È stata inaugurata lo scorso 21 ottobre a Palazzo Ducale a Genova la mostra “Warhol. Pop Society”: una retrospettiva dedicata all’indimenticabile artista americano a trent’anni esatti dalla sua scomparsa. La mostra, che sarà aperta al pubblico fino al 26 febbraio 2017, è curata da Luca Beatrice e prodotta e organizzata da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura di Genova e da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 Ore.
Sono esposte circa 170 opere tra tele, disegni, polaroid, sculture e oggetti provenienti da collezioni private, musei e fondazioni pubbliche e private italiane e straniere. Un percorso tematico che si snoda attorno al disegno, alle icone di Warhol, alle sue celebri polaroid, ai ritratti e al cinema.
Nato a Pittsburgh il 6 agosto 1928 e morto a New York il 22 febbraio 1987, Warhol è stato protagonista assoluto dell’arte contemporanea. Nessuno più di lui ha saputo intuire i cambiamenti avvenuti nella società. Nella sua Factory tante le arti prodotte, dal cinema alla musica rock, in un’avanguardia mai sperimentata prima.
La locandina della mostra a Palazzo Ducale
In mostra le serigrafie di Marilyn e i ritratti di personalità del calibro di Mick Jagger, Liza Minnelli, Man Ray, Gianni Agnelli, Giorgio Armani. Sono inoltre esposte oltre 90 delle celebri polaroid con cui Warhol immortalava le sue icone predilette e i suoi amici.
(Cover: Marilyn Monroe, Serigrafie di Andy Warhol, 1967)
David Bowie amava l’arte.
Non era solo la personificazione più evidente della sua arte, amava anche quella altrui.
Collezionava e sapeva collezionare quindi, lasciandoci in eredità non solo il suo genio e la sua produzione musicale, ma anche una raccolta imponente di opere britanniche moderne.
Il cantautore, morto questo 10 gennaio 2016, era protagonista assoluto del desiderio terreno di percorrere e precorrere i tempi.
Poliedrico, camaleontico, un dandy che ha fatto della sua musica un vero e proprio teatro scenico, simbolo del passaggio e della nascita di alcuni tra i più disparati generi musicali: glam-rock, punk, new wave, synth-pop, dark-gothic, neo-soul, dance.
Performer e attore della sua stessa maschera, lo si poteva amare terribilmente o odiare maniacalmente.
La sua morte ha prodotto una frattura sentita tra i suoi seguaci, nonostante sia stato il primo a spogliare i termini dello stardom, ovvero il rapporto instabile e ipocrita tra star e fan.
Questi ultimi ancora legati al suo ricordo lunatico, potranno approfittare della colonna sonora del musical Lazarus a breve in uscita.
Al suo interno tre brani inediti registrati prima di morire: When I meet you, No plan e Killing a little time.
Amava l’arte, si diceva, e ne amava soprattutto quella contemporanea africana, inglese e americana, ma non solo.
Sapeva amare anche il design italiano di Ettore Sottsass e del Gruppo Memphis.
La collezione sarà messa all’asta da Sotheby’s Londra per un valore che si aggira dalle 800 alle 2.500,000 sterline.
Tra gli artisti presenti nella collezione, compaiono diverse opere di Henry Moore, Jean-Michel Basquiat e Damien Hirst che si deduce siano stati i suoi artisti preferiti.
Matthew Collings racconta in un video l’arte di David Bowie e quella da lui raccolta e collezionata.
Un ultimo saluto, seppur carico di malinconia, al Duca Bianco.
Visionaria, eclettica, creatrice di un’arte primordiale e moderna, intensa e affascinante: nell’opera di Carla Mura innumerevoli sono le suggestioni e i riferimenti ad un mondo interiore ricco di pathos. Rimandi onirici nei pattern cromatici, virtuosismi e visioni sfocate e cesellate in una realtà ricostruita attraverso percezioni visive.
Lunghi capelli biondi su un viso pulito e su uno sguardo trasparente, la sensibilità dell’artista Carla Mura ci porta in astrazioni caleidoscopiche attraverso mondi sommersi e intarsi che tradiscono un mondo interiore pregno di spunti. Autentica, spontanea, libera da ogni forma di costrizione, la tecnica dell’artista l’ha resa illustre rappresentante dell’arte moderna, esponente di spicco della corrente aniconica contemporanea e artefice di opere versatili e poliedriche.
Nata a Cagliari nel 1973, Carla Mura inizia a dipingere nel 1998, dopo avere mosso i primi passi nell’ambito pubblicitario. Dopo appena pochi anni di attività arrivano le prime mostre ed esposizioni, dapprima nella sua terra d’origine, la Sardegna, e poi nel resto d’Italia e all’estero, dove la sua arte ottiene numerosissimi riconoscimenti. Nomi illustri tra i curatori, da Luca Beatrice ad Alessandro Riva. Non si contano gli attestati di ammirazione alla sua opera, apprezzata da Achille Bonito Oliva, Enzo Cucchi, Alberto Biasi, Ferruccio Gard, Giosetta Fioroni. Successivamente la giovane artista si trasferisce a Roma, dove vive e produce opere per dieci anni, per poi spostarsi in Veneto, sua residenza attuale.
Un ritratto di Carla Mura
Olà fucsia, serie Metropoli, filo di cotone su legno, cm 80 x 80
I pappagalli- filo di cotone su tela, cm 50 x 50
Container- Filo di cotone su legno, cm 60 x 60
Politica- Filo di cotone su tela, cm 50 x 50
Audacia, sensibilità e sperimentazione costituiscono il fil rouge del suo lavoro, a partire dall’uso di materiali innovativi, tra cui il filo di cotone. L’amore per questo materiale nasce nel 2001, quando Carla si trova a Roma e il suo occhio vinne catturato da una rocca di filo ecru, trovata per caso in un mercato di antiquariato. L’artista si avvicina istintivamente alle nuove possibilità offerte dall’inedito materiale, mixandolo dapprima con acrilico, per poi prediligerlo ed ergerlo quasi a sua controfigura: l’artista si riconosce pienamente nel nuovo strumento, al contempo delicato e resistente. Carla Mura fiuta immediatamente le immense potenzialità del nuovo materiale, che si pone al centro della tecnica spontanea che sta alla base delle sue opere, insieme a supporti che variano dalla tela al legno, dal marmo alle pietre, dal travertino fino al plexiglass. Incroci, intarsi, nodi e grovigli ineluttabili, ghirigori estetici e ardite geometrie per composizioni astratte e libere da ogni schema, sequenze delineate solo dall’istinto dell’artista; caleidoscopiche trame di un disegno di cui solo lei, indomita e ribelle, sa tessere le trame e detiene la verità ultima. Libere interpretazioni di un disegno astratto ed indecifrabile, che si aprono talvolta in suggestioni metropolitane: è da scorci come finestre socchiuse che si intravede l’infinito, astrazioni grazie alle quali lasciare a briglia sciolta la fantasia per spiccare in voli pindarici che solo l’artista, deus ex machina della situazione, può controllare, forte del suo genio, iconoclasta della pittura e vestale di una mistica fatta di codici segreti e primigeni.
Ponte- filo di cotone su tela, cm 70 x 70
Entourage- filo di cotone su tela, cm 60 x 60
Carla Mura nasce a Cagliari nel 1973 (Foto: Facebook)
L’innovazione e la sperimentazione della sua arte, grazie a materiali poveri come il filo di cotone (Foto: Facebook)
Tantissimi i riconoscimenti ottenuti a livello nazionale ed internazionale per Carla Mura (Foto: Facebook)
Visionaria e sperimentatrice, la sua arte travalica l’uso dei tradizionali mezzi pittorici per avvalersi magistralmente di materiali poveri: ed è proprio grazie al pregiato filo di cotone, cifra stilistica delle sue opere, che l’artista Carla Mura si è imposta sulla scena artistica internazionale grazie alla grande riconoscibilità delle sue opere, che costituiscono un unicum stilistico intriso di suggestioni arcaiche e di una sensualità primordiale. Carla Mura tesse le trame di un canto antico che sembra risuonare nei meandri della psiche, un’eco misteriosa e affascinante che attraverso percezioni tattili ci prende per mano riuscendo a vincere il caos della retorica e della realtà.
Ma nelle sue opere non c’è solo questo: attraverso una sapiente opera di creazione, il genio artistico forgia una nuova visione del mondo. Gli stessi titoli di molte delle sue opere rimandano sovente al mondo dell’architettura – Windows, Light, Margine, Il palo, Container, La casa azzurra, Metropoli ecc. Il colore gioca altresì un ruolo fondamentale nella metamorfosi di codici tradizionali che vengono radicalmente rivoluzionati dai fili di tessuto di cotone, i cui riflessi cangianti creano caleidoscopici giochi di luce.
Corde e sfumature che trascendono quasi in pittura: ricorda quasi una tela espressionista il colore che si deposita a sprazzi. Visioni istintive ed immaginazione, ma anche un velo di sofferenza dietro la sua opera. Tante le combinazioni di colori, dal bianco e nero iniziale l’eclettica artista si è aperta ad un uso generoso della tavolozza, per opere uniche.
E’ l’artista senza volto. L’anonimo della Street Art.
Di Bansky le uniche informazioni frammentarie sul suo conto, riguardano il luogo e la data di nascita, Bristol (Inghilterra), 1974.
Le sue opere sono dissacratorie, pure; raccontano di guerra e di libertà e nascondo un messaggio positivo, colmo di speranze.
La strada, è il suo habitat naturale ed è proprio sui muri delle grandi metropoli (i suoi murales sono apparsi anche in città della Cisgiordania) che molte delle sue opere sono state compiute.
A Bansky, Roma dedica un’esposizione dal titolo “War, Capitalism & Liberty“: una raccolta di 150 opere proveniente da privati, in mostra dal 24 maggio al 4 settembre 2016, presso Palazzo Cipolla nella città capitolina.
La mostra, rivela esponenzialmente, le doti artistiche dell’autore, risaltando il messaggio di stampo politico-sociale che l’artista intende diffondere.
Tra le sue opere più celebri, la seriografia di alcune scimmie che dichiarano: “Laugh Now But One Day I’llBe in Charge” (Ridete adesso ma un giorno saremo noi a comandare).
La mostra è curata da Stefano Antonelli, Francesca Mezzano e Acoris Andipa.
Per la prima volta nel suo studio/galleria SENAPE, per la prima volta a Cesena, Marco Onofri presenta la mostra “FOLLOWERS” con le stampe 60×90, la serie di scatti già esposta in anteprima al Mia Photo Fair di Milano.
Un progetto “aperto” ed in continuo sviluppo che ci racconta cosa succede quando tra modelle e seguaci viene eliminato il computer di mezzo, lo scudo per i critici, lo spioncino per i più timidi, il mezzo dei fanatici e la finestra sul mondo per i più giovani…
Il risultato è uno strabiliante quadro dove i veri protagonisti sono proprio i FOLLOWERS che, intorno ai corpi nudi delle modelle, mostrano le loro espressività senza veli: c’è chi ride beffardo, chi si copre gli occhi, chi si masturba, chi giudica, bambini incuriositi, madri che allattano e addirittura un cane al guinzaglio che alza il muso verso la donna nuda. Sono scene di vita quotidiana che noi stessi viviamo nella penombra e che il fotografo rivela attraverso uno stile personale, fatto di luci soffuse di camere d’albergo.
Marco Onofri è un fotografo che ha esposto precedentemente i suoi lavori al Fotofever Art Fair di Parigi, alle Officine delle Zattere a Venezia, alla Romberg Arte Contemporanea di Milano e in altre prestigiose gallerie; il suo approccio alla fotografia è artistico ed ispirato alle opere di Sarah Moon e Paolo Roversi.
Qui alcune foto della serie “Followers”:
Diversi gli aneddoti in merito al backstage: boati maschili, donne svenute per l’emozione, panettieri in tenuta da lavoro che hanno raggiunto il set dopo il turno, lo zabettìo delle ragazze, le domande imbarazzanti dei bambini, questo durante i preparativi, fino a quando l’entrata in azione del fotografo obbligava al silenzio, un silenzio meditativo.
Lo stesso Marco Onofri appare in un cameo, interpretando un se stesso “follower” di fronte ad una ragazza nuda che fuma, in una posa naturale, totalmente a suo agio nei panni che non indossa.
Quando gli chiedo in quale tipo di “follower” si riconosce, risponde:
“Amo la naturalezza, non le pose imposte – sono affascinato dalle donne sicure di sé perché sento, in fondo, che “non c’è presa di coscienza senza dolore” – citando Carl Gustav Jung-.
Qui alcune foto del backstage scattate da Marta Tomassetti:
Le foto dell’evento presso lo studio/galleria Senape, Cesena:
“La moda aiuta il Duomo” è l’iniziativa che vede la partnership di Tiffany & Co., Veneranda Fabbrica delDuomo, la casa d’arte Christie’s e Camera Nazionale della Moda Italiana, al fine di conservare lo splendore del Duomo di Milano.
L’appuntamento è per martedì 19 aprile 2016, alle ore 19.30, presso la Sala delle Colonne del GrandeMuseo del Duomo, a Palazzo Reale di Milano.
Abito Vivienne Westwood per La moda aiuta il Duomo (fonte luukmagazine)
Abito Genny (fonte iodonna.it)
Tra le Maison che aderiscono al progetto: Giorgio Armani, Brunello Cucinelli, Cividini, Corneliani, Costume National, Diesel, Etro, Salvatore Ferragamo, Genny, Gucci, Isaia, Krizia, Loriblu, Martino Midali, Missoni, Moncler, Moreschi, Prada, Emilio Pucci, Roberto Cavalli, Tod’s, Trussardi, Vicini, Vivienne Westwood.
Tiffany & Co. donerà un gioiello in sua rappresentaza.
Il Cavalier Mario Boselli, Presidente Onorario di Camera della Moda Italiana, così ha commentato l’iniziativa: ”I nostri stilisti hanno risposto numerosi all’iniziativa e ora spero che la collaborazione possa proseguire anche fuori dai confini nazionali e raggiungere nuovi sostenitori. A tal fine ho proposto a Diane von Furstenberg di promuovere un’iniziativa simile a New York”.
La moda aiuta l’arte. Un’asta benefica aiuterà a restaurare le guglie del Duomo di Milano (fonte crisalidepress)
Abito Etro in asta il 19 aprile presso la Sala delle Colonne del Grande Museo del Duomo, a Palazzo Reale di Milano (fonteiodonna.it)
I fondi raccolti verranno devoluti a favore del progetto “Adotta una guglia. Scolpisci il tuo nome nella Storia”, lanciato da Veneranda Fabbrica del Duomo nell’ottobre del 2012 per sostenere i restauri del complesso monumentale del Duomo di Milano.
Per chi non potrà essere presente il 19 aprile, gli abiti devoluti dalle maison potranno essere acquistati sulla piattaforma di aste online CharityStars.
Nel mondo del design il suo è uno dei nomi più famosi. Nonostante la giovane età Ambra Medda vanta già una carriera di tutto rispetto. Professionista affermata nel design, curatrice, esperta di stile, icona, la giovane ha respirato arte e design fin da piccolissima. La sua è una vita vissuta all’insegna del cosmopolitismo, perennemente in bilico tra culture diverse.
Nata a Rodi da madre italiana e padre austriaco, cresciuta tra Londra e Milano, Ambra impara il mestiere da sua madre, Giuliana Medda, gallerista che esponeva opere realizzate col prestigioso vetro di Murano e creazioni di architetti italiani degli anni Quaranta e Cinquanta e che contribuì al successo internazionale di Pietro Fornasetti. Non è esagerato dire che il design sia componente fondamentale del DNA di Ambra Medda. Laureata in lingue orientali e specializzata in archeologia cinese ed estetica giapponese medioevale, per lei arte e design sono due facce della stessa medaglia.
La giovane, dopo essersi trasferita a New York per lavoro, ottiene la fama mondiale nel 2004, quando, a soli 23 anni, fonda insieme a Craig Robins la Design Miami, con sedi a Miami e Basilea, cui seguì, nel 2005, l’istituzione del premio Design Miami/Designer of the year. La Design Miami si impose in breve come punto di riferimento a livello mondiale per il design. Dopo aver diretto la fiera per sei anni, la designer torna nella Grande Mela, dove apre il suo studio, AMO-Ambra Medda Design.
Ambra Medda è nata a Rodi da padre austriaco e madre italiana (Foto tratta da Cultured Magazine)
Ambra Medda è laureata in lingue orientali e specializzata in archeologia cinese (Foto tratta da Dwell.com)
Nel 2004, a soli 23 anni, Ambra Medda fonda la Design Miami (Foto tratta da L’Officiel)
Dopo aver diretto per sei anni la Design Miami, fonda L’Arcobaleno (Foto tratta da Living Corriere.it)
Dopo tre anni fonda il sito L’Arcobaleno (www.larcobaleno.com), una community sul design, punto di riferimento per professionisti e appassionati del settore, per un nuovo collezionismo. Il sito è concepito come un magazine online, vetrina per talenti emergenti provenienti da ogni parte del mondo; inoltre sono presenti interviste a nomi affermati del design. Ma la vera novità è la sezione di shop online in cui è possibile acquistare opere d’arte e oggetti di design per collezionisti.
Un amore per le ceste, i cappelli e le sedie, Ambra Medda è grande amante del vintage e cittadina del mondo nel senso più autentico del termine. Attualmente residente a New York, la giovane ha collaborato anche con nomi eccellenti della moda, come Roger Vivier, che la scelse nel 2014 come testimonial per l’iconica bag Miss Viv’. Inoltre l’anno precedente Ambra Medda aveva anche firmato una capsule collection per Sportmax.
Ambra Medda per Sportmax
Ambra Medda per Roger Vivier
La designer in uno scatto per W Magazine
Bella, fotogenica e di un’eleganza innata, la giovane designer è stata immortalata sui magazine patinati più famosi, da Vogue a L’Officiel a W Magazine. Seguitissima sui social network, il suo nome brilla nell’Olimpo del design.
Sarà inaugurata il 17 marzo alla Bildhalle di Zurigo la personale di René Groebli intitolata “René Groebli- Early Work“. L’interessante vernissage che si terrà presso la Galleria Bildhalle della città svizzera verrà dedicato alla prima fase creativa dell’artista, che comprende i lavori datati dal 1945 al 1955.
Il piglio è vintage e non privo di suggestioni nostalgiche, tanto nelle serie dai titoli altamente evocativi “Auge der Liebe” (“Gli occhi dell’amore”) e “Magie der Schiene” (“La magia dei binari”) che nelle immagini che rappresentano Zurigo, Londra e Parigi a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta. Il fotografo svizzero, classe 1927, si rivela maestro nell’immortalare la donna, con la tua toeletta e il suo riposo, prima di incontrare l’amato. Dolce e morbida la curva della schiena, sensuale e perfetta la linea del collo, mentre, ad occhi chiusi, la sognante creatura immagina il momento in cui finalmente si ritroverà tra le braccia del suo uomo. Inoltre nella mostra, che resterà aperta fino al 28 maggio, saranno esposte opere inedite dell’artista.
Visionario, romantico, l’opera di Groebli spicca nella storia fotografica della Svizzera della seconda metà del Ventesimo secolo, costituendo un unicum in cui suggestioni romantiche e poetiche si sposano mirabilmente all’ottica visionaria, che gli fa adottare tecniche fotografiche innovative che strizzano l’occhio al futuro. Interverrà alla mostra il giornalista Daniele Muscionico, che avrà il compito di esporre vita e opere dell’artista.
Nato a Zurigo il 9 ottobre 1927, René Groebli fu introdotto alla fotografia da Hans Finsler. Una carriera iniziata come fotografo di reportage per la rivista svizzera “Die Woche”, poi un nuovo incarico per l’agenzia londinese Black Star, che lo portò fino in Africa. Tra i suoi primi libri fotografici Magie der Schiene del 1949, un saggio poetico e la serie fotografica Das Auge der Liebe, che fu pubblicata per la prima volta nel 1954 e che ha visto una nuova edizione nel 2014.
Le opere di Groebli sono state inoltre al centro della mostra The Family Of Man di Edward Steichen organizzata dal Museum of Modern Art di New York: qui sono state esposte anche opere dei fotografi svizzeri Werner Bischof, Robert Frank e Gotthard Schuh. Sperimentatore ed innovatore nell’arte fotografica, Groebli nel 1957 è stato nominato maestro del colore dalla rivista americana Color Annual. Nonostante l’aura vintage che caratterizza molti dei suoi scatti, il maestro si è aperto anche al digitale negli ultimi anni, intuendone le immense potenzialità.
René Groebli | Auge der Liebe, Liegender Akt (Nr. 532), 1952 | Baryt-Abzug | 50 x 60 cm | Edition 2 von 7 & 2APImmagine a sinistra: René Groebli | London (Nr. 1208), 1949 | Baryt-Abzug | 40 x 50 cm | Edition 7 von 7 & 2AP Immagine a destra: René Groebli | Beryl Chen, London, 1953 (Nr. 1286) | Baryt-Abzug | 40 x 50 cm | Edition 2 von 7 & 2APRené Groebli | Kinder (Nr. 1226), London, 1949 | Baryt-Abzug | 40 x 50 cm | Edition 7 & 2APImmagine a sinistra: René Groebli | Landdienst, Bub auf Pferdewagen, Kempthal, 1946 | Baryt-Abzug | 40 x 50 cm | Edition 1 von 7 & 2AP Immagine a destra: René Groebli | Landdienst, Scheune, Kempthal, 1946 | Baryt-Abzug | 40 x 50 cm | Edition 1 von 7 & 2AP
Immagine a sinistra: René Groebli | Corso, Zürich, 1948 | Baryt-Abzug | 40 x 50 cm | Edition 1 von 7 & 2AP Immagine a destra: René Groebli | Zirkus Knie, Zürich, 1948 (Nr. 1286) | Baryt-Abzug | 50 x 60 cm | Edition 1 von 7 & 2AP
Verrà invece inaugurata il prossimo 2 giugno e sarà esposta fino al 16 luglio la mostra Hans Peter Riegel -Night Pieces si inaugura 2 giugno fino al 16 luglio. Un ritorno alla Bidhalle dopo il successo del 2014 con la personale “Some Pieces”. I soggetti rappresentati in Night Pieces sono perlopiù piante. Immortalate nel loro sbocciare e rifiorire, sintesi delle metamorfosi clorofilliane e suggestiva full immersion nel gioco di colori plastici e psichedelici. Altro soggetto prediletto dall’artista è la città, che viene immortalata all’alba, al risveglio, rappresentando lo scenario tipico di una passeggiata mattutina. Tra arditi giochi di contrasti e colori, si abbraccia il digitale, nella creazione di una nuova estetica visiva.
Hans Peter Riegel | Night Pieces, Nr. 471 & 472.1, 2015 | Archival Pigment Print auf Hahnemühle Photo Rag | 60 x 80 cm | Edition 5 & 1APHans Peter Riegel | Night Pieces, Nr. 480.1 & 441, 2015 | Archival Pigment Print auf Hahnemühle Photo Rag | 60 x 80 cm | Edition 5 & 1AP
Hans Peter Riegel | Night Pieces, 2014 | Links: Nr.413, Edition 3 von 7 & 1 AP | Rechts: Nr. 848.1, Edition 3 von 5 & 1 AP | Archival Pigment Print auf Hahnemühle Photo Rag | 60 x 80 cm
Hans Peter Riegel ist nicht allein Fotograf sondern auch Konzept- und Medien-Künstler. Einer breiteren Öffentlichkeit ist er zudem als Autor bekannt. Seine 2013 erschienene Biografie des Künstlers Joseph Beuys erlangte grosse Aufmerksamkeit und ist mittlerweile eines der am häufigsten besprochenen Bücher seiner Art in der jüngeren, deutschsprachigen Literaturgeschichte. Riegel schreibt regelmässig für führende Tages- und Sonntagszeitungen. Er lebt und arbeitet in Zürich.
C’era una volta la Sardegna, è così che il Far West contaminato dalla ruralità italiana arriva nel backstage di Antonio Marras.
L’excursus di D-Art attraverso i migliori backstage di Milano Moda Uomo approda nel pieno del deserto della Sardegna, a pochi km da Oristano, dove Antonio Marras decide di ambientare figurativamente la sua prossima collezione Autunno-Inverno.
Balle di fieno sparse, polvere diffusa dal vento e borghi disabitati, come quello di San Salvatore di Sinis, diventano la palette cromatica per vestire i colori della terra sarda: dal verde militare al fango, dal petrolio al grigio piombo, dal rosso al senape.
Tessuti ruvidi e infeltriti, giacconi coperta e pantaloni tartan accompagnano il lato rock di ogni bandito, della Vecchia Sardegna, che si rispetti. Colui che indossa beffardo giubbini in pelle e pitone, salopette e grambiuloni in denim ,come indumenti da lavoro, e jacquard floreale per le celebrazione domenicali.
La camicia diventa capo di punta: rattoppata, intarsiata, ricamata e decorata è pronta a accompagnare le furiose scorribande e le notti trascorse ballando al suono della fisarmonica con le donne più belle del saloon Abraxas.
Il sarcasmo tinto di rosa e le irriverenti immagini, note per il loro stile provocatorio, sono oramai must have tra gli appassionati di arte che di sicuro non disdegneranno le ultime novità.
Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari, l’eclettico duo artistico contemporaneo che si cela dietro al fenomeno visivo, nonché cult-magazine, ToiletPaper, in connubio con Seletti, sbarcano al Pitti in qualità di prima realtà non appartenente al settore moda invitata alla manifestazione.
Forti di tale primato, la fiera è stata scelta per presentare, in anteprima assoluta , la Tote bag, unica connessione del brand con il mondo della moda, le candele e i tappeti, lanciati lo scorso dicembre presso la Miami Art Week.
Le quattro diverse grafiche delle Tote Bag, Teeth, Pony, Lipstick e Deers, personalizzano la semplicità delle linee. Dotate di una comoda tasca interna sono adatte all’utilizzo giornaliero nel segno dell’eccentricità.
Le candele sono contenute in speciali tazze sulle quali sono riprodotte otto illustrazioni firmate Toiletpaper: Cat, Teeth, Lipstick, Pony, Two of Spades, Toad, Roses e Deers. La profumazione non poteva che essere particolare, infatti essa si differenzia in base all’ immagine rappresentata.
Mentre i tappeti, esposti in anteprima europea a Firenze, sono vere e proprie opere d’arte. Eyes, Toad, Parrot, BMW, Fingers, Insects, Sausages, Teeth, Phones, Roses, Two of Spades, Legs sono le varianti stampate sul tessuto trattato termicamente per garantire la massima resistenza e intensità dei colori.
Per festeggiare l’importante traguardo pochi selezionatissimi ospiti sono stati invitati ad un party presso la balera La Perla. Cult anni ’80 e ’90 e esperti ballerini di liscio, oltre agli storici proprietari, Romano e Lina, hanno reso la presenza del design brand, in linea con il suo stile, davvero indimenticabile.
Atmosfere post industriali per il primo fashion show del designer durante l’ultima edizione del Pitti.
Il trentenne bresciano Vittorio Branchizio, a seguito della vittoria allo scorso Who’s on Next, contest curato da Pitti Immagine, Altaroma e Condè Nast, dedito allo scouting per stilisti emergenti, torna al Pitti Uomo con il fashion show della collezione Autunno/Inverno 2016.
Cresciuto in un ambiente eclettico, dove l’attitudine a interagire con il mondo delle arti visive l’ha contagiato sin dalla tenera età, ha espresso da sempre il desiderio di collaborare con talenti del panorama artistico contemporaneo ai fini di fusioni e ispirazioni reciproche.
Nasce così anche la passione per l’arte del filato e del know how italiano annesso. Le tecniche artigianali e le nuove tecnologie hanno guidato Branchizio nella selezione di cachemire, seta, cotone, lino e lana merino proposti dalle eccellenze del territorio nazionale. Romantica e evocativa la nuova collezione raccoglie le cromie e le trame delle pietre del fiume Arno.
In sincronia con la sfilata, una video proiezione ha guidato lo spettatore nella percezione dell’ispirazione creativa.
Il blu notturno, il rosato e il glaciale delle pietre hanno preso vita sui filati e nella manipolazione dei capi finiti che ricordano, nei loro volumi, le lunghezze mediorientali e lo studio delle proporzioni giapponesi.
Questa volta la sinergia artistica è giunta con l’artista Sergio Perrero e con il designer Uros Mihic, contattati per gli elementi pittorici e lo studio dell’origami.
Concettualmente graffiante e contemporanea la maglieria di Branchizio assume, anche per le prossime stagioni, una connotazione colta e contemporanea in grado di tramandare in modo innovativo uno dei patrimoni artistici italiani.