Energia e dinamismo sono le parole chiave della nuova collezione Invicta Autunno/Inverno 2016/2017. Un’offerta ancora più ampia e variegata per quanto concerne i tessuti, che dal nylon basic si arricchiscono di tessuti memory e stampe nuove. Una palette cromatica che si arricchisce di colori nuovi, tra cui l’antracite, il bordeaux, il blu scuro, per capi pensati sia per l’uomo che per la donna. Piombo e oro sono le nuances che caratterizzano la nuova collezione presentata al Pitti 89: capispalla, tra cui giubbini, blazer, giacche, cappottini, giacconi, parka, maglieria, ma anche e accessori, come berretti e sciarpe in lana e cappucci multifunzionali.
Comfort e stile nel pezzo forte della nuova collezione, il giubbino trapuntato con cappuccio in nylon full dull water-proof e down-proof, con gilet interno fisso. Il capo, unisex, è caratterizzato da una particolare tecnologia che permette di indossare il giubbino come fosse uno zaino. Al suo interno sono state infatti inserite delle bretelle elastiche personalizzate che permettono di indossare il giubbotto come se fosse uno zaino (elemento direttamente riconducibile al brand e al prodotto, lo zaino, che ha fatto la storia del marchio).
Si continua con giubbini per lui e per lei, ma anche cappottini pensati esclusivamente per lei, con un mix di tessuti accattivanti, per una collezione che coniuga brillantemente il design al comfort e alla funzionalità, da sempre elementi che caratterizzano le collezioni Invicta. Comodità e stile per i capispalla pensati per l’uomo, ma anche per la donna.
Invicta nel 2016 festeggia 110 anni. Il brand nasce infatti nel lontano 1906, con le borse e i sacchi da marina. Successivamente viene acquistato da un artigiano torinese specializzato nella produzione di zaini e accessori per i primi alpinisti. Ma è negli anni Ottanta che Invicta diventa brand di culto per intere generazioni, grazie anche allo zainetto Jolly. Il brand diviene vero fenomeno sociale di moda e costume, il cui stile è giunto fino ai nostri giorni.
Il suo nome ai più dirà poco, ma le sue creazioni sono entrate nella storia: monili preziosi e raffinati, collane realizzate con cristalli di rocca, bangles dalle suggestioni antiche, e, ancora, spille a forma di croci bizantine. Preziose, sofisticate, dall’inestimabile valore e dal gusto inimitabile, le creazioni realizzate da Robert Goossens hanno impreziosito per oltre mezzo secolo le collezioni di moda di nomi del calibro di Chanel, Madame Grès, Schiaparelli, Yves Saint Laurent, Rochas, Balenciaga, Dior. Il grande creatore di gioielli è scomparso a Parigi lo scorso 7 gennaio, all’età di 88 anni.
Nato nel 1927 in una famiglia modesta, suo padre lavorava in una fonderia. Fin da giovanissimo, Robert sviluppò un amore viscerale per le pietre preziose. La sua carriera iniziò a soli 15 anni come apprendista orafo, creando piccoli oggetti per le grandi gioiellerie di Parigi.
Questa familiarità con le pietre preziose sarà più avanti il motore della sua carriera: la sua particolare attitudine lo spingerà infatti a mixare con gusto ed un’eleganza senza pari pietre preziose a pezzi di bigiotteria, pietre artificiali a gemme preziose. Raffinato artigiano dall’incommensurabile sensibilità estetica, Robert Goossens è stato uno dei nomi più importanti nel design di gioielli del XX secolo.
Lily Donaldson in tailleur Chanel e gioielli Goossens, foto di Steven Meisel, Vogue, maggio 2005Mademoiselle Chanel con gioielli Goossesn ritratta da Henri Cartier-Bresson nel 1964
Croce bizantina realizzata da Goossens per Chanel
Un’estetica ricercata che traeva ispirazione dai dipinti che Robert aveva visto nei musei parigini, ma anche da opere del Rinascimento e da altre culture, in primis Bisanzio e i suoi mosaici preziosi. Pioniere iconoclasta, viaggiò moltissimo nel corso della sua vita, portando con sé ametisti, zaffiri, rubini, coralli, cristalli di roccia e quarzo, che poi modellò in pezzi di alta gioielleria, insieme al bronzo, alle perle e persino alle conchiglie. Orecchini pendenti, bracciali rigidi, bangles, ma anche collane e girocolli, spille e piccoli dettagli forgiati con una classe rara, che attingeva a culture e popoli lontani. Le creazioni di Goossens fanno sognare e ci trasportano in una dimensione onirica, in cui il lusso è solo una delle numerose sfaccettature di un’arte unica.
Dall’età di 25 anni il suo lavoro iniziò ad essere apprezzato dalle case di moda, e Cristóbal Balenciaga fu il primo a commissionargli un lavoro, ossia la realizzazione di una croce di cristallo di ispirazione bizantina, per una sfilata di haute couture. Nel 1953 inizia il sodalizio con Chanel. Mademoiselle Coco adorava l’arte del maestro orafo, a cui chiese di realizzare i gioielli per molte delle sue collezioni, oltre che mobili e pezzi di antiquariato per la sua casa. Spiccano gli smeraldi e le croci bizantine, oltre ai celebri bangles, nel curioso mix tra pietre preziose e bigiotteria adorato da Gabrielle. Goossens collaborò con la maison fino alla scomparsa della sua creatrice, per poi lavorare con Karl Lagerfeld nel corso degli anni Ottanta e Novanta, sia per le collezione di prêt-à-porter che per quelle di haute couture. Il marchio Chanel acquistò la compagnia di Gossens lo scorso 2005.
Un ritratto del maestro GoossensOrecchini realizzati per Yves Saint Laurent
Le creazioni di Goossens hanno impreziosito le collezioni di numerose case di moda, da Madame Grès a Schiaparelli
Definito “Monsieur Bijou”, dagli anni Settanta iniziò un nuovo prolifico sodalizio artistico con monsieur Yves Saint Laurent, per cui, su consiglio di Loulou de la Falaise, creò collezioni di ispirazione africana. Per la maison francese Goossens realizzò di tutto, dalle trousse per la linea di make up fino alle boccette di profumo in edizione limitata. La collaborazione con Saint Laurent durò fino al 2002, quando la maison chiuse con l’alta moda. Lo showroom Goossens è ubicato in Avenue George V, una delle vie più eleganti di Parigi. Alcune delle creazioni del maestro fanno oggi parte delle collezioni del Muséè des Arts Décoratifs di Parigi. Il maestro lascia due figli e una lunga tradizione nel design di gioielli.
È il brand che celebra da anni la bellezza femminile, esaltando le curve e il sex appeal più prorompente: da Claudia Schiffer ad Eva Herzigova, da Kate Upton ad Adriana Lima, passando per Anne Nicole Smith e Laetitia Casta, Guess ora si affida alla sensualità di Belen Rodriguez, nuova testimonial per la Primavera/Estate 2016.
La bella argentina, che ha posato per una campagna pubblicitaria hot scattata da Joseph Cardo in quel di Malibu, ha sfilato nella prima giornata di Pitti Uomo. La febbre non ha fermato la showgirl, protagonista assoluta della passerella alla Fortezza da Basso, a Firenze.
Belen, fresca di separazione da Stefano De Martino, ha monopolizzato l’attenzione dei partecipanti alla 89esima edizione di Pitti Uomo. Tutti gli occhi erano per lei, che si è detta fiera di rappresentare un marchio quale Guess.
Belen in passerella a Pitti Uomo 89, foto LapresseFoto Lapresse
Foto Ansa
“Un sogno che si avvera“: ha commentato così la bella argentina il suo ultimo lavoro come testimonial del celebre brand americano. La sfilata che ha avuto luogo a Pitti Uomo 89 ha visto tre uscite della showgirl: strizzata in un tubino rosso da pin up, come una novella Jessica Rabbit, sofisticata in un lungo abito nero dalle trasparenze audaci, e, infine, in un abito azzurro in svolazzante georgette di seta dagli spacchi hot.
Strizzata in succinti abiti in denim nelle foto della campagna pubblicitaria, per Belen Rodríguez è la consacrazione ad icona della bellezza contemporanea. Gli scatti compariranno su 80 riviste e in 16 paesi nel mondo a partire da febbraio. Intanto la showgirl è protagonista assoluta a Pitti.
Ieratiche come marmoree sculture, atemporali come le opere d’arte che impreziosiscono un museo, misteriose ed iconiche: le creazioni di Roberto Capucci costituiscono un unicum nel panorama della moda.
Enfant prodige, ad appena 26 anni fu definito da Christian Dior «il miglior creatore della moda italiana»: Roberto Capucci, classe 1930, vanta una carriera a dir poco sfolgorante. Nato a Roma, dopo aver frequentato il liceo artistico e l’Accademia di Belle Arti, dove si forma con i maestri Mazzacurati, Avenali e de Libero, nel 1950, a soli venti anni, inaugura il suo primo atelier, in via Sistina, grazie all’aiuto della giornalista Maria Foschini, che fu per lui Pigmalione ante litteram. L’anno seguente presenta le sue creazioni a Firenze, presso la residenza di Giovanni Battista Giorgini, inventore della moda italiana.
Audace sperimentatore, le sue collezioni riflettono il suo viscerale amore per l’arte. Le geometrie e i volumi arditi e altamente scenografici traggono ispirazione dalla natura, con le sue molteplici espressioni. Il Nove Gonne, creato nel 1956, è forse l’abito più conosciuto del periodo iniziale dell’opera di Capucci: trattasi di un semplice abito in taffetà rosso che si sviluppa in ben nove gonne concentriche con tanto di strascico sulla parte posteriore. Si dice che il couturier sia stato ispirato dal gioco di cerchi concentrici che si sviluppa sulla superficie dell’acqua lanciandovi un sasso.
Roberto Capucci è nato a Roma il 2 dicembre 1930Gli abiti-scultura di Capucci, foto di Fiorenzo Nicolli, 1985
Roberto Capucci su Vogue Italia, 1982. Foto di Barry Lategan
Nel 1958 crea la Linea a scatola, un’autentica rivoluzione, per cui nel settembre dello stesso anno viene insignito a Boston con la massima onorificenza, l’Oscar della Moda quale migliore creatore di moda, insieme a nomi del calibro di Pierre Cardin e James Galanos. Nel 1961 inizia la conquista della Francia, ove il couturier presenta le proprie creazioni; l’anno seguente inaugura il suo atelier al n. 4 di Rue Cambon, a Parigi. Negli anni parigini la sua ricerca e sperimentazione proseguono fino ad abbracciare materiali insoliti, quali la plastica, le fibre hi-tech, il plexiglass e il metallo.
In quel periodo abita al Ritz, come Coco Chanel, ed è acclamato come una vera celebrità. Le sue clienti vengono soprannominate «le capuccine». Pochi anni più tardi, nel 1968, viene costretto a rientrare in Italia da alcuni problemi familiari. Qui apre un nuovo atelier in via Gregoriana e presenta le sue collezioni nel calendario della moda organizzato dalla Camera Nazionale dell’Alta Moda. Nello stesso anno disegna i costumi di Silvana Mangano per il film Teorema di Pier Paolo Pasolini. Intanto continua a sperimentare e utilizza per le sue creazioni anche paglia, rafia e sassi, che mixa alla seta e all’alluminio, per la realizzazione di capi dal potente impatto scenografico. Ricordano le crisalidi certi abiti-scultura di Capucci, tra corazze di seta plissettata e ali lavorate, in un gioco di ardite sovrapposizioni e giochi barocchi, che modellano i tessuti e le sete come arabeschi, petali e ventagli, per capi che ricordano gli origami. Non semplice moda, non mera creazione di capi legati alla caducità delle tendenze stagionali, ma arte allo stato puro: il suo è un design onirico, caratterizzato da tagli astratti, continua sperimentazione e ricerca di tessuti e forme nuove. Tra i materiali usati spiccano il taffetà, il mikado, il Meryl Nexten, una particolare fibra cava.
SFOGLIA LA GALLERY:
Roberto Capucci al Phladelphia Museum of Art
Abito serpentine in organza tripla, Galleria del Costume di Palazzo Pitti
Una sfilata di Roberto Capucci
Abito Capucci, foto di Philippe Pottier,1962
Abito scultura in taffetà nero e bianco con sovrapposizioni multicolori, presentato nel 1992 a Berlino al Teatro Schauspielhaus.
Una creazione del 1966
Un capo del 1964
Philadelphia Museum of Art
Foto di Barry Lategan, 1982
Un capo del 1965
Restless Sleep (Sham Hinchey e Marzia Messina)
Nel luglio del 1970 presenta per la prima volta il suo lavoro in un museo, a Roma: la location scelta è il ninfeo del Museo di Arte Etrusca di Villa Giulia. Anarchico e scevro da ogni logica di mercato, esteta di antica tradizione, Capucci nel 1980 si dimette dalla Camera Nazionale della Moda e decide di intraprendere un percorso che sia in linea con la propria personalità, divorziando dalle istituzioni per dedicarsi completamente alla sua opera estetica. Il couturier si ritira in una creazione solitaria, avente un solo fine: l’arte. Genio ribelle, aborre le logiche di mercato, come anche le scadenze e il caos tipici delle settimane della moda. Alla base della sua attività vi è una autentica ricerca estetica, per abiti-scultura che sono vere e proprie opere d’arte da indossare. A partire dagli anni Ottanta le sue collezioni non vengono più inserite all’interno di alcun calendario ma vengono presentate come delle personali d’artista. La sua stagione espositiva inizia nel 1990 con la mostra Roberto Capucci l’Arte Nella Moda—Volume, Colore e Metodo a Palazzo Strozzi a Firenze: l’esposizione ottiene un successo senza precedenti e le sue opere vengono contese dai musei più importanti al mondo, tra cui il Kunsthistorihsches Museum (Vienna), il Nordiska Museet (Stoccolma), il Museo Puškin delle belle arti (Mosca), il Philadelphia Museum of Art, la Reggia di Venaria Reale (Torino). Nel 1995 le sue creazioni sono protagoniste della Biennale di Venezia, nell’edizione del centenario 1895-1995. Nel 2005 crea la Fondazione Roberto Capucci allo scopo di preservare il suo impotente archivio, che consta di 439 abiti storici, 500 illustrazioni firmate, 22.000 disegni originali, oltre che di una rassegna stampa completa e di una vasta fototeca e mediateca. Nel 2007 apre il Museo della Fondazione Roberto Capucci presso Villa Bardini, a Firenze. Nell’aprile 2012 la creazione di un concorso, con lo scopo di promuovere i giovani talenti.
L’abito Nove Gonne, 1956Modella in Roberto Capucci, Roma, 1957Tubini Capucci, 1961, foto di Norman Parkinson
Simone D’Aillencourt e Nina de Voogt in Capucci, Roma 1960, foto di William Klein
Riservato, refrattario ad ogni forma di pubblicità, schivo, Capucci incarna forse l’ultimo dei couturier, i sarti-architetti che, come Cristóbal Balenciaga, hanno elevato la moda ad una tra le più potenti espressioni artistiche. Ribelle ed anarchico, fedele ai valori estetici della vecchia scuola, per Capucci “la moda non esiste”, è un’invenzione, al pari delle tendenze, ed “essere alla moda è già essere fuori moda”. Una personalità forte, che non teme di affermare con forza che, se potesse, abolirebbe lo stesso termine moda dal vocabolario. Maestro di stile, definisce l’eleganza come fascino, mistero, qualcosa che nulla ha a che fare con l’apparenza. Testimone impotente del decadimento dei costumi, giudice inflessibile rispetto alla volgarità imperante nella sua Roma e, più in generale, nella società attuale, Capucci ha più volte ribadito che oggi a suo dire non vi sarebbe alcuna icona di stile.“L’alta moda è morta” —tuonava così pochi anni fa, commentando le sfilate dell’alta moda romana. E proprio lui, che della moda è stato uno dei nomi più importanti a livello mondiale, esordisce spesso e volentieri dicendo: “Di moda non mi intendo affatto”. Gli occhi sagaci rivelano il suo ricchissimo mondo interiore, la sua eleganza è entrata a buon diritto nelle enciclopedie della moda. “Ho un solo vizio: spendo tanto in abbigliamento. Ho 42 cappotti, in tutti i colori, dal bianco al nero e all’arancione”, ammette il couturier in una delle innumerevoli interviste.
Abito Capucci, 1957Penelope Tree in Capucci
Uno degli abiti-scultura di Roberto Capucci
Universalmente riconosciuto come uno dei nomi più importanti della moda del XX secolo, Capucci ha vestito teste coronate e star del cinema: da Silvana Mangano al soprano Raina Kabaivanska a Rita Levi-Montalcini, che indossava proprio una creazione del Maestro in occasione del conferimento del Premio Nobel per la medicina del 1986. Nel 2007 è stato inaugurato a Villa Bardini (Firenze) un museo a lui dedicato: «A Roma non c’era posto per me; nessuno m’ha offerto un luogo per la mia Fondazione. Qui, invece, mi hanno steso un tappeto rosso». Commentava così il couturier, la cui attività è iniziata proprio a Firenze, nel 1951. Un nome che, da Roma e dall’Italia, ha conquistato il mondo. “Fai della bellezza il tuo costante ideale” è il monito lanciato da Capucci, summa di tutta la sua attività, dagli anni Cinquanta fino ad oggi.
Uno sciopero di cinque giorni è la misura adottata dal mensile di moda Marie Claire per protestare contro il licenziamento della caporedattrice Alba Solaro. L’azienda, che si è avvalsa della legge Fornero, adducendo alla base del provvedimento ragioni economiche, è al centro di una bufera innescata dalla reazione dei colleghi della Solaro, che denunciano un clima di terrore.
Alba Solaro, caporedattore della testata dal 2007, è stata informata del provvedimento lo scorso 29 dicembre: il licenziamento per giustificato motivo fa riferimento alla legge Fornero e viene motivato con ragioni di natura economica, che avrebbero imposto all’editore Hmi di rinunciare alla figura del caporedattore centrale. Alla giornalista spetterà un indennizzo da 12 a 24 mensilità, ma non potrà essere reintegrata.
La Fnsi, il sindacato dei giornalisti italiani, definisce la vicenda come “un brutto precedente che getta pesanti ombre sul mestiere”. I colleghi della Solaro si sono mobilitati prontamente annunciando uno sciopero di cinque giorni. L’editore Hmi fa parte del gruppo Hearst, che comprende testate come Elle, Cosmopolitan, Gente, Gioia.
È scomparso ieri, all’età di 69 anni, David Bowie. Androgino, trasformista, dandy, iniziatore del glam rock ed icona trasgressiva. The Thin White Duke, Ziggy Stardust, Halloween Jack sono solo alcuni degli alter ego che hanno reso Bowie una vera leggenda. Performer di ineguagliabile bravura, il suo stile ha impresso un segno indelebile non solo nel mondo musicale, ove la sua stella ha brillato per oltre cinque decenni, ma anche nel mondo dell’immagine, rivoluzionando la cultura visiva e la moda.
All’anagrafe David Robert Jones, l’artista era nato a Londra l’8 gennaio 1947. Una carriera incredibilmente variegata lo ha portato a vestire i panni di cantautore, polistrumentista, attore, compositore e produttore discografico. Dal glam rock al folk fino all’elettronica, Bowie sperimentava e osava.
Bellissimo ed efebico, ha giocato sapientemente con la propria ambiguità e con la propria immagine, forte di un talento senza precedenti nella storia. Riservato, schivo, il divo ha vissuto sempre in bilico tra eterosessualità e bisessualità: due matrimoni, con Angela Barnett e con la top model somala Iman, due figli, Duncan e Alexandria “Lexi” Zahra.
Il Duca Bianco è scomparso ieri all’età di 69 anni per un cancroDavid Bowie era nato a Londra l’8 gennaio 1947
Genio poliedrico e versatile, i suoi outfit hanno rivoluzionato la cultura visiva degli ultimi cinquant’anni
Geniale interprete di un’epoca, David Bowie ha incarnato il glam rock e inaugurato una subcultura di moda, che trova nel Duca Bianco mirabile interprete. Il trucco in colori fluo, il celebre lampo disegnato sul viso, e, ancora, i lustrini e le paillettes: indimenticabili le sue mise, tra cui le tutine aderenti di Ziggy Stardust, l’extraterrestre dai capelli arancioni che gli diede il successo a livello mondiale. Suggestive e teatrali le vesti di Aladdin Sane, caratterizzate da volumi oversize, con le tute realizzate dallo stilista giapponese Kansai Yamamoto.
I suoi outfit iconici hanno ispirato innumerevoli shoot e copertine. Kate Moss ha più volte vestito i panni di Bowie: indimenticabile il tributo al Duca Bianco nella cover di Vogue UK di maggio 2003, con la supermodella ritratta da Nick Knight col celebre fulmine rosso disegnato in volto. E, ancora, un omaggio a Ziggy Stardust sulla cover di Vogue Paris di dicembre 2011, in cui Kate Moss veste i panni del celebre alter ego spaziale di Bowie, per degli scatti dal forte impatto scenografico realizzati dal duo Mert Alas & Marcus Piggott. Inoltre la top model nel 2014 si presentò ai Brit Awards per ritirare un premio assegnato al cantante, indossando la stessa tutina di Ziggy Stardust, un capo originale risalente al 1972.
Kate Moss come David Bowie per Vogue Paris dicembre 2011, foto di Mert & MarcusUn tributo a Bowie nella collezione Primavera/Estate 2013 di Jean Paul GaultierVogue Australia, maggio 2003Ellinore Erichsen fotografata da Takahiro Ogawa per Elle Messico, maggio 2013
David Bowie e Kate Moss ritratti da Ellen von Unwerth per Q Magazine, ottobre 2003
E moltissimi sono gli omaggi e i riferimenti a Bowie, che non ha mai smesso di rappresentare inesauribile fonte di ispirazione per fotografi e designer, a partire dalla collezione di Jean Paul Gaultier, che nella Primavera/Estate 2013 ha dedicato al genio della musica un’uscita del suo défilé.
David Bowie è scomparso prematuramente il 10 gennaio 2016 all’età di 69 anni, dopo aver combattuto un cancro per diciotto mesi: a darne notizia il profilo ufficiale dell’artista su Facebook. Stamane il figlio Duncan ha confermato la tragica notizia. Si susseguono in queste ore innumerevoli messaggi di cordoglio che ricordano l’artista, da Madonna al Vaticano. Ma il suo genio e l’impronta che diede alla cultura pop non verranno mai dimenticati.
Ci hanno ormai abituati a colpi di scena ed eventi teatrali. Da sempre innovatori, trendsetter e geni del marketing, Dolce & Gabbana non si smentiscono neanche stavolta. Il duo di stilisti ha presentato Abaya, la prima collezione interamente dedicata alle donne musulmane.
Se pensavate che i pizzi e merletti tipici delle loro collezioni fossero ad esclusivo appannaggio della moda occidentale, dovrete ricredervi: la collezione pensata per la donna musulmana riesce a coniugare la sobrietà imposta dal codice di modestia islamico con le stampe e lo stile tipico del brand, da sempre illustre rappresentante della donna mediterranea. La palette cromatica predilige il nero e il beige, per abiti con tanto di velo hijabs, ma anche accessori come occhiali da sole, gioielli e persino cosmetici.
La collezione, presentata su Style.com/Arabia, è denominata “Abaya”, dal nome della caratteristica tunica in tessuto leggero che copre tutto il corpo della donna, ad eccezione della testa, delle mani e dei piedi. Immancabile il pizzo nero, che qui viene rivisitato in linea con i trend della cosiddetta “modest fashion”, ma anche applicazioni di fiori e arabeschi insieme a pattern barocchi e a stampe che inneggiano allo stile mediterraneo, come limoni, margherite, pois. Largo a tuniche in georgette di seta semitrasparente e in satin impreziosite da ricami e pizzi. Bianco e nero predominano, ma non mancano gli inserti stampati. Accessori in primo piano, tra cui spiccano zeppe e tacchi vertiginosi, ma anche le borse della collezione e gli occhiali.
Da sempre tra i marchi prediletti dalle donne mediorientali, Dolce & Gabbana si confermano maestri delle logiche di marketing ed acuti osservatori delle tendenze in continua evoluzione. Con un giro d’affari di oltre 300 miliardi di dollari, il mercato che si rivolge alle donne islamiche è in continua crescita, tanto che già numerosi brand hanno dedicato delle collezioni a tema, tra cui Tommy Hilfiger, DKNY, ma anche brand low-cost come H&M, Mango e Zara.
La Sicilia, terra prediletta dal duo di stilisti, diviene spartiacque per il lancio di una nuova immagine di donna, e il Mediterraneo diviene terra di confine tra Oriente e Occidente: la nuova donna Dolce & Gabbana è velata, rispetta il Corano e le sue tradizioni ma rivendica per sé l’inalienabile diritto allo stile, meglio se italiano. La collezione Abaya e la conseguente apertura al mondo musulmano da parte di Domenico Dolce e Stefano Gabbana ha aperto numerosi dibattiti, considerato anche il delicato momento storico fino ai più recenti fatti di cronaca. La linea, già disponibile negli Emirati Arabi, arriverà presto anche nei negozi di tutto il mondo. Per una moda interreligiosa.
Si è spento ieri all’età di 92 anni André Courrèges, designer che rivoluzionò la moda degli anni Sessanta. Allievo di Cristobal Balenciaga, la sua è stata una carriera leggendaria che lo ha portato a brillare nel firmamento della moda internazionale, accanto a nomi del calibro di Pierre Cardin, Mary Quant, Paco Rabanne.
Pioniere dello stile spaziale che caratterizzò la moda degli Swinging Sixties, è considerato l’ideatore della minigonna, capo che rivoluzionò il guardaroba femminile, la cui paternità risulta ancora oggi contesa tra lui e Mary Quant. Visionario, rivoluzionario, audace, il suo stile era proiettato verso un futuro robotico e spaziale, tra suggestioni optical, arditi giochi geometrici e quel mood da space-oddities che trova in Courrèges sublime esponente. Amatissimo da Jackie Kennedy, Gianni e Marella Agnelli, vestì Audrey Hepburn e Françoise Hardy.
Nato a Pau il 9 marzo 1923, figlio di un maggiordomo, dopo aver conseguito una laurea in ingegneria civile prende parte alla Seconda Guerra Mondiale come pilota di aerei ma il suo sogno è la moda. Nel 1949 viene assunto da Balenciaga come tagliatore, lavoro che porta avanti per oltre 11 anni. Nel 1963 inaugura il proprio atelier insieme alla moglie Coqueline Barrière. La concorrenza è alta, e se porta il nome di Coco Chanel il gioco si fa davvero duro: mademoiselle Coco si erge a roccaforte di quella femminilità che a suo dire Courrèges sarebbe reo di aver sottratto alle donne. Lui dal canto suo si difende puntualizzando quanto il suo stile futurista ringiovanisca quelle stesse donne, liberandole da anni di costrizioni. In breve il couturier si afferma come uno dei nomi più amati dell’alta moda francese.
Audrey Hepburn in André Courrèges, foto di Douglas Kirkland, 1965Lo stile inimitabile di André Courrèges
André Courrèges, foto di Peter Knapp, 1965
SFOGLIA LA GALLERY:
Foto di William Klein, 1965
Foto di F.C. Gundlach, 1965
Catherine Deneuve in Courrèges, 1965
Foto di Pierre Boulat, 1965
Simone d’Aillencourt in André Courrèges, 1964, foto di John French
Foto di F.C. Gundlach, 1965
André Courrèges 1965
1968
Il mood space-age caratterizzò le collezioni Courrèges
Astrid Schiller in Courrèges, Parigi 1965, foto di F.C. Gundlach
Foto di John French
Marisa Berenson in Courrèges, foto di Andre Carrara
Armelle Engel in Courrèges
Courrèges fu allievo di Balenciaga
Courrèges per Elle, 1965, foto di Peter Knapp
Foto di Peter Knapp, Courrèges su Elle, 1965
Lo stilista immortalato da Peter Knapp
Modelle in André Courrèges
Simone d’Aillencourt in Courrèges, Parigi 4 febbraio 1965, Eskimo Collection, foto di Richard Avedon
Tilly Tizzani in Courrèges, 1962, foto di William Klein
Lo stilista con i suoi celebri occhiali Lunettes
Cappotto Courrèges
Oblò su abiti a trapezio
Fiori e oblò
Collezione 1968/’69
Vogue 1972
Diana Ross in André Courrèges fotografata da Bert Stern
4.1.1
Life Magazine, 1965
Life Magazine, 1965
Ina Balke in Courrèges, 1965
Jean Shrimpton in Courrèges, Harper’s Bazaar Aprile 1965, foto di Avedon
Astrid Heeren in Courrèges, 1963, foto di Philippe Pottier
Foto di F.C. Gundlach, 1965
1965, foto di F.C. Gundlach
Melanie Hampshire in Courrèges, Harper’s Bazaar, 1965 foto di Melvin Sokolsky
Catherine Deneuve in André Courrèges, foto di David Bailey per Vogue Paris
1965, foto di F.C. Gundlach
Courrèges su L’Officiel Magazine 1969
Foto di John French, 1964
L’Officiel, 1969
L’Officiel, 1969
Il suo stile è inconfondibile: le linee essenziali e pulite, il minimalismo degli abitini a trapezio, le gonne in vinile, indossate con il pullover e i celebri go-go-boots, innovativi stivali con tacco basso, perfetti per slanciare le gambe. Il bianco, alternato alle stampe otpical e alle righe, il trionfo dell’argento, per una donna siderale. Le sue collezioni futuriste e ultramoderne non temono la sperimentazione più ardita e l’uso di materiali inusuali, come il PVC, il vinile, il crochet. Le sue mannequin incarnano il mito della conquista dello spazio, tra stelle e galassie stilizzate, mentre oblò fanno capolino da little dress. Uno stile che molti definiscono “automobilistico”, per le cromie e i materiali usati, ma anche per l’energia e lo sprint che lo caratterizza. Il mood dei défilé di Courrèges sembra preso in prestito direttamente da film come 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick. Filmati girati in location parigine con mannequin che sembrano quasi creature aliene.
Nel 1972 realizza le divise per le Olimpiadi di Monaco. Dagli anni Settanta firma anche accessori, tra cui i celebri occhiali da sole Lunettes Eskimo, lanciati sul mercato nel 1965, ma anche ombrelli, gioielli, profumi, capi per l’infanzia e abiti da sposa. Nel 1984 si trasferisce a Tokyo. Nel 1994 il ritiro, a cause della battaglia più dura, contro il morbo di Parkinson. Courrèges, ormai stanco e malato, cede il brand che porta il suo nome al gruppo giapponese Itokin. Ieri lo stilista si è spento nella sua abitazione di Parigi. Lo ha ricordato oggi il presidente francese François Hollande. Con lui sparisce un tassello fondamentale della storia del costume e uno dei designer più originali di sempre.
Ci sono donne che nobilitano la moda, conferendole quel tocco di magia che è da sempre prerogativa assoluta del glamour più autentico. Nan Kempner ha fatto della propria vita una parabola vissuta all’insegna dell’eleganza: socialite, protagonista indiscussa del jet set, avida collezionista di capi haute couture ed insuperata icona di stile, Nan Kempner nacque a San Francisco il 24 luglio del 1930.
All’anagrafe Nan Field Schlesinger, la futura icona di eleganza nasce in una famiglia benestante: il padre Albert “Speed” Schlesinger possiede la più grande concessionaria di automobili della California. Esile fin da giovanissima, Nan non possiede una bellezza da copertina, nonostante sia atletica e tonica. È lo stesso padre a consigliarle di puntare su altro, dicendole testualmente: “Con quel viso non ce la farai mai, faresti bene ad essere interessante”. Ed infatti è proprio sul carisma che la giovane punta lungo tutto il corso della propria vita.
Figlia unica, fu sua madre ad iniziarla alle meraviglie della moda. A suo dire la madre vestiva divinamente: fu da quest’ultima che la ragazzina apprese le regole fondamentali che diedero vita a quel suo stile che sarebbe in seguito divenuto iconico. Sua madre le insegnò che vi erano solo tre colori —il rosso, il nero e il grigio— e che i tacchi alti sarebbero dovuti divenire i suoi migliori amici. Contemporaneamente all’amore per la moda nacque nella giovane l’ossessione per la linea: Nan iniziò a stare in dieta all’età di 12 anni senza smettere mai nel corso della sua vita, ed iniziò a fumare all’età di 14. Dopo aver frequentato la Hamlin School di San Francisco, Nan Kempner si iscrisse al Connecticut College for Women dove studiò per un anno storia dell’arte, ma senza conseguire il diploma. Poi si trasferì per un anno a Parigi, dove frequentò la Sorbona e un corso di pittura tenuto dal maestro Fernand Léger. Ma quest’ultimo, resosi conto di quanto la giovane fosse negata, le restituì indietro il denaro.
Nan Kempner in Yves Saint Laurent, foto di Francesco Scavullo per Vogue, 1974Nan Kempner in cappotto e pantaloni Yves Saint Laurent e maglione Halston. New York, gennaio 1974, foto Corbis
Nan Kempner in Christian Lacroix
Dopo aver lavorato come volontaria presso il Museo delle arti di San Francisco, nel 1952 convolò a nozze con Thomas Lenox Kempner. Dall’unione nacquero tre figli. Galeotto fu il primo incontro tra i due, con il marito che notò come prima cosa la minigonna Dior indossata dalla giovane. Un primo appuntamento al Monkey Bar di New York City in cui i due non smisero di scambiarsi insulti per una notte intera, come la stessa socialite raccontò più volte, diede vita ad una grande passione. Dopo aver vissuto a Londra per un breve periodo, i Kempner si trasferiscono nella Grande Mela: qui Nan sfodera doti imprenditoriali notevoli: in trent’anni la sua attività riesce ad incrementare i fondi del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center fino ai 75.000.000 di dollari.
Nel privato la Kempner colleziona capi di alta moda: la sua è una passione iniziata quando era ancora una ragazzina. Il suo archivio privato si arricchisce nel tempo di capi preziosi ed esclusivi, fino a divenire per proporzioni una delle più ricche collezioni private del Paese, con pezzi tra i più iconici e rappresentativi del 20esimo secolo. Spiccano capi di designer del calibro di Valentino, Karl Lagerfeld per Chanel, Mainbocher, Christian Dior, oltre agli stilisti prediletti dall’icona di stile, Bill Blass e Yves Saint Laurent, di cui si contano oltre 300 pezzi. Considerata una vera e propria autorità tra le più preparate nel settore moda, Nan Kempner era una habitué delle sfilate: si dice che in 55 anni abbia perso solo una settimana della moda, a seguito della scomparsa di suo padre. In un’intervista rilasciata al The Independent of London nel 1994 dichiarò di essersi persa solo una delle ultime 63 sfilate di Yves Saint Laurent, di cui fu musa storica ed amica.
Durante il corso della sua vita, letteralmente dedicata alla moda e allo stile declinato in ogni sua forma, Nan Kempner lavorò come contributing editor per Vogue Paris, fashion editor per Harper’s Bazaar, designer consultant per Tiffany & Co. nonché come rappresentante internazionale della celebre casa d’aste Christie’s. Inoltre l’icona di stile impartì occasionalmente lezioni di moda presso il Metropolitan Museum of Art e la New York University. Ritratta da Andy Warhol nel 1973, immortalata sulle riviste patinate con i suoi outfit sempre eccentrici e sofisticati, Nan Kempner è stata anche autrice del volume “R.S.V.P.: Menus for Entertaining From People Who Really Know How”, edito da Clarkson Potter, i cui proventi furono interamente devoluti in beneficenza. Si, perché Nan Kempner è stata anche una grande filantropa, generosa come poche e sempre in prima linea nelle opere di charity. Incarnazione dello chic newyorkese, regina dei party e degli eventi più esclusivi, illuminò la scena della Grande Mela per oltre quarant’anni con il suo stile inimitabile. Celebri le parole con cui si espresse un monolite della moda del calibro di Diana Vreeland, secondo la quale “In America non ci sono donne chic. L’unica eccezione è Nan Kempner”. Valentino Garavani ne ammirava l’eleganza con cui riusciva ad indossare i suoi capi, con quel fisico tonico e scolpito. L’icona di stile ispirò la coniazione del termine “social X-ray” utilizzato all’interno del romanzo Il falò delle vanità di Tom Wolfe.
Nan Kempner nel suo appartamento di Park Avenue, foto di Rose Hartman-Globe PhotosNan Kempner in Yves Saint Laurent, 1983Nan Kempner è stata una socialite, collezionista di moda e icona di stileLa socialite è nata a San Francisco il 24 luglio 1930Nan Kempner e Valentino Garavani
Nan Kempner è stata una delle più grandi collezioniste di capi haute couture
Fashionista ante litteram, Nan Kempner comprò il suo primo abito Dior quando la madre la portò nella sede della storica maison a Parigi, nel 1958. Si tramanda l’aneddoto secondo cui la ragazzina, sprovvista del denaro sufficiente per acquistare quel capo —un abito bianco con cappotto coordinato— scoppiò in un pianto disperato e continuò a singhiozzare finché non attirò l’attenzione d un giovane dai grandi occhiali. Trattavasi di Yves Saint Laurent, giovane assistente di monsieur Christian Dior. La ragazzina continuò a piangere finché l’addetto alle vendite non abbassò il prezzo del capo per renderlo più vicino al suo budget. Avida collezionista di moda, Nan Kempner sviluppò in seguito una vera e propria ossessione per i capi di Yves Saint Laurent, Valentino ed Oscar de la Renta. Cominciata nel corso degli anni Sessanta, la sua passione per lo shopping non trovò mai fine nei successivi cinquant’anni. Frizzante, deliziosamente frivola, Nan Kempner conquistava chiunque con la propria personalità, emblema di quella fetta della popolazione femminile che attraverso la moda riesce a sognare e ad emozionarsi. “Dico sempre a tutti che voglio essere seppellita nuda perché deve senza dubbio esserci un negozio nel luogo in cui andrò”, dichiarava nel 1972 al magazine Women’s Wear Daily. Socialite tra le più apprezzate, protagonista indiscussa dei party più esclusivi, dichiarò che “non si sarebbe persa per niente al mondo neanche l’opening di una porta”. Autoironica come poche, raccontò che non sapendo che occupazione dichiarare nei documenti, non sentendosi abbastanza ricca da considerarsi una vera filantropa e non amando definirsi una socialite, scrisse semplicemente “casalinga”.
Nan Kempner lavorò come contributing editor per Vogue Paris, fashion editor per Harper’s Bazaar e designer consultant per Tiffany & Co.L’icona di stile davanti al suo celeberrimo armadioUn particolare dell’immenso guardaroba di Nan KempnerLa sala da pranzo di Nan Kempner, arredata da Michael TaylorParticolare dell’appartamento di Nan Kempner con L’Enfance d’Icare di René Magritte e divano di Gabhan O’Keefe, New York City, Marzo 1998Nan Kempner nella sua camera da letto arredata da Michael Taylor. Foto di Derry Moore per Architectural DigestParticolare dell’appartamento della socialite
Nan Kempner è stata icona di stile e musa di Yves Saint Laurent. Foto Getty Images
Definita da Yves Saint Laurent ‘la plus chic du monde’, lo stile di Nan Kempner era improntato ad una grande ricercatezza e ad una certosina cura del dettaglio. Amante del mix & match, l’icona di stile si dilettava nel creare outfit bizzarri ed eccentrici, mixando tra loro pezzi variegati. Lo stile secondo Nan Kempner consisteva nel riuscire ad esprimere la propria individualità e nell’abilità di mixare i capi. Celebre la sua propensione allo styling e alle sovrapposizioni, anche le più audaci, come quando riusciva ad indossare mirabilmente il più classico dei tailleur Yves Saint Laurent con un paio di jeans boyfriend.
Nan Kempner fu tra le prime donne ad abbracciare il trend del menswear. Non particolarmente amante dei vezzi femminili, cercava sempre di aggiungere un tocco maschile anche alla mise più sexy. Emblema vivente della massima “less is more”, non era raro vederla indossare la domenica la sua uniforme tipica, composta da un paio di Levi’s 501, una camicia bianca e una maglia indossata sulle spalle. Presenza fissa della Hall of Fame dell’International Best-Dressed List ideata nel 1940 da Eleanor Lambert, in un’intervista a Town & Country del 1999, alla domanda postale da Annette Tapert su come avrebbe descritto il proprio stile, Nan Kempner rispose senza esitazioni “artificiosamente rilassato”. Lo shopping rimase sempre la sua passione più grande: fino alla veneranda età di 72 anni la socialite era solita acquistare delle minigonne, che indossava in spiaggia con bikini Etro e poncho. Casual e minimal-chic, l’icona fu tra le prime a sdoganare la chirurgia plastica. Vanitosa e primadonna nell’animo, adorava fare le sue entrate ad effetto, attirare l’attenzione ed essere fotografata. Perennemente in viaggio tra Londra, Parigi, Gstaad, Venezia, San Francisco e Los Angeles, non si perdeva una sfilata né un party, e adorava sciare e prendere il sole.
Spendeva in abiti “più di quanto avrebbe dovuto e meno di quanto avrebbe voluto”, perfettamente a suo agio nel suo fisico atletico, frutto di duri allenamenti che avevano luogo quotidianamente nella palestra che fece costruire all’interno del suo appartamento e che le permettevano di entrare perfettamente nei capi di sfilata, indossati dalle mannequin. Amante della bellezza in ogni sua forma, nel suo appartamento il lusso era la parola d’ordine: la vediamo indugiare dinanzi alla sua incredibile cabina armadio, che farebbe impallidire la fashion victim più sfegatata, oppure nei fasti dei saloni, impreziositi da una deliziosa carta da parati francese dipinta a mano, tra preziosissimi quadri di René Magritte, antichi bric-à-brac provenienti dalla Cina, collezioni di libri d’arte e bassorilievi in bronzo realizzati da Robert Graham.
La socialite ha incarnato la quintessenza dello chic newyorkeseNan Kempner a New York, 1985 (Foto di Rose Hartman/Getty Images)Lo stile di Nan Kempner prediligeva il mix & match e le sovrapposizioniNan Kempner fu autrice di “R.S.V.P.: Menus for Entertaining From People Who Really Know How”, edito da Clarkson PotterIronica ed eccentrica, Nan Kempner fu definita da Yves Saint Laurent “la donna più chic del mondo”La socialite in compagnia di Andy Warhol
Nan Kempner e Bill Blass
Nan Kempner si è spenta il 3 luglio del 2005 all’età di 74 anni, per enfisema polmonare. Fumatrice incallita, trascorse gli ultimi anni della propria vita in condizioni critiche, respirando con l’aiuto di una bombola di ossigeno. Due mesi dopo la sua scomparsa la sua famiglia ha organizzato una commemorazione in suo onore presso la sede di Christie’s, a cui presero parte oltre 500 suoi amici. Nel dicembre 2006 il Costume Institute del Metropolitan Museum of Art ha inaugurato una mostra dedicata alla smisurata collezione di capi haute couture dell’icona di stile. Nan Kempner: American Chic era composta da oltre 75 outfit, tra cui capi Galliano per Dior, Lagerfeld per Fendi, Ungaro, Jean Paul Gaultier e Lanvin. La mostra si è poi spostata al Fine Arts Museums di San Francisco.
Tantissimi sono gli aneddoti che ci svelano una donna ironica e dalla personalità scoppiettante; a partire da quella volta in cui, nel corso degli anni Sessanta, Nan Kempner decise di indossare una tuta pantaloni per una cena al ristorante La Côte Basque, in barba al dresscode della serata, che vietava espressamente alle donne l’uso dei pantaloni. Quando le fu negato l’ingresso, lei tolse i pantaloni e disse sprezzante a Madame Henriette, “Spero che questo le piaccia di più”. Indossò quindi il top come un vestito e sfoderò una adorabile nonchalance. Audace e sofisticata, sfoggiava savoir faire e self-confidence, convinta com’era che “Non è cosa indossi, ma come lo indossi”. Una grande lezione di stile. Meditate.
È la figlia dell’attore Andy Garcia e dal padre ha ereditato un sex appeal indiscutibile. Labbra carnose, sguardo profondo e una cascata di capelli scuri: Alessandra Garcia-Lorido si è affermata negli ultimi anni come una delle più richieste modelle curvy.
Classe 1991, nata a Los Angeles, la ragazza sfoggia un aspetto latino e una bellezza rara. Felice del rapporto sano con le proprie curve, Alessandra non teme di esaltare la propria bellezza. Sì, perché le forme non sono mai state tanto fashion: tante sono le modelle curvy ad aver fatto carriera, basti pensare ad Elisa D’Ospina, bellezza made in Italy.
Un contratto con la prestigiosa agenzia IMG di New York e un grande seguito sui social network, Alessandra Garcia-Lorido dimostra come anche indossare una taglia 48 possa essere sinonimo di bellezza. La modella è una dei quattro figli dell’attore hollywoodiano Andy Garcia e della produttrice Marivi Lorido. Apparsa recentemente in un editoriale a tema natalizio ad alto tasso erotico nella rivista SLINK Magazine, Alessandra posa in lingerie sfoggiando delle curve da capogiro.
Alessandra Garcia-Lorido è una modella curvyLa modella posa per Glamour Italia, dicembre 2014
Classe 1991, Alessandra Garcia-Lorido è una dei quattro figli di Andy Garcia
Come ha dichiarato alla rivista People, la modella è fiera delle proprie curve e ritiene che tutte le donne possano essere sexy. Alle spalle servizi di moda per magazine del calibro di Vogue Italia e Glamour, la top model ci farà ancora parlare di sé.
Il suo è il caschetto più celebre della moda, la posizione che occupa è la più ambita e prestigiosa per antonomasia e lei incarna da sempre il personaggio più amato e temuto del fashion biz. Il proverbiale sguardo obliquo che incuterebbe soggezione anche alla fashion editor più navigata, quel sarcasmo al vetriolo, l’alone che la circonda è quello di una diva patinata: sì, perché su Anna Wintour sono stati scritti anche dei libri, a partire da quello che è poi divenuto il film cult Il diavolo veste Prada.
Nata a Londra il 3 novembre 1949, dal 1988 Anna Wintour è alla direzione della Bibbia della moda, Vogue America. Una carriera nel giornalismo di moda iniziata ad appena sedici anni: furono questi gli esordi di una donna che il successo lo aveva scritto nel DNA o, più semplicemente, nel carattere, ambizioso e freddo come pochi. Si racconta che quando Anna Wintour si presentò al colloquio per essere assunta da Vogue, Grace Mirabella, all’epoca direttrice della celebre testata, le chiese a quale posto ambisse. Lei rispose gelida, “il suo”. Già, perché le doti che occorrono per fare una simile carriera partono da qui: occorre essere all’occorrenza spietati, calcolatori e disciplinati, parola chiave che in molti tendono a dimenticare. Simbolo della moda a livello mondiale, dopo i fasti di Diana Vreeland si è aperta ufficialmente l’era di Anna Wintour.
Temuta e riverita, odiata e venerata, presenza fissa dei front-row delle sfilate, la Wintour è molto amica di Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia. Il carattere della giornalista britannica ha ispirato alla sua ex assistente Lauren Weisberger (sebbene quest’ultima non abbia mai dato conferma ufficiale) il bestseller Il diavolo veste Prada, scritto nel 2003 e poi diventato un film cult. Celebre l’interpretazione di Meryl Streep nei panni di Miranda Priestley, personaggio modellato ad immagine e somiglianza di Anna Wintour. Impossibile dimenticare le maniere brusche e il tono saccente con cui si rivolgeva alla timida ed insicura assistente Andrea Sachs, interpretata da Anne Hathaway. Secondo rumours il direttore di Vogue America non avrebbe assolutamente gradito il film incentrato sul romanzo della Weisberger e avrebbe addirittura intimato molti designer di non prendervi parte. Inoltre è chiaramente ispirato alla Wintour il look del personaggio di Fey Sommers nella serie televisiva Ugly Betty.
Anna Wintour ritratta da Ellen von Unwerth per Interview, 1993Anna Wintour è nata a Londra il 3 novembre 1949
Dal 1988 la giornalista britannica è alla direzione di Vogue America
La direttrice di Vogue America è da sempre al centro di infinite polemiche: nota per favorire gli stilisti americani, tra i suoi protetti spiccano John Galliano, Marc Jacobs e Plum Sykes, un’assistente di Vogue diventata poi scrittrice di successo, contesa dall’élite modaiola di New York. Nella sua lista dei magnifici sette del fashion system spicca solo un nome italiano ed è quello di Miuccia Prada: vediamo spesso la Wintour indossare le sue creazioni.
Anna Wintour è protagonista del documentario The September Issue, che descrive il lavoro che sta dietro la pubblicazione del numero di settembre di Vogue, considerato il più importante dell’anno. Il documentario è opera del regista R. J. Cutler ed è stato premiato al Sundance Film Festival.
Spietata nei confronti delle persone in sovrappeso, la Wintour è spesso attaccata per le sue posizioni ferme e rigide. Pare che anche la celebre Ophrah Winfrey sia stata costretta a perdere ben venti chili per apparire sulla copertina di Vogue America. La stessa Grace Coddington, fashion editor sottoposta alla Wintour nella redazione del magazine, avrebbe ammesso che i canoni estetici della sua direttrice nel selezionare modelle e celebrities da fotografare sono obiettivamente estremi.
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Ma le polemiche non finiscono qui: la Wintour non ha mai nascosto il suo amore per le pellicce, attirandosi il malcontento di numerosi gruppi di animalisti, che più volte le hanno lanciato addosso vernice, uova e quant’altro. Accusata da molti stilisti italiani di privilegiare sfacciatamente la moda americana a danno di quella italiana, la Wintour ha più volte preteso (e spesso ottenuto) che i giorni della settimana della moda milanese venissero ridotti da sette a cinque. Ma ogni guerra ha i suoi combattenti: dichiaratamente schierati contro lo strapotere della Wintour sono stati Roberto Cavalli e Krizia, recentemente scomparsa, ma anche Giorgio Armani.
Apparentemente rigida e snob, nella vita privata la Wintour ha alle spalle un matrimonio fallito, con lo psichiatra David Shaffer, da cui sono nati i due figli Charles e Katherine (detta Bee), che la giornalista ha più volte tentato invano di convincere a lavorare nell’ambito moda. Intima amica di Ralph Lauren e Diane von Fürstenberg, pare che la giornalista conduca una routine giornaliera molto metodica, che prevede sveglia prestissimo al mattino, pasti estremamente ridotti e una passione per i cappuccini bollenti. La Wintour, per contratto dalla Condé Nast (la casa editrice che gestisce Vogue), ha uno stipendio annuo che supera i 2.000.000 di dollari, oltre ad avere un autista personale e –dulcis in fundo– un budget annuale di 200.000 dollari interamente destinato a coprire le spese di abbigliamento. Il sogno di ogni fashion victim, insomma.
La giornalista nel front row della sfilata Erdem
Anna Wintour alla New York Fashion Week 2016
Lo stile prediletto dall’algida giornalista prevede cappottini e tailleur dall’appeal bon ton; e se da giovane la celebre direttrice di Vogue non lesinava in lustrini e paillettes, oggi appare più sobria. Largo a stampe all over e gonne plissettate passepartout, sotto gli occhiali da sole e il caschetto d’ordinanza. Spesso in pelliccia -rigorosamente Fendi, Dior o Chanel– la Wintour sfoggia spesso capi firmati Prada, come nel titolo del film a lei dedicato. Ça va sans dire.