Intervista a Michele Palazzo: dove comincia il suo mondo

Michele Palazzo è il fotografo originario di Ravenna che sarà protagonista a Milano, presso la galleria Still, a partire dal 29 novembre per la sua prima mostra personale. La mostra, intitolata “Dove comincia il mondo“, è curata da Denis Curti e Maria Vittoria Baravelli.

“Dove comincia il mondo” è il titolo della sua mostra personale. Dove comincia, invece, la sua passione per la fotografia?

Comincia molto presto, negli anni della mia adolescenza alle scuole medie. Ho frequentato una scuola media sperimentale annessa all’Istituto d’Arte per il Mosaico di Ravenna, ed a differenza delle altre scuole medie tradizionali, avevamo molte più ore di materie artistiche tra le quali fotografia. Erano ovviamente gli anni della fotografia analogica e la magia di sviluppare le foto autonomamente in camera oscura mi ha completamente rapito. Da quel momento in poi, con periodi più o meno intensi, la fotografia non mi ha più abbandonato.

Come approccia con i passanti mentre fotografa? Chiede se può fotografare o, semplicemente, cattura l’immagine?

Mai. Se chiedo il permesso, interrompo la magia del momento. I miei sono tutti ritratti fatti candidamente.

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Dalle sue immagini vien fuori un mosaico di etnie e culture differenti, che si riflette anche nei colori. Qual è l’aspetto a cui presta maggior attenzione mentre fotografa?

Ci sono molte cose che catturano la mia attenzione: i volti, i vestiti, il background o la luce. E’ una cosa che faccio quotidianamente, è un esercizio di osservazione e di curiosità continua che non mi abbandona mai, nemmeno quando non ho una macchina fotografica con me.

Che posizione occupa la tecnica nella sua fotografia?

Credo che sia una cosa acquisita per il tipo di fotografia che faccio, anche se ovviamente ci sono sempre cose da apprendere. Non sono un fotografo da studio e, quindi, quella tecnica la conosco poco e posso essere sicuramente considerato un principiante; tuttavia, se mi dovesse servire o ancora meglio incuriosire, allora mi ci dedicherei in maniera ossessiva come faccio con tutte le cose che mi intrigano.

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Ci sono dei fotografi che hanno segnato particolarmente la sua visione della fotografia?

Probabilmente moltissimi, ma anche pittori, designers e architetti. Ho sempre avuto una grande curiosità visiva e una pessima memoria per i nomi, per cui le mie influenze sono le più svariate. Ho un background in architettura, un lavoro da designer nel mondo digitale, questa passione sfrenata per la fotografia e amo viaggiare: sarebbe riduttivo citare solo qualche fotografo. Poi ne scopro nuovi e vecchi ogni giorno, preferisco mantenere vivo questo senso di continua sorpresa e scoperta.

La sua visione del mondo si riflette nella sua fotografia, o la sua fotografia ha inciso nella sua visione del mondo?

Sicuramente la prima, anche se a volte riguardando le mie fotografie e a mente fresca, scopro un punto di vista inaspettato anche a me stesso. La mia macchina fotografica è un passe-partout per nuovi mondi e avventure: probabilmente senza questa mia passione quotidiana non avrei mai avuto accesso o scoperto metà delle cose che ora fanno parte di me.

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C’è una parte del mondo che desidera fotografare attualmente?

In senso geografico, l’Asia che non ho mai visitato e che conosco solo attraverso l’occhio di altri fotografi. Sono curioso di vedere cosa, invece, il mio occhio sia capace di catturare. Se invece non parliamo di luoghi geografici, allora vorrei fotografare i momenti persi e le persone mai viste.

C’è qualcosa, invece, che preferirebbe non fotografare?

Ci sono probabilmente dei generi a cui non mi avvicinerò mai per mia indole, ma non mi precludo nulla.

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Le capita spesso di emozionarsi rivedendo una sua fotografia?

Poche volte, credo di essere molto esigente con me stesso. Mi innamoro di alcune idee di fotografia che provo ad esplorare e molte volte, deluso dai risultati, preferisco continuare a inseguire quelle idee e ogni tanto raccogliere i frutti di quell’esplorazione.

Se dovesse associare una parola alla sua fotografia, quale userebbe? Perché?

Forse direi Pancia, perché la mia fotografia è un po’ viscerale, di pancia appunto.

La mostra di Michele Palazzo presenta New York in 20 scatti, città in cui il fotografo vive per esigenze lavorative a partire dal 2010. La New York ritratta da Palazzo è spesso evanescente: il fotografo imprime nelle sue immagini l’unicità e la magia di momenti irripetibili; ne deriva, pertanto, una visione del tutto personale della Grande Mela, dove culture ed esperienze di vita differenti si mescolano tra di loro e con l’esperienza del fotografo, sino a realizzare un mosaico piacevole da osservare ed estremamente affascinante.

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Giuseppe Palmisano: la fotografia ha a che fare con l’inconscio

Giuseppe Palmisano è un giovane fotografo italiano. La sua è una fotografia che procede per sottrazione e in cui le donne ritratte risultano semplici, sensuali ed estremamente delicate.


Quando e come nasce la tua passione per la fotografia?


Ho iniziato a fotografare da ragazzino in maniera giocosa, ritraendomi da solo; facevo già teatro, l’artista di strada e mi dedicavo pertanto a video e foto. Acquistando poi una reflex nel 2009, ho iniziato a sperimentare in maniera più seria: il mezzo mi ha spinto verso la fotografia e poi, nello stesso tempo, la fotografia mi ha spinto lontano dal mezzo. Infatti, non mi è mai interessata particolarmente la tecnica.


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Come ti poni con i soggetti ritratti? Come interagisci?


Avviene tutto in maniera naturale, altrimenti si tratterebbe di una fotografia di moda. Io mi pongo come se fossi un regista: nel momento in cui fotografo, la modella è un’attrice e io il regista della situazione, come se si svolgesse uno spettacolo.


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Bellezza e fotografia. Come si incontrano nelle tue immagini?


Per me la fotografia non esiste. La bellezza è, invece, ciò che esiste: penso alla bellezza della donna nel contesto e non in quanto tale.


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Nelle tue immagini, la donna appare incessantemente incorniciata dal contesto circostante. Qual è l’aspetto a cui presti maggiore attenzione mentre fotografi?


Mi interessa che ogni cosa sia al suo posto: c’è sicuramente ordine nelle mie immagini. Per quanto riguarda le simmetrie, si può soltanto tentare di riprodurle poiché ci sarà sempre qualcosa di imperfetto.


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Le donne che ritrai sono sempre donne semplici, prive di tutto ciò che è superfluo. Qual è la funzione che attribuisci alla presenza femminile all’interno dell’immagine?


Non parlerei di funzione, altrimenti sarebbero soltanto degli oggetti. Semplicemente, mi piace la donna come soggetto da ritrarre, in quanto diverso da me: credo che sia più adeguata a trasmettere ciò che io vorrei.


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La tua è una fotografia “di ricerca”. Dove si dirige attualmente?


Non si può definire dove una ricerca si dirige: il senso della ricerca risiede esclusivamente in se stessa. So da dove vengo e non so assolutamente dove mi sto dirigendo.


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A quali fotografi ti sei ispirato per la tua ricerca?


Direi che mi sono ispirato a tutto ciò che ho visto e fatto, principalmente al teatro. Non conoscevo affatto la fotografia prima che iniziassi a fotografare. Ci sono alcuni fotografi che sicuramente mi hanno segnato, anche a livello inconscio, ma non sono stati affatto il mio punto d’inizio. Credo fermamente che la fotografia sia qualcosa di inconscio, contrariamente a chi ha l’esigenza di copiare altri fotografi pur di creare. Sicuramente mi hanno molto segnato le immagini di Guy Bourdin.


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Hai detto che l’arte è un modo di entrare in empatia col mondo. Puoi spiegarci meglio questa tua visione?


Per me, l’arte è un modo per conoscere gli altri e per entrarci in empatia. Non è il mezzo per farmi conoscere, bensì facendomi conoscere mi consente di avvicinarmi agli altri.


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Erotismo, Immaginazione e Fotografia. Qual è il loro punto d’incontro nelle tue immagini?


Sono tre momenti differenti. L’erotismo è un modo di vedere le cose. L’immaginazione è quella che ho quando voglio fotografare o quando guardo delle cose e le associo: può essere preventiva o estemporanea. L’immagine è invece il risultato del click.


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Ultima domanda. Se dovessi utilizzare una parola da associare alla tua fotografia, quale sceglieresti?


Utilizzerei “perchè” come parola. Tutto si basa sulla domanda, viviamo e facciamo senza farci delle domande.


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La fotografia di Giuseppe Palmisano si contraddistingue per un linguaggio del tutto personale: le sue modelle appaiono quasi sempre agiatamente sdraiate, accovacciate, con le gambe ben in vista, o in piedi contro un muro. Esse sembrano cercare un posto nell’ambiente circostante, così come l’autore potrebbe ricercarlo nel mondo attraverso il mezzo fotografico. E’ evidente la contaminazione con il teatro: l’immagine è il frutto di una specie di improvvisazione in cui la scenografia che ne deriva è di primaria importanza. Tutto ciò ha contribuito a fare di lui un vero e proprio fenomeno virale sui social, dove le sue immagini vengono recepite visivamente dai follower come intime e sincere.

Todd Hido: il fascino di strade, case e donne

Todd Hido è attualmente uno dei fotografi più noti ed apprezzati nel panorama artistico internazionale. Noto prevalentemente per fotografare case avvolte in contesti periferici foschi e oscuri, stupisce per lo stile personale che lo rende ben riconoscibile.


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Le sue immagini sono contraddistinte da atmosfere buie, dalla presenza di strade e case e dall’assenza della componente umana. Contrariamente a ciò che si può immaginare, è un tipo di fotografia che non ha nulla a che vedere con l’architettura; dalle finestre delle dimore nei quartieri americani spuntano spesso luci che segnalano un’implicita presenza umana.


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Il suo stile fotografico è pittorico e cinematografico tanto nei paesaggi notturni che nei suoi ritratti e nudi. In tutte le sue composizioni, è evidente una particolare attenzione verso l’atmosfera catturata: misteriosa e intima allo stesso tempo. Le donne ritratte, seppur nude, emanano sempre un grande fascino ed un’insolita eleganza di cui sembrano quasi esserne inconsapevoli; spesso, appaiono ritratte di sfuggita, di spalle o sdraiate in posizioni sensuali.


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Nei ritratti, Todd Hido pone tutta l’attenzione sullo sguardo e l’espressione del viso delle sue donne. Nella stanza, la luce circostante sembra abbracciarle dolcemente o in maniera più decisa, avvalorando la loro naturale bellezza.


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La fotografia di Todd Hido appare guidata dall’istinto e dalla solitudine: casualmente s’imbatte in una strada poca illuminata o si ritrova di fronte a situazioni ricche di fascino e mistero. E’ una fotografia descrittiva e narrativa contemporaneamente: un dettaglio come uno sguardo, un’insegna luminosa o un’auto parcheggiata è sufficiente per incuriosire l’osservatore e per indurlo a fantasticare. Le sue immagini sono il segno di un’indagine che va ben oltre le apparenze e che ricerca in maniera sottile e inusuale la storia di luoghi e persone


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http://www.toddhido.com/

Guy Bourdin: moda, provocazione e crudeltà

Guy Bourdin è stato sicuramente uno dei fotografi di moda e pubblicità più influenti del ventesimo secolo. Seppur meno noto rispetto al collega Helmut Newton, il suo stile ha profondamente cambiato il linguaggio pubblicitario della moda, tanto da influenzare molti dei fotografi successivi.


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Nacque a Parigi il 2 dicembre 1928 al 7 di Rue Popincourt. Abbandonato dalla madre all’età di un anno, fu Madame Maurice Désiré Bourdin che se ne prese cura e lo allevò affettuosamente. Sviluppò una particolare passione per la fotografia durante il servizio militare, a Dakar. Quando ritornò a Parigi, conobbe il grande Man Ray che incise indubbiamente sul suo stile conferendogli un tono inusuale. Nel 1961 sposò Solange Marie Louise Gèze, che morì suicida nel 1971. Dal 1955 al 1987 le sue immagini furono pubblicate su Vogue Paris; fu proprio un editore della rivista a presentare Guy Bourdin allo stilista Charles Jourdan, per il quale realizzò le campagne pubblicitarie delle sue calzature dal 1967 al 1981.


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Il fotografo parigino, che rifiutò nel 1985 il Grand Prix National de la Photographie, desiderava che le sue opere venissero distrutte dopo la morte. Durante il corso della sua vita, invece, rifiutò spesso di organizzare mostre o pubblicare libri. Si mantenne sempre ben lontano dalle lusinghe dei suoi tempi e sembra che fosse molto frustrato per la notorietà che aveva acquisito nel settore fotografico. Non fu soltanto un fotografo, ma anche un bravo artista: si dedicò alla pittura fino alla fine.


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Guy Bourdin ha sviluppato nel corso degli anni uno stile provocatorio, caratterizzato da immagini dai toni forti e da accostamenti surreali, in grado di spiazzare ed inquietare profondamente l’osservatore. I corpi femminili appaiono spesso sdraiati disordinatamente o frammentati; gambe che passeggiano, mani che si ripetono, corpi alienati ed elementi allusivi conferiscono una generale freddezza emotiva all’intera immagine che sfocia quasi nella crudeltà. Tale visione femminile deriva quasi probabilmente dal trauma infantile legato all’abbandono da parte dalla madre: sia con le donne a intorno a lui che con le modelle dei suoi shooting, si atteggiava con modi di fare spietati. Le modelle che egli seleziona, inoltre, sono quasi sempre dalla chioma rossa, dalla pelle chiarissima e truccate in maniera esagerata come la madre.


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La personalità enigmatica e ambigua di Guy Bourdin si riflette perfettamente nell’atmosfera onirica delle sue immagini, a tratti disturbante. E’ stato il primo fotografo a frammentare fino all’estremità il corpo della donna e a costruire un linguaggio ricco di metafore sensuali . L’artista francese è stato in grado di assorbire l’influenza di Man Ray e dei surrealisti Magritte e Balthus, creando uno stile complesso, provocatorio, stupefacente e difficile da decifrare nel settore pubblicitario della moda.


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Andrea Tomas Prato: Ghirri ha svelato quello che c’era e nessuno vedeva

Andrea Tomas Prato vive a Tortona, in provincia di Alessandria. La scoperta della fotografia avviene, per lui, in maniera del tutto casuale. Da quel momento, sarà la sua passione più grande, trasformandosi in un vero e proprio “gioco artigianale“.

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Come nasce la sua passione per la fotografia? Ci racconta un aneddoto?

La passione per la fotografia nasce per caso, per aver accompagnato un collega ad un corso base di fotografia nel 2011. L’aneddoto, invece, è che fotografavo da anni per lavoro le scene del crimine con uno schema, una metodologia,  che avrei usato lo stesso strumento con tanta passione e senza metodo, in maniera opposta.

Cosa c’è di autobiografico nella sua fotografia?

Il fatto stesso che la realizzo io.

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I dettagli del corpo femminile sono i veri protagonisti di molte sue immagini. Cosa intende comunicare tramite essi?

Non credo che dietro una immagine ci debba essere per forza un messaggio. Al contrario, credo di non voler comunicare proprio nulla. E’ solo una ricerca di ciò che io considero bello esteticamente; in questo caso, ricerco ciò che più bello ci sia negli aspetti armonici del corpo femminile. Vorrei solo precisare che i veri protagonisti delle mie immagini sono le persone che fotografo nella loro unicità, e quindi nei loro ritratti.

Come si pone verso la modella, mentre fotografa?

In modo riconoscente, educato ma informale. Ci tengo molto al fatto che la persona ritratta capisca che di fronte ha qualcuno che può risultare molto meno interessante delle proprie fotografie, ammesso che lo siano.

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La presenza umana sembra essere molto significativa nelle sue immagini. E’ anche un modo per sottolineare l’unicità del momento?

Certo, ma il momento è unico anche quando fotografo in assenza di soggetto; d’altronde, ogni secondo della nostra vita è unico.

Che posizione occupa l’istinto nella sua fotografia?

Un’importanza fondamentale, unitamente alla necessità di mettersi dietro l’obiettivo.

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E la tecnica?

Direi, l’ultima posizione. Alcune foto, tra quelle che più amo, le ho scattate con macchine usa e getta che anche mio nipote di 5 anni sa usare. Il senso dell’inquadratura ce l’abbiamo tutti fin da bambini. Lo schermo televisivo, quello di un cinema o di un quadro ci ha inconsciamente educato. Il gusto, invece, è personale e per questo vengono fuori foto differenziate, che qualcuno si arroga il diritto di giudicare; ma è evidente che non esistono dati oggettivi in fotografia.

Cosa le piace cogliere nei paesaggi che fotografa?

Mi piace muovermi nei nostri amati colli, quelli Tortonesi, e omaggiarli catturandoli in un’immagine.

Hai affermato di apprezzare Luigi Ghirri. Quali sono gli aspetti delle sue immagini che apprezzi maggiormente?

Ghirri ha svelato quello che c’era e che nessuno vedeva, facendolo con tanta eleganza ed in silenzio. Ora tutti quanti vedono di più attraverso i suoi occhi. Ha educato davvero tutti, da quel momento in poi.

Se dovesse associare una parola alla sua fotografia, quale userebbe? Perchè?

Gioco artigianale”, perché la fotografia che preferisco è quella che mi permette di acquistare bobine di pellicole, fare rullini, scattare, sviluppare e stampare in una piccola camera oscura; tutto questo fatto per gioco.

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La fotografia di Andrea Tomas Prato è la dimostrazione di come non sia necessario essere professionisti per creare una “buona fotografia”. Nelle sue immagini, il buongusto si unisce alla semplicità, dando vita ad un momento unico e irripetibile . Il risultato finale di ogni sua ricerca è una fotografia d’impatto, intima ed armoniosa.

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Marco Michieletto: siamo quello che fotografiamo

Nel corso della sua vita, Marco Michieletto ha fatto della fotografia la sua più grande passione. Egli non si limita soltanto a ritrarre incantevoli donne, ma mira ad imprimere in immagini molto di più: gesti, sguardi, fascino e personalità.


Cos’è per lei la fotografia?


Per me, la fotografia è come se fosse un figlio: gioia, dolori, molti pensieri e una spinta motivazionale continua. Non riesco a restare un solo giorno senza studiare una foto, sfogliare un libro o discuterne con gli amici. E’ una buona abitudine che quotidianamente mi crea interesse e arricchisce lo spirito.


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Come si pone verso l’errore?


L’errore fa parte delle mie foto; nonostante io sia un perfezionista nel lavoro, nella fotografia amo la spontaneità. Dunque, se apprezzo l’espressione, il momento, la luce, non mi soffermo troppo a guardare la mano tagliata o la piega del pantalone messa male. Personalmente, ritengo che i dettagli che contano nella buona fotografia siano differenti da quelli che comunemente si è portati a criticare.


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Quanto conta per lei la tecnica?


Personalmente, la tecnica non conta nulla. Non ho mai usato un flash in vita mia, così come non uso pannelli e post-produco il minimo indispensabile; se posso, lo faccio fare ad altri. Per me la fotografia è altro: prendere una modella, farle dimenticare che ho una macchina fotografica in mano ed entrare in stretto contatto con la sua personalità. Per me, la fotografia è tutto quello che riesce a trasmettermi con il viso o con il corpo, nel modo più naturale possibile; si può trattare di un gesto, una movenza o un pensiero. E’ in base a questo ragionamento che arrivo ad affermare che la tecnica, per me, non conta. Avrei risposto diversamente se non mi avesse chiesto “per lei”.


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Cosa c’è di autobiografico nelle sue immagini?


Tutto quanto. Sono un forte sostenitore della frase “siamo quello che fotografiamo“. Guardando una foto, spesso mi diverto a capire la personalità e l’educazione del fotografo che l’ha prodotta. Ho ben chiara la mia, ma mi fermo qui.


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Le donne che lei fotografa sono estremamente sensuali, pur rimanendo eleganti. Qual è l’aspetto che vuole catturare maggiormente in una donna?


La semplicità. Oggi le donne sono come un prestigiatore: vivono su Instragram e tentano di incantarti con tutti i filtri a disposizione. Io voglio prendere il loro cappello e guardare cosa c’è nel doppio fondo.


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Ha sempre affermato di aver voluto separare la fotografia dal suo lavoro. E’ contento di questa scelta?


Assolutamente sì. Conosco molte persone che hanno mollato il loro lavoro per diventare fotografi. Hanno gli stessi problemi e gli stessi problemi che ho io nel mio, con la differenza che non fotografano più per divertirsi. Io fotografo per puro piacere, quando, con chi e come voglio; il fatto di non dover render conto a nessuno di ciò che si fotografa è una libertà impagabile.


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Le sue modelle ricordano molto le dive di un tempo. C’è qualcuna di loro a cui s’ispira?


Jane Birkin.


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Se dovesse associare una sola parola alla sua fotografia, quale sceglierebbe? Perchè?


Sarò banale e ripetitivo ma direi “semplicità”, poiché sono io attraverso i miei click.


C’è un fotografo che ammira particolarmente?


Indubbiamente, Jerry Schatzberg.


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Le è mai successo d’ispirarsi a un libro o ad un film mentre fotografa?


Credo che inconsciamente io lo faccia ogni volta. Sfoglio molti libri e divoro film come patatine; credo sia impossibile non essere influenzati da queste abitudini.


Osservando la fotografia di Marco Michieletto, è impossibile non notare la singolare eleganza delle sue donne che appaiono estremamente sensuali, grintose e semplici al tempo stesso. Le sue immagini si contraddistinguono, pertanto, per un linguaggio proprio, deciso e raffinato. Servendosi di esso, l’autore rappresenta il corpo femminile in maniera spontanea, senza troppi artefici e nel totale rispetto della personalità delle modelle.

Monica Cordiviola: la fotografia è una cosa seria



La fotografia di Monica Cordiviola è una fotografia tutta al femminile. Le donne che ritrae sembrano tutte quante atipiche: dotate di straordinaria personalità e charme.


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I soggetti delle sue immagini sono prevalentemente donne. Qual è l’aspetto su cui si sofferma?


Molto probabilmente amo ritrarre donne perché mi rivedo o tento di farlo in ognuna di esse. Mi soffermo soprattutto sui loro punti di forza e sulle loro debolezze per trarne al meglio l’immagine che maggiormente le rappresenta. Adoro soprattutto i dettagli dei loro corpi.


Le donne fotografate da lei sembrano tutte quante dotate di forte personalità e contemporaneamente molto emotive. Quanto c’è di autobiografico?


Credo che ognuno di noi nasconda in sé forza e debolezza; la mia fotografia ancora oggi è completamente autobiografica. Infatti, rivedo sempre qualcosa di me stessa mentre fotografo.


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Micol Rochi



Le donne nelle sue immagini sono piene di sensualità e carica erotica. Come pone in relazione fotografia ed erotismo?


L’erotismo in fotografia è molto soggettivo: in un’epoca in cui il nudo è all’ordine del giorno, trovo molto più erotiche le donne che si coprono e nascondono il proprio corpo. Io sono in controtendenza, da sempre. Ho studiato molto sul tema del corpo femminile nel corso degli anni, a livello antropologico e di cultura; oggi ritengo che sia una delle forme più dirette nella comunicazione e la fotografia, il suo mezzo.


Come si pone quando ritrae i suoi soggettI?


Quando ritraggo i miei soggetti cerco di mettere, per quanto possibile, a proprio agio le persone; non sempre ci riesco. Nel lavoro, come nella vita, non sempre abbiamo le famose affinità elettive e quando non vi sono, il risultato finale parla per noi.


Come è nata la sua passione per la fotografia? Ci racconta un aneddoto?


La fotografia è entrata nella mia vita circa quindici anni fa e in maniera molto particolare. In realtà, da spettatrice, sono sempre stata circondata dal mondo della fotografia. Da bambina mi dilettavo con le Polaroid ovunque mi trovassi, poi per molto tempo ritagliavo immagini dai magazine degli anni 80 come Harper’s Bazaar e Vogue e le raccoglievo meticolosamente in quaderni che ancora conservo. A trent’anni avevo talmente tante riviste che sfruttavo i loro fogli per ricavarci comodini e mobili in casa. Poi, intorno ai trentacinque anni, comprai la mia prima reflex semi-professionale e da lì è iniziato il mio vero e proprio percorso fotografico.



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Martina Colombari


Dove si dirige la sua fotografia?


La mia fotografia si dirige verso la ricerca dell’essenza del ritratto, sempre contestualizzato ma molto più intimo. Inoltre, sto pensando di iniziare a ritrarre anche gli uomini con la stessa identica intensità.


Se dovesse utilizzare una parola, quale riterrebbe più appropriata per definire la sua fotografia?


Una parola sola? Carnale.


Molte sue immagini sono in bianco e nero. Come giustifica questa scelta?


La scelta di produrre prevalentemente in bianco e nero deriva dal fatto che adoro la vecchia pellicola. Nonostante oggigiorno è sempre più difficile utilizzare l’analogico, ma amo editare le mie immagini con quel sapore. A livello emotivo, mi trasmettono molto di più le immagini in bianco e nero.


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Dove si sta dirigendo la fotografia attuale?


La fotografia attuale non la guardo troppo. A parte alcune eccezioni ovviamente, per me oggi la fotografia è violentata e dissacrata. Molto probabilmente ciò accade perché sta andando di pari passo con la nostra società. Non vorrei sembrare “catastrofista” o colei che è legata alla vecchia scuola, tutt’altro, ma purtroppo vedo un ambiente inflazionato e deprezzato dal suo vero valore. Abusata. Io dico spesso che la fotografia è una cosa seria.


Ci sono dei fotografi da cui si è sentita particolarmente ispirata durante il suo percorso fotografico?


Certamente. Per anni, mi sono nutrita di immagini di Helmut Newton, Dorothea Lange e Steven Meisel.


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Il corpo è il vero protagonista delle immagini di Monica Cordiviola. Esso è inevitabilmente il punto di partenza per comunicare e la fotografia è il mezzo di cui si serve per farlo. Ne deriva una visione della donna che si distanzia da quella proposta attualmente dalla società; sensualità, carattere e grande personalità risultano i caratteri peculiari delle sue donne.


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Giorgio Galimberti: la fotografia deve essere prima di tutto poesia

Giorgio Galimberti nasce a Como il 20 marzo 1980. Essendo figlio d’arte e crescendo in un ambiente particolarmente sensibile verso ogni forma d’arte, inizia ad appassionarsi fin da bambino alla fotografia. Dopo un periodo di sospensione durato una decina di anni, comincia nuovamente a fotografare con la maturità adatta per ricercare un linguaggio del tutto personale. La sua è, innanzitutto, una “fotografia di ricerca”. La parola “ricerca” è tanto amata da Giorgio Galimberti, che rifugge volentieri da etichette e accademismi.


Quanto hanno inciso gli anni di inattività?


L’inattività mi è servita molto. Il linguaggio fotografico si crea soprattutto guardando immagini e leggendo non solo volumi di fotografia, ma anche letteratura e arte. A me è servito allontanarmi dalla fotografia per “essere contaminato”.


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Se dovesse scegliere tre fotografi che l’ hanno influenzata, quali indicherebbe e perché?


Per la poesia dell’immagine: Mario Giacomelli.
Per la composizione, l’inquadratura, per l’avanguardia: Aleksandr Rodčenko.
Per la luce e il linguaggio: Fan Ho e Josef Sudek.


Se dovessi scegliere un fotografo che sento più vicino a me, sicuramente nominerei Giacomelli. I motivi sono vari: perché è italiano, perché l’ho conosciuto, per com’era lui. Ho passato una giornata straordinaria con lui e mio padre nel ’92, quando mi regalò una foto… un personaggio molto introverso. Lo adoro non solo per la poesia, ma anche perché ha sempre indagato la sua terra: mi piacciono i suoi paesaggi crudi, con queste campagne marchigiane raccontate in maniera vera, inalterata, senza modificarne i contenuti.
Giacomelli è stato sicuramente un grandissimo fotografo.


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Bianco e nero e fotografia. Il bianco e nero ha un ruolo predominante nelle sue immagini. Che funzione assume?


Quando scatto, non penso se a colori o bianco e nero. Ultimamente, scatto già in bianco e nero. Il tono conta poco.


Qual è l’elemento a cui presta più attenzione mentre scatta una foto?


Io mi concentro sull’immagine. Il tono è un’estetica. Non è il tono che fa l’immagine. Una buona immagine dipende da una buona composizione, una buona inquadratura, un buon contenuto.


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Com’è il suo rapporto con l’errore?


Non bisogna cadere troppo nell’accademico. Io mi lascio andare molto alle sensazioni. La fotografia che preferisco è quella più di pancia, quella più istintiva, quella più carica di pathos. Delle foto accademiche, perfette, ne siamo stanchi. E’ bello avere un’immagine un po’imperfetta, che lasci allo spettatore qualcosa da interpretare. Se un’immagine è perfetta, hai già detto tutto. Io credo anche nel destino.


Com’è attualmente il suo rapporto con la creatività?.


Spero, buono. E’ comunque in continua evoluzione. Come disse Italo Calvino: “La fantasia è come la marmellata, bisogna che sia spalmata su una solida fetta di pane“.


Il suo punto di partenza è la Street Photography. Qual è il suo approccio coi passanti?


Nullo. Non chiedo mai se posso scattare una foto; magari ci interagisco dopo lo scatto. Bisogna essere un po’ furbi e discreti, inseguire il passante e appena trovo la scena che mi piace, fare clic. Un po’ bisogna cercarsele le immagini.


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Il 2017 è stato finora un anno pieno di appuntamenti. Ci può anticipare qualcosa relativo ai prossimi?


Ci sono parecchie cose in programma. Sono contento perché sto facendo dei workshop: all’inizio sinceramente non mi convincevano, adesso mi piacciono perché in questo modo non solo mi tengo in allenamento, ma ho anche la possibilità di trasmettere quel poco che so a chi ha appena iniziato a fotografare o non ha ancora trovato il proprio linguaggio. Ho un workshop a Milano, poi un workshop a Bologna, un weekend a Bologna, poi sarò ospite in Sardegna e a Trieste Photo Days, partecipero’ inoltre alla mostra curata da Filippo Rebuzzini.


Qual è la direzione della sua fotografia?


Sto scattando dei paesaggi alla Giacomelli. Cerco sempre di mantenere il mio linguaggio e di continuare la mia ricerca. Voglio sicuramente restare nella fotografia di ricerca: ricerca del mio stile, sperando poi piaccia anche al pubblico.


Fin dai primi anni di vita, matura una grande passione per la fotografia e uno spirito particolarmente creativo. Può raccontarci un aneddoto?


Ricordo quando, da bambino, mi piaceva manipolare le polaroid. Ricordo le serate con mio padre: sono tutti ricordi di famiglia, indelebili, che porto nel mio cuore. Magari non diventerò un grande autore, ma la fotografia sarà stata senz’altro un pezzo fondamentale della mia vita.


Galimberti-11


La fotografia di Giorgio Galimberti è dunque una fotografia sincera, alla ricerca (prima di tutto) di poesia e pathos. E’ un tipo di fotografia che non bada troppo alla tecnica, che si serve spesso del bianco e nero e di contrasti forti per raccontare delle storie.

Efrem Raimondi: in buona sostanza ho un ottimo rapporto col mio invisibile, sono io!

Efrem Raimondi nasce a Legnano il 16 agosto 1958. La sua fotografia ha come soggetto nient’altro che se stessa. Le sue immagini si collocano in una zona in bilico tra il sogno e la realtà. Esse vanno alla ricerca dell’essenza profonda di ciò che viene visto, indipendentemente dal soggetto. Raimondi parla, precisamente, di “Invisibile”.

Il mese di ottobre La vede impegnato in tre città: Milano, poi Siena e Pordenone. Può anticiparci qualcosa?

Con piacere. Premesso che è un impegno in parte didattico coi workshop sul ritratto a Siena e a Pordenone. E con un corso avanzato, sempre sul ritratto, a Milano. Entrambi i percorsi si pongono il problema di come poter produrre fotografia di ritratto superando gli stretti argini del genere. Che in alcuni casi, il genere, ha la sua motivazione e collocazione, ma più spesso finisce per soffocare la fotografia, quella maiuscola, nella morsa di cliché e manierismi: qui si intende andare oltre. Facendo in primis fotografia, che poi sia di ritratto non cambia nulla.
Poi ancora a Siena la lectio magistralis Presente imperfetto , sulla falsariga di quella tenuta a giugno al MAXXI di Roma, insieme alla curatrice Benedetta Donato che è stata fondamentale. Questa volta ad accompagnarmi c’è Alessandro Pagni. E confido molto sulla sua presenza, perché ha uno sguardo acuto. La lectio è una sorta di viaggio sull’idea che ho di fotografia attraverso quella che è la mia produzione. A partire dal 1980 sino ad oggi. Non si può spiegare in due righe, bisogna esserci.
E poi ancora Siena con una piccola mostra, PORTRAIT FOR SALE: 19 opere, ritratti, a figure internazionali di primissima grandezza e a persone che il circo mediatico definirebbe comuni – incluso un mio nudo, un autoritratto del 1986 – ma che per me hanno una valenza particolare. Il differenziale vero è sempre il COME si fotografa. Non COSA, non CHI. Per un autore il soggetto è solo il pretesto per raccontare sé stesso. Sempre. E questo è il mio PERCHÉ. Non ne conosco altri.
Comunque tutte le informazioni di questo ottobre denso si trovano sul mio blog. Per chi volesse: http://blog.efremraimondi.it/

Nei Suoi ritratti, il gesto assume una rilevanza particolare e sembra quasi diventar soggetto. Come si approccia a fare un ritratto?

Per me il soggetto della fotografia è la fotografia stessa, tutta quanta. Tutto ciò che è nel perimetro compone il soggetto e esiste. Ciò che non c’è non esiste. Anche una cosa apparentemente marginale, ficcata in un angolo, ha un suo peso specifico ed è partecipe dell’immagine che restituiamo. Con una premessa del genere la risposta è abbastanza scontata: con l’intento di portarmi a casa qualcosa che soddisfi me in primis. Non cercando mai, ma proprio mai, alcuna stranezza, alcun artificio.

Questo modo di approcciarsi al ritratto è rimasto immutato negli anni o reputa che abbia subito un’evoluzione?

L’approccio è sempre stato lo stesso. E passa per un concetto chiaro: essere diretto e molto semplice. La mia è una fotografia semplice. Certo, nel corso del tempo la capacità di modulare questa semplicità ha contribuito a precisare la mira. Ma non è stato un travaglio. Proprio un percorso: l’ambizione è sempre stata far coincidere ciò che produco con ciò che intendo produrre. E perché questo diventi possibile servono due elementi: ampliare lo sguardo e affrontare i dubbi, riflettere su ciò che si sta facendo, prima e dopo. Durante, non penso. Fotografo.

All’interno del suo blog, in più sezioni, lei afferma: “La fotografia si occupa dell’invisibile”. Come definisce il Suo rapporto personale con l’invisibile?

Ognuno di noi intercetta solo ciò che intimamente gli appartiene, sforzarsi non serve a nulla. Alla fin fine sei come che fotografi. Il vero differenziale lo fa il linguaggio, quella proprietà soggettiva che permette o meno di esprimersi. L’invisibile è tale finché non lo cogli. Ma appunto non basta, poi devi renderlo espressione. In buona sostanza ho un ottimo rapporto col mio invisibile: sono io! Ed è un buon rapporto solo quando lo traduco in immagine, altrimenti è un tormento.

Sempre all’interno del suo blog, lei accenna che fin da bambino le piaceva fantasticare mentre sfogliava riviste di fotografia come “Popular Photography”, alla quale suo padre era abbonato. E’ iniziata così la passione per la fotografia?

Anche così. Ma era un altro mondo, stiamo parlando della metà degli anni ’60: allora, piccolissimo, girovagavo per mostre e musei coi miei genitori. Accompagnavo mio padre a sviluppare e stampare in una meravigliosa camera oscura persa nella nebbia della periferia di Milano, proprio di fronte all’aeroporto di Linate. Vedere l’emergere di un’immagine da una bacinella mi affascinava un po’ come quando vedevo gli aerei spuntare dalla nebbia, a 50 metri dal tetto di casa mia. Con quella luce rossa lampeggiante dalla pancia dell’aereo e nient’altro. Solo il suono dei motori.

Cosa significa, per lei, fotografare una donna? Qual è l’elemento che adora catturare maggiormente in un soggetto femminile?

Significa fotografare una persona. Coinvolgersi. Coincidere. Ma è esattamente come quando ritraggo altri soggetti. Per intenderci non la butto mai sulla sessualità, semmai sulla fascinazione. E basta davvero uno sguardo. E lo sguardo non ha età. Ho ritratto fanciulline e donne anziane: in ognuna trovo quello che cerco. E non è mai definibile a priori.

MILANO, IDROSCALO. JUNE 2012. Alias Charlyn "Chan" Marshall. U.S.A. SINGER-SONGWRITER.
Cat Power, 2012 per Rolling Stone Italia


Se dovesse definire la sua fotografia con una parola, quale preferirebbe utilizzare?

Detto: semplice. Che non significa facile. E trasversale: fotografo tutto l’invisibile che mi riguarda.

Fotograficamente parlando, come si pone nei confronti dell’errore?

L’errore, la consapevolezza dell’errore, è il prodotto di una conoscenza. Se lo individui diventa prezioso contributo del tuo percorso espressivo. Ho fatto dei redazionali in cui l’errore era il soggetto. Poi sa, a volte si equivoca sull’errore. C’è chi pensa che esistano delle regole ferree non trasgredibili. In genere chi pensa questo è un subordinato della regola. E di fatto ne sottolinea la non consapevolezza. La scarsa padronanza. Le regole esistono. Il linguaggio, per essere tale, le possiede e le usa a suo piacimento. La perfezione non esiste ed anzi è proprio grazie all’imperfezione che sottolineamo la nostra cifra espressiva.

Che rilevanza attribuisce alla quotidianità e all’intimità?

Alta. Ma non è detto che abbiano una relazione direttamente proporzionale. Può accadere che ci siano singoli elementi di intimità con una persona sconosciuta. Per una fotografo, per chiunque esercita lo sguardo, è un elemento vitale.

Ultima domanda. In che direzione si sta dirigendo la fotografia nel mondo contemporaneo?

Dobbiamo, credo, fare un distinguo: le fotografie non necessariamente sono il prodotto di una consapevolezza. Se invece è di consapevolezza che parliamo, allora sì, il prodotto sarà realmente rappresentativo del produttore. E quindi fotografia. Penso che la forbice qualitativa, espressiva, sia destinata ad allargarsi. Già accade. E paradossalmente a fronte di una spropositata, spaventosa produzione di immagini, corrisponde una produzione autoriale che va per la propria strada. Ma esattamente come sempre gli artisti hanno fatto.
Poi c’è il mercato e il marketing, che cavalcano la massificazione iconografica. Instagram ne è l’esempio: una grande bolla. C’è tanta demagogia nel concetto di democrazia in fotografia: la fotografia, come qualsiasi linguaggio complesso, e perciò davvero significativo, non è democratico. E non media l’espressione col mercato.

Ottobre sarà un mese intenso per Efrem Raimondi, in quanto lo vedrà protagonista di un ciclo didattico di grande interesse. Il prossimo anno, come egli sottolinea anche all’interno suo blog, si aprirà con delle novità. Nel frattempo, non resta che augurargli un buon lavoro e di continuare al meglio la sua splendida carriera.

http://blog.efremraimondi.it/
http://www.efremraimondi.it/

Conversano ospita “L’uomo infinito” di Man Ray

L’uomo infinito” è il titolo della mostra del celebre artista Man Ray allestita nel castello di Conversano, in provincia di Bari, dal 15 luglio al 19 novembre 2017; organizzata dall’Associazione Culturale Artes in collaborazione con l’Amministrazione Comunale di Conversano, la Fondazione Marconi ’65 di Milano ed il Man Ray Trust.

Il titolo della mostra attinge dal nome dell’omonima opera dell’artista americano, “Lhomme infini”, risalente al 1970. La mostra presenta circa 100 opere tra fotografie, sculture, dipinti, disegni e litografie di colui che viene considerato il massimo esponente del Dadaismo. Le sezioni che si susseguono sono otto: “”New York 1912 – 1921”, “Il rapporto con Marcel Duchamp”, “Gli amici artisti e autoritratti”, “Muse e Modelle”, “Dadaismo ed avanguardie”, “”Realtà e finzione-voyeurismo e sadismo”, ‘Juliet’ e “Ritorno in Francia”.

La mostra ripercorre l’intero percorso artistico di Emmanuel Rudzitsky (il vero nome di Man Ray) in tutta la sua evoluzione ed ha inizio a partire dall’incontro con il grande artista Marcel Duchamp e con la nascita di un Dadaismo di stampo americano. Ben presto, Man Ray abbandonerà la sua terra natale per recarsi nella capitale francese dove troverà un luogo culturale più accogliente e più adeguato per la sua poetica dadaista. Ed è proprio a Parigi che Man Ray comincerà a ritrarre le figure intellettuali più importanti di quell’epoca, come Jean Cocteau.

Noire et Blanche, 1926 Photo de Man Ray
Noire et Blanche, 1926
Photo de Man Ray


Nell’ambito dell’arte fotografica, egli dimostrerà che la fotografia non è affatto la riproduzione della realtà ma la creazione di concetti completamente nuovi attraverso associazioni di idee e l’utilizzo di linguaggi preesistenti. Meritano una menzione speciale i suoi “rayographs”: fotografie ottenute poggiando direttamente gli oggetti da ritrarre sulla carta sensibile.

Oggigiorno Man Ray, attraverso la sua capacità di sperimentazione, si rivela agli occhi del pubblico come un artista completo. Le sue opere, avvalendosi delle tecniche e poetiche più disparate, rappresentano la sintesi perfetta delle avanguardie della sua epoca e sono la dimostrazione dell’abilità dell’artista a creare un linguaggio innovativo personale.

ALTAROMA 2017 – PASSATO E FUTURO IN PASSERELLA

Rani Zakhem torna a sfilare sulle passerelle di AltaRoma all’insegna delloStudio 54, dei colori, dei ricami e della audacia.  La palette è una costante mutazione di colori, dal giallo al bluette, che si susseguono negli abiti in organza di seta, chiffon, tulle o raso prezioso.
La donna di Rani Zakhem è una donna coraggiosa che si mette in mostra senza mai essere volgare.


RANI ZAKHEM -  (ph) S. Dragone / Luca Sorrentino
RANI ZAKHEM –  (ph) S. Dragone / Luca Sorrentino

RANI ZAKHEM -  (ph) S. Dragone / Luca Sorrentino
RANI ZAKHEM –  (ph) S. Dragone / Luca Sorrentino

RANI ZAKHEM -  (ph) S. Dragone / Luca Sorrentino
RANI ZAKHEM –  (ph) S. Dragone / Luca Sorrentino

RANI ZAKHEM -  (ph) S. Dragone / Luca Sorrentino
RANI ZAKHEM –  (ph) S. Dragone / Luca Sorrentino

RANI ZAKHEM -  (ph) S. Dragone / Luca Sorrentino
RANI ZAKHEM –  (ph) S. Dragone / Luca Sorrentino

RANI ZAKHEM -  (ph) S. Dragone / Luca Sorrentino
RANI ZAKHEM –  (ph) S. Dragone / Luca Sorrentino



Dopo le sfilate di alta moda autunno-inverno 2017 /2018 della Haute Couture di Parigi, Antonio Grimaldi apre le porte del suo nuovo atelier, presentando la sua collezione nella suggestiva scenografia di Palazzo Besso a Largo di Torre Argentina. la sua proposta è quella di sottolineare forme e pregi della donna.


“Vivo e lavoro a Roma, Palazzo Besso è la mia seconda casa e sono felice di festeggiare l’apertura del nuovo atelier nella Capitale. In questa città sono nato professionalmente e qui ho imparato l’arte della Couture e i segreti dell’alta moda” dichiara Antonio Grimaldi.


ANTONIO GRIMALDI - (ph) S. Olivieri / Luca Sorrentino
ANTONIO GRIMALDI – (ph) S. Olivieri / Luca Sorrentino

ANTONIO GRIMALDI - (ph) S. Olivieri / Luca Sorrentino
ANTONIO GRIMALDI – (ph) S. Olivieri / Luca Sorrentino

ANTONIO GRIMALDI - (ph) S. Olivieri / Luca Sorrentino
ANTONIO GRIMALDI – (ph) S. Olivieri / Luca Sorrentino

ANTONIO GRIMALDI - (ph) S. Olivieri / Luca Sorrentino
ANTONIO GRIMALDI – (ph) S. Olivieri / Luca Sorrentino

ANTONIO GRIMALDI - (ph) S. Olivieri / Luca Sorrentino
ANTONIO GRIMALDI – (ph) S. Olivieri / Luca Sorrentino



L’Accademia Koefia ha presentato una collezione realizzata dai 46 studenti del terzo anno ispirata alla “STRADA”: ai suoi stili, ai suoi ritmi e i suoi artisti circensi di Felliniana memoria. Tema dominante è il Denim che, personalizzato, ricamato, dipinto e mixato con altri materiali, crea un filo conduttore tra le storie raccontate in passerella.


I blue jeans vengono contaminati da preziosi dettagli, accostamenti di tessuti come il tulle, la seta oltre a molteplici trattamenti.
La strada narra, anche oggi, il grande circo della vita e del quotidiano, come quello di Roma: città eterna, amata e maledetta. Un racconto che parla di lei, dei suoi usi e costumi perché, in fondo si sa, tutte le strade portano a Roma.


ACCADEMIA KOEFIA - (ph) S. Dragone / Luca Sorrentino
ACCADEMIA KOEFIA – (ph) S. Dragone / Luca Sorrentino

ACCADEMIA KOEFIA - (ph) S. Dragone / Luca Sorrentino
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ACCADEMIA KOEFIA - (ph) S. Dragone / Luca Sorrentino
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ACCADEMIA KOEFIA - (ph) S. Dragone / Luca Sorrentino
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ACCADEMIA KOEFIA - (ph) S. Dragone / Luca Sorrentino
ACCADEMIA KOEFIA – (ph) S. Dragone / Luca Sorrentino