marzo da Bogotá.
Stile iconico e vintage per la bella cantautrice britannica (Foto Vogue)
Uno scatto della campagna pubblicitaria Gucci
All’anagrafe Florence Leontine Mary Welch, la cantante è nata a Londra il 28 agosto 1986. La madre Evelyn Welch è professoressa di Storia Rinascimentale alla Queen Mary, University of London, il padre Nick Welch è un dirigente pubblicitario; il nonno di Florence era il satirista Craig Brown. Sarebbe stato proprio il padre della ragazza a contribuire in modo determinante alla sua formazione rock. Fin da piccola infatti la bella Florence era solita ascoltare il blues, il rock, il grunge e l’elettronica. Gruppi come i Nirvana e i Green Day alla base della formazione musicale della giovane cantautrice, che ha dichiarato la sua passione anche per Etta James, Billie Holiday, The Velvet Underground e gli Eurythmics.
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Florence Welch
Florence in Gucci nel 2012 (Photo by Neil Mockford/FilmMagic)
(Foto Buzz Foto/REX Shutterstock)
(Foto Jordan Strauss/Invision/AP)
(Foto Getty Images)
(Foto Justin Goff/GoffPhotos.com)
Florence Welch in completo maschile Gucci (Foto WWD)
La cantante inglese in uno scatto per Vogue
Dopo gli studi alla Thomas’s London Day School Florence si è trasferita alla Alleyn’s School, nel Sud-Est di Londra. La cantante conseguì ottimi risultati negli studi nonostante le furono diagnosticate dislessia e disprassia. Dopo aver lasciato la scuola, ha studiato presso il Camberwell College of Arts, prima di ritirarsi per concentrarsi sulla musica. I Florence and the Machine cantano pezzi indie rock: i temi trattati nelle loro canzoni sono spesso malinconici e autbiografici. La rossa Florence ha anche ammesso pubblicamente di aver scritto alcuni pezzi dopo una sbornia. Spesso paragonata ad artiste femminili del calibro di Kate Bush, Patti Smith e Bjork, lo stile dei Florence and the Machine è stato definito dark e drammatico. Florence ha dichiarato di trarre ispirazione dagli artisti rinascimentali per trattare temi come l’amore, la morte, il tempo e la sofferenza, ma anche il paradiso e l’inferno. Un’estetica variegata ed affascinante che si riflette anche sul suo stile.
Tra le tendenze moda per la Primavera/Estate 2016 non potevano mancare le scarpe. Importantissime nel guardaroba di ogni donna, tantissime sono le proposte che hanno sfilato sulle passerelle. Tra i fashion trends per la bella stagione troviamo sandali con tacco grosso, scarpe flat con lacci e sandali da gladiatore.
Suggestive, iconografiche, le scarpe proposte nelle collezioni P/E 2016 si distinguono per forme e modelli: ce n’è per tutti i gusti, dalle platform con tacco vertiginoso alle ballerine fino a sandali extra piatti. Ironiche, come le pantofole da indossare rigorosamente con calzino bianco, e sensuali, tanti sono i modelli must have per scarpe originali e glamour.
Suggestioni futuriste sono state protagoniste delle scarpe proposte da Chanel, mentre un mood orientale e vagamente Nineties ha sfilato da Louis Vuitton, in un défilé dedicato ai manga: qui occhi puntati sui sandali con suola a carrarmato. Tacco impreziosito da ricami e stampe barocche per Dolce & Gabbana, in una collezione interamente pensata per omaggiare le bellezze italiane. Tacco platform e decorazioni viste da Giambattista Valli, mentre la delicata eleganza di modelli flat ha sfilato da Salvatore Ferragamo.
Gucci
Christian Dior
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Givenchy
Alexander Wang
Alice + Olivia
Angelo Marani
Aquilano Rimondi
Balmain
Barbara Casasola
BCBG Max Azria
Victoria Beckham
Victoria Beckham
Betsey Johnson
Betsey Johnson
Roberto Cavalli
Chanel
Chloé
Chloé
Cushnie et Ochs
Custo Barcelona
Dolce & Gabbana
Dolce & Gabbana
Derek Lam
Dolce & Gabbana
Diane von Furstenberg
Diane von Furstenberg
Emilio Pucci
Etro
Giambattista Valli
Gucci
Gucci
Gucci
Gucci
Tommy Hilfiger
Isabel Marant
Jil Sander
Julien MacDonald
Lacoste
Laura Biagiotti
Louis Vuitton
Marissa Webb
Marissa Webb
Monique Lhuillier
Nicholas K
Oscar de la Renta
Osman
Phillip Lim
Ralph Lauren
Ermanno Scervino
Tommy Hilfiger
Trussardi
Ulla Johnson
Valentino
Wes Gordon
Zhang
La scarpa bassa riscopre una carica seduttiva forse spesso sottovalutata: suggestioni etniche e tribal hanno caratterizzato le collezioni di Alberta Ferretti, Trussardi, Etro, Valentino e molti altri. I sandali bassi con lacci diventano un nuovo passepartout nonché must have incontrastato di stagione. I sandali a listini e tacco alto continuano ad ottenere consensi: largo a lacci che salgono fino alla caviglia e oltre, modello gladiatore. Li abbiamo visti in passerella praticamente ovunque, da Balmain ad Angelo Marani, da Roberto Cavalli a Julien MacDonald, solo per citarne alcuni. Alessandro Michele da Gucci riscopre il monogramma della maison e propone dei modelli dal fascino vagamente retrò: ma il mocassino lascia i talloni scoperti, trasformandosi in un irriverente sabot. Espadrillas di lusso viste da Oscar de la Renta, mentre la pantofola viene declinata in chiave fashion da Tommy Hilfiger, Lacoste e molti altri.
Tante sono le tendenze moda per la Primavera/Estate 2016, direttamente dalle passerelle. Mai come ora gli accessori sono stati tanto importanti: largo quindi a borse e scarpe coloratissime, declinate nelle forme e nei modelli più bizzarri. La moda per la stagione primaverile predilige borse di varia forma: ce n’è davvero per tutti i gusti, dalle proporzioni maxi alle clutch fino ai modelli più originali.
E se Jeremy Scott ha portato sulla passerella di Moschino inedite borse a forma di segnali stradali, Au Jour Le Jour hanno fatto un tuffo al supermarket, facendo sfilare borse a forma di fustino del detersivo. Originali, bizzarre, strane: le borse vengono incontro a qualsiasi esigenza e abbracciano il gusto anche di chi ha voglia di osare.
Kate Spade ci fa sognare con nuance vitaminiche e suggestioni Pop, per clutch declinate nei modelli e nelle forme più incredibili. Olympia Le Tan omaggia l’Oriente, mentre da Betsey Johnson sfila un inedito cubo di Rubik. Classicità in passerella da Prada e Giorgio Armani, mentre Tommy Hilfiger propone una collezione che trae ispirazione, anche negli accessori, dalla Giamaica e da stampe floreali e colori fluo.
Prada
Emporio Armani
Torna la logo-mania: se una volta il logo veniva guardato con diffidenza, ora diventa uno dei fashion trend di stagione. L’abbiamo visto in passerella da Lanvin e Gucci: Alessandro Michele riporta in auge la cifra stilistica della celebre maison italiana, proponendo diversi modelli in coccodrillo con il classico logo. Dolce & Gabbana omaggiano le bellezze italiane portando sulla passerella borse impreziosite da ricami floreali e modelli che omaggiano nelle stampe le ceramiche di Caltagirone e Santo Stefano di Camastra.
SFOGLIA LA GALLERY:
Dolce & Gabbana
Dolce & Gabbana
Emilio Pucci
Marni
Alberta Ferretti
Anteprima
Antonio Marras
Betsey Johnson
Lanvin
Akris
Moschino
Fay
Fendi
Giorgio Armani
Lanvin
Carven
Balenciaga
Alice + Olivia
Vionnet
Victoria Beckham
Blumarine
Antonio Marras
Andrew GN
Au Jour Le Jour
Bottega Veneta
Christian Dior
BCBG
Chloé
Elisabetta Franchi
Elie Saab
Etro
Céline
Calvin Klein
Sportmax
Moschino
Au Jour Le Jour
Dries van Noten
Diane von Furstenberg
Emporio Armani
Custo Barcelona
Marni
Gucci
Genny
Stella Jean
Holly Fulton
House of Holland
Olympia Le Tan
Iceberg
Versace
Simone Rocha
Lacoste
Lela Rose
Tod’s
Tommy Hilfiger
Dolce & Gabbana
Louis Vuitton
Les Copains
Loewe
Tommy Hilfiger
Louis Vuitton
Dolce & Gabbana
Michael Kors
Philipp Plein
Prada
Philosophy di Lorenzo Serafini
Stella MacCartney
Sibling
Jason
Le tendenze prevedono colori vitaminici e forme che coniughino creatività e comfort. Frange e suede si alternano a pelle e coccodrillo; i modelli altamente scenografici cedono il passo al rigore ma senza perdere di vista la stagione primaverile, che pretende cromie vivaci. Righe e quadretti, stelle e stampe si alternano nelle sfilate, per una Primavera/Estate piena di fantasia.